Torino shock: aspirante commessa rifiutata: “Non affido la cassa a una che sta con un africano”

Una ragazza diciottenne che vive a Chivasso si era candidata per un’offerta di lavoro da commessa in un negozio di Torino. Infatti, alla richiesta di spiegazioni, il titolare del negozio avrebbe risposto così: “Per me puoi uscire anche con il mostro di Firenze, ma permettimi di non affidare la cassa di un negozio a chi divide la sua vita con un africano“.

La giovane aveva risposto ad un annuncio di lavoro su Facebook come commessa per un negozio di Torino, scrive Repubblica. A raccontare la storia il Fatto Quotidiano. Ed è qui che Mario (nome di fantasia) ha detto a Chiara che dopo aver guardato meglio il suo profilo facebook non la ritenesse adatta all’incarico. “Non credo che tu sia la persona che sto cercando”. Il motivo del rifiuto inizia a intuirsi nelle righe successive: “Se ti posso dare un piccolo consiglio, cambia le foto del profilo, e non evidenziare il tuo rapporto, non so se mi spiego”.

Non la sua, questa volta, ma quella del suo fidanzato, un ragazzo nigeriano, che compare con Chiara in una foto che la giovane ha pubblicato sul suo profilo di Facebook. Che però sente il bisogno di essere ancora più esplicito: “Per me puoi anche uscire con il mostro di Firenze, ma permettimi di non affidare la cassa di un negozio a chi divide la sua vita con un africano“.

Una difficoltà persistente che si frappone alla crescita dell’impegno delle istituzioni e dei singoli nel contrasto del razzismo e delle intolleranze collegate è rappresentata dalla mancanza di dati ed informazioni descrittive raccolte in modo sistematico e che riguardano tutto il territorio nazionale. Questa carenza fa sì che ad ogni caso di razzismo o discriminazione etnico-razziale che riesce a far notizia, rispunta la domanda se gli italiani sono razzisti o meno (nella formulazione peggiore, ci si chiede se esiste il razzismo in Italia o no). Chiedersi se gli italiani (o anche singole persone) siano razzisti o no, è un falso problema sia concettualmente sia sul piano pratico ovvero, sulla possibilità concreta di agire per contrastare il fenomeno in modo efficace. Sul piano concettuale, tale domanda porta a definire l’essenza, una condizione generalizzata e permanente, di un collettivo – gli italiani -, sulla base di un aspetto che, per quanto faccia parte della nostra società, non può essere ritenuto elemento sufficiente ed esaustivo per inquadrare il modo di essere di tutte le persone appartenenti alla collettività in questione.
L’errore concettuale di questa domanda è identico a quello che si commette quando si ascrivono ad altri delle identità fondate su presunte mono-appartenenze, come quella religiosa, sottintendendo che ogni aspetto dell’essere degli appartenenti a quella data collettività è permeato dalla fede e pratica religiosa dei suoi membri.
Su un piano pratico, una risposta negativa o positiva alla domanda se gli italiani sono o no razzisti porta all’inazione perché nel primo caso, non esiste alcun problema di razzismo in Italia per il quale mobilitarsi e nel secondo caso, a generare l’inazione è il senso d’impotenza di fronte all’enormità del fenomeno. Cosa può il singolo, individuo o istituzione, fare di fronte ad un problema che risiede in tutti gli italiani?.
Per uscire da questo apparente ma non sostanziale dilemma, occorre focalizzarsi sui comportamenti dei singoli e collettivi (organizzazioni, istituzioni ecc.). Valutare un comportamento risulta più agevole e consente di circoscrivere il problema e questo a sua volta permette di individuare delle misure di contrasto del fenomeno. Riferendosi alle istituzioni, occorre centrare l’attenzione sulle pratiche, procedure e processi che hanno origine da questi soggetti e riferendosi alle persone, l’oggetto delle nostre osservazioni devono essere i comportamenti, gli atteggiamenti e i modelli.
In questa sede utilizziamo il termine razzismo per intendere l’insieme degli atteggiamenti, i comportamenti, i modelli – economici, politici, sociali, culturali ecc. -, il cui effetto, al di là dell’intenzione, è di creare, riprodurre e/o mantenere il potere, l’influenza e il benessere di un gruppo cosiddetto “razziale” a scapito di un altro gruppo definito negli stessi termini. Sono inclusi fra gruppi cosiddetti “razziali” (o gruppi razzizzati), gruppi di persone identificati sulla base del colore della pelle, forma degli occhio o altri tratti somatici, delle origini etniche o nazionali, della nazionalità, dell’appartenenza religiosa ecc.
Il razzismo in questa accezione va ben al di là della discriminazione “razzista” per comprendere gli stereotipi, pregiudizi e le rappresentazioni stigmatizzanti ad un estremo e le persecuzioni fondate su basi etniche (pulizie etniche) all’estremo più violento. E in riferimento a gruppi colpiti, è facile, visto in questa prospettiva, capire come è che il razzismo in Italia oggi colpisce i rumeni come i peruviani, i cinesi come i somali, i pakistani come gli egiziani. Questi ed altri gruppi nazionali, inquadrati come immigrati, rifugiati o richiedenti asilo o definiti sulla base dell’appartenenza religiosa, sono da molti anni i bersagli del razzismo nelle sue varie espressioni sopra ricordate. In situazione analoga di bersaglio si trovano le popolazioni Rom, Sinti e Camminanti.
Da quanto si è detto fin qui, emerge che si tratta di un fenomeno complesso e dinamico che cambia non solo nelle modalità con le quali si manifesta ma anche rispetto alle sue vittime nel tempo e luogo così come nei danni che arreca alle vittime.
Tre metodi sono risultati fin qui di particolare utilità nel cercare di fotografarlo entro un periodo dato.

