Treviso shock, infermiera fingeva di vaccinare buttava le fiale. Il ministro Lorenzin: 500 a rischio

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Faceva finta di vaccinare i piccoli pazienti nel consultorio della Asl2 di Treviso, invece buttava il medicinale senza utilizzarlo e registrava paziente come vaccinato. Un’infermiera è stata smascherata dopo alcune segnalazioni da parte dei suoi colleghi, insospettiti particolarmente dal fatto che i piccoli pazienti non piangevano mai. Dopo le denunce, di giugno del 2016, in asse di Treviso coordinati dalla procura apre un’indagine investigativa, terminata con l’archiviazione disposto dal gip, “per mancanza di altri elementi a carico”.

Un’infermiera dell’Asl numero 2 di Treviso è finita al centro di un provvedimento disciplinare in quanto fingeva di fare i vaccini ma in realtà buttava via le fiale. La pratica dell’ infermiera sarebbe andata avanti per diversi mesi e nello specifico dal mese di febbraio fino a quello di giugno dello scorso anno; a sorprendere la condotta dell’infermiera pare siano stati alcuni colleghi, insospettiti dal fatto che i bambini durante le vaccinazioni non piangessero e dunque, scoperto il vero motivo hanno deciso di denunciare la donna.

Sul caso avevano indagato i Nas e la Procura di Treviso, ma vi era stata inizialmente una prima archiviazione; ora i magistrati stanno valutando se riaprire un fascicolo e intanto l’azienda sanitaria ha dovuto richiamare circa 500 pazienti al fine di completare le procedure di vaccinazione. “È un fatto talmente increscioso che ha dell’incredibile. Ritengo che sia stato fatto un danno enorme a questi bambini, che adesso dovranno fare i vaccini, e che comunque sono stati sottoposti a rischio”, è questo quanto dichiarato dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin venuta a conoscenza dell’incredibile vicenda avvenuta a Treviso.

Secondo quanto riferito dalle prime indiscrezioni sembra che i primi sospetti sull’ infermiera siano sorti nel giugno del 2016, in quanto come già abbiamo anticipato, durante le sedute di vaccinazione i bambini non emettevano alcun pianto, comportamento che ha insospettito alcuni colleghi, i quali nel corso delle successive vaccinazioni hanno sorpreso la donna gettare le fiale e non praticare l’ iniezione.

L’infermiera pare avesse vaccinato soltanto per tre mesi e poi era stata trasferita ad un altro incarico; nei primi giorni dello scorso mese di marzo, il gip del Tribunale di Treviso su richiesta del pm, aveva archiviato il caso in assenza di ulteriori elementi a carico, ma l’azienda sanitaria a quel punto ha avviato le proprie indagini e come già anticipato, ha richiamato circa 500 pazienti campione per accertamenti, e da questi è emerso che effettivamente molto dei bambini vaccinati dall’infermiera, non avevano sviluppato gli anticorpi.

In seguito a tale accertamento sarebbe partita una nuova denuncia alla Procura.”Faremo tutte le valutazioni e gli approfonditi accertamenti e arriveremo ad applicare una sanzione che potrebbe anche essere, come limite estremo, il licenziamento”, è questo quanto dichiarato dal direttore generale dell’Asl e Francesco Benazzi. “A noi interessa la salute dei cittadini e assicurare quei servizi della cui erogazione siamo incaricati.In questo frangente, il sistema ha dimostrato di essere all’altezza e un un’operatrice, infatti, può essere venuta meno ai suoi compiti, il fatto non – passato inosservato ai colleghi che subito se ne sono accorti e hanno attivato tempestivamente tutti quei percorsi a garanzia dei cittadini e dell’azienda. Ringrazio di cuore loro per la professionalità e la coscienziosità”, ha aggiunto Benazzi.

Non ha ancora spiegato perché l’abbia fatto, perché abbia finto di vaccinare quasi cinquecento bambini in tre mesi, gettando le siringhe con il siero anziché somministrarlo ai pazienti. Non l’ha spiegato all’Usl 2 che ha avviato un procedimento disciplinare nei suoi confronti e segnalata alla procura, ma adesso è questa la domanda che tutti si fanno. Di questi tempi il sospetto che si tratti di un boicottaggio ideologico è forte e solo ulteriori verifiche sveleranno cosa si cela dietro questa vicenda incredibile ma spaventosamente vera, che fa montare la preoccupazione nelle famiglie e che ha già generato un continuo squillare dei telefoni al dipartimento di prevenzione della Madonnina.

È stato il direttore generale dell’Usl provinciale di Treviso, Francesco Benazzi, a portare alla luce l’episodio che ha costretto l’azienda sanitaria a prevedere quattro giornate straordinarie di vaccinazione per i soggetti privi della protezione che erano convinti avere già ricevuto; 100 bambini completamente scoperti saranno chiamati per primi. L’infermiera infedele – per la precisione si tratta di un’assistente sanitaria – è arrivata a Treviso a gennaio dello scorso anno, assegnata alla campagna vaccinale alla Madonnina. A giugno 2016 due colleghe avevano manifestato dei sospetti al direttore del dipartimento Giovanni Gallo: i bambini a cui faceva le iniezioni non piangevano mai. Un paio di casi possono capitare ma non può succedere sempre. Così avevano controllato i contenitori e le siringhe risultavano piene: avvicinava l’ago alla pelle ma non somministrava il vaccino. I dirigenti l’avevano spostata d’incarico segnalando il caso all’autorità giudiziaria che però aveva archiviato per «assenza di elementi».

Il sospetto, però, rimaneva, così Gallo ha avviato un’indagine interna, chiusasi il 10 aprile. Il dipartimento ha contattato alcuni pazienti campione, 25 vaccinati dalla dipendente infedele e 22 da altre operatrici per valutazioni sierologiche. In 21 casi i bambini vaccinati dalla prima non avevano sviluppato gli anticorpi, in 2 casi l’avevano fatto parzialmente; per i pazienti delle colleghe invece i test erano tutti positivi. Era la prova mancante. La donna è ancora in servizio (non può essere sospesa fino al termine del procedimento disciplinare) ma in un altro settore; l’Usl 2 l’ha segnalata per violazione dei doveri professionali e degli obblighi assistenziali: rischia la sospensione e il licenziamento e l’azienda non esclude di chiedere il risarcimento per danni d’immagine. Sul caso è intervenuta anche il ministro della Salute Beatrice Lorenzin: «È un fatto talmente increscioso che ha dell’incredibile, ritengo che sia stato fatto un danno enorme a questi bambini che adesso dovranno fare i vaccini e che comunque sono stati sottoposti a rischio. Ovviamente l’autorità giudiziaria farà il suo corso».
L’assistente effettuava sia vaccini e richiami (tetano, difterite, pertosse) che tetravalenti; nel primo caso la donna aveva mancato una delle tre somministrazioni; nel caso delle tetravalenti (parotite, rosolia, morbillo, varicella) il vaccino risulta totalmente assente, ma sono casi meno numerosi. Le 500 famiglie sono state contattate con una lettera e riconvocate per completare il ciclo. «Ci scusiamo per questo disagio» afferma Benazzi.

