Treviso shock: “questo treno è nostro”, passeggeri ostaggi di una gang di nordafricani

In cinque hanno tenuto per un’intera ora in ostaggio un treno e i suoi passeggeri, compreso il capotreno, insultando e aggredendo chiunque dicesse qualcosa. I cinque, tutti giovani stranieri “visibilmente alterati”, riferisce Marco Filippi su La Tribuna di Treviso, hanno anche svuotato un estintore, sputato, insultato e minacciato i viaggiatori che hanno tentato di calmarli. E’ accaduto la sera di sabato 30 settembre su un convoglio della linea Venezia-Bassano, tra le stazioni di Castelfranco Veneto e Castello di Godego.

Alcuni di loro sarebbero stati fermati e identificati dai militari. Erano le 21:30 passate quando il treno proveniente da Venezia è arrivato alla stazione di Castelfranco. Lì un nutrito gruppo di giovani africani, in particolare maghrebini, visibilmente alterati, alcuni con in mano delle bottiglie di alcolici, sono entrati nel treno diretto a Bassano ed hanno subito iniziato a litigare con un giovane. Lo hanno spinto fino in fondo al treno. Del gruppo, 4 erano particolarmente esagitati. Sabato sera una decina di ragazzi ubriachi hanno spintonato e sputato in faccia ai passeggeri di un vagone del treno che alle 20.56 è partito da Venezia con fine corsa Bassano.

Il nostro era uno di quei convogli aperti, non separati dalle porte e quindi, sporgendosi verso il corridoio si poteva vedere tutto. Arrivato a Castello di Godego il treno s’è fermato. “Penso – continua il viaggiatore – per quasi cinquanta minuti”. E ancora. “Ho scattato delle fotoma sono stato minacciato – racconta l’uomo, che chiede di rimanere anonimo per paura di ritorsioni – abbiamo immediatamente schiacciato il tasto sos”. I nordafricani ne hanno fatte di ogni: d’improvviso, hanno iiniziato a insultare e sputare contro gli atterriti passeggeri, hanno svuotato un estintore e sono persino arrivati a minacciare il capotreno. In treno, al rientro, siamo stati in balia di una baby-gang per quaranta minuti.

“Ci stiamo dando da fare per capire se ci sono situazioni di bullismo all’interno della scuola, se questo non c’è ben venga, se c’è sarebbe giusto come educatori denunciarlo – dice invece il sindaco di Santa Maria di Sala, Nicola Fragomeni – Non bisogna avere l’omertà bisogna denunciare perché le violenze devono essere fermate“. “Spero che episodi non possano mai più ripetersi”.

Ci sono tante cose che non tornano nella Giornata in memoria delle vittime dell’immigrazione, che si è celebrata ieri con profluvio di retorica, e la prima di esse è proprio il nome. Nasce tutto da una tragedia, quella avvenuta quattro anni fa al largo di Lampedusa, nella quale, come ci è stato ricordato a reti unificate, morirono 368 immigrati. E dunque le vittime dell’immigrazione sarebbero loro e gli altri che si sono imbarcati per giungere sulle nostre coste e non ce l’hanno fatta. Ma anche quelli che ce l’hanno fatta e poi a spaventare gente tranquilla, fatta di famigliole di ritorno dalla gita in Laguna. Chi ha eccepito è stato messo in un angolo e fatto tacere a forza di sputi e insulti. La gang si è intronizzata come se quella carrozza fosse il tucul dei guerrieri della notte: il territorio ora gli apparteneva, e gli altri erano materiale vile per un rituale di sottomissione al nuovo padrone.

È accaduto sabato e noi ci arriviamo ora, non perché abbiamo tenuto l’episodio in un cassetto. L’episodio ha tardato a farsi largo perché non fa notizia e soprattutto non si vuole lo sia. Non è stato ammazzato né stuprato nessuno, è andata bene, non è vero? Di che lamentarsi? Be’, ci proviamo noi a strappare il velo dall’omertà che accompagna i misfatti suscettibili di rovinare la reputazione di profughi e affini. Segnalare questi soprusi contro la brava gente è considerato, da chi non frequenta i treni a lenta percorrenza, un modo per alimentare il razzismo. Balle. La memoria dei passeggeri e del personale viaggiante è piena zeppa di queste angherie che sono ingoiate troppo spesso facendo buon viso a cattivo gioco. Si manda giù il rospo, tacendo e portando pazienza. La tolleranza verso i prepotenti lìnisce però per alimentare la certezza d’impunità di questi ultimi, finché succederà il casino, e la sommossa tenuta compressa deflagrerà.