Un primo metodo consiste proprio nel monitorare le esperienze dirette di razzismo riferite ad una o più sportelli dedicati o mediante il telefono, da parte di chi ritiene di essere stato/a vittima o testimone di un atto di razzismo o discriminazione sulla base della propria appartenenza ad un gruppo definito come razza in base a qualche caratteristica. Va aggiunto che questo metodo prevede che la ragione d’essere di sportelli o numeri telefonici dedicati alla raccolta di informazione sul fenomeno deve essere il sostegno alle vittime e non la semplice raccolta di dati statistici che, di per sé, non sarebbe sufficiente a motivare chi ha subito o assistito ad un atto di razzismo di farsi avanti e denunciarlo. In altre parole, il desidero di vedere il proprio caso affrontato, preso in carico da chi ha una competenza specifica sulla questione, costituisce la più forte spinta a denunciare il torto subito o al quale si è assistito.

Il secondo metodo di studio degli atti di razzismo è rappresentato da una rilevazione generale delle opinioni di persone appartenenti a categorie colpite dal razzismo, riguardo alle loro esperienze in merito ad intervalli di tempo predefiniti (victim survey). Si tratta di rilevare, mediante questionari somministrati direttamente da intervistatori formati, le esperienze di razzismo e discriminazione razziale, nazionale o religiosa nell’arco del tempo preso in esame. Il metodo in questione è stato mutuato dalla criminologia dove è stato ideato per rilevare le esperienze dei cittadini di un dato territorio di essere vittime dei reati.
Il terzo metodo infine cerca di documentare l’atto di discriminazione razzista nel preciso momento in cui avviene, ad esempio al momento dell’assunzione di lavoratori o dell’affitto di una casa (discrimination testing). Il metodo fa uso di due attori, di diversa appartenenza etno-razziale, nazionale e/o religiosa e dotati dello stesso curriculum nel caso di ricerca di lavoro o, nel caso di ricerca di una casa in affitto, che esprimono le stesse esigenze di alloggio. Utilizzando i dati dei due attori,si rispondono a degli annunci di lavoro o di casa offerte in affitto e si calcola le risposte positive e negative ricevute da ciascun. Per l’accesso al lavoro, questa metodologia è stata standardizzata dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro [OIL] e la procedura prevede che prima si presenta il candidato che si presume possa essere discriminato e poi l’altro candidato. Questo tipo di indagine è stata realizzata anche in Italia nel 2004 e ha confermato l’esistenza di ciò che fino ad allora veniva negato: esiste una discriminazione a danno dalle persone immigrate nell’accesso, quantificata nell’indagine in questione nella misura di un tasso di discriminazione del 41 percento (contro un 36% per la Spagna, 33% per il Belgio, 19% per la Germania e 37% per l’Olanda).

I risultati presentati di seguito sono frutti di una metodologia mista, che mette insieme informazioni ottenuti da interviste sulle proprie esperienze di discriminazioni, a molte persone immigrate che si rivolgono all’Associazione NAGA di Milano per assistenza e sostegno su più versanti; a questo si aggiunge il risultato di un monitoraggio dei casi di discriminazione e razzismo riferiti dalla stampa dal 24 ottobre al 28 di novembre, ad opera del COSPE.

