Trovato uomo di Neanderthal vegano, si curava con aspirina e penicillina

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L’alimentazione dei Neanderthal variava molto da regione a regione: alcuni erano vegetariani, altri prediligevano la carne. L’ha dimostrato l’analisi del tartaro sui denti fossili, che ha rivelato anche un probabile uso delle piante a scopi terapeutici. La somiglianza della flora batterica orale con quella degli esseri umani moderni suggerisce inoltre che lo scambio di baci con i nostri antenati non fosse così raro

I Neanderthal avevano una sofisticata conoscenza dell’ambiente che li circondava. Questo permetteva loro di avere una dieta ricca e variegata, che comprendeva la carne e le verdure, ma anche di selezionare e utilizzare determinate piante in funzione delle loro proprietà curative. Si tratta di una scoperta importante e che conferma un’altra ricerca risalente al 2012 sui denti di Neanderthal in Spagna nei quali furono scoperte tracce di camomilla ed achillea.

 Analizzando i residui di cibo intrappolati fra i denti i ricercatori sono riusciti a risalire anche alle malattie di cui l’individuo aveva sofferto in vita. Nella mascella, invece, c’era un forte ascesso che aveva lasciato una profonda lesione. I denti, infatti, sono una capsula del tempo di informazioni biologiche.

La scoperta viene direttamente dai denti degli ominidi analizzati in uno studio pubblicato su Nature da un team di ricercatori, che attraverso il tartaro dell’uomo di Neanderthal è risalito a degli indizi sulle abitudini alimentari e non solo. Gli scienziati hanno scoperto che i Neanderthal provenienti dall’odierno Belgio, rivenuti nella grotta di Spy a sud di Bruxelles, si nutrivano prevalentemente di rinoceronti lanosi e mufloni, insieme a funghi commestibili.

Campioni che risalgono a un periodo collocabile fra 42 mila e 50 mila anni fa. Si tratta delle più antiche placche dentali analizzate geneticamente finora. “Abbiamo scoperto che i Neanderthal della grotta di Spy consumavano rinoceronte lanoso e mufloni europei, integrati con funghi porcini – elenca Alan Cooper, direttore dell’Acad – Quelli di El Sidrón invece non mostravano alcuna evidenza di consumo di carne e sembravano avere una dieta in gran parte vegetariana, che comprende pinoli, muschio, funghi e corteccia d’albero”. Due menu che fanno pensare a “stili di vita abbastanza diversi tra i due gruppi”.L’analisi del Dna racchiuso nelle placche, osserva Weyrich, “rappresenta una finestra unica nella vita dei Neanderthal e rivela dettagli sempre nuovi sulla loro salute, sul modo in cui l’ambiente influenzava il loro comportamento”. E quella che gli scienziati descrivono come “una delle scoperte più sorprendenti” arriva dal dente di un Neanderthal di El Sidrón, che soffriva di un ascesso visibile sulla mandibola.

La placca dentale ha svelato che aveva anche un parassita intestinale che provoca diarrea acuta. “Era chiaramente molto malato – racconta Cooper – e stava mangiando pioppo, che contiene l’antidolorifico acido salicilico”, da cui fu poi derivato “il principio attivo dell’aspirina. Abbiamo potuto rilevare anche una muffa (Penicillium), antibiotico naturale, mai vista in altri esemplari”.Sono dunque i Neanderthal gli antenati di Ippocrate? “A quanto pare – dice l’esperto – possedevano una buona conoscenza delle piante officinali e delle loro varie proprietà antinfiammatorie e antidolorifiche, e sembra siano stati capaci di fare automedicazione. L’uso di antibiotici è molto sorprendente: tutto questo succedeva più di 40.000 anni prima che sviluppassimo la penicillina. Certo è che le nostre scoperte contrastano nettamente con la visione piuttosto semplicistica che nell’immaginario popolare si ha dei nostri antichi parenti”.

