Treviso, massacra l’ex incinta perchè non voleva abortire: arrestato ex fidanzato 19enne

Nella notte di mercoledì è stato ritrovato il corpo senza vita di una giovane donna incinta di 6 mesi, in un fossato in località Manzana nel coneglianese. La vittima è una giovane donna di 21 anni di origine moldava, Irina Bacal, ma residente nel coneglianese ormai da diversi anni, la quale come già anticipato è stata ritrovata senza vita dagli uomini della polizia, indirizzati sul posto proprio da colui che ad oggi risulta indagato ed accusato dell’omicidio della ventunenne. Si tratterebbe di un ragazzo di 19 anni, anche lui di origine moldave e residente nella zona, il quale avrebbe ucciso quella che fino a poco tempo fa era stata la sua fidanzata; la storia sentimentale tra i due pare fosse finita da tempo, il giovane aveva anche trovato una nuova fidanzata, ciò nonostante nell’ultimo periodo aveva ripreso il contatto con l’ex fidanzata la quale proprio ultimamente gli aveva annunciato che era incinta da alcuni mesi e che il figlio era il suo.

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I due ex fidanzati pare si siano incontrati la sera di domenica 19 marzo, giorno della scomparsa della giovane, ed i genitori allarmati per l’improvvisa scomparsa avevano allertato le forze dell’ordine. Avviate immediatamente le indagini e le ricerche della giovane donna senza alcun esito nei  primi giorni,  si è giunti poi al triste epilogo nella notte di mercoledì quando le forze dell’ordine hanno fermato l’ex fidanzato Mihail Savciuc, il quale dopo diverse ore di interrogatorio ha confessato l’omicidio, ed ha portato gli agenti della Squadra Mobile sul luogo del delitto permettendo così di scoprire il corpo della giovane donna scomparsa dalla scorsa domenica.

Secondo quanto emerso dal racconto del giovane diciannovenne, studente dell’Ipsia di Conegliano, sembra che lo stesso non avesse accettato la gravidanza e per questo aveva tentato più volte di convincere Irina ad abortire, non ottenendo alcun risultato perché la ventunenne non aveva intenzione di interrompere la gravidanza perché voleva quel bambino. I due, dunque, pare si siano incontrati domenica sera e dopo un’accesa discussione lui l’avrebbe colpita alla testa ed al volto più volte con un sasso finendo poi per strangolarla; dopo aver compiuto il tragico omicidio, il 19enne avrebbe buttato il corpo senza vita della donna, su un sentiero di campagna vicino ad un fosso sotto un cumulo di foglie e dopo si sarebbe recato presso un compro oro dove sembra abbia venduto i gioielli di lei.

Sembra sia stato proprio questo passo falso, ad aver portato gli investigatori ad incastrarlo ed arrestarlo accusandolo di omicidio. Mihai Savciuc che durante la confessione ha mostrato impassibilità freddezza, è stato accompagnato nella mattinata di ieri nel carcere di Santa Bona a Treviso. La vittima, Irina Bacal, moldava, avrebbe compiuto 21 anni il prossimo agosto. La giovane, in Italia dal 2012 assieme alla madre che fa la badante, abitava a Conegliano.

Ha scoperto che la sua ex ragazza era incinta di sei mesi e che il figlio era suo e allora l’ha uccisa colpendola con un sasso alla testa, lasciando il corpo in un fossato sotto un cumulo di foglie. È successo domenica scorsa in località Manzana, tra Conegliano e Vittorio Veneto, in provincia di Treviso. Mihail Savciuc, 19enne di origini moldave (residente a Godega di Sant’Urbano insieme alla famiglia da diversi anni), è stato fermato dalla polizia con l’accusa di omicidio. È uno studente al quarto anno in una scuola media superiore. Lui stesso martedì ha confessato di aver ucciso durante una lite la sua ex. Poi ha guidato gli investigatori nel bosco dove aveva abbandonato il cadavere.

La vittima, 20 anni, si chiamava Irina Bacal ed era anche lei moldava, ma residente in Italia dal 2012. Lavorava in alcuni hotel vicino a Conegliano, dove abitava. Secondo quanto ricostruito finora, la storia fra la ragazza e il 19enne era finita da tempo e il ragazzo aveva un’altra fidanzata. La giovane negli ultimi tempi aveva però ripreso i contatti con l’ex fidanzato, per annunciargli di aspettare un bambino da lui. Per chiarirsi, i due si sono incontrati la sera di domenica scorsa, quando la lite sulle sorti del bambino è presto degenerata: lui voleva che abortisse, mentre Irina, che condivideva l’appartamento con alcuni connazionali a Conegliano, voleva tenere il bambino e voleva anche che Savciuc si assumesse le sue responsabilità.

