Tragedia in Trentino: Nicola Galli Jumping di 37 anni, Precipita da mille metri contro le rocce

L’uomo aveva il brevetto di paracadutismo militare e aveva effettuato già tra i 2.500 e i 3.000 lanci. Ancora da accertare la dinamica dell’incidente.

Ha perso la vita dopo essersi lanciato sulle Pareti Zebrate di Pietramurata, in Trentino, poco dopo le 9 del 1 aprile, il 37enne lucchese Nicola Galli. Il fatto si è verificato attorno alle 9 di sabato mattina: il giovane si trovava in compagnia di un gruppo di amici: dopo il lancio, stando a una prima ricostruzione, avrebbe avuto delle difficoltà a manovrare l’apertura della vela e sarebbe precipitato su una parete rocciosa. Secondo le prime informazioni stava testando una nuova tuta alare.

Sul posto il soccorso alpino e l’elicottero del nucleo provinciale di Trento. Inutilmente, però, vista la dinamica dell’incidente.

Nicola aveva raggiunto la vetta del Monte Brento, insieme ad altri jumper.

La vittima è Nicola Galli, 37 anni di Lucca. Qualche anno dopo, nel 1999, aveva ottenuto la licenza di paracadutismo e nel settembre 2000 aveva conseguito anche il brevetto di paracadutismo militare e quello di ripiegatore di paracadute militare e civile, tra il 2000 e il 2001. Come base jumper, invece, aveva avuto esperienze in Svizzera e Norvegia.

«Un giorno senza rischio è un giorno non vissuto». Nicola Galli, 37enne capannorese, amava sfrecciare come un proiettile nel cielo, una sorta di Icaro o di moderno supereroe. Praticava il base jumping, disciplina adrenalinica che consiste nel lanciarsi nel vuoto da grattacieli, ponti e dirupi con indosso una tuta alare per poi planare in posizione orizzontale su panorami mozzafiato, prima di aprire il paracadute per l’atterraggio. È una questione di secondi, ma in quei pochi attimi ti passa la vita davanti, perché non puoi permetterti errori. Non sempre, però, le cose filano liscio.

Nicola è morto ieri mattina. Fatale è stato il lancio effettuato dal Becco dell’Aquila, promontorio evocativo delle Pareti Zebrate di Pietra murata, sul monte Brento, in Trentino. Stava provando una nuova tuta alare, ma qualcosa è andato storto, il paracadute non si è aperto e l’esito è stato inevitabile.

Una tragedia che ha scosso la lucchesia e il pisano. Nicola era originario di Pieve di Compito: la famiglia in passato commerciava legname, mentre lui era riuscito a trovare un mestiere collegato all’hobby per il volo. Lavorava alla Dbs Avio para service, azienda che si occupa di costruzione, riparazione e commercializzazione di paracaduti. Tra i clienti anche l’esercito. Il padre Pietro scomparso qualche anno fa, la madre casalinga, un fratello più grande con la stessa passione, una sorella più piccola e la fidanzata Beatrice Bellettini, 26enne ponsacchina con cui era andato a vivere da qualche tempo nel pisano: queste erano le figure che popolavano la vita di Nicola. Una vita tutta famiglia, lavoro e volo.

La passione per i lanci nasce in lui prematuramente, forse per spirito di emulazione nei confronti del fratello maggiore Emiliano, anch’egli patito di lanci (attività abbandonata qualche anno fa, dopo un brutto incidente in cui rischiò di perdere una gamba). Il battesimo dell’aria avviene quando Nicola è ancora ragazzino: ad appena 16 anni si butta giù da un aereo all’aeroporto di Tassignano.

Da allora è un continuo saliscendi: nel 1999 la licenza di paracadutismo, poi il servizio militare nei para che gli vale il brevetto di paracadutismo militare. E nel 2002 quello di base jumper. L’aria è il suo elemento e qui fa di tutto: dall’operatore video al freefly, disciplina che consiste nell’assumere posizioni diverse durante la caduta libera. È esperto di una materia immateriale, un gabbiano Jonathan Livingston dalle fattezze umane in cerca del volo perfetto.

A 32 anni ha già collezionato oltre 2.500 lanci in giro per il mondo: dalla Francia alla Florida, passando per Svizzera e Norvegia. Un esploratore del cielo, divenuto istruttore dell’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia, sezione di Viareggio e della Versilia.
Da tempo, però, i lanci dall’aereo con il paracadute non lo attraggono più come prima: preferisce la tuta alare e il base jumping. Sport affascinante, ma rischioso: solo nel 2016 ha fatto una ventina di morti. «È come andare in autostrada contromano – dice un paracadutista esperto – prima o poi ti fai male. Molto male». Punti di vista.