I Neanderthal e gli esseri umani antichi e moderni hanno anche condiviso molti microbi patogeni, tra cui i batteri che causano la carie e le malattie gengivali. La placca dentale dei Neanderthal ha permesso anche la ricostruzione del più antico genoma microbico mai sequenziato: quello del Methanobrevibacter oralis, un ‘commensale’ che può essere associato a malattie gengivali, appunto. Sorprendentemente, riflettono gli scienziati, la sequenza genomica suggerisce che i Neanderthal e l’uomo si stavano ‘scambiando’ agenti patogeni non più tardi di 180 mila anni fa, molto tempo dopo la divergenza delle due specie.Il team ha anche osservato quanto rapidamente sia cambiata la comunità microbica orale nella storia recente. La composizione della popolazione batterica nella bocca dei Neanderthal e in quella dell’uomo antico e moderno risulta strettamente correlata alla quantità di carne nella dieta, e porta a raggruppare i Neanderthal spagnoli con gli scimpanzé e i nostri antenati alla ricerca di cibo in Africa. Al contrario, i batteri dei Neanderthal belgi erano simili a quelli dei primi cacciatori-raccoglitori, e abbastanza vicini a quelli dell’uomo moderno e dei primi agricoltori.

“Non solo possiamo ora avere una prova diretta di ciò che i nostri antenati mangiavano, ma possiamo osservare anche che le differenze nella dieta e nello stile di vita sembrano riflettersi sui batteri commensali delle bocche dei Neanderthal e degli esseri umani moderni”, conclude Keith Dobney dell’università di Liverpool. “I principali cambiamenti in ciò che mangiamo hanno modificato in modo significativo nel corso di migliaia di anni l’equilibrio di queste comunità microbiche, che a loro volta continuano ad avere conseguenze fondamentali per la salute e il benessere. Questa straordinaria finestra sul passato ci sta offrendo nuovi modi di esplorare e capire la nostra storia evolutiva attraverso i microrganismi che vivevano in noi e con noi”.

L’immagine dell’uomo antico diviene sempre più moderna. Come archeologo sperimentale ho testato gli effetti di alcune attività. Quali problemi di salute dovevano affrontare i nostri antenati? Come cercavano di curarsi e mantenersi in forma ? Curavano anche l’aspetto estetico del proprio corpo ? Informazioni da: Apparato scheletrico di sepolture e morti accidentali. Tessuti molli, cute e capelli conservati nelle mummie. Riproduzioni sperimentali delle attività. Studi antropologici sulle popolazioni preistoriche moderne come eschimesi, boscimani, aborigeni e nativi americani.

Paleopatologia Studia le malattie sui resti umani antichi. Pseudopatologia: sono deformazioni dei resti umani causate da agenti naturali erosivi, termici, idrici, minerali, vegetali e animali. Indicatori di stress: definiscono le alterazioni morfologiche in risposta a stress funzionali ed episodici. Sono indicativi dello stato di salute generale di una popolazione. Lo studio dei traumi mediante modelli socio-culturali fornisce lo dati sullo stile di vita (maschi-femmine, giovani-anziani, Paleolitico-Neolitico). Strie di Harris: testimonianze molto utili rilevate sulle ossa. Sono linee di arresto e successiva crescita con forte mineralizzazione. Sono causate anche da deficit stagionali per diete diversificate.

Ossa Sono testimonianze fondamentali. Plastiche si adattano alle attività. Dalle inserzioni dei muscoli si deduce la muscolatura e quindi le mansioni svolte. Isotopi di carbonio e azoto nel collagene indicano la quantità e i tipi di proteine. Rilevate ossa più tonde ai climi freddi per dare minore dispersione del calore. Stress ossei: episodici del Paleolitico diventano minori ma più funzionali nel Neolitico a causa della dieta più regolare ma più scadente.