Da allora la ragazza era scomparsa, allarmando la madre che ha chiamato le forze dell’ordine. Gli investigatori si sono subito concentrati sul giovane, l’ultimo a vedere la 20enne. Dopo il delitto, Mihail ha venduto i gioielli di Irina in un ComproOro spendendo poi gli ottanta euro ricavati al videopoker. Proprio questo, però, ha portato gli investigatori a incastrarlo: il negoziante, che aveva regolarmente registrato le generalità dell’acquirente, ha riconosciuto gli oggetti nelle fotografie della ragazza fornite dalla madre. Mihail Savciuc, che durante la confessione resa martedì ha mostrato impassibilità freddezza, è stato accompagnato ieri mattina nel carcere di Santa Bona a Treviso.

Non voleva che partorisse. Non accettava la paternità di quel bimbo che sarebbe nato a giugno. Rifiutava che l’ex fidanzata aspettasse un figlio da lui e dopo l’ennesima discussione su quella maternità che lei coltivava con amore e lui invece respingeva l’ha aggredita alle spalle spaccandole la testa con un sasso, soffocandola e seppellendone il corpo tra le foglie del campo in cui altre volte si erano baciati. L’omicidio.Lei si chiamava Irina Bacal, aveva vent’anni appena. Il bimbo che portava in grembo sei mesi e non ancora un nome.

L’assassino di entrambi invece Mihail Savciuc, 19enne ma capace di una crudeltà e freddezza da adulto. Entrambi erano di origini moldave, ma entrambi vivevano nel Coneglianese da anni frequentando scuole, locali, piazze con tanti altri coetanei. Si erano amati e poi lasciati. Ma continuavano a vedersi, sentirsi, chiamarsi. Lei aspettava un figlio da lui, lo avevano concepito a settembre, prima che la storia finisse. E lui non lo voleva, né voleva che lei lo tenesse, così non ha avuto scrupoli nel colpirla più e più volte con quella pietra raccolta da terra tra i boschi di Formeniga, in via Manzana (località Pont dell’Orba) dove l’aveva accompagnata domenica sera per «un chiarimento». Le ha spaccato la testa, poi ha infierito ancora, e quando l’ha vista a terra agonizzante non ha provato alcun rimorso strozzandola e strappandole la collana. Poi è tornato a casa.

Gelido, egoista. Mihail pensava di aver compiuto il delitto perfetto, di essere inattaccabile. Un delirio di onnipotenza che alla fine ha rivelato la sua superficialità di adolescente. A tradire Mihail sono stati infatti proprio i gioielli che aveva strappato dal corpo senza vita di Irina: lunedì mattina, a poche ore dall’omicidio, li ha piazzati al primo “Compro oro” disponibile a Conegliano per guadagnare poco meno di 100 euro con cui gonfiarsi il portafogli, giocare alle slot. E così facendo ha lasciato una traccia inequivocabile. Gli agenti della polizia di Conegliano avevano iniziato ad indagare su una giovane ragazza scomparsa martedì quando la madre di Irina, nata in Moldavia e residente a Conegliano in via Martiri in un appartamento condiviso con altre persone, ha denunciato la scomparsa della figlia. Pensavano ad un allontanamento volontario; hanno svelato un orrore.