Le giornate vaccinali straordinarie sono previste il 24 e 28 aprile, 2 e 6 maggio sempre alla Madonnina. «Dobbiamo ringraziare le due assistenti sanitarie accortesi della collega infedele – chiude il dg – e hanno attivato subito i percorsi a garanzia di cittadini e azienda. La mia prima reazione è stata di sconforto, siamo basiti che una persona che sceglie questa professione non somministri le dosi. Non può essere stato un errore, era un gesto volontario visto il numero dei bambini coinvolti. Il calendario vaccinale per fortuna è molto ravvicinato, i pazienti non corrono rischi, per la maggior parte sono parzialmente vaccinati, tutti saranno richiamati». Ogni anno a Treviso sono 80 mila i vaccini somministrati: 500 mancanze sono un numero elevato per il rischio corso ma proporzionalmente limitato. Ieri sera l’Usl ha convocato il personale prevedendo da oggi centinaia di telefonate di genitori in ansia, ma l’onda d’urto era già arrivata nel pomeriggio dopo le prime notizie uscite on line. Le operatrici della Madonnina sono state formate sulle risposte da fornire alle famiglie. Ma c’è un’altra incognita: l’assistente sanitaria prima di entrare in servizio a Treviso era dipendente di un’altra Usl veneta. Che verrà contattata.

Un anno fa la procura decise di archiviare tutto «Non c’erano elementi vedremo se riaprire il caso»

«La denuncia arrivata in procura non è stata ritenuta dal magistrato corredata di elementi oggettivi per poter procedere. Per questo è stata chiesta l’archiviazione del procedimento, condivisa dal gip. Punto». Poche parole quelle del procuratore Michele Dalla Costa per spiegare perché, la procura di Treviso ha ritenuto di non procedere nei confronti
dell’assistente sanitaria dopo la prima denuncia dell’Usl 2 Marca Trevigiana, risalente al giugno del 2016.

Una decisione che lascia perplessi, alla luce dei 500 bambini che non sarebbero stati vaccinati dalla donna e del fatto che l’azienda sanitaria ha deciso di procedere con una nuova segnalazione. Ma il procuratore di Treviso precisa:«Forse la prima denuncia era carente. E’ arrivata in procura tramite i carabinieri dei Nas ma prospettava pochi casi, di una o due fiale ritrovate con il siero. E non c’erano gli elementi per collegare, con certezza, le fiale proprio a quell’assistente sanitaria. A quel punto non c’erano quindi elementi a carico che consentissero di procedere con l’inchiesta e il gip ha condiviso la decisione della procura e ha archiviato».

Adesso, però, sul tavolo del sostituto procuratore Barbara Sabattini, la stessa che ha chiesto l’archiviazione della prima inchiesta, è arrivata la nuova denuncia dell’azienda sanitaria: «L’Usl dice di aver appurato che ci sono bambini non vaccinati – conclude Dalla Costa -, e ci ha fornito la documentazione. La valuteremo e decideremo come procedere». La procura, può procedere d’ufficio con la riapertura delle indagini solo se nel nuovo esposto, arrivato direttamente negli uffici al terzo piano del palazzo di giustizia, ci dovessero essere nuovi elementi rispetto al precedente. Nel caso contrario, e cioè se le contestazioni fossero le stesse, sarebbe necessario chiedere al gip l’autorizzazione a riaprirle.

Ma intanto la polemica dilaga, anche su Facebook dove il sindacalista della Cgil ed ex consigliere regionale Nicola Atalmi commenta: «La Procura di Treviso deve avere un archivio molto capiente con tutte le indagini che ogni volta archivia: dagli incendi urbanistici all’assistente sanitaria dal vaccino immaginario».

La dipendente (già trasferita) buttava le fiale dopo aver registrato la prestazione sui bambini Inchiesta interna dell’ Ulss di Treviso e segnalazione alla Procura: 500 i pazienti richiamati

Per quasi quattro mesi ha fatto finta di vaccinare i bambini. Faceva la puntura, ma senza iniettare nulla. E alla fine gettava il contenuto delle fiale. È l’incredibile comportamento tenuto da un’assistente sanitaria che è rimasta in servizio al centro per i vaccini di Treviso dalla fine di gennaio all’inizio di giugno del 2016. Prima aveva lavorato in altri ospedali in Friuli. Adesso bisognerà verificare la sua condotta anche in queste strutture.
L’Usl della Marca si è accorta di quanto stava succedendo grazie alla segnalazione di due sue colleghe che si sono insospettite del fatto che i bambini vaccinati dall’assistente in questione non versavano una lacrima. E ora l’azienda sanitaria è costretta a richiamare oltre 500 neonati che, nonostante l’iniezione, non sono stati protetti in particolare contro morbillo, parotite, rosolia e varicella. L’Usl è corsa ai ripari organizzando quattro sedute vaccinali straordinarie: il 24 e il 28 aprile e il 2 e i 6 maggio.

Già lo scorso giugno l’azienda sanitaria ha spostato l’operatrice, che ora lavora allo Spisal. Ed è stato aperto un procedimento disciplinare a suo carico: rischia il licenziamento. Si deciderà tra un paio di mesi. Allo stesso tempo è partita una segnalazione alla Procura. «Non possiamo che scusarci per quanto accaduto. Ma il sistema ha anche dimostrato di funzionare facendo emergere il caso – spiega Francesco Benazzi, direttore generale dell’Usl – dopo i sospetti, abbiamo fatto accertamenti seriologici sullo sviluppo degli anticorpi su dei bambini presi a campione. Questi non mentono: la scienza ci ha detto in modo incontrovertibile che l’assistente sanitaria non aveva eseguito i vaccini».

I risultati sono stati netti: su 25 bambini vaccinati dalla donna, 21 sono risultati totalmente negativi. Mentre altri 22 bambini vaccinati da altre operatrici sono risultati tutti positivi. Così i dubbi sono diventati certezze. Perché questo comportamento? Per negligenza? Per motivazioni legate a un’adesione a ideologie antivaccini? Lei non l’ha spiegato. Ma c’è anche l’ipotesi di problemi di equilibrio a livello psichico. Sul caso è intervenuta Beatrice Lorenzin. «È un fatto talmente increscioso che ha dell’incredibile – dice il ministro della Salute – ritengo sia stato fatto un danno enorme a questi bambini che adesso dovranno fare i vaccini e che comunque sono stati sottoposti a rischio». Durissima la reazione del governatore Luca Zaia, che chiede tolleranza zero. «È una vicenda sconcertante. Qui si va ben oltre il dibattito su sì o no ai vaccini: siamo alla presunta non erogaziomentre il 76,1 per cento si è già sottoposta al ciclo completo. Ora si sta puntando anche ai maschietti, finora la Regione ha “reclutato” i nati nel 2004 e il 62,7 per cento ha già ricevuto la prima somministrazione. In generale, inoltre, sono diminuiti in Veneto i non vaccinati, passati dal 6,4 per cento al 5,1.
Rimangono infine sempre i limiti nelle iscrizioni a materne e nidi per i piccoli non vaccinati. Questi possono essere accolti solo nelle classi in cui il novanta per cento dei bimbi è stato vaccinato. «Non è una discriminazione – spiega Coletto – ma una protezione, attraverso l’effetto gregge, dei bambini che per svariati motivi, anche legati ad allergie, non si sono potuti vaccinare. Perché i virus ci sono ancora e quindi questi piccoli vengono spostati in classi che abbiano le caratteristiche per poterli accogliere in sicurezza».

