Torino shock: Spara a un automobilista dopo un sorpasso azzardato

L’automobilista colpito, dopo avere sentito l’esplosione del finestrino posteriore, si è fermatoall’interno dell’autolavaggio e, sotto shock, ha chiamato i Carabinieri. Protagonista un 53 enne ex guardia giurata residente del torinese.

La notizia è riportata da Repubblica online in cronaca di Torino.

È successo a San Gillio, alle porte di Torino, davanti a un autolavaggio sulla strada provinciale 8. Gli ha sparato un colpo sfondando il vetro posteriore della macchina dell’automobilista, a suo dire, “maleducato”. Nel bagagliaio di M. L. i carabinieri hanno trovato la pistola, risultata essere ad aria compressa, e un coltello a serramanico. Denunciato dai carabinieri un 53enne.

Le immediate ricerche avviate dal nucleo operativo e radiomobile, grazie anche all’ausilio di militari del nucleo operativo e radiomobile della compagnia di Venaria Reale (TO), hanno consentito di individuare il sospettato a Givoletto (TO) in via Sandro Pertini, a bordo della sua Peugeot.

L’uomo è stato trovato in possesso, nella sua abitazione anche di 8 fucili ad aria compressa, 14 pistole ad aria compressa di cui 4 modificate, 500gr di polvere da sparo con una miccia, numerose munizioni di vario calibro, vario materiale per il confezionamento di cartucce. L’uomo, arrestato per detenzione di armi clandestine, porto ingiustificato di armi, fabbricazione di esplosivi non riconosciuti e danneggiamento aggravato, è stato rinchiuso nel carcere delle Vallette.

Il 50% degli automobilisti è stato coinvolto in una lite stradale, una ma solo il 14% si è pentito

C’è chi per una mancata precedenza insegue il trasgressore e lo punisce a calci e pugni. Chi nel parcheggio, per un posto auto sottratto con destrezza all’ultimo momento, scende e passa alle vie di fatto aggredendo fisicamente il “furbetto stradale”. C’è l’automobilista che dopo l’incidente, spaventato dalla reazione furiosa della controparte scappa anche a costo di un’accusa di omissione di soccorso. C’è anche chi, e purtroppo non è un modo di dire, in una lite stradale perde la vita.

E’ successo a Lecce cinque primavere fa, e lo strascico giudiziario è giunto all’atto finale solo quest’anno con la sentenza della Cassazione n. 19226 del 3 maggio 2013.
Una manovra sbagliata e tra la vittima – conducente di un’autovettura – e due fratelli a bordo dell’altro veicolo era scoppiata la bagarre: prima erano volate parole grosse, poi gli animi si erano accesi fino a diventare incandescenti, di lì alle vie di fatto il passo è stato brevissimo. Una zuffa violenta, percosse, lesioni e all’improvviso i due fratelli che stavano avendo la meglio hanno visto il loro antagonista accasciarsi a terra col respiro strozzato. “Aritmia ventricolare maligna letale” secondo il referto medico, una disgrazia, una tragica fatalità a sentire i legali della difesa. Si trattava di un cardiopatico e la lite gli è stata fatale. Non avevano di certo agito con l’intenzione di uccidere, i due fratelli, ma ciò nonostante entrambi sono stati condannati (anche in Cassazione) per omicidio preterintenzionale. Risultato finale? Una vita spezzata e altre due rovinate per sempre. Non si fosse trattato di un cardiopatico, peraltro già giudicato dai medici a rischio di morte improvvisa, la lite stradale si sarebbe forse risolta con qualche ecchimosi e qualche cerotto, ma è altrettanto vero che senza la violenta zuffa, secondo i periti, non si sarebbe determinato lo stress mortale. Il punto centrale nella sentenza 19226 si sintetizza in questa domanda: perché una causa preesistente (come la cardiopatia) deve essere ascritta a chi, come i due fratelli, non ne conoscevano l’esistenza?

Quando scoppiò la lite (che il malcapitato stesso contribuì a provocare) i litiganti non sapevano che l’altro era gravemente malato. Il codice penale, però, sancisce che le cause preesistenti (cardiopatia compresa) sono da addebitare all’autore del fatto, salvo che da sole e indipendentemente dall’azione avrebbero determinato lo stesso esito. Ne consegue una seconda domanda: quel giorno, sarebbe comunque morto d’infarto – anche se non avesse litigato con i due fratelli – lo sfortunato automobilista? Nel nostro caso, secondo la ricostruzione dei giudici, risposta è no: la crisi cardiaca fu provocata dallo stress delle percosse, quindi sebbene quest’esito non fosse né prevedibile né tanto meno voluto, la morte può essere considerata come conseguenza delle lesioni subite. Non omicidio intenzionale certo, ma omicidio preterintenzionale (cioè oltre l’intenzione).

Un caso tragico, ma per fortuna raro. Questo non toglie che la cronaca quotidiana ci fornisca tanti altri esempi, generalmente meno gravi, che ci ripiombano però in una vera e propria giungla d’asfalto. Più elegantemente gli psicologi sociali hanno battezzato il fenomeno come road rage (in italiano rabbia da strada), cioè un particolare stato di aggressività che si riscontra al volante.
Tanto per citare qualche caso, a Trento è stato condannato per omissione di soccorso un automobilista che, in occasione di un incidente con feriti ricollegabile al suo comportamento, dopo essersi fermato per un attimo era poi ripartito a gran velocità per il timore che la lite insorta in seguito al sinistro potesse degenerare in uno scontro fisico rovinoso (Tribunale Trento sentenza 16 maggio 2013). A Milano, è stato condannato per lesioni e danneggiamento aggravato un automobilista che durante una lite per mancato rispetto delle norme sulla circolazione stradale ha preso a calci e pugni non solo il “trasgressore” ma anche la sua auto ed il suo telefonino (Tribunale Milano, Sez. III, sentenza 13 febbraio 2012). Immaginatevi un po’ la scena.

