Trans nel reparto maschile del Cie, da otto giorni in sciopero della fame: ‘trasferitemi nel reparto femminile’

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Adriana ha 34 anni ed è brasiliana. A ilfattoquotidiano.it racconta: “Sono arrivata in Italia quando avevo 17 anni. Facevo la cameriera, poi quando ho iniziato il percorso per cambiare sesso ho perso il lavoro”. Scaduto il permesso di soggiorno, è stata trasferita nel centro per l’espulsione dove però vive tra soli uomini. La legale del Movimento identità transessuale Cathy La Torre: “Corre ogni istante evidenti rischi di violenze”

È finita al Cie di Brindisi dopo aver perso il lavoro, e con esso, da tre anni, il permesso di soggiorno. Adriana, trans brasiliana da 17 anni in Italia, è però detenuta nel reparto maschile e ha cominciato da otto giorni lo sciopero della fame per essere trasferita perché teme per la sua incolumità. La sua situazione è stata denunciata dal Mit (movimento identità transessuale) e da Sinistra Italiana che domani presenterà un’interrogazione al governo. «Adriana – spiega Cathy La Torre, legale del Mit e componente della segreteria di Sinistra italiana – è al Cie di Brindisi dal 21 febbraio, e si trova in mezzo a centinaia di uomini, correndo ogni istante evidenti rischi di violenze.

Abita in Puglia ed è stata prelevata da un albergo dove si trovava con il suo fidanzato. Proviene da una zona pericolosa del Brasile, dove ogni anno vengono uccisi 200 trans. Vogliamo che della questione si interessi il ministro della Giustizia e il Dap, perché Adriana passa 23 ore al giorno in cella per proteggersi. Abbiamo scritto al prefetto di Brindisi che ha detto di aver chiesto il suo trasferimento: il problema è che al Cie di Brindisi non esiste un reparto femminile. E non le viene somministrata nemmeno la terapia ormonale, perché non c’è nessuno che può prescrivergliela. Per risolvere questa situazione basterebbe una circolare ministeriale». Nei prossimi giorni, oltre al coinvolgimento del governo con un’interrogazione parlamentale, il Mit farà altre iniziative per chiedere la soluzione della situazione di Adriana e per sensibilizzare le istituzione sul tema. Intanto, non sono mancate le reazioni politiche.

«Quali sono i diritti di una persona trans quando si trova rinchiusa in un luogo di reclusione – scrive Nichi Vendola sul suo blog dell’Huffington Post -, Quanto conta la sua vita, quanto pesa la sua storia, quanto vale la sua dignità? Se ne avessi il potere, vorrei su questo specifico argomento interrogare i ministri competenti, Marco Minniti e Andrea Orlando». Ai due ministri si è rivolta anche il deputato del Pd Elisa Mariano. «Ho appreso con grande inquietudine – scrive Mariano – la notizia della giovane transessuale, Adriana, rinchiusa nel Cie di Brindisi-Restinco dal 21 febbraio, nel reparto maschile a contatto diretto e costante con centinaia di altri uomini, correndo il rischio di essere sottoposta a episodi di violenza. Al fine di garantire ad Adriana il rispetto dei suoi diritti mi attiverò presso il Ministero dell’Interno e l’onorevole Federico Gelli, Presidente della “Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema di accoglienza, di identificazione ed espulsione”, affinché la sua situazione venga presa in carico e gestita in modo da garantire le tutele previste dall’ordinamento italiano nel rispetto dei diritti umani».

Contattata dal sito del Fatto Quotidiano, Adriana dice: «Chiedo alle autorità di muoversi. Mia mamma è a Napoli, la mia vita è qui. Invece da due mesi sono in mezzo a soli uomini. Mi hanno detto ‘t’ammazziamo’. Io dormo sotto le telecamere perché ho paura». «Quando gli animali predatori vanno a caccia, cercano le pecore più deboli nel gregge. Io qui dentro sono la più debole. Sono arrivata in Italia a 17 anni, metà della mia vita l’ho trascorsa tra voi. Sette anni fa ho cominciato il percorso che mi avrebbe fatto diventare donna. Fin quando ero un ragazzo, ho avuto un lavoro. Facevo il cameriere. Quando hanno visto il mio cambiamento, mi hanno licenziato». «Ho chiesto almeno il trasferimento in un luogo dove ci siano altre trans, così da non subire discriminazioni. Richiedo alle autorità di muoversi. Fatemi uscire. Non sono arrivata in Italia da un mese, vivo qui da 17 anni – è il suo appello –, ho versato i contributi per la mia pensione, ho sempre cercato di comportarmi bene. Sospendete questo mio trattenimento. Fatemi firmare quattro, cinque volte al giorno in questura. Ci vado, non c’è problema. Ho una famiglia lì fuori, voglio aspettare l’esame della commissione in libertà».