Questa scelta è dettata dall’obiettivo di tutta l’iniziativa: costituire una memoria comune dei fatti di discriminazione e razzismo per evitare che fatti così gravi e lesivi dei diritti e dignità delle vittime possano essere velocemente dimenticati e messi da parte, impedendo il raggiungimento dell’uguaglianza sostanziale dei diritti e delle opportunità.
Infine una premessa terminologica. L’uso nel seguito del presente rapporto dei termini “razza”, “origine razziale” ed altri assimilabili, in linea con la terminologia utilizzata nelle Direttive dell’UE in materia, non implica alcuna accettazione di qualsiasi teoria sull’esistenza di “razze” umane distinte. Anche i termini “etnia” ed “etnica” verranno usati con cautela consapevole dell’ambiguità che a volte si nasconde dietro tali termini (musica, economia, cucina ecc. “etnici”).

Metodologia
La scelta di realizzare un monitoraggio sulla stampa nell’arco di 35 giorni (dal 24 ottobre al 28 novembre 2008) per affiancare l’indagine e le interviste del Naga, avvenute nello stesso periodo, è nata da due esigenze principali.

Da un parte, di fronte alla difficoltà di reperire dati omogenei e continuativi sugli eventi di razzismo e discriminazione in Italia, promossi da organi specifici, gli organi di informazione risultano essere spesso l’unica fonte diretta di informazione. Molti dei casi qui raccontati non avrebbero trovato spazio, se non nella stampa o nei siti web interessati a denunciare episodi simili e a raccogliere segnalazioni di questo tipo.

Dall’altra fornire un’immagine degli episodi razzisti e discriminatori in Italia nel corso di un mese, tenendo ben presente che gli eventi raccolti dai giornali sono solo la punta dell’iceberg e che le proporzioni degli atti e delle violenze razziste, che avvengono in diversi livelli e contesti della società, sono molto più vaste ed estese. Per questo è importante precisare che il monitoraggio non ha riguardato tutti gli articoli o le notizie relative all’immigrazione nel periodo dato, ma ha analizzato solo gli episodi che, in base alla legislazione e agli strumenti esistenti, abbiamo potuto identificare come razzisti o discriminatori.

Infine un’ultima osservazione: è ormai ampiamente riconosciuto da tutti il contributo dei mezzi di comunicazione nella rappresentazione e nella costruzione dell’immagine dei
International Labour Office, Employment Department (2003): La discriminazione degli Immigrati nel Mercato del Lavoro in Italia, Internatioanl Migration Papers, Geneva. Disponibile al www.fieri.it migranti. Contribuire a denunciare in maniera corretta i casi di razzismo può essere un primo passo per restituire al tema della convivenza tra immigrati e autoctoni e delle migrazioni nel loro complesso, la giusta dimensione.
E’ possibile consultare in appendice la lista delle fonti (Allegato 1) che l’équipe di lavoro ha controllato quotidianamente per monitorare i casi di razzismo e discriminazione presente.
Riferimenti normativi
In riferimento alla discriminazione, in Italia i riferimenti legislativi si trovano negli articoli 43 e 44 del TU Immigrazione d.lgs.286/98 e nei Decreti legislativi n. 215 e n. 216 del 2003 con i quali sono state trasposte le due Direttive 2000/43/CE e 2000/78/CE sulla parità di trattamento indipendentemente dalle appartenenze.