Insomma, dobbiamo concludere che l’automobilista italiano è diventato alquanto aggressivo, senza peraltro considerare che non tutti gli episodi vengono sempre alla ribalta come quelli appena citati. Molti non vengono denunciati e tanto meno finiscono in Tribunale: magari perché il diverbio finisce lì, solo con qualche parola forte o qualche spintone; certe volte l’antagonista spaventato se la dà a gambe; altre volte in una sorta di strana compensazione entrambi i contendenti avendole prese ma anche date se le portano ciascuno a casa propria senza troppo rancore.
Il fenomeno della road rage è stato particolarmente studiato dagli psicologi evoluzionisti USA che hanno messo a fuoco lo schema fondamentale del comportamento tipico. Lo riferisce, sulla rivista Focus (novembre 2013, n. 253) in un articolo significativamente intitolato “Selvaggi di città” la giornalista Raffaella Procenzano. Questo tipo di collera segue uno schema: inizia sempre con insulti, minacce verbali e gestuali spesso enfatizzati da sfanalamento e colpi di clacson. Fortunatamente la rabbia di solito si sfoga e si esaurisce lì: l’auto è un involucro protettivo e, dato che gli esseri umani rifuggono il contatto vis-a-vis con gli sconosciuti, difficilmente gli automobilisti arrabbiati sono propensi a scendere dal veicolo. Ci sono però delle situazioni limite che riguardano la violazione delle norme implicite della convivenza cittadina. Ci si può ad esempio infuriare per un parcheggio rubato perché un simile atto di scortesia viene vissuto come un torto, un’ingiustizia che deve essere prontamente vendicata. Si tratta il più delle volte di una giustizia ripartiva che intende – per le vie brevi – ripristinare l’ordine sociale. Una giustizia fai da te, messa in atto costi quel che costi. E’ proprio così come ci dice la psicologia sociale? Un conto è la riprovazione di un comportamento sgarbato, altro è trascendere in una
violenza ripartiva finché vogliamo, ma inaudita se si considerano i valori in gioco. Fatto sta che secondo gli studi citati oltre il 50% degli automobilisti è stato coinvolto in vita sua almeno in un episodio di road rage ed anche se il 70% di coloro che li hanno provocati si è dichiarato consapevole di aver dato problemi agli altri utenti della strada, solo il 14% ha mostrato una qualche forma di pentimento. Il dato più significativo è un altro: l’86% (quelli cioè che non si sono pentiti) si sono auto assolti con l’alibi del cattivo umore. Come dire che se ho la luna storta sono legittimato a offendere e minacciare o peggio a picchiare l’utente socialmente scorretto. Difficile da comprendere, ma per gli psicologi sociali è proprio così: l’aggressività al volante dipende proprio dal sovraccarico cognitivo, cioè dalla forzata attenzione ai numerosi segnali necessari per guidare, che attivano nel nostro cervello le stesse aree che, atavicamente, si attivavano nelle situazioni in cui si poteva incontrare un predatore in agguato. Un cervello in allarme, insomma, in certe situazioni può dare impulso a reazioni violente.
Sarà andata così nel caso di quell’automobilista fiorentino che in autostrada nel corso di una lite con minacce e lesioni per motivi di viabilità stradale, si era appropriato delle chiavi di avviamento dell’auto del conducente antagonista. Il suo cervello in allarme però gli costò una condanna per violenza privata ai sensi dell’alt 610 del codice penale (Cass. Sez. V pen. 9 luglio 2007, n 36082). Lasciamo proprio stare l’ipotesi nella quale, in zone di mafia, la lite stradale finisce tragicamente solo per la volontà di riaffermare il “prestigio” malavitoso del colpevole (Cass. Sez. V pen, 4 luglio 2003). Sarà per un sovraccarico cognitivo che a Milano (vedi Sent. trib. Milano 18 marzo 2003) nel corso di una lite stradale un automobilista colpito da un calcio che gli ha disarticolato la mascella ha dovuto ricorrere ad un intervento chirurgico correzionale? Certo con queste domande non vogliamo banalizzare, anzi ci sorprendiamo che, secondo gli studi citati, la road rage affligge maggiormente i giovani di sesso maschile che vivono in centri urbani con popolazione superire a diecimila abitanti.
Proprio a proposito di giovani, di recente la Cassazione (Sez. I, pen. sent. 17 aprile 2013, n. 17649) ha confermato la misura cautelare della custodia in Istituto Penitenziario Minorile per omicidio, commesso da un giovane catanese. In questo caso abbiamo addirittura un esempio di lite stradale a effetto ritardato: trascorso qualche giorno da un banale diverbio per motivi di viabilità i protagonisti si sono incrociati di nuovo nella villa comunale ove erano in corso i festeggiamenti del Santo Patrono. Era scoppiata la rissa, erano spuntati fuori i coltelli e uno dei ragazzi colpito all’addome era rimasto ucciso. Di road rage, quindi, si può anche morire, come volevasi dimostrare.

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