LA POLIOMINITE (cioè la paralisi da virus polio) si manifesta mediamente in 1 caso su 200 soggetti infettati dal virus polio. Prima dell’introduzione della vaccinazione con il vaccino orale di Sabin (1964), in Italia e negli altri Paesi europei si verificavano regolarmente delle epidemie di polio. Di conseguenza la maggior parte delle persone non più giovani aveva già avuto l’infezione da virus polio, quasi sempre senza conseguenze invalidanti, ma acquisendo l’immunità. Con la vaccinazione si è ottenuta la “saldatura” delle 2 popolazioni: quella più anziana (immunizzata spesso naturalmente) e quella più giovane, vaccinata. Questo fatto ha prodotto la scomparsa della polio dal nostro Paese. La poliomielite attualmente è ancora endemica in quattro Paesi: Afghanistan, India, Nigeria, Pakistan. In questi Paesi la trasmissione dei virus polio non si è mai fermata. Vi sono altre due categorie di Paesi: quelli in cui la circolazione dei virus polio è ripresa dopo un primo caso importato da una zona endemica e quelli che hanno in corso un’epidemia dopo l’importazione di un caso da una zona endemica. Queste due categorie di Paesi possono variare nel tempo; l’elenco aggiornato è contenuto nella seguente pagina web: http://www.polioeradication.org/Infectedcountries.aspx. Nel momento in cui scriviamo, il primo gruppo comprende tre Paesi (Angola, Chad, Repubblica Democratica del Congo) e il secondo ne comprende undici, di cui nove sono Paesi africani e due asiatici (Cina e Nepal). Apparentemente si tratta di malattie che colpiscono popolazioni lontane, ma non è così. Ormai tutti i Paesi del mondo sono interdipendenti, per cui aree anche molto remote possono essere raggiunte facilmente con i voli aerei. Si calcola che ogni anno quasi un miliardo di persone si sposti da un Paese all’altro per varie ragioni quali lavoro, vacanza, missioni umanitarie, visita a famigliari e amici (UNWTO 2011). Il flusso di persone è sia dai Paesi in via di sviluppo a quelli sviluppati, sia nel senso opposto: molti occidentali infatti si recano in Paesi in via di sviluppo e non sempre sono coscienti dei rischi per la salute connessi al viaggio, per cui può accadere che il viaggio sia intrapreso senza un’adeguata protezione dalle infezioni. Epidemie o singoli casi di difterite e di poliomielite si sono verificati in Paesi che da tempo avevano eliminato queste malattie. Nella Seconda parte – Approfondimenti, potete leggere la descrizione dell’epidemia olandese di poliomielite (1991) e di quella russa di difterite (anni ’90). Sapete quando si è verificata l’ultima epidemia di polio nella Regione Europea dell’OMS? (La Regione Europea dell’OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità – comprende anche alcuni Stati asiatici). Si è verificata in Tagikistan nel 2010, con ben 458 casi (vedi Seconda parte – Approfondimenti). Eventi simili dimostrano due cose, tra loro connesse: a) una malattia, precedentemente eliminata grazie alla vaccinazione, può ritornare se la copertura vaccinale (ossia la percentuale di persone vaccinate in una popolazione) scende al di sotto di un certo livello critico, che a sua volta dipende dalla contagiosità della malattia (più una malattia è contagiosa, più alta deve essere la percentuale dei vaccinati in una popolazione per poter eliminare o almeno ridurre sensibilmente il numero di casi di quella data malattia infettiva); b) si può smettere di vaccinare contro una malattia infettiva soltanto quando l’agente biologico che ne è responsabile scompare in tutto il pianeta (si estingue), cioè quando si è ottenuta la sua eradicazione. 2. Quali sono i rischi legati alle malattie ancora presenti anche nei Paesi sviluppati, come tetano, pertosse, epatite B, meningiti batteriche, morbillo, parotite e rosolia? Sebbene, grazie ai programmi di vaccinazione avviati da tempo in tutti i Paesi sviluppati, si sia verificata una riduzione dell’incidenza di tali malattie (ossia del numero di nuovi casi di una data malattia in una determinata popolazione in un certo periodo di tempo), per varie ragioni queste non sono scomparse. Una di esse, il tetano, a causa delle sue caratteristiche peculiari, non è eliminabile. Trattandosi di malattie molto differenti tra loro, dobbiamo esaminarle singolarmente.

TETANO Il germe del tetano si trova ovunque; la sua straordinaria sopravvivenza è dovuta al fatto che questo batterio produce delle spore, che resistono sia ai comuni disinfettanti che al calore. 5 Se una spora, penetrando in una ferita anche piccolissima, trova delle condizioni di carenza di ossigeno (come può verificarsi in presenza di lembi necrotici o tessuti poco irrorati dal sangue), si apre, e il batterio produce una tossina che provoca il tetano, una gravissima infezione che provoca delle contrazioni muscolari, incompatibili con la vita in circa il 50% dei casi. In diversi casi però la ferita d’ingresso è così piccola che non è possibile rintracciarla sul corpo della persona ammalata. Questa infezione non verrà mai eradicata, perché non avremo mai la possibilità di eliminare le spore dal terreno e più in generale dall’ambiente in cui viviamo; a differenza infatti del batterio della difterite e del virus della polio, che si possono diffondere solo tra gli esseri umani, il germe del tetano vive anche nell’intestino di diversi animali. Inoltre spore del tetano sono state ritrovate anche in tombe egizie, quindi l’umanità ha sempre avuto e avrà sempre a che fare con il tetano. In Italia si verificano ancora mediamente sessanta casi di tetano all’anno, generalmente in persone anziane non vaccinate o vaccinate in modo incompleto; negli anni ‘70 il 50-60% delle persone colpite dal tetano moriva, tuttavia questa percentuale è scesa al 40% negli anni ’90 (Mandolini 2002), verosimilmente grazie alle moderne tecniche di rianimazione. Tra le 292 segnalazioni di casi relative agli anni 1998-2000, 181 casi (62%) riportano informazioni relative allo stato vaccinale. Soltanto il 9,9% dei casi dei quali è noto lo stato vaccinale risulta vaccinato (Mandolini 2002), ma in questi soggetti non è noto quanto tempo fosse trascorso dall’ultimo richiamo, mentre questo è un dettaglio importante, visto che sono necessari richiami su base decennale per mantenere la protezione contro il tetano. Il tetano si è ridotto notevolmente in Italia a partire dal 1968, anno dell’introduzione della vaccinazione obbligatoria in Italia. Nella regione Piemonte i casi sono in media da 4 a 11 l’anno. Tra i bambini i casi di tetano sono rarissimi, proprio perché generalmente sono vaccinati: nella Seconda parte – Approfondimenti, trovate la traduzione in italiano del riassunto di uno studio sui casi di tetano nei bambini negli Stati Uniti (Fair 2002). Se un bimbo non viene vaccinato contro il tetano, rimane esposto al rischio d’infezione tetanica per tutta la vita. Nel 2006 in Piemonte un bambino di 34 mesi si è ammalato di tetano (Giovanetti, Pellegrino 2007). In precedenza aveva ricevuto una sola dose del vaccino antitetanico contenuto nel vaccino esavalente. I genitori avevano successivamente rifiutato di proseguire il ciclo vaccinale a causa di una dermatite atopica che si era manifestata alcuni giorni dopo la prima dose di vaccino. In realtà non esistono prove che la dermatite atopica possa essere causata o aggravata dalla vaccinazione, e infatti questo disturbo non è considerato una controindicazione alle vaccinazioni pediatriche. La prima dose del vaccino contro il tetano non è in grado di assicurare una protezione. Normalmente solo 2-4 settimane dopo la seconda dose il titolo anticorpale contro il tetano supera la concentrazione protettiva minima. Infine, solo la terza dose induce un’elevata produzione di anticorpi specifici, in grado di assicurare la protezione. Nel giugno del 2006 il bambino si è ferito al pollice sinistro, urtando contro un cancello di ferro. La ferita, che non era grave e non ha richiesto l’ospedalizzazione, è stata pulita e medicata in modo appropriato. Dopo 14 giorni sono comparsi i sintomi del tetano, che ha richiesto un ricovero nell’Unità di rianimazione di un ospedale pediatrico. Dopo essere stato dimesso dall’ospedale, il bimbo ha continuato il normale ciclo delle vaccinazioni pediatriche senza sviluppare alcuna reazione. Questo episodio ci insegna due cose: la prima è che una falsa controindicazione alla vaccinazione, come la dermatite atopica, può condurre ad un rifiuto della vaccinazione e che tale rifiuto può avere conseguenze molto gravi. La seconda è che solo il completamento del ciclo vaccinale è in grado di proteggere dalle malattie prevenibili con un vaccino: effettuare una sola dose di vaccino tetanico è come non effettuare alcuna vaccinazione. C’è chi sostiene che il tetano sia una malattia degli anziani e che quindi i bambini non corrano rischi. In base a questa tesi, gli anziani si ammalano più facilmente perché in età avanzata il sistema immunitario ha una diminuita funzionalità. Come prova viene portato il fatto che attualmente in Italia il tetano colpisce quasi esclusivamente persone anziane. Se questa tesi fosse corretta, anche prima dell’introduzione della vaccinazione tetanica nei bambini (1968), i casi di tetano dovrebbero essere stati molto più frequenti tra gli anziani che tra i bambini e i giovani. Come sempre, per verificare la fondatezza di una tesi, occorre controllare i dati. Prima che fosse introdotta la vaccinazione su larga scala in Italia (1968), qual era l’età di coloro che si ammalavano di tetano? Il grafico che segue, ricavato dai dati nazionali delle notifiche di tetano, riporta il numero medio annuo dei casi segnalati in Italia dal 1961 al 1966 (Albano Salvaggio, 1987), quindi pochi anni prima dell’introduzione della vaccinazione in età pediatrica.