La doppia sofferenza delle trans in carcere

ROMA – Smeralda non sa chi sia Fabrizio De Andrè e non ha mai visto un film di Almodovar. Eppure la sua storia, come quelle raccontate al cinema o in una canzone, scivola tra ormoni e vomito, sogni e violenze, permessi di soggiorno negati e clienti maneschi, sirene della polizia e prigioni medievali. “In carcere ho scoperto che le gabbie, nel mio caso, erano due: quella con le sbarre e quella col mio corpo”. Gli istituti penitenziari italiani, da alcuni anni a questa parte, hanno provato ad adeguarsi alle misure straordinarie di protezione e sicurezza per i detenuti a rischio. Sezioni separate che ospitano transessuali e omosessuali, ma anche tutti coloro che il resto della popolazione carceraria chiama “gli infami”: agenti delle forze dell’ordine che devono scontate una pena e “sex offenders”, cioè pedofili e condannati per crimini sessuali.

I numeri delle carceri italiane. Il piccolo ghetto dei transessuali, soluzione che mescola emarginazione e salvezza, è stato creato in diverse strutture. A Belluno, nel 2005, le celle che ospitarono per 14 anni il boss di camorra Raffaele Cutolo, furono destinate ai detenuti trans. Ne sono nati altri a San Vittore,  Poggioreale, Rebibbia. Al momento, secondo i  dati ufficiali più recenti forniti dal Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria), le persone transessuali recluse in Italia sono 69, sparse in dieci diverse strutture. Ma molte associazioni vicine al mondo Lgbt denunciano: “Il numero è sicuramente maggiore: questa cifra non tiene conto dei travestiti o di coloro che hanno già fatto l’operazione per il cambio di sesso e sono stati destinati ai reparti femminili”.

Il progetto affossato. Tra la fine del 2008 e l’inizio del 2010 si profilò l’ipotesi di un carcere completamente dedicato ai detenuti transessuali. L’idea era quella di trasformare la casa circondariale del Pozzale, vicino a Empoli, da istituto di pena femminile a penitenziario per trans, molte delle quali sarebbero arrivate dal braccio speciale di carcere Sollicciano a Firenze. Erano previsti corsi di formazione per il personale di custodia, cure ormonali libere e possibilità ricreative precluse in qualsiasi altro posto. I lavori di adeguamento e ristrutturazione erano già in corso ma il ministero della Giustizia, all’epoca presieduto da Angelino Alfano, dopo un primo via libera cambiò parere e bloccò tutto. Pozzale è tornato ad ospitare detenute donne, come in passato. E una circolare del gennaio 2013 firmata dal Dap, prevede la chiusura definitiva dell’istituto in tempi brevi.

La cura ormonale. Quasi tutte le persone trans entrano in carcere per reati collegati allo spaccio di stupefacenti o allo sfruttamento della prostituzione. La maggior parte sono sudamericane prive del permesso di soggiorno. I transgender si ritrovano prigionieri di un sistema legislativo molto confuso. La legge 164, che regola il cambio di sesso, diventa un foglio di carta di poco valore nei penitenziari italiani. Non esiste una normativa a livello nazionale che garantisca le cure ormonali all’interno delle carceri. Essendo una materia sanitaria, la competenza è regionale. Solo Toscana (dal 2010) ed Emilia Romagna hanno firmato dei protocolli di intesa ministeriali dando vita a dei piccoli casi isolati di tutela per le persone transessuali. In queste Regioni il trattamento viene garantito anche all’interno delle strutture penitenziarie ed è pagato dal Sistema sanitario nazionale. Il precursore fu, anche in questo caso, il carcere Baldenich di Belluno. Nel 2007 la direttrice Immacolata Mannarella consentì ai detenuti trans di assumere gratuitamente gli ormoni, a patto che avessero già iniziato il trattamento prima dell’arresto.