Ovvio. Non si tratta di contrapporre bravi veneti a cattivi africani. Dovunque il bene e il male fanno a pugni, a qualunque etnia si appartenga. Ma accidenti, qui c’è una novità multiculturale che va annotata. Non si tratta più di aggressioni su treni semivuoti. Qui hanno occupato un treno come fosse una diligenza nel Far West. Qualcuno dirà: roba vecchia, capita da anni che i tifosi ultrà, dotatissimi di tatuaggi e di minchionaggine, vivano le trasferte ferroviarie dando in scalmane peggio di seminaristi in pellegrinaggio. La polizia li confina su treni trasformati in gabbie di belve spelacchiate, e ogni tanto, se serve, dà loro qualche lezione. Ma su quei vagoni non viaggiano pendolari, non ci sono cucciolate di bambini con la merendina. Quella è una specialità dei coglioni domenicali, questa invece è l’emergere di una normalità.

Il treno regionale delle 20.56 era partito da Venezia con fine corsa a Bassano. Alle 21.30 ha fatto tappa a Castelfranco (provincia di Treviso). Lì è arrivata una torma di giovanotti ubriachi e a sigarette accese e ostentate. Litigavano tra loro, che è una vecchia tecnica per imporre una presenza molesta, garantendosi il comando dell’ambiente circostante. Erano ragazzi, qualcuno minorenne. «Ehi calma», ha provato a difendersi qualcuno, proponendo civiltà. «Ah sì, questo è il nostro treno». Era il segnale: hanno cavato fuori insulti in vernacolo veneto, che è la prima cosa
che s’impara nelle osterie. Hanno spintonato e tirato sputi sulla faccia di chi teneva larghe le braccia per riparare mogli e figli di ritorno dalla passeggiata a Venezia.

Il capotreno ha provato a imporre il simbolo della divisa e del cappello, che in Africa ha una forza dissuasiva notevole: non qui, non nei territori italiani delimitati dai binari, ormai terra di nessuno. Sessanta passeggeri si sono trovati, come capita a gente pacifica, ad essere ostaggio di dieci energumeni. Il 112 è stato allertato col cellulare. Capita la mala parata, il commando sub-sahariano ha abbandonato il convoglio alla stazione di Castello di Godego, e temendo una retata i bastardi senza gloria si sono involati.

Questo è un episodio che si discosta solo lievemente dalla normalità di prepotenze. Sul treno regionale che da Venezia va verso est chi scrive ha sentito racconti simili da passeggeri e ferrovieri. Un operaio con la bicicletta sul predellino, prima di scendere a San Donà di Piave, ha ricordato la scaramuccia del giorno prima: aveva dovuto intervenire agitando il velocipede per tenere a bada la ribellione di un gruppetto di rom cui il controllore aveva chiesto di presentare il biglietto. Preoccupa questo: chi accumula rabbia non sono gli energumeni delle periferie svalvolate e frequentate da estremisti politici. Sono pacifici signori, che hanno il torto di lavorare, e pagare il biglietto, essendo troppo stanchi per attaccare briga con i forestieri. Cosa che in Africa non si usa.

«Ferrovie, metà dei reati commessa da stranieri»

Su alcune tratte, i ferrovieri non rivogliono andare più. Perché sanno bene che, nella migliore delle ipotesi, sono condannati a ricevere insulti e spintoni. Nella peggiore, invece, rischiano di ricevere una coltellata. O, peggio, un colpo di machete. Come è accaduto, un anno e mezzo fa, al capotreno di Trenord aggredito alla periferia nord di Milano da un gruppo di latinos, costretto a subire l’amputazione del braccio.

«La situazione sta degenerando», lancia l’allarme Nicola Settimo, segretario nazionale Uil Trasporti, dopo la notizia dell’ennesimo assalto ai danni del personale ferroviario, stavolta nel trevigiano, da parte di una gang di giovani nordafricani. «Tra i lavoratori sta dilagando la psicosi. Ormai non si tratta più di episodi isolati, ma di un fenomeno in preoccupante ascesa». I dati stanno lì a dimostrarlo. Dal 2014 all’agosto di quest’anno, a bordo dei treni si sono verificati 1.721 episodi di violenza. Nella metà dei casi, denuncia il sindacalista, «i responsabili sono stati gli stranieri». Quello che succede nelle stazioni, soprattutto quelle periferiche, e nei convogli smentisce le ricostruzioni più ottimistiche veicolate dal ministero dell’Interno sul fronte della sicurezza: 316 casi nel 2014;564 nel 2015;538 nel 2016;303 nella prima parte del 2017.