PERTOSSE La pertosse non è stata ancora eliminata in nessun Paese del mondo. Nei Paesi in cui si è vaccinato di più, come in Italia negli ultimi anni, l’incidenza della pertosse è diminuita notevolmente. Si tratta di una malattia piuttosto contagiosa, sicché per eliminarla occorrono percentuali di vaccinati estremamente alte nei bambini e la somministrazione di richiami decennali negli adulti (in coincidenza con i richiami del tetano), non solo nei vaccinati ma anche in coloro che hanno superato la malattia naturale. Il superamento della pertosse infatti produce un’immunità che dura soltanto 10-15 anni. La pertosse può essere una malattia grave, in particolare nei neonati e nei bambini piccoli. Oltre il 50% dei bambini con pertosse necessita di ricovero ospedaliero. La tosse può essere così grave da rendere difficile per i bambini mangiare, bere o respirare. Nei bambini di età inferiore a 6 mesi sono frequenti gli episodi di apnea, con possibili gravi conseguenze. Le principali complicanze della pertosse sono di due tipi: polmonari e cerebrali. Quelle polmonari sono le più frequenti: in genere si tratta di polmoniti che possono compromettere seriamente la funzione respiratoria. Le complicanze cerebrali (encefalopatia da pertosse) sono caratterizzate da convulsioni e alterazione dello stato di coscienza. In un terzo dei casi l’encefalopatia da pertosse si risolve senza conseguenze, in un altro terzo il paziente muore e nel restante terzo sopravvive presentando un danno cerebrale permanente (Edwards 2008). In sintesi, nei Paesi sviluppati, il rischio di complicazioni rispetto al totale dei casi è il seguente: polmonite 5%, encefalopatia 1 su 1.000, decesso 2 su 1.000 (CDC 2011). Attualmente è difficile che un bambino piccolo sia contagiato da altri bambini. In genere riceve il contagio da adulti o adolescenti; si tratta di persone che non hanno mai superato la malattia naturale o l’hanno superata da più di dieci anni o infine sono stati vaccinati da piccoli e non hanno effettuato richiami. Che cosa accade se un bimbo piccolo viene contagiato prima di terminare il ciclo completo della vaccinazione antipertosse? In questo caso potrebbe ammalarsi lo stesso, ma – rispetto ad un coetaneo non vaccinato – ha un rischio minore di complicazioni o di essere ricoverato in ospedale. Uno studio sui bambini da 6 a 24 mesi ha dimostrato che il rischio di ospedalizzazione è 10 volte più alto nei bambini mai vaccinati contro la pertosse rispetto ai bambini parzialmente o completamente vaccinati (Stojanov 2000).

EPATITE B L’epatite B è una malattia infettiva causata da un virus (HBV) presente nel sangue e nei liquidi corporei delle persone infettate. Il virus HBV può essere trasmesso dalla madre al neonato durante il parto (trasmissione verticale) oppure da persona a persona (trasmissione orizzontale) con due modalità:  esposizione a sangue infetto: il virus può essere trasmesso in modo inapparente, attraverso pratiche (scambio di aghi e siringhe tra tossicodipendenti, tatuaggi, piercing) che comportano l’esposizione a strumenti contaminati, qualora non siano rispettate le procedure raccomandate di sterilizzazione; esiste inoltre la possibilità che il virus possa essere trasmesso accidentalmente a seguito di procedure mediche o chirurgiche, anche in strutture mediche di livello elevato, come documentano le indagini effettuate in seguito ad epidemie ospedaliere di epatite B;  rapporti sessuali. Su 100 persone che contraggono l’infezione da virus B (Harrison 2001):  dallo 0,1% all’1% sviluppa un’epatite fulminante: si tratta di una complicazione potenzialmente fatale;  il 5% sviluppa lo stato di portatore cronico del virus B; il portatore cronico è a rischio di sviluppare una delle seguenti patologie: epatite cronica, cirrosi epatica, cancro del fegato;  la restante percentuale guarisce dalla malattia ed elimina completamente il virus. In Italia, prima dell’introduzione del vaccino, erano segnalati circa 3.500 nuovi casi di epatite B all’anno; questa cifra non tiene conto del fenomeno della sottonotifica (una parte dei casi non vengono segnalati) né delle infezioni che decorrono senza sintomi e quindi passano inosservate, ma che sono la grande maggioranza. La percentuale di portatori cronici nella popolazione italiana era del 2%, con punte del 6% in alcune regioni e in alcune aree metropolitane. A partire dall’introduzione della vaccinazione (1991) l’incidenza dell’epatite B in Italia si è notevolmente ridotta. Nella seguente tabella, ricavata dai dati di sorveglianza delle epatiti virali (Mele 2008), l’incidenza dell’epatite B è suddivisa in tre fasce d’età: 0-14 anni, 15-24 anni, dai 25 anni in su. In ogni colonna è riportata l’incidenza osservata nell’anno in cui è stata introdotta la vaccinazione, l’incidenza 14 anni dopo (2005) e la differenza tra i due valori espressa come riduzione percentuale dell’incidenza. A partire dai nati nel secondo semestre del 1991 la vaccinazione viene praticata durante il primo anno di vita e nella tabella il suo effetto è evidente nella fascia d’ età più giovane (0-14 anni). Una riduzione simile si nota nella fascia 15 – 24 anni, includente i nati dal 1980 al primo semestre del 1991, che furono vaccinati a 12 anni. Nella fascia d’età di 25 anni e oltre, l’effetto della vaccinazione non si manifesta ancora in quanto, come abbiamo detto, si è iniziato a vaccinare a partire dai nati nel 1980. La riduzione del 55% rappresenta quindi principalmente l’effetto di tutta una serie di interventi igienico-sanitari finalizzati alla riduzione del rischio (miglioramento delle procedure di sterilizzazione e dell’utilizzo di materiale monouso in ambito sanitario, vaccinazione dei conviventi dei portatori del virus etc.). Sono interventi indubbiamente utili e importanti, ma solo nelle coorti vaccinate troviamo una riduzione che si avvicina al 100%.