Analisi dei casi emersi dal monitoraggio
Analisi dei dati: “la quantità”
Una prima analisi del monitoraggio effettuato per 35 giorni dalla fine di ottobre alla fine di novembre, permette di registrare 48 atti – violenze, comportamenti razzisti e discriminatori. Si tratta di un numero importante e significativamente alto, alla luce del breve periodo di riferimento durante il quale sono stati osservati. Inoltre, risulta in linea con quanto registrato dalle stesse fonti di informazione, per il periodo 1 ottobre 2006 – 20 settembre 2007 (175 casi) riportato nel Rapporto Annuale Raxen 20072,.
Per quanto riguarda il nostro monitoraggio si tratta quindi di una media di più di un episodio al giorno, per la precisione 1,3. Naturalmente, gli episodi che qui è stato possibile ritrovare sulle diverse fonti di informazione monitorate, non sono che una parte di quelli che quotidianamente avvengono nella vita dei cittadini immigrati che vivono in Italia. In particolare, i casi che arrivano ai giornali, soprattutto se quotidiani, sono quelli di maggiore gravità o che per qualche motivo hanno avuto un impatto particolarmente forte, per esempio a livello locale. Rimangono esclusi dalle fonti di informazione tutti quegli episodi di discriminazione che incidono sulla vita quotidiana delle persone e che riguardano l’accesso all’alloggio, ad un lavoro, insulti e altre aggressioni verbali e altre espressioni di esclusione e marginalizzazione ricevute per la strada o sui mezzi di trasporto, e che non sono oggetti di denuncia ai giornali e si possono monitorare solo attraverso una rilevazione delle opinioni delle vittime mediante colloqui specifici.

Per stilare una sorta di graduatoria tra le nazionalità maggiormente colpite da razzismo abbiamo dovuto accorpare i paesi per continente. Così il continente africano risulta di gran lunga il più numeroso, ma la Romania è il primo paese che da solo raggiunge il numero di 5 vittime di razzismo e discriminazione, alla stessa posizione dei rom e sinti, che pur non costituendo una nazionalità abbiamo preferito raggruppare insieme per rendere palese il dato relativo alla loro vulnerabilità. Del resto, questo dato conferma le più recenti ricerche sull’immigrazione in Italia, che hanno evidenziato come, a partire dal 2007, i gruppi maggiormente colpiti da episodi di razzismo e discriminazione siano stati i cittadini romeni, i rom ed i sinti, nei cui confronti è andando sviluppandosi un processo di criminalizzazione che ne hanno fatto il bersaglio di parole e comportamenti razzisti da parte di singoli individui, partiti politici e media.
Per quanto riguarda il sesso delle vittime di razzismo, gli uomini sono sì in maggioranza ma in misura veramente marginale (52%). Nel 33% dei casi le vittime sono indistintamente cittadini immigrati maschi o femmine, appartenenti ad un’unica nazionalità o a diversi gruppi nazionali, mentre le donne sono 7, pari al 15%.

Per quanto riguarda le fasce di età, un dato particolarmente preoccupante deriva dalla percezione di quanto i più giovani si collochino sia tra le vittime sia tra gli aggressori di atti razzisti. Il 32% degli episodi monitorati vede infatti tra le vittime uomini e donne che abbiamo scelto di definire ‘giovani’, mentre i minorenni sono addirittura il 10% del campione, con 4 casi che li riguardano direttamente.
Geografia del razzismo
Per quanto riguarda la diffusione degli episodi razzisti sul territorio nazionale, il Lazio ha una posizione di preminenza assoluta (11 casi), sia ‘grazie’ ai graffiti e alle scritte antisemite che si collocano tutte nella capitale sia a causa delle aggressioni violente che nel Lazio ma in particolare a Roma hanno una preminenza assoluta: ben 6 aggressioni violente nella città di Roma (le due aggressioni verificatesi nel quartiere del Trullo, l’aggressione a due fratellini egiziani, l’assalto a due lavoratori peruviani, l’aggressione in un residence di Roma, il tentato linciaggio verso il responsabile (rom) di un incidente e suo padre) più il raid razzista contro un venditore di rose a Civitavecchia. La Lombardia, con 6 episodi segue a ruota, con caratteristiche diverse: 2 aggressioni violente, e 4 casi di razzismo che potremmo definire istituzionale, seguita da Toscana e Veneto (5 episodi). Colpisce tra tutti il dato sulla Toscana, che rispetto alle altre regioni più coinvolte ha un numero di presenze immigrate più basso; l’alta percentuale di casi razzisti deriva probabilmente anche dal fatto che il monitoraggio ha potuto attingere ad una serie di fonti più dettagliate e di cronache locali di diverse città toscane.