«E finché non si cambia registro, prendendo di petto il fenomeno, la situazione non cambierà», dice Settimo. Nessuno lo dice apertamente, mail rischio è che in assenza di un’inversione di tendenza i controllori, per paura di subirne le conseguenze, inizino a chiudere un occhio di fronte ai migranti.
Trentino, Veneto, Lombardia e Puglia sono le regioni dove si contano le tratte più a rischio. Soprannominate «giri della morte» dal personale ferroviario. La situazione è drammatica soprattutto sui treni regionali, a bordo dei quali ci sono solo due ferrovieri: il controllore e il macchinista.

Prendiamo la stazione di Ala, sulla direttrice Verona-Innsbruck. In meno di venti giorni, tra agosto e settembre, si sono verificati cinque episodi di violenza. Nel 90% dei casi, tutto comincia con un controllo del titolo di viaggio. A luglio una ragazza nigeriana, dopo essere stata pizzicata senza biglietto, prima ha strappato la camicia al controllore, dopo lo ha morso ad una spalla. Invece il 7 settembre, nei pressi della famigerata stazione di Ala, un gruppo di immigrati ha risposto con minacce e lancio di lattine al controllo del titolo di viaggio. In piena estate, un gruppo di immigrati nigeriani abituati prendere d’assalto i treni che passavano a Lecco, si è distinto per morsi ai controllori e molestie ai passeggeri.

All’inzio di settembre i sindacati di settore sono stati ricevuti alViminale. Sul tavolo del ministro dell’Interno, Marco Minniti, hanno depositato un pacchetto di proposte per contrastare l’aumento delle violenze. Si va dalla richiesta al ministero delle Infrastrutture di incrementare la videosorveglianza e allestire tornelli all’ingresso delle stazioni secondarie (per quelle più grandi come Milano, Roma, Napoli e Firenze sono già in funzione le barriere per accedere ai binari), al pressing sul Viminale per una maggiore presenza degli agenti della Polizia ferroviaria a bordo dei treni.
Eppure proprio le zone più a rischio sono quelle in cui scarseggia il personale della Polizia ferroviaria. A Treviso in organico ci sono solo nove unità. Va appena meglio a Lecco, dove i poliziotti in servizio sono 13. Ma a Sondrio non c’è più nessuno. Secondo fonti sindacali in tutto, negli ultimi cinque anni, sono stati chiusi una cinquantina di presidi. Quindici solo nel 2017. E all’appello mancano almeno 300 uomini. «Il modo migliore per valorizzare il lavoro degli attuali 4.300 operatori della Polfer non è chiudere presidi e uffici, ma procedere in direzione opposta», afferma Daniele Tis- sone, segretario generale Silp Cgil.

Ci sono tante cose che non tornano nella Giornata in memoria delle vittime dell’immigrazione, che si è celebrata ieri con profluvio di retorica, e la prima di esse è proprio il nome. Nasce tutto da una tragedia, quella avvenuta quattro anni fa al largo di Lampedusa, nella quale, come ci è stato ricordato a reti unificate, morirono 368 immigrati. E dunque le vittime dell’immigrazione sarebbero loro e gli altri che si sono imbarcati per giungere sulle nostre coste e non ce l’hanno fatta. Ma anche quelli che ce l’hanno fatta e poi sono stati sfruttati e maltrattati. E pure quelli ai quali è andata meglio, perché se sono stati “costretti” a partire – fa il ragionamento – sono comunque vittime. Insomma, anche se la chiamano Giornata delle vittime dell’immigrazione, è stata a tutti gli effetti la Giornata dell’immigrato. Ci sono ragionamenti di marketing politico anche dietro a simili scelte lessicali ed è evidente che qualcuno ha pensato fosse meglio venderla all’opinione pubblica in un modo anziché nell’altro.