Nel mondo l’epatite B è ancora largamente diffusa e si stima che i portatori cronici del virus siano almeno 350 milioni. Anche nei Paesi sviluppati l’epatite B è un problema di sanità pubblica: negli Stati Uniti d’America circa 78.000 persone ogni anno contraggono l’epatite B e 5.000 persone muoiono ogni anno in seguito all’epatite cronica, alla cirrosi epatica e al cancro del fegato conseguenti all’infezione da virus B (CDC 2011). Attualmente, come abbiamo visto, la percentuale di portatori del virus (il c.d. serbatoio dell’infezione, costituito dai portatori cronici) nella nostra popolazione si è ridotta; i fenomeni migratori in atto tuttavia fanno sì che il serbatoio dei portatori sia alimentato, oltre che dalle persone che man mano si infettano e sviluppano lo stato di portatore cronico, anche dai portatori cronici che provengono da zone del mondo in cui vi è una elevata circolazione del virus.

MENINGITI BATTERICHE (o meglio: malattie batteriche invasive) Si parla di malattia batterica invasiva quando un batterio entra nell’organismo e si localizza nelle meningi o nel sangue (sepsi o setticemia) o in altre zone del corpo normalmente sterili. Tra i bambini possono essere particolarmente severe le infezioni da batteri cosiddetti capsulati, come lo pneumococco, il meningococco e l’Haemophilus influenzae tipo b (nonostante il nome, quest’ultimo non ha nulla a che vedere con l’influenza). Lo pneumococco è anche responsabile di polmonite e l’Haemophilus b nel bimbo piccolo può causare epiglottite (una grave infezione della laringe). Nonostante si tratti di malattie non molto frequenti e che normalmente, nei Paesi sviluppati, non producono epidemie, possono comunque dar luogo a quadri clinici molto gravi e talora possono essere fatali: la letalità è pari al 13-14% per pneumococco e meningococco (SIMI). Prima che la vaccinazione facesse praticamente scomparire le forme da Haemophilus b, la letalità era del 3% nei Paesi sviluppati (Bennet 2002). [La letalità è la proporzione di pazienti morti per una certa malattia in un dato periodo sul totale dei casi osservati nello stesso periodo di tempo]. Tutto ciò accade nonostante la disponibilità di antibiotici, verso cui peraltro questi batteri tendono a sviluppare resistenza. Esistono vaccini in grado di proteggere contro una parte dei tipi batterici responsabili di malattia, e precisamente 13 tipi di pneumococco, sino a 4 tipi di meningococco e contro l’ Haemophilus di tipo b; non si tratta quindi di vaccini in grado di eliminare completamente il rischio di malattia invasiva, ma nelle realtà in cui sono stati utilizzati è stata osservata una marcata riduzione dell’incidenza.

MORBILLO Il morbillo è una delle malattie più contagiose negli esseri umani, e rimane una delle principali cause di morte nei bambini in tutto il mondo. Nei Paesi altamente sviluppati, come gli Stati Uniti, il morbillo uccide circa due persone ogni 1.000 persone infette (CDC 2011). Non esistono terapie per il morbillo, e la prevenzione sotto forma di vaccinazione è praticata in tutto il mondo da diversi anni, con risultati significativi: mentre nel 2000 si stima che il morbillo a livello mondiale abbia ucciso 733.000 persone, nel 2008 i morti sono scesi a 164.000, a causa dell’uso esteso della vaccinazione (MMWR 2009). Paradossalmente il morbillo sta riemergendo nelle Nazioni sviluppate, incluse quelle – come la Gran Bretagna – che negli anni 90 del Novecento si erano avvicinate alla sua eliminazione. Un aumento dei casi si è verificato anche nel resto d’Europa e negli Stati Uniti. Nel 2010 in Europa sono stati segnalati 30.367 casi, appartenenti a tutte le fasce d’età, inclusi più di 5.000 adulti. I decessi sono stati 21. I non vaccinati erano la grande maggioranza (73%), pochi erano vaccinati con una sola dose (10%), solo il 2% aveva ricevuto le due dosi raccomandate, di un restante 14% non era noto lo stato vaccinale, mentre il numero di dosi ricevute era ignoto nell’1% (Euvac 2011). 9 In nessun Paese sviluppato il problema è rappresentato – come accade altrove – dalla disponibilità del vaccino o dall’insufficienza delle strutture sanitarie. Il problema è di tipo sociale e culturale, poiché è aumentato il numero di famiglie che rifiutano la vaccinazione. Trattandosi di una malattia estremamente contagiosa, per non avere più epidemie occorre vaccinare più del 95% dei bambini. E’ sufficiente che questa percentuale scenda anche di pochi punti, per veder comparire nuovi focolai epidemici. Sicuramente il fenomeno è stato influenzato dalla controversia su vaccino morbillo-parotite-rosolia e autismo, successivamente rivelatasi come una vera e propria frode scientifica. Inoltre, alcuni genitori non possiedono un’esperienza diretta del morbillo e non sono correttamente informati circa la sua contagiosità e le possibili complicazioni.

PAROTITE Il motivo per cui è stata introdotta la vaccinazione contro la parotite epidemica (in forma trivalente: morbilloparotite-rosolia) è da ricercare nella frequenza delle complicazioni associate alla malattia: nel 15% si ha un interessamento del sistema nervoso centrale, nel 2% – 5% una pancreatite, sordità permanente in un caso su 20.000 e, se l’infezione è contratta dopo la pubertà, orchite (infiammazione del testicolo) nel 20 – 50% dei casi (CDC 2011). Come sempre, il rischio di contrarre la malattia è legato alla possibilità del virus di diffondersi nella popolazione: più numerosi sono i suscettibili alla parotite, più facilmente avremo delle epidemie.

ROSOLIA La vaccinazione contro la rosolia è stata introdotta (in forma trivalente: morbillo-parotite-rosolia) al fine di eliminare la rosolia congenita. Le più frequenti manifestazioni della rosolia contratta in gravidanza sono (oltre all’aborto): i difetti della vista, la sordità, le malformazioni cardiache e il ritardo mentale nel neonato. Ciò accade quando la donna suscettibile alla rosolia (ossia non vaccinata e che non ha superato la malattia) contrae l’infezione durante la gravidanza, in particolare nelle prime settimane. Un tempo si proponeva la vaccinazione alle donne suscettibili in età fertile, o alle ragazze adolescenti, ma questa strategia non ha funzionato in nessuna parte del mondo, poiché il virus continuava a circolare e contemporaneamente non si riusciva a vaccinare il 100% delle donne suscettibili. L’unica strategia che funziona è la vaccinazione di almeno il 95% dei bambini, maschi e femmine, in modo da eliminare completamente la circolazione del virus nella popolazione. Questo obiettivo non è stato ancora pienamente raggiunto in Europa, pertanto si verificano ancora casi di rosolia congenita.