La rappresentazione dell’immigrazione nei media. Considerazioni generali
Nella società dell’informazione i mezzi di comunicazione rivestono un ruolo chiave per l’inclusione sociale dei cittadini migranti sia rispetto alla rappresentazione che essi offrono della moderna società multiculturale sia nella loro capacità di favorire pari opportunità di accesso e spazi adeguati alla pluralità delle sue componenti.
Gli studi condotti negli ultimi anni, tuttavia, rilevano che la rappresentazione dell’immigrazione nei media a larga diffusione italiani è in prevalenza schiacciata su un’enfasi securitaria sintetizzata dal binomio “criminalità-clandestinità”, in cui le persone di origine immigrata figurano come protagonisti in negativo. Oltre a confinare le tematiche connesse ai fenomeni migratori nel ghetto della cronaca, una formula di questo tipo, ripropone e riassume la percezione generalizzata dl questi ultimi come “problema”, “emergenza”, “invasione”.
Per una ricognizione complessiva sulla rappresentazione mediatica del tema si veda tra gli altri M. Binotto – V. Martino, Fuori Luogo. L’immigrazione e i media italiani, Cosenza- Roma 2005. Risultati concordanti emergono anche da studi condotti a livello locale (rapporti sui monitoraggi delle testate nelle province di Genova e Forlì Cesena v. www.mmc2000.net).
Rispetto ad altri paesi europei, infatti, in Italia le questioni relative alla convivenza sociale, culturale e religiosa con le nuove minoranze generate dall’immigrazione si è affacciata solo di recente nell’agenda dei mezzi di comunicazione di massa, all’interno della quale occupa spazi residuali, scarsamente accessibili al grande pubblico e su cui le aziende editoriali hanno sinora investito risorse – umane ed economiche – inadeguate.
Dopo un lungo periodo in cui le priorità tematiche rispetto al mondo dell’immigrazione sono state altre, in tempi recenti, a seguito di alcuni fatti di cronaca di forte impatto (a partire dal delitto di Erba nel dicembre 2006) il tema del razzismo è tornato ad animare lo spazio pubblico, diventando in parallelo una issue di primo piano nell’agenda dei media italiani così come nei fori di discussione e negli organi di rappresentanza degli operatori del settore.
Più di altri quest’ultimo aspetto ci sembra particolarmente significativo poiché coinvolge direttamente i produttori dell’informazione in una riflessione sulla responsabilità sociale insita nel loro ruolo. Una presa d’atto che è tra i motivi ispiratori della Carta di Roma, il Protocollo deontologico concernente richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti (http://www.fnsi.it/Contenuto/Download/Carta di Roma.pdf) approvato nell’aprile 2008 dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana e, successivamente, dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti.
La campagna di criminalizzazione dei rom con i suoi momenti catalizzatori – quali il caso Ahmetovic (aprile 2007), l’omicidio Reggiani (ottobre 2007), la vicenda Opera (dicembre 2007), i fatti di Ponticelli (maggio 2008) – ha invece fornito lo spunto all’iniziativa dei “Giornalisti contro il razzismo” http://www.giornalismi.info/mediarom/index.html. A partire da un appello rivolto ai colleghi giornalisti, un gruppo di operatori dell’informazione, ha promosso una campagna per un’informazione più attenta e rispettosa e per la messa al bando di quei termini (es. extracomunitario, clandestino, zingaro) che – al di là delle intenzioni – hanno assunto nell’immaginario collettivo connotazioni fortemente stigmatizzanti. L’iniziativa ha dato vita a una mobilitazione nazionale che ha registrato le importanti adesioni delle agenzie Dire (Canale Welfare) e Redattore Sociale e del Consiglio regionale dell’Ordine dei giornalisti dell’Emilia-Romagna.
Oltre alla necessità di strumenti adeguati nell’approccio linguistico-terminologico al fenomeno migratorio e ai temi ad esso correlati, gli stessi giornalisti denunciano l’esigenza di diversificare e ampliare le proprie fonti d’informazione in materia. I rapporti di monitoraggio citati in precedenza rilevano infatti un ricorso preponderante alle fonti istituzionali che inevitabilmente restringe la prospettiva. In questo senso segnali positivi giungono da iniziative sperimentate a livello locale come il Protocollo d’intesa sulla comunicazione interculturale sottoscritto nel febbraio 2007 a Forlì da media del territorio, tra testate multiculturali e mainstream, Ordine dei giornalisti, Assostampa e enti locali (http://www.mmc2000.net/docs/primo piano/doc/Protocollo.pdf). Il documento prevede, infatti, la sperimentazione di azioni concrete per un maggior coinvolgimento di giornalisti ed esperti immigrati nella produzione mediatica che passi, tra le altre cose, attraverso l’impiego di giornalisti immigrati nelle redazioni locali e la realizzazione di un’agenda di esperti e fonti dal mondo dell’immigrazione, per facilitare la produzione di un’informazione più completa e plurale.