Però così, all’appello della memoria ufficiale, mancano le prime vittime dell’immigrazione: quelli che nel nostro Paese sono stati derubati, violentati o ammazzati proprio dagli immigrati. A tutti coloro che oggi sarebbero ancora vivi, o sarebbero illesi se in questi anni non ci fosse stato l’arrivo in massa delle “risorse” portate dai barconi, non è stata dedicata né una giornata né mezza parola. Nella “narrazione” che (ogni giorno, non solo ieri) viene fatta del più grande fenomeno dei nostri tempi, le loro storie sono volutamente rimosse, censurate.
Eppure sono numeri impressionanti: agli stranieri, solo nei dodici mesi trascorsi tra l’agosto del 2016 e il luglio di quest’anno, le statistiche del Viminale addebitano 190 omicidi volontari, 595 tentativi di omicidio, 1.478 violenze sessuali, 809 rapine in abitazione. Non è chi ha subito questi reati la vera vittima dell’immigrazione?
Nessuno ha il coraggio di dirlo e nessuno sembra avere l’intelligenza di capire che la vulgata sui “migranti”, così come viene confezionata e rivenduta alle masse, non funziona, perché puzza di edulcorante artificiale di pessima qualità. Gli italiani, infatti, non se la bevono: l’istituto Demos di Ilvo Diamanti, che certo non alimenta fobie destrorse, avverte che la percezione di insicurezza suscitata dai nuovi arrivati ha raggiunto il quarantasei per cento, livello più alto da dieci anni.

È uno dei tanti modi in cui la classe politica dimostra di non parlare lo stesso linguaggio della gente che è pagata per rappresentare, perché preferisce usarne un altro, fatto apposta per nascondere l’evidenza dei fatti agli elettori. Il meccanismo che negli StatiUniti ha portato Donald Trump alla vittoria è nato proprio così, come un gentile omaggio dei suoi avversari democratici: stufi di sentire storie nelle quali non credevano più, gli elettori si sono buttati nelle braccia del primo che aveva il coraggio di dire le stesse cose che pensavano loro.

Nonostante la crisi di rigetto sia evidente anche da noi, si va avanti con tesi che fanno a pugni non solo con il sentire comune, ma anche con la logica. I ragionamenti di Pietro Grasso, ad esempio. In dirittura d’arrivo della legislatura, il presidente del Senato ha deciso di mettere la freccia e tentare di sorpassare Laura Bol- drini nella corsa per chi sarà il candidato di riferimento della sinistra-sinistra. Così ieri ha detto che il nostro Paese deve accogliere tutti gli immigrati: «Non solo chi scappa dalla guerra, ma anche coloro che fuggono dalla povertà, dalla fame, dalla negazione dei diritti umani hanno il diritto d’asilo». E siccome la povertà, cioè la difficoltà a procurarsi qualcosa da mettere sotto i denti, è una caratteristica che accompagna l’uomo dall’alba dei tempi e ancora oggi, secondo le stime della Banca mondiale, riguarda 702 milioni di persone nel mondo, prendere sul serio la seconda carica dello Stato significherebbe fare entrare più individui di quanti ne abitino oggi in Europa.

Se l’immigrazione produce vittime e queste vittime sono gli immigrati, come è stato detto ieri, la prima cosa da fare dovrebbe essere fermare l’immigrazione. La seconda carica dello Stato, i suoi megafoni e tutti quelli chelapensano come lui fanno invece l’esatto contrario: incoraggiano
chiunque creda di avere un motivo a salire su un gommone per venire da noi.
Non molti anni fa, anche grazie a un pontefice illuminato come Karol Wojtyla, il primo diritto di chi era povero e sfruttato era quello a non emigrare, «a vivere cioè in pace e dignità nella propria Patria», per usare le parole di quel papa. Ora il mondo si è ribaltato e Vaticano e istituzioni sostengono il diritto opposto, quello ad abbandonare la propria terra per pretendere una casa e un lavoro altrove. Così le vittime, italiani ed immigrati, si moltiplicano.

4 commenti

  1. Bravo! Il coraggio di raccontare la verità!

  2. Bell’articolo.
    Non si è razzisti a dire le cose come stanno. Inutile fare i buonisti da 2 soldi come va di moda oggigiorno. L’immigrazione fatta così male ed imposta forse anche peggio, crea forti tensioni sociali. Certo che ste cose, politici, benestanti e preti in vaticano, non le vedono, vivendo ben lontani dai guai che causano agli altri!

  3. A noi italiani chi ci taglia la gola giornalmente sono i nostri parlamentari, non questa povera gente a cui abbiamo distrutto i paesi di origine per rubare le materie prime, fare safari andare a fare i pedofili.

  4. Chissà cosa ne penserà Renzi, Boldrini, etc…etc…, e come hanno intenzione di agire!

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