I vaccini conferiscono una protezione efficace e duratura? Per poter registrare un vaccino presso l’EMA (Agenzia Europea dei Farmaci) o la FDA (Food and Drug Administration), il produttore deve presentare la documentazione, basata su studi clinici, che dimostra l’efficacia e la sicurezza del prodotto. Ulteriori valutazioni di efficacia e sicurezza vengono effettuate dal momento in cui un nuovo vaccino viene utilizzato in modo estensivo nella popolazione. E’ così possibile fornire una valutazione della sua efficacia e sicurezza sul campo. Alcuni vaccini, come quello contro il tetano e la difterite o il morbillo, hanno una storia molto lunga ed è possibile dimostrare – sia in epoche differenti sia in popolazioni differenti – la diminuzione dei casi dopo la loro introduzione. E’ possibile anche dimostrare il ritorno di una malattia precedentemente eliminata o ridimensionata quando, per varie ragioni, è stata sospesa la vaccinazione. Nella seconda parte del presente documento sono raccontati alcuni episodi di questo tipo: la pertosse in Giappone, la difterite nella ex Unione Sovietica, la poliomielite in Olanda. La conclusione che si può trarre da questi fatti è che non possiamo smettere di vaccinare per una determinata malattia sino a quando l’agente biologico responsabile non viene eradicato a livello globale. Per quanto riguarda la durata della protezione, gli studi di immunologia hanno consentito di chiarire il complesso meccanismo della risposta immunitaria ai vaccini (Siegrist 2008), di cui forniamo di seguito i concetti di base. La durata della protezione conferita dai vaccini è conseguente ad un fenomeno noto come memoria immunologica, ossia la capacità del nostro sistema immunitario di riconoscere un agente biologico (virus, batterio o altro) dopo un precedente incontro. Specifiche cellule (i linfociti B memoria) mantengono la traccia dell’incontro e sono in grado di riconoscere lo stesso virus o batterio e attivare una risposta immunitaria. Ciò accade sia nel caso di un’infezione naturale sia in seguito ad una vaccinazione. La durata della protezione dipende dalla capacità di un vaccino di indurre la memoria immunitaria. Essa è presente anche quando gli anticorpi circolanti nel sangue scendono al di sotto del livello considerato protettivo: in tali casi l’incontro con l’agente biologico produce un aumento degli anticorpi nell’arco di alcuni giorni. Tutti i vaccini utilizzati negli attuali programmi di vaccinazione dei bambini inducono la memoria immunologica. Alcuni di essi dopo la somministrazione del ciclo di base hanno bisogno di periodici richiami e altri no. I richiami sono indispensabili soprattutto quando si tratta di malattie il cui periodo d’incubazione è piuttosto breve, come la difterite (2-5 giorni) ed il tetano (in media 10 giorni). Per altre malattie – ad esempio l’epatite B – non sono normalmente necessari richiami: infatti, anche nei casi in cui non sono più presenti anticorpi protettivi, il lungo periodo d’incubazione (di solito 45-180 giorni) dà il tempo ai linfociti memoria di attivarsi, con la conseguente risalita della concentrazione degli anticorpi nel sangue.

Perché si inizia a vaccinare subito dopo il compimento dei due mesi? Non è troppo presto? La vaccinazione è iniziata a 2 mesi compiuti (ossia durante il 3° mese, tra i 2 mesi compiuti e i 3 da compiere) per tre ragioni: – a 2 mesi il sistema immunitario del bambino è già in grado di rispondere alla vaccinazione; – nel bambino di 2 mesi le vaccinazioni sono sicure: aspettare non serve ad aumentare la sicurezza dell’atto vaccinale; – ogni ritardo nell’inizio delle vaccinazioni prolunga il periodo in cui il bambino è suscettibile alle infezioni prevenibili con il vaccino. Ritardare l’inizio delle vaccinazioni ha un prezzo: molte volte questo prezzo fortunatamente non viene mai pagato, e il bambino continua a star bene anche se le vaccinazioni sono ritardate. Ma talvolta il prezzo da pagare è alto. Per esempio, sappiamo che la pertosse nel lattante si manifesta costantemente in modo atipico, con crisi di apnea. Questo fatto rende la pertosse una malattia molto pericolosa specialmente nei primi mesi di vita. Tuttavia, come già sottolineato nel paragrafo 2.b, uno studio sui bambini da 6 a 24 mesi ha dimostrato che il rischio di ospedalizzazione è 10 volte più alto nei bambini mai vaccinati contro la pertosse rispetto ai bambini parzialmente o completamente vaccinati (Stojanov 2000).

Come viene valutata la sicurezza dei vaccini? Quando diciamo che un vaccino è sicuro, che cosa intendiamo realmente? Se ci pensiamo bene, molte controversie sui vaccini ruotano intorno alla definizione di “vaccino sicuro”. Se con questo termine intendiamo un prodotto che è totalmente esente da effetti collaterali, allora nessun vaccino è sicuro al 100%. Esattamente come nessuna attività umana è sicura: un certo rischio, per quanto piccolo, esiste in tutte le nostre attività. Anche l’ambiente percepito come più sicuro, ossia la nostra casa, comporta un rischio: si stima che in Italia ogni anno più di 4.000 persone muoiano per incidenti domestici. Se invece per “sicuro” si intende un vaccino che solo molto raramente o eccezionalmente può provocare degli effetti collaterali seri e tuttavia questi sono considerati accettabili, proprio perché quel vaccino difende da un pericolo più grande, rappresentato dalla malattia, allora siamo di fronte ad una definizione più aderente alla realtà. Uno slogan ricorrente degli oppositori delle vaccinazioni è che non ci sono studi che valutano la sicurezza dei vaccini, oppure – se questi studi esistono – sono insufficienti. Questa è un’opinione, ma quali sono i fatti? La realtà è che le grandi controversie sulla sicurezza dei vaccini sono tutte state indagate per mezzo di studi approfonditi: questi studi sono stati pubblicati, pertanto chiunque può leggerli e valutarli. Gli studi sono stati intrapresi anche nei casi in cui le ipotesi da verificare erano fragili dal punto di vista scientifico (come nel caso della controversia sull’autismo, prima che si venisse a sapere che lo studio alla base di quell’ipotesi fosse fraudolento). I risultati sono riassunti nel presente documento, che di ogni studio citato riporta la bibliografia, in modo che chiunque possa controllare la fonte. Quando un evento grave, come l’insorgenza di un’epilessia oppure un’encefalite, si presenta a breve distanza da una vaccinazione, si tende ad attribuirlo a quest’ultima. Il ragionamento è: se l’evento B si manifesta dopo l’evento A, allora A è la causa e B l’effetto. Purtroppo, questo modo di ragionare è una potenziale causa di errori nell’interpretare un evento, qualsiasi evento, anche quelli banali della vita quotidiana. Per stabilire se, oltre a costituire una successione di eventi, A e B siano anche l’uno la causa dell’altro, occorre studiare un certo numero di eventi in cui B è accaduto dopo A, per capire se esiste un rapporto causa-effetto. Su un singolo caso infatti non è possibile trarre conclusioni. Purtroppo molte patologie, soprattutto a livello del sistema nervoso, insorgono nel corso del primo anno di vita, a volte nelle settimane o mesi successivi alle vaccinazioni. E allora nel campo dei vaccini (e dei farmaci in genere) è possibile effettuare degli studi di tipo epidemiologico in grado di rivelare se A è la causa di B oppure se i singoli casi osservati sono semplicemente il frutto di una coincidenza casuale. Nella Seconda parte – Approfondimenti, questo tipo di studi è illustrato nei dettagli.