Cambiamenti nella struttura ossea dal Neolitico. Gracilizzazione di arti inferiori per sedentarizzazione. Osteoporosi, cioè riduzione della massa ossea, dai 40 anni di età anche per allattamenti prolungati per evitare malattie. L’artrosi, che inizia dall’età di 30 anni in poi, è dovuta a usura delle articolazioni. Le cause biomeccaniche sono ben riscontrabili nelle ossa. Le differenze ossee tra i sessi aumentano a causa di attività specializzate. Le femmine con la mandibola masticano le pelli. I maschi utilizzano più spalla, clavicola e gomito durante l’utilizzo delle armi da lancio.

Denti Usura Nel Paleolitico è nella parte anteriore (denti usati come terza mano). Nel Neolitico è nella parte posteriore (abrasione da inclusi nei cereali). Smalto Non si riorganizza con il tempo come il calcio nelle ossa. Una produzione anomala dimostra carenze alimentari. Carie Dal Neolitico grande incremento per maggiore consumo di amidi. I carboidrati e gli zuccheri diminuisco il PH della bocca.

Neoplasie (Tumori) Bassa incidenza perché gli uomini morivano prima che si manifestassero. Agenti cancerogeni antichi: radizioni ultraviolette; sostanze chimiche naturali, piante cancerogene e virus; cibi affumicati, cotti a fuoco vivo o brace; utilizzo lampade con fumi; muffe in cereali e frutta secca malconservati (oggi molto studiate); I gruppi umani sono piccoli e amplificano la predisposizione ereditaria. L’indagine è limitata a quando viene intaccato lo scheletro in vita. E’ un evento molto raro.

L’archeologia sperimentale La riproduzione scientifica di attività quotidiane dei gruppi umani non letterati fornisce molte informazioni supplementari alla ricerca archeologica. Attività sperimentate: Scheggiatura (utilizzo dell’avambraccio, ferite da schegge); Caccia (potenziamento degli arti inferiori e superiori); Illuminazione (inalazione dei fumi delle torce in grotta); Levigatura (inalazione polveri nocive); Macinazione (inclusi producono usura dentaria); Estrazione e riduzione dei metalli (intossicazione da arsenico).

Medicina Inizialmente è solo istintiva, poi anche magica, infine molto empirica. Imitiamo comportamenti animali (cibarsi di piante contro i parassiti). Abbiamo naturale accudimento (verso anziani, bambini, partorienti). Il male è visto come un nemico invisibile che attacca il clan. Si è come fratelli, ogni vita è preziosa. Il male non è mai ripetizione di un caso. Dal Neolitico maggiore interesse verso le malattie contagiose. Custodia del sapere utile e preconoscenza del male più dettagliata. Il malato diventa un caso da osservare. Il medico fornisce ora indicazioni sociali al gruppo.

Scimano e guaritore Vecchio e saggio a 40 anni ! Il sogno è l’invito degli spiriti a farsi guaritore. Ha autorità pari al capo. Più alto della media. Bisessuale e altruista. Disinteressato alla riproduzione. E coinvolto emotivamente. Conosce principi attivi di erbe e funghi. Pratica l’anestesia. E’ cacciatore di nemici invisibili. Effettua anche funzioni pubbliche propiziatorie. Molti gli studi antropologici fatti sulle popolazioni non-letterate moderne.

Neanderthal ci difende dai virus

L’esame del Dna sui fossili mostra che abbiamo ereditato diversi geni da altre specie umane ormai estinte Spesso sono preziosi, ma a volte causano gravi malattie.