Nella premessa metodologica abbiamo già esplicitato come l’obiettivo primario del nostro monitoraggio fosse quello di rilevare e fare emergere i casi di razzismo, di violenza e discriminazione su base etnico-razziale riportati attraverso i mezzi di informazione. Non abbiamo dunque inteso analizzare la rappresentazione mediatica. Quelli che proponiamo di seguito sono dunque riflessioni e spunti emersi nella raccolta dei dati per la nostra rilevazione rispetto alle scelte di racconto dei fatti citati da parte delle varie testate.
Come detto in precedenza il monitoraggio è stato condotto su un campione molto ampio e variegato di testate . E’ bene inoltre precisare che in diversi casi i fatti oggetto del monitoraggio sono stati coperti da più testate. La rilevazione dei dati, tuttavia, è stata fatta su una sola testata e la scelta è ricaduta sul singolo articolo che abbiamo ritenuto maggiormente esaustivo nell’esposizione dei fatti. La codifica è stata dunque effettuata su un numero ristretto di testate che abbiamo raggruppato nelle seguenti categorie: sito web indipendente (rientrano in questo gruppo di 9 testate Melting Pot, Il Salvagente, Sambenedetto Oggi, Albanianews, La Voce d’Italia. Osservatorio repressione, Roma Città, Caiazzo rinasce, Abitare a Roma); sito web emanazione di testata di carta stampata (esempi di questa categoria che conta 16 testate sono Corriere.it, La Sicilia.it,); agenzia stampa (3 testate in totale: ApCom, ANSA e Adn Kronos) e testata di carta stampata (il gruppo più numeroso con 20 testate).
Le testate oggetto della nostra analisi hanno diffusione sia nazionale  sia locale. Nella seconda categoria abbiamo incluso anche quelle testate che, nonostante siano reperibili in varie parti della penisola, si caratterizzano per una territorialità spiccata – nei contenuti dell’informazione prodotta e rispetto al proprio pubblico di riferimento (Il Messaggero, La Gazzetta del Mezzogiorno, Il secolo XIX, La Nazione) – oltre alle edizioni cittadine e/o regionali di testate a diffusione nazionale (è il caso ad esempio de La Repubblica, L’Unità, Libero).

Nelle testate che abbiamo definito “locali” – siano esse su web o di carta stampata – nel periodo sotto esame non si rilevano inchieste/reportage, interventi e lettere, tipologie di articoli che – soprattutto nei primi due casi – richiamano una maggiore propensione all’approfondimento e all’analisi. Nella categoria “intervento” abbiamo ritenuto di inserire anche “American nursery” la vignetta a firma di Giorgio Forattini comparsa sul Quotidiano Nazionale il 6/11/2008 considerandola alla stessa stregua di un editoriale o di un commento “d’autore”. Le inchieste reportage (3 in totale) compaiono tutte su testate a diffusione nazionale (2 di carta stampata: La Repubblica e la Stampa, 1 sito web indipendente: Il salvagente). La stragrande maggioranza dei pezzi da noi codificati (31) ricade dunque nella tipologia redazionale/articolo.
Rispetto alla categoria delle testate di carta stampata, un dato che emerge dalla nostra analisi è che l’ambito locale risulta essere quello più propenso a dedicare spazio ai casi di violenza e discriminazione su base razziale.
La terminologia utilizzata
La scheda di rilevazione utilizzata rispetto alla terminologia proponeva al codificatore una serie di opzioni di risposta chiusa e un campo “altro” in cui si richiedeva di indicare le altre espressioni utilizzate dall’autore dell’articolo per riferirsi a vittime e aggressori.