I vaccini indeboliscono o sovraccaricano il sistema immunitario? La somministrazione contemporanea di più vaccini comporta dei rischi?

Alcuni ritengono che il sistema immunitario del bambino sia fragile. Ma se così fosse, gran parte dei neonati non sopravvivrebbe alla moltitudine di virus, batteri e funghi che si trova a fronteggiare subito dopo la nascita. Alcuni oppositori delle vaccinazioni su questo punto si contraddicono: da una parte affermano che le infezioni come la pertosse, il morbillo e altre sono salutari perché rafforzano il sistema immunitario del bambino, dall’altra sconsigliano le vaccinazioni in quanto esse sollecitano il sistema immunitario. La contraddizione è ancora più evidente se si considera che la malattia naturale impegna il sistema immunitario molto di più della corrispondente vaccinazione. Ad esempio, non dovrebbe essere difficile cogliere la differenza tra la blanda infezione causata dal vaccino del morbillo (che quasi sempre decorre senza sintomi o con sintomi modesti quali un episodio febbrile alcuni giorni dopo la vaccinazione) e la malattia naturale: il morbillo provoca febbre elevata per alcuni giorni, esantema, congiuntivite e sono possibili complicazioni severe quali l’encefalite e la polmonite, che nei vaccinati non si verificano.
In realtà, malattie virali come il morbillo indeboliscono il sistema immunitario, mentre i vaccini lo rafforzano, mettendo l’organismo nelle condizioni di combattere le infezioni.
Il neonato ha sviluppato la capacità di rispondere ad antigeni (ossia tutte le sostanze capaci di indurre una risposta immunitaria) prima ancora della nascita. Le cellule B e T (cellule fondamentali per la risposta immunitaria) sono presenti alla 14a settimana di gestazione e sono già in grado di rispondere ad una grande varietà di antigeni; il feto tuttavia non utilizza questa potenzialità, non ne ha ancora bisogno perché, finché rimane nell’utero materno, viene a contatto con pochi antigeni. Rispetto a tale enorme massa di microorganismi, gli antigeni contenuti nei vaccini costituiscono un minimo “carico” per il sistema immunitario del bimbo: è stato calcolato che gli 11 vaccini che ogni lattante riceve contemporaneamente negli Stati Uniti, impegnano solo lo 0,1% del suo sistema immunitario (Offit 2002).
Inoltre, pur essendo aumentato il numero dei vaccini, con il passare degli anni è diminuito il numero degli antigeni somministrati; ciò è dovuto sia al fatto che il vaccino contro il vaiolo non viene più somministrato (perché il virus del vaiolo è scomparso proprio grazie alla vaccinazione) sia al fatto che i nuovi vaccini sono maggiormente purificati, per es. il vecchio vaccino pertosse a cellula intera conteneva circa 3000 antigeni, l’attuale vaccino acellulare ne contiene 3 (Offit 2002).
Si calcola che anche nel bambino i recettori delle cellule T (cioè le porzioni delle cellule immunitarie che riconoscono e si legano agli antigeni dei virus e dei batteri) possano essere prodotti nella quantità di 1018 (= 1 seguito da 18 zeri) (Strauss 2008). Questo dato ci fa capire quanto grandi siano le potenzialità del nostro sistema immunitario.
Se le vaccinazioni fossero realmente in grado di indebolire o sovraccaricare il sistema immunitario, dovremmo osservare un aumento di episodi infettivi dopo ogni vaccinazione. Per testare questa ipotesi sono stati condotti alcuni studi, e precisamente:
– uno studio condotto in Germania (Otto 2000) ha confrontato un gruppo di bambini vaccinati contro difterite, pertosse, tetano, poliomielite e Haemophilus b simultaneamente durante il terzo mese di vita ed un gruppo di bambini della stessa età vaccinati dopo il terzo mese. Il gruppo vaccinato durante il terzo mese non ha presentato una maggiore frequenza di malattie infettive. Al contrario, la frequenza di infezioni è risultata significativamente ridotta. Questo fenomeno potrebbe essere spiegato con una non specifica attivazione del sistema immunitario prodotta dalla vaccinazione;
– uno studio condotto in Gran Bretagna (Miller 2003) ha valutato se nelle 12 settimane seguenti alla somministrazione del vaccino morbillo-parotite-rosolia fosse riscontrabile un aumento di frequenza delle infezioni batteriche invasive e polmonite: nei bambini esaminati (di età 12-23 mesi) e nel periodo considerato (dal 1991 al 1995) non è stato osservato alcun aumento delle ospedalizzazioni nel periodo successivo alla vaccinazione;
– uno studio effettuato in Danimarca (Hviici 2005) su tutti i bambini nati dal 1990 al 2001 (più di 800.000 soggetti) ha messo in relazione tutte le vaccinazioni pediatriche somministrate e i ricoveri in ospedale per alcune importanti infezioni quali polmonite, setticemia, infezioni virali del sistema nervoso, meningite, polmonite, infezioni diarroiche e del tratto respiratorio superiore. Non è stato riscontrato alcun aumento di infezioni in seguito alla somministrazione dei vaccini pediatrici, compresi i vaccini costituiti da più componenti (come ad esempio gli esavalenti).
La conclusione è che le vaccinazioni del bambino non indeboliscono né sovraccaricano il sistema immunitario. Questo è vero sia quando si somministra un singolo vaccino, sia quando vengono effettuate più vaccinazioni contemporaneamente. Infatti, se davvero i vaccini indebolissero o compromettessero il sistema immunitario, ci si aspetterebbe una minore risposta immunitaria (sotto forma di una minor quantità di anticorpi prodotti) in seguito alla somministrazione di più vaccini contemporaneamente, rispetto alla somministrazione di un vaccino per volta. Invece non è così: gli studi clinici dimostrano che la somministrazione contemporanea del vaccino esavalente (contenente gli antigeni di difterite, tetano, pertosse, polio, Haemophilus b, epatite B) e del vaccino 13-valente contro lo pneumococco, oltre a non determinare un aumento degli effetti collaterali severi, non produce una risposta inferiore rispetto alla somministrazione separata dei due vaccini (Esposito 2010). Lo stesso accade con gli altri vaccini (morbillo-parotite-rosolia, meningococco C etc.) del calendario di vaccinazione dell’infanzia (Miller 2011). E’ vero invece che la somministrazione contemporanea di più vaccini può provocare un aumento sia delle reazioni locali (ossia gonfiore, arrossamento e dolore nella sede di somministrazione del vaccino) sia generali (soprattutto la febbre); tuttavia tale inconveniente è ampiamente compensato dalla riduzione degli accessi al servizio vaccinale, con conseguente minore stress per il bambino.

Esistono accertamenti preliminari alla vaccinazione, al fine di evitare il rischio di reazioni gravi?