Le prove. Gli agenti hanno setacciato l’hotel dove la ragazza lavorava, le amiche, i suoi luoghi. Poi l’intuizione li ha condotti verso i piccoli gioielli indicati con tanta chiarezza dalla madre. Potevano essere stati venduti dalla ragazza stessa per pagarsi qualcosa, e infatti li hanno intercettati sul banco di un negozio di Conegliano. A portarli però era stato un ragazzo.
Lui era a scuola. Arrivare a Mihail è stata questione di logica e filmati di videocamere. Il diciannovenne, anche lui di origine moldava e residente con la famiglia a Godega Sant’Urbano, è stato fermato mercoledì dopo la scuola. Studente all’Ipsia Pittoni di Conegliano, dopo il delitto aveva continuato a frequentare le lezioni come se nulla fosse, assassino tra i ragazzi. Quando si è trovato davanti gli agenti li ha seguiti, tranquillo. «Irina? Non so». Ci sono volute quasi otto ore di interrogatorio al Commissariato per farlo cedere. Ha fatto muro anche davanti ai gioielli ritrovati dalla polizia, ma dopo essere caduto nell’ennesima incongruenza e guardando i familiari che gli chiedevano di parlare ha ceduto: «L’ho ammazzata». Confessione. Mi ha il ha ricostruito l’accaduto. Lui e Irina si erano sentiti via chat venerdì. La ragazza era appena tornata da alcuni giorni in Moldavia e lo aveva contattato: «Ti devo parlare». Si erano visti sabato, poi domenica. Lui era andato a prenderla dopo cena e l’aveva portata nei campi presso via Manzana. Lì la discussione sulla maternità è presto degenerata nella rabbia più cieca. «L’ho colpita con un sasso, più volte, poi l’ho soffocata» avrebbe ammesso il giovane ai poliziotti guidandoli poi sul luogo dove aveva occultato il cadavere. Il corpo era lì, sotto terra, foglie e rami. Il cellulare sparito, forse eliminato anch’esso. Davanti al sostituto procuratore ha ripercorso tutto l’omicidio senza indugi o pianti. L’hanno portato in carcere a Treviso con l’accusa di omicidio all’alba di ieri. In testa sempre il berretto rosso da baseball messo al contrario, come tutti i giorni.

Otto ore di interrogatorio il crollo davanti alla sorella «Mihail, cosa hai fatto?» Ha negato e rinnegato per ore. Con il distacco di chi non prova alcun dolore, alcuna sensazione, soprattutto nessun rimpianto. A far crollare la sua maschera di indifferenza è stata la voce della sorella maggiore, entrata dopo ore di interrogatorio nella stanza dove Mihail Savciuc era chiuso dal primo pomeriggio, sottoposto alle continue domande degli investigatori sicuri che avesse qualcosa da nascondere.

È arrivata in commissariato con gli agenti, seguita dalla madre con il volto rigato di lacrime e pietrificato dallo choc. Lei per Mihail era una sorta di seconda madre, lo seguiva, lo consigliava, lo proteggeva. Chissà se aveva visto nei suoi occhi il pericolo di un gesto folle, l’insidia di chi pare superiore a tutto. Anche lei come tutti i parenti di Irina, madre compresa, non sapeva che la ragazza fosse incinta. E tantomeno sapeva che Mihail potesse essere il futuro padre. Quando è entrata nella stanza dove il 19enne era sotto interrogatorio ha fatto quello che farebbe una sorella, si è avvicinato alla sedia e l’ha abbracciato. Poi, nel silenzio, gli ha fatto la domanda più dolorosa e sincera: «Mihail, che cosa hai fatto?».
Lui ha reagito con la stessa freddezza che aveva manifestato verso gli agenti fino a poco prima, ma quel contatto familiare, umano, dolorosamente caldo ha creato una crepa nella sua diga di silenzio. «Se hai fatto qualcosa lo devi dire, Mihail, e lo devi dire adesso» ha continuato la sorella tenendogli sempre un braccio sulle spalle.

Un’altra dolce picconata, e la crepa è diventata una frattura. «Mihail, parla per piacere, parla». E la frattura si è fatta crollo. Quando il giovane ha iniziato a raccontare tutto quello che era accaduto domenica sera la sorella non ha smesso di tenerlo stretto, non ha lasciato l’abbraccio, ma lui non ha mai ricambiato. È rimasto sempre immobile, fermo, con le braccia lungo il corpo, freddo nel resoconto, ma freddo anche nei riguardi dei familiari a cui crollava il mondo ad dosso. Mihail era incensurato, studente, lavorava in un pizzeria alcune serate e passava le altre con gli amici. Pare avesse anche una nuova frequentazione a scuola. Come Irina pare non avesse vicino a sè una figura paterna, di certo non aveva un senso del limite.
Finito di raccontare quanto era successo i poliziotti lo hanno portato in auto e si sono fatti guidare fino a via Manzana. In commissariato paralizzata dallo choc, la sorella ha cercato di riprendere le forze per tornare a casa.