Perché Nicola, pur consapevole dei rischi, non ha paura: «Un giorno senza rischio è un giorno non vissuto». È una frase dell’inno dei vigili del fuoco e lui la posta come citazione preferita della sua pagina Facebook. Da qualche giorno era andato in Trentino: voleva provare una nuova tuta lanciandosi dalla cima del Brento, promontorio che offre una vista mozzafiato e con una “pista dell’aria”, considerata tra le più affascinanti dai base jumper di tutto il mondo.
Nicola conosce quella discesa nel vuoto: sulla sua pagina Facebook ci sono le immagini dei precedenti salti fatti da lì.

Vediamo di capire di cosa si tratta: in pratica, ci si lancia da un’altezza di 1.500 metri a oltre 250 chilometri orari, sorvolando, rocce, alberi e dirupi in direzione del fiume Sarca, il principale affluente del Lago di Garda. L’atterraggio è a circa 200metri sul livello del mare: in pratica si precipita (o si plana) per 700-800 metri in meno di mezzo minuto e poi c’è il momento decisivo: quei 5-6 secondi in cui bisogna azionare il manettino che apre il paracadute. Lì niente deve andare storto, altrimenti si precipita.

Nicola si è già lanciato il venerdì, ma ieri era arrivato di buon mattino per riprovarci con indosso il nuovo vestiario. Una tuta con dimensioni e caratteristiche diverse rispetto a quelle a cui è abituato. E soprattutto con il manettino del paracadute sistemato in una posizione diversa. Sulla cima del monte non è solo: con lui ci sono alcuni amici, tra, cui un altro base jumper del posto, Andrea Angarano.

Sono arrivati in cima con i taxi che dalle prime luci dell’alba prestano servizio per portare appassionati di ogni nazionalità sulla vetta del monte. Il lucchese effettua un primo lancio e tutto va bene: la nuova tuta non dà particolari problemi e così Nicola torna su per un secondo volo. Stavolta, però, accade l’imprevisto: il paracadute non si apre e il 37enne precipita da un’altezza di circa 1.000 metri. L’impatto sulle rocce è fatale. L’allarme scatta alle 9.23 e sul posto accorrono gli uomini del soccorso alpino con due ambulanze e l’elicottero del 118. Tutto inutile. A stilare il verbale sono i carabinieri della stazione di Dro, che ascoltano i testimoni che hanno assistito all’incidente. «Lanciatosi dal Brento, dopo un breve volo non riusciva ad aprire il paracadute impattando contro il suolo», questo il laconico sunto dei militari, che del resto sono abituati a episodi di questo genere: dal 2005 ci sono stati già 18 base jumper morti.

Tre solo nel 2015, e tutti da questa parete. Dopo aver informato il magistrato di turno i carabinieri danno l’ok allo spostamento della salma che viene trasferita alla camera mortuaria del piccolo Comune trentino. Pare che Nicola avesse sul casco una telecamera Go-pro per riprendere la discesa: l’apparecchio è andato completamente distrutto, ma potrebbe aver salvato le immagini sulla memoria interna.
Nel frattempo la notizia della tragedia arriva a Lucca: la madre di Nicola trafitta dal dolore, si chiude in casa mentre alcuni parenti partono alla volta del Garda per riportare la salma dell’uomo verso casa.

In 35 anni oltre 300 jumper morti: solo nell’estate del 2016 hanno perso la vita in 37
NicolaGalli è l’ultimo di un lungo elenco di vite spezzate. Il base jumpingè tra gli sport estremi quello che, negli ultimi anni, conta forse il numero più alto di vittime. In 35 anni i morti sono stati oltre 300. Oltre la metà si è schiantata dopo il 2009. L’anno nero è stato invece il 2016:37 ragazzi uccisi in un’estate, una strage. Ad ottobre del 2016 a perdere la vita è stato un jumper russo, Ratmir Nagimyanov (nella foto) che si è schiantato a Chamonixdurante un lancio con la tuta alare. L’uomo si era lanciato dall’Aiguille du Midi (3.800 metri) sul massiccio del Monte Bianco. Il suo volo era terminato contro una casa nella zona della stazione di Montevers. Un elenco quasi impossibile da ricostruire anche limitandosi ai casi italiani. I morti sono stati 15 solo nell’agosto del 2016. Il 26 agosto a perdere la vita è stato Armin Schmieder, 28 anni, di Merano, si è lanciato con la tuta alare dalla vetta dell’ Alpschelehubel, una montagna sopra Kandersteg nel Cantone di Berna non distante da dove il 18 agosto era morto Uli Emanuele. La tragedia era avvenuta in diretta Facebook, trasmessa live dallo smartphone che Schmieder aveva con sé durante il lancio. Il 22 agosto era stata invece lavolta dell’italo-norvegese Alexander Polli, schiantatosi contro un albero a 1.500 metri di quota sopra Chamonix. Il 13 giugno, nella stessa zona, era morto il 33enne padovano Dario Zanon. Jackson Lee invece, base jumper australiano, si è schiantato lungo le pendici della montagna all’altezza della strada del Ponale. L’atleta si era lanciato fra Cima Capi e cima Giochello e avrebbe dovuto atterrare nella spiaggia dello Sperone, circa 900 metri più in basso, ma anche per lui qualcosa era andato storto.

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