Nel 21% degli articoli codificati la vittima è identificata e/o descritta utilizzando aggettivi di nazionalità, indicandone la cittadinanza o facendo riferimento al paese di origine. Solo nell’8% degli articoli queste scelte terminologiche riguardano l’aggressore. Un altro elemento interessante di confronto tra vittima e aggressore è la scarsa propensione da parte dei giornalisti ad utilizzare la professione per riferirsi alla vittima (6% dei casi) rispetto all’aggressore (25%).
In alcuni casi (sono incluse le aggressioni più violente e quelle perpetrate per futili motivi) gli articoli tendono a enfatizzare aspetti che insistono sul grado di integrazione delle vittime di origine straniera – ad esempio la presenza regolare nel nostro paese – oppure si soffermano su caratteristiche che generano empatia da parte del lettore. E’ il caso della giovane di origine albanese offesa e aggredita a Prato da una vicina la quale “risiede stabilmente in città”, è “in possesso di regolare permesso di soggiorno”, è una “futura mamma” oppure del giovane di origine senegalese “con regolare permesso di soggiorno”, “sposato con un’italiana” malmenato all’ingresso di una discoteca o ancora della donna di origine marocchina “che vive in Piemonte da dieci anni ed è sposata con un italiano” cui il giudice ha dato ragione condannando a sette mesi una signora che l’ha ripetutamente insultata o infine del cittadino del Bangladesh “immigrato regolarmente in Italia” insultato e picchiato a Varese.
In questa sede ci sembra opportuno soffermarci sulle fonti di informazione, elementi fondamentali per il reperimento delle informazioni, la ricostruzione dei fatti e, in ultima analisi, per determinare il taglio e l’impostazione del racconto giornalistico. Negli articoli da noi codificati imperversano le voci “istituzionali”, soprattutto autorità di pubblica sicurezza e giudiziaria, esponenti politici, amministratori locali, rappresentanti di enti coinvolti nei fatti (aziende di trasporto, società sportive, sindacati, associazioni di categoria). Anche laddove le fonti primarie sono testimoni – dunque terzi rispetto al fatto avvenuto – si tende a dare ampio spazio a reazioni e commenti di stampo istituzionale. Si tratta probabilmente di una tendenza generalizzata del giornalismo italiano, tuttavia la delicatezza dei temi, la pervasività dell’eco mediatica, la sproporzione nelle possibilità di accesso allo spazio pubblico di questo tipo di fonti rispetto ad altro rischia di avere un peso maggiore nel dettare toni e prospettiva della rappresentazione mediatica dei fatti. In 9 casi viene riportata la voce della vittima in 10 quella dell’aggressore, in 4 casi vittima e aggressore vengono citati nello stesso articolo. Quasi mai gli articoli danno spazio ad attori legati al mondo dell’immigrazione o all’ambiente da cui provengono le vittime.
In due soli articoli si riportano infatti le denunce e/o testimonianze di associazioni e altri soggetti che operano a difesa delle vittime (gli attivisti del centro sociale ex Canapificio per il caso dello sgombero all’American Palace di Castel Volturno; le associazioni EveryOne e Aurora nel caso della giovane rom aggredita in un mercato fiorentino).
In quest’ultimo caso, inoltre, la scelta di dedicare uno spazio consistente alle reazioni e ai commenti dei venditori ambulanti del mercato lascia nel lettore l’impressione che il fatto possa essere una conseguenza quasi inevitabile della difficile convivenza tra commercianti e rom. Un atteggiamento simile (la condanna da parte del giornalista di un gesto di matrice “razzista” che viene ricondotto tuttavia a un clima deteriorato dalla “presenza orientale sempre più massiccia” e dalla “diffusa illegalità”) si rileva anche nell’articolo de La Nazione – edizione di Prato che indaga sui gruppi anti-cinesi nati su Facebook.
Altro caso interessante è quello del campo sinti a Favaro. L’articolo relativo riporta le opinioni (tutte contrarie alla costruzione del campo) dei cittadini “autoctoni” e le posizioni dei rappresentanti di opposizione e maggioranza politica. La voce dei sinti è del tutto assente. Anche nel reportage de La Stampa “A Trapani con i neri sul pullman dell’apartheid”, accurato nel descrivere le difficili condizioni di un gruppo di richiedenti asilo, non ci è dato di udire la viva voce delle vittime. Similmente – sebbene, temi e taglio siano del tutto diversi – l’inchiesta de Il Salvagente nel documentare diffusamente la negazione del bonus-bebè agli immigrati da parte dell’amministrazione bresciana, non riporta altre fonti che non siano quelle riconducibili alla giunta cittadina. Poiché ingenerano un confronto su questioni di interesse pubblico gli articoli su decisioni, proposte, atti di amministratori locali sembrerebbero quelli maggiormente deputati a dare conto del punto di vista dei vari soggetti coinvolti. Tuttavia, sulla falsariga degli articoli già citati, anche in un altro caso di razzismo istituzionale – il bonus agli immigrati che lasciano il comune di Spresiano – la voce di questi ultimi è totalmente assente dal dibattito.

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