Poco dopo in quelle stesse stanze sarebbero arrivati il sostituto procuratore De Donà per formalizzare lo stato di fermo con l’accusa di omicidio, ma anche la madre di Irina. Lei e Mihail non si sono mai incrociati, ma forse il ragazzo ha sentito le grida delle donna quando le hanno spiegato cosa era successo a sua figlia quattro giorni prima.
I corridoi del commissariato hanno fato eco alle urla di dolore di una madre a cui viene uccisa una figlia, anzi peggio: una famiglia. Irina l’aveva seguita in Italia lasciando la sorella in Moldavia ed ora stava per diventare madre a sua volta regalandole un nipotino o una nipotina. Lei l’ha saputo nell’esatto momento in cui le hanno detto che erano entrambi morti. Irina celava la sua maternità a tutti.

Divisi da quel bambino un segreto di sei mesi

In un giorno di inizio primavera, due anni fa, si erano fidanzati. Il primo bacio, l’immancabile post su Facebook, i cuo- ricini e i messaggi senza sosta su Whatsapp: era il 29 marzo 2015, domenica. Nell’ultimo giorno d’inverno del 2017, ancora una domenica, lui trascina lei tra le colline di Manza- na, dove hanno camminato mano per mano da fidanzati in tante belle giornate, la tramortisce con un colpo alla testa, la soffoca, la lascia lì, esanime, per tre giorni. Un amore criminale che si era già interrotto sei mesi fa, a settembre, e che entrambi avevano provato in ogni modo a rimuovere. Lei, Irina, vent’anni appena, rifiutandosi di parlarne. Lui, Mihail, 19enne, iniziando una nuova storia con una compagna di scuola. Quello che non potevano cancellare era il bambino che da sei mesi cresceva nella pancia di lei. E che Mihail, il papà, non voleva.

Il segreto di Irina. Che fosse incinta, Irina non lo aveva confidato a nessuno. Nemmeno, in un certo senso, a se stessa, con i selfie, decine di selfie, pubblicati online, sempre con un’insospettabile pancia piatta, il trucco generoso, le sopracciglia tatuate. «Non ci ha mai detto niente del bambino, e mai niente di Mihail», raccontava ieri un vicino di casa, che con Irina e la mamma di lei, Galea, condivideva lo stesso condominio di via Martiri della Libertà a Conegliano. Era tornata dalla Moldavia venerdì: «Ci aveva detto che doveva prendere alcuni documenti», raccontano ancora i vicini, ma pare che fosse tornata nel suo Paese per decidere se abortire o meno. Scegliendo, alla fine, di tenere il bambino.

La furia di Mihail. Dell’uomo che aveva amato e che l’avrebbe uccisa, Irina non faceva cenno. L’ex fidanzato aveva rifiutato fin da subito il bambino. Dovrà chiarire i dettagli agli investigatori, ma anche le tempistiche della storia lo dicono chiaramente: i due si lasciano a settembre, il mese in cui lei scopre di essere incinta. E si confida con il papà del bambino.
Due famiglie integrate.
Non erano due famiglie disperate, o in condizioni di disagio sociale, quelle dei due ex amanti. «Lei faceva la barista da noi, lavorava con i voucher, quando c’erano molte persone ci aiutava a preparare la colazione, ma della sua situazione non parlava» raccontano dall’hotel Città di Conegliano, dove Irina ha lavorato per l’ultima volta un mese fa. Era in Italia da circa tre anni, la ventenne che a giugno sarebbe diventata mamma: prima aveva studiato per diventare parrucchiera in Moldavia, vicino a Chisinau (la capitale e città di provenienza anche di Mihail).

In Italia aveva frequentato l’Enaip di Parè per un anno, e ora studiava per prendere la patente. La mamma, Galea, è assistente domiciliare a Conegliano e dintorni. Mihail studiava all’Ipsia di Conegliano, al quarto anno. Berretto rosso da baseball sempre in testa, fisico curatissimo. Qualche soldo messo da parte con il lavoro saltuario di pizzaiolo, e con le mance di amici e parenti che accompagnava, in auto, in Moldavia. Un contesto familiare un po’ più complicato: il papà ammalato dopo aver lavorato in fabbrica in Moldavia, la sorella diventata mamma molto giovane e rimasta senza il compagno, morto in un incidente stradale. A scuola, però, se la cavava bene.