Il caso di Terni. Nel resto del sistema carcerario italiano, accedere alla cura ormonale è complicato perché non si possono prescrivere ormoni femminili a pazienti che, almeno secondo la carta d’identità, risultano uomini. La decisione rimbalza tra i direttori e i medici senza una linea guida precisa. Alcune strutture, ad esempio, consentono gli ormoni ma solo se è il detenuto a pagarseli. Nel 2011 ha fatto discutere il caso di una persona transessuale rinchiusa nel carcere di Terni. Il magistrato di sorveglianza di Spoleto stabilì che la Asl doveva pagare le cure ormonali “per garantirne l’integrità psicofisica”. La decisione venne impugnata dall’Azienda sanitaria ma nel luglio 2012 è arrivata la pronuncia della Cassazione che ha valutato inammissibile il ricorso. La questione, puramente burocratica, si basa sui cosiddetti “Lea”: i livelli essenziali di assistenza, il discrimine tra ciò che la Asl paga o meno. Mentre una parte delle istituzioni continua a ritenere le cure ormonali in carcere come un capriccio, le detenute transessuali le reputano invece una necessità fondamentale. “Senza ormoni si assiste a un abbruttimento del proprio corpo”, spiega Porpora Marcasciano, presidente del Movimento identità transessuale. “Ci si lascia andare, subentra la depressione, l’impossibilità di realizzarsi”.

Vita dietro le sbarre.  Chi è stato nel settore G8 a Rebibbia racconta che le transessuali hanno tante limitazioni e pochi diritti. In altri penitenziari, quando mancano le celle, vengono mandate in isolamento. Il modo più disumano per preservarne l’incolumità. Yuri Guaiana, segretario dell’associazione Certi Diritti, ha visitato la sezione protetta del carcere di Poggioreale: “Manca del tutto l’assistenza psicologica e l’amministrazione fornisce solo due rotoli di carta igienica al mese”. Quasi impossibile poi ottenere visite dal partner, visto che il mancato riconoscimento del legame sentimentale non consente di accedere ai colloqui. Un quadro molto lontano dalle realtà francesi. In alcune carceri transalpine, le autorità hanno creato norme ad hoc per i transgender: possono acquistare trucchi, prodotti per la cura del corpo o anche semplicemente biancheria intima femminile.

L’anomalia dei Cie.  Nel quadro detentivo italiano c’è poi l’unicum dei Centri di identificazione ed espulsione, destinati ad accogliere le persone senza permesso di soggiorno. Un gran numero di transessuali straniere passa in queste strutture. Per evitare stupri e altri tipi di abusi si è deciso di creare un reparto separato a loro destinato nel Cie di Milano. “Sappiamo che alcune trans sono state anche nei Cie di Gradisca d’Isonzo a Gorizia e Porta Galeria a Roma”, denuncia però Porpora Marcasciano del Mit. “Nel 2012 in via Corelli sono passate 137 trans e 34 nei primi tre mesi del 2013”, spiega l’avvocato Antonio Rotelli dell’associazione Rete Lenford. Quasi tutte sono viados latinoamericane, bloccate in qualche retata nelle strade della prostituzione. Nella “sezione B” del Cie di Milano la cura ormonale non esiste. “La barba ricresce ed è l’unico segnale del tempo che passa”, racconta Lola, che dopo sei mesi è stata ritenuta “non idonea” alla struttura e rimandata a casa. Qualcuna invece non riesce a sopportare la routine. Come Leona, che il giorno di Natale del 2009, dopo 72 ore in via Corelli, si impiccò alle sbarre della sua cella.

La doppia punizione. Durante la sua esperienza da parlamentare, Vladimir Luxuria visitò diversi carceri, in particolare quelli con apposite sezioni per transessuali: “Nella maggior parte dei casi, scontano una doppia punizione: quella per il reato commesso e quella per il fatto di essere trans”.  Poco prima, nel 2006, radiocarcere.it pubblicò la lettera di una detenuta transessuale: “Il carcere appare subito come l’inferno”, scrisse firmandosi solo con l’iniziale A. “Sono dovuta scendere ancora più in basso di quando facevo la puttana. In cella c’era chi si tagliava le braccia, chi si drogava o chi negli occhi non aveva più la voglia di vivere. La diversità che ti porti appresso è amplificata. Una diversità a cui il carcere non è preparato”. Sono passati 7 anni da quella lettera. Non è cambiato niente.

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