Davvero si può estrarre il Dna da reperti fossili di uomini vissuti migliaia di anni fa e  averne abbastanza e di qualità sufficiente da poterlo studiare?». Se un impertinente e avvertito uomo della strada l’avesse chiesto a un bravo archeologo anche solo cinque anni fa, la risposta sarebbe stata più o meno questa: «No, non si può fare, estrarre Dna da fossili (ossa per esempio) senza contaminarlo con il Dna di adesso è assolutamente impossibile». Nel giro di pochi anni però è cambiato tutto; non solo il Dna si può estrarre e sequenziare con risultati assai affidabili, ma questi studi aprono prospettive inimmaginabili. Grazie al Dna cominciamo a capire chi erano davvero i nostri antenati e che rapporto c’era fra loro e i nostri cugini più prossimi, come si sono spostati da una parte all’altra della Terra e come si sono incrociati fra loro.

Sapere se i Neanderthal in Europa fossero o no i nostri antenati, come si pensava una volta, o se fossero una specie del tutto diversa, che poi è andata estinguendosi per essere sostituita dall’Homo sapidi s, è arduo se pretendi di arrivarci con gli strumenti dell’archeologia classica. Meglio farlo con il Dna: di quello che vien fuori ti puoi fidare molto di più.
Svante Pààbo e i suoi colleghi del Max Planck Institute di Lipsia, in Germania, avevano in mano il Dna di tre donne di Neanderthal e, dopo essersi assicurati che non d fossero contaminazioni, l’hanno comparato col nostro. Il genoma (l’insieme di tutti i geni contenuti nel Dna del
nucleo delle cellule) di Neanderthal è diverso dal nostro, su questo ormai non d sono più dubbi. Vuol dire che l’uomo moderno non ha niente a che spartire con Neanderthal? Non proprio.
Europei e asiatici hanno un po’ di Dna di Neanderthal, poco (dall’i al 3 per cento di tutto il Dna), ma c’è. E non basta, gli studi più recenti sul Dna ancestrale hanno potuto stabilire che l’Homo sapiens si è incrodato con Neanderthal almeno tre volte e che questo dev’essere successo tra 35 mila e 85 mila anni fa in Persia. Inoltre c’è un uomo vissuto in Romania 40 mila anni fa che discendeva direttamente da Neanderthal. Lo studio del genoma ha fatto vedere che in Siberia c’era un altro tipo di uomo, Denisovan (0 uomo di Denisova), simile a Neanderthal per certi versi, ma geneticamente lontano.
Esempi così, a contraddire i dettami della morfologia tradizionale, ce ne sono tanti. Ed ecco un esempio clamoroso: i caratteri somatici di un uomo vissuto nello Stato di Washington 8.500 anni fa orientavano verso ascendenti polinesiani o tutt’al più giapponesi, niente a che vedere con le caratteristiche fisiche degli
indigeni americani. Così si è sempre pensato che quell’uomo fosse arrivato dalle parti del fiume Colombia, con una delle più antiche migrazioni dall’Asia. Ma dalla sequenza del Dna viene fuori che il suo genoma assomiglia in modo impressionante a quello degli indigeni d’America.

Non solo, ma lo studio del Dna d sta facendo capire che chi vive in una certa area geografica oggi ha ben poco in comune con quelli che ci vivevano migliaia di anni fa. È il caso di un bambino vissuto in Siberia 24 mila anni fa (Mal’ta boy). Quando si è potuto sequenziali il suo genoma, nel 2013, non si è trovato nessun rapporto col Dna di chi vive oggi nell’Asia centrale. Ci sono analogie invece fra quel bambino e l’uomo di Kennewick, geneticamente vicino agli indigeni d’America (a dimostrazione di come certe popolazioni si siano mosse fra la Paleo-Asia e le Americhe).

C’è un’altra drcostanza che ha lasciato di stucco gli archeologi: è stato quando l’analisi del Dna che loro stessi avevano fornito ai genetisti del laboratorio di David Reich a Boston ha dimostrato come i membri delle stirpi Yamnaya delle steppe russe dovessero considerarsi i veri antenati di certe popolazioni germaniche. Questa scoperta era così controcorrente che, sulle prime, gli archeologi non volevano firmare il lavoro di Reich; l’hanno fatto solo dopo essersi convinti che l’analisi del Dna non lasciava dubbi.