Un amore da adolescenti. La loro storia è durata un anno e mezzo. Una passione diffusa sulla piazza virtuale dei social, com’è prassi per due ventenni, con i baci e i selfie in spiaggia. Frequentavano i locali che a Conegliano, fino a una decina di anni fa, si diceva essere il luogo di ritrovo dei “centrini”: «Lui lo vedevamo spesso, e con lei non si fermava al Biscione, andava più spesso al bar Padova, in centro» ha raccontato ieri, alla stazione delle corriere di Conegliano, chi lo conosce. La fiamma della passione fra Irina e Mihail è bruciata in fretta, e a mettere la parola “fine” alla storia sono state, ancora una volta, le parole (da brividi, a rileggerle oggi) pubblicate sui social da Mihail il 25 settembre scorso, subito dopo la rottura: «Dimentica gli errori del passato, dimentica i fallimenti, dimentica tutto e fai quello che devi fare ora, per rimediare e farti perdonare dalle persone che hai fatto soffrire».
«Addio per sempre cuccio- la». La notizia dell’agghiacciante epilogo della storia è corsa sulle chat degli amici già da giovedì mattina. Il cugino di Irina l’ha salutata con un messaggio pubblico sul suo profilo online, chiamandola “cucciola”. Nessuno dice di aver mai notato segnali di una tragedia imminente. «Sapevamo che aveva parlato con Mihail venerdì, al telefono, appena tornata», raccontano ancora i vicini di casa, «e che domenica era uscita con lui dopo aver fatto jogging. Ma non abbiamo mai collegato a questo la sua sparizione: per lei era come se lui non esistesse».

Si era fatta bella per l’ultimo incontro

Si erano lasciati da mesi, ma si sentivano ancora, Irina e Mihail. Lei era tornata venerdì a Conegliano, dopo aver trascorso due settimane in Moldavia. Nella stessa giornata, appena arrivata, si era sentita con il suo ex. Si sono chiamati al telefono, scambiati dei messaggi. Si sono dati appuntamento per incontrarsi domenica, Mihail le aveva chiesto di parlare. «Domenica l’abbiamo vista per l’ultima volta verso le 14», raccontano gli amici che abitano con lei, in una palazzina di via Martiri della Libertà, una stradina tra via Filzi e via Matteotti. Nel pomeriggio Irina è andata a fare jogging.

Gli amici le hanno chiesto se andava a bere un aperitivo, ma la giovane ha preferito andare a correre e sapeva che poi aveva appuntamento con il suo ex. Tornata dalla corsa, Irina ha fatto il bagno, si è preparata e truccata, per quello che doveva essere un incontro galante. Invece si è rivelato un appuntamento con il suo carnefice. Lui è andata a prenderla sotto casa, aspettando che scendesse, e da domenica sera di Irina si erano perse le tracce. «Non l’abbiamo più vista, il cellulare era spento – spiegano gli amici-, ci siamo preoccupati». Ad avvisare la polizia della sua sparizione è però stata la mamma Galia. Il resto è la terribile cronaca di ieri: un femminicio.

Irina Bacal era cresciuta in un paesino di dodicimila abitanti nel sud della Moldavia, Cimislia. Ma si era trasferita nella capitale Chisinau, dove la famiglia aveva preso un appartamento. Aveva studiato nel suo paese d’origine e anche a Conegliano in una scuola professionale per fare la parrucchiera. Poi aveva trovato un’occupazione come barista. La giovane da qualche anno abitava in Italia, seguendo la madre che aveva trovato lavoro a Conegliano come badante, nel quartiere di Lourdes, dove fino ad un anno e mezzo fa aveva accudito una novantenne. Anche Irina formalmente aveva la residenza in via Lourdes, ma lì non ha mai abitato. «Qui l’abbiamo vista solo un paio di volte in due anni», spiegano i residenti di via Lourdes. Di Irina rimangono gli ultimi momenti felici di una ragazza spensierata, il selfie con il nipotino che era andato a trovare nelle scorse settimane in cui era ritornata in Moldovia, l’ultimo suo scatto domenica mattina. Aveva un doppio profilo su Facebook. Uno di lei da adolescente, dove risulta “fidanzata ufficialmente” con Mihail. Uno più recente, con tante frasi ad effetto a corredo delle sue foto. «Per conoscermi, devi capire tre cose: I miei silenzi, i miei occhi e le parole che non dico», aveva scritto a commento di un selfie a fine febbraio. La ventenne non aveva confessato a nessuno che era incinta.

A scuola dopo il delitto il killer bravo studente

Mentre la ragazza che gli stava per dare un figlio giaceva ormai priva di vita in aperta campagna, massacrata, gettata tra gli alberi come un sacco di rifiuti di cui disfarsi, lui, l’aguzzino, continuava la sua vita come se niente fosse. Il killer con la routine da studente. Assassino domenica sera, studente (modello, a quanto pare) lunedì, martedì, mercoledì all’Ipsia “Pittoni” di Conegliano. Una scuola che da ieri, giorno della scoperta dell’efferato delitto, è sotto choc, e non potrebbe essere altrimenti: sia per il fatto in sé, sia per la gelida freddezza con cui Mihail ha trascorso le successive 72 ore prima dell’arresto tra libri, zaini, interrogazioni, risate con i compagni di classe.