Ogni medico vorrebbe avere a disposizione accertamenti di laboratorio in grado di prevedere o prevenire eventuali reazioni avverse conseguenti alla somministrazione dei vaccini, ma attualmente non esiste nulla del genere: intendiamo dire nulla che sia basato su evidenze scientifiche, altrimenti tutti noi effettueremmo questi accertamenti (e come noi i nostri colleghi di tutto il mondo); esiste invece la possibilità, attraverso l’anamnesi, di identificare le situazioni che controindicano (temporaneamente o per sempre) la somministrazione di un vaccino oppure le situazioni che richiedono prudenza nell’iniziare o continuare una vaccinazione. In ogni caso, non è necessario effettuare di routine, prima delle vaccinazioni, una visita medica o misurare la temperatura corporea (ACIP 2011).
Nessun esame, al momento attuale, riesce invece a stabilire se un bimbo presenta un aumentato rischio di reazioni. In particolare non ha alcuna utilità la tipizzazione HLA. I geni HLA forniscono il codice per la produzione di determinate proteine [antigeni HLA] che si trovano sulla superficie delle nostre cellule. E’ vero che alcune malattie (tra cui varie malattie autoimmuni) sono più frequenti nei possessori di determinati antigeni HLA, ma questo non significa che si possa prevedere con questo esame se una persona svilupperà una data malattia. Se quindi tale previsione è difficile, si può intuire come sia davvero impossibile prevedere quali soggetti portatori di determinati antigeni HLA potrebbero più facilmente sviluppare una reazione severa dopo una vaccinazione. Un esempio può spiegare meglio questo fatto. L’artrite reattiva è una malattia che si può presentare da 1 a 4 settimane dopo un’infezione da germi quali Salmonella, Shigella e molti altri. Circa il 75- 80% delle persone affette da artrite reattiva ha un test positivo per l’antigene HLA-B27. Tuttavia, gli individui con HLA-B27 non necessariamente sviluppano la malattia. Circa il 9% di persone sane è positiva per HLA-B27, ma solo il 20% di loro si svilupperà l’artrite reattiva dopo un’infezione.
Nel 2000 sono stati descritti due casi di artrite reattiva occorsi dopo la somministrazione del vaccino antitifico orale (in coincidenza temporale con quest’ultimo ma, come abbiamo già visto, ciò non implica necessariamente un rapporto causa-effetto). Per completare l’inquadramento diagnostico, tutti i casi di artrite reattiva vengono sottoposti a tipizzazione HLA per l’antigene HLA-B27, e così è stato fatto anche in questo caso. Nei due pazienti, com’era il risultato? Era negativo (Adachi 2000). Quindi, anche se per assurdo qualcuno avesse deciso di sottoporre i due soggetti al test per decidere se vaccinarli o meno, il risultato non avrebbe avuto alcuna utilità.

Quali additivi (conservanti, adiuvanti etc.) sono contenuti nei vaccini? Si tratta di sostanze tossiche?

Nessuno studio ha mai dimostrato che gli additivi (adiuvanti e conservanti) alle dosi contenute nei vaccini possano determinare problemi di tossicità.
I vaccini pediatrici attualmente disponibili non contengono thiomersal (e quindi non contengono mercurio). Da diversi anni il thiomersal non è più utilizzato come conservante; la sua eliminazione è stata dettata dal principio di precauzione, sebbene vari studi epidemiologici non abbiano dimostrato conseguenze per la salute dei bambini a suo tempo vaccinati con prodotti contenenti tale conservante (Offìt, Kew 2003; Heron 2004; Parker 2004; Thompson 2007; Tozzi 2009).
I sali di alluminio invece non sono eliminabili dai vaccini che attualmente li contengono, perché giocano un ruolo fondamentale nella risposta immunitaria (senza di essi l’efficacia di alcuni vaccini sarebbe fortemente ridotta); il contenuto di alluminio nei vaccini è dell’ordine di alcuni mg (precisamente varia a seconda del prodotto da 0,25 a 2,5 mg). L’Organizzazione Mondiale della Sanità (World Health Organization 1997c) afferma che nella popolazione generale non esiste alcun rischio sanitario in relazione all’assunzione di alluminio con i farmaci e con l’alimentazione (ogni giorno ingeriamo con il cibo dai 5 ai 20 mg di alluminio, che è contenuto soprattutto nei vegetali; parte della quantità di alluminio ingerita va in circolo e viene eliminata per via renale); la tossicità da alluminio è riscontrabile solo nei lavoratori professionalmente esposti e in alcuni pazienti affetti da insufficienza renale cronica i quali, a causa della loro malattia, non riescono ad eliminare l’alluminio per mezzo dei reni.
II lattante ingerisce quotidianamente alluminio: esso si trova nel latte materno, ad una concentrazione media di 40 microgrammi per litro, mentre il latte artificiale presenta una concentrazione più elevata, in media 225 microgrammi per litro; durante il secondo semestre di vita, in relazione allo svezzamento, la quantità di alluminio introdotta ogni giorno è in media di 0,7 mg (Keith 2002).Tra i vaccini pediatrici correntemente utilizzati, solo l’antipolio, l’anti-Haemophilus b e l’anti-morbillo-parotite- rosolia non contengono sali di alluminio.
Per la preparazione di alcuni vaccini la formaldeide è utilizzata come agente inattivante (sostanza che inattiva, ossia elimina il potere patogeno, di un virus o un batterio) e pertanto può essere presente, ma solamente in tracce, nel prodotto finito. In un ridotto numero di vaccini è invece presente come conservante, ad una concentrazione non superiore a 0,1 mg. Nonostante si tratti di quantità veramente minime, sono stati sollevati dubbi sulla sicurezza di tale additivo.
Ciò è accaduto perché alte concentrazioni di formaldeide possono danneggiare il DNA e determinare mutazioni genetiche in colture di cellule (osservate in laboratorio, in situazioni sperimentali). Studi epidemiologici su determinate categorie di lavoratori esposti hanno individuato un aumentato rischio di cancro in seguito a massicce e/o prolungate esposizioni alla formaldeide. Questa sostanza si trova nelle abitazioni poiché è rilasciata dai mobili e da altri materiali comunemente presenti nelle nostre case; inoltre è il risultato di processi di combustione: per es. il fumo di sigaretta contiene formaldeide (National CancerInstitute, 2004). Ogni giorno tutti noi respiriamo e ingeriamo con i cibi una certa quantità di formaldeide. Un fatto meno noto al pubblico è che il nostro organismo produce naturalmente piccole quantità di formaldeide: questa sostanza fa parte del nostro normale metabolismo ed è necessaria per la produzione del DNA e di alcuni aminoacidi (Offit, Kew 2003). L’uomo e gli altri mammiferi hanno naturalmente (cioè anche in assenza di esposizione ambientale) una concentrazione di formaldeide nel sangue pari a 2,5 microgrammi per ml; un bambino di 2 mesi che pesa 5 kg ha in media 85 ml di sangue per kg di peso, quindi: 5×85= 425 ml di sangue. 2,5 microgrammi x 425 = 1062 microgrammi = 1,06 mg. Quindi anche quando un bambino è vaccinato con un prodotto contenente formaldeide, la quantità somministrata è al massimo 0,1 mg, mentre nel sangue è naturalmente presente una quantità 10 volte maggiore (1 mg).
Occorre sottolineare che i moderni vaccini combinati, ossia gli esavalenti (difterite, tetano, pertosse, poliomielite, Haemophilus, epatite B), i vaccini contro pneumococco e meningococco e inoltre quasi tutti i vaccini disponibili in forma singola o con combinazioni diverse dall’esavalente (quale ad esempio epatite B, epatite A, difterite-tetano-pertosse e altri), oltre a non contenere thiomersal, non contengono formaldeide né altri conservanti precedentemente utilizzati nei prodotti biologici.

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