Vuol dire che lo studio del Dna sostituirà i metodi dell’archeologia tradizionale? No, non del tutto perlomeno, ma certo darà un contributo fondamentale e rivoluzionerà anche questo campo della scienza, come è già successo per la medicina. Per esempio come siamo arrivati ad essere quello che siamo, a sopravvivere a tutte le difficoltà dell’ambiente in gran parte ostile aliavita? «È pervia dell’evoluzione», dirà chi ha la pazienza di leggere queste righe. Giusto, ma per introdurre nel genoma di una popolazione le mutazioni che servono per resistere a certe circostanze sfavorevoli ci vogliono centinaia, quando non migliaia, di generazioni. Ma ci sarebbe una scorciatoia, almeno in teoria: una volta che si arriva in un luogo eventualmente ostile, ci si incrocia con chi vive lì, che i geni favorevoli li ha già
(se no non sarebbe sopravvissuto), e così si superano le difficoltà degù ambienti diversi dal tuo. Sembra molto logico. Però, per dimostrare che sia successo davvero e come e quando e per capire fino a che punto Tesserci incrociati con Neanderthal o con l’uomo di Denisova abbia aiutato davvero i nostri antenati a sopravvivere, serviva Tanalisi del Dna.

Come hanno fatto certe popolazioni che vivevano molto in alto nel Tibet a sopravvivere in un ambiente così povero di ossigeno? Hanno preso dall’uomo di Desinova un gene — Epasi — che li aiutava a utilizzare l’ossigeno al meglio e questo gene Neanderthal non ce l’ha, secondo studi appena pubblicati da studiosi di Berkeley, in California. Come ha fatto l’uomo moderno, quando ha cominciato a viaggiare dappertutto, a difendersi da batteri e virus mai incontrati prima? Grazie a Neanderthal. Proprio così, da lui abbiamo preso un certo gene Stat2, che d difende dai virus e non solo, e poi il gene per interleul dna 18, che è coinvolto in processi antiinfiammatori, e abbiamo acquisito una serie di geni (i media dicono dell’Hla che sta per Human leukocyte antigens) che allertano il sistema immune della presenza di invasori. Neanderthal, i cui antenati hanno avuto almeno 200 mila anni per adattarsi al freddo e al gelo grigio di gran parte dell’ Europa, ci ha trasmesso anche Bnc2, il gene della pelle bianca che ci consente di sintetizzare più vitamina D. Chi ha popolato l’Europa, ma anche l’America, come appena pubblicato su «Nature Reviews Genetics», si è adattato in fretta alle condizioni sfavorevoli dell’ambiente grazie ai geni di Neanderthal, quelli che proteggono la cute dal perdere acqua per esempio e anche quelli che consentivano di avere più peli per proteggersi dal freddo. Certi geni di Neanderthal proteggono la cute dalle abrasioni: vuol dire che senza un po’ di quel Dna per l’uomo moderno difendersi dalle infezioni sarebbe stato molto più difficile.

Neanderthal ci ha passato solo geni buoni? No affatto, molti messicani e indigeni americani e certe popolazioni dell’Asia hanno preso da lui un gene che li predispone al diabete. È un gene che previene la degradazione dei grassi: a Neanderthal serviva, a noi oggi proprio no. E persino schizofrenia e malattie autoimmuni potrebbero venire da Dna arcaico. Non solo, ma è stato appena pubblicato su «Nature» un lavoro che dimostra come regioni geniche che derivano da Neanderthal favoriscano l’insorgere di lupus eritematoso — una malattia del sistema immune che colpisce soprattuttol e giovani donne —, ma anche di altre malattie autoimmuni, cirrosi biliare e malattia di Crohn per esempio.

Certe persone soffrono di disturbi della coagulazione: da dove vengono? Forse dai