La notizia si è diffusa al termine delle lezioni, ieri verso l’una. Mihail era assente, nessuno sapeva perché. Poi le chat fra gli oltre 400 studenti dell’istituto hanno iniziato a divulgare la più spaventosa delle verità. Il preside dell’Ipsia (e dell’Itis “Galilei”) oltre a un dolore fortissimo prova un pesante senso di frustrazione. L’8 marzo, giorno della Festa delle Donne, aveva distribuito nelle classi una circolare sul rispetto verso le persone dell’altro sesso: «L’8 marzo deve essere una giornata del ricordo per non perdere di vista la stra Mihail
Savciuc da percorsa dalle donne negli ultimi decenni, e trovare le energie per affrontare tanti problemi aperti come il femminicidio, le discriminazioni, lo sfruttamento del corpo». Infine il preside aveva augurato «una buona giornata a tutte le donne dell’istituto». L’avevano letta i docenti, ne avevano discusso gli studenti. Ne discuteranno ancora, di quel tema, anche se partendo da presupposti assai diversi: non più la ricorrenza, ma la spaventosa realtà scritta dal loro ex compagno di banco.

«Siamo davanti a un problema che non colpisce soltanto la nostra scuola, ma l’intera società», spiega il preside Amato, «per questo nei prossimi giorni sarà necessario parlare con gli studenti, spiegare a loro cos’è successo, riflettere sul femminicidio. Siamo di fronte a ragazzi giovanissimi, questi episodi vanno spiegati con tutte le cautele del caso». Per difendersi dall’assalto dei cronisti ieri l’Ipsia è stata, di fatto, blindata, con i professori ad accompagnare gli alunni all’uscita: qualcuno non sapeva ancora nulla, altri immaginavano. Tra loro ci sarebbe anche la nuova fidanzatina di Mihail.

La scuola non ha colpe, ma resta lo choc di sapere di aver avuto come compagno di classe, come alunno, come amico, per tre giorni, un assassino. «Dopo aver saputo dell’accaduto, ho telefonato subito ad alcuni docenti: mi hanno detto che in questi tre giorni Mihail non aveva niente di strano, era come se niente fosse successo», spiega ancora il preside, «anzi, mi hanno assicurato che era un bravo studente, non aveva mai mostrato segnali di violenza. Ora dobbiamo reagire tutti, e parlarci. Perché è toccato alla nostra scuola, ma è nella comunità che dobbiamo trovare le risposte». Una delegazione di studenti dell’Itis e dell’Ipsia dovrebbe partecipare, inoltre, ai funerali di Irina, quando saranno fissati. Lipsia “Pittoni” si trova suo malgrado al centro di una tragica vicenda, nonostante gli sforzi messi in atto, soprattutto negli ultimi tempi, in tema di integrazione. Lo stesso Mihail veniva descritto come perfettamente integrato nella comunità. A dicembre, la scuola era stata premiata per aver costruito il presepe più bello della città di Conegliano: «Avevano collaborato tutti, anche gli studenti di altre confessioni religiose. Sono ragazzi che possono dare tanto, se presi nel verso giusto».

«Consumato l’ennesimo caso di femminicidio: una giovane donna moldava sarebbe stata strangolata e uccisa dall’ex fidanzato. Le donne che denunciano le violenze subite non possono essere lasciate in un limbo in cui tutto può accadere: vanno protette.

Ecco perch l’Udc insiste sulla necessità di sostenere i centri antiviolenza». Lo afferma il senatore Udc Antonio De Poli commentando la notizia della ventunenne strangolata e uccisa dall’ex a Treviso.

«Si tratta di una questione fondamentale – rileva – tanto pi alla luce di dati che, in Italia, parlano di un femminicidio ogni tre giorni, nel 70% dei casi all’interno delle mura domestiche». Per De Poli importante che, «come ha annunciato il ministro Poletti venerdi scorso, il Governo abbia fatto marcia indietro sui tagli al Fondo per le politiche sociali (che include i fondi per i centri antiviolenza ndr) accogliendo la richiesta delle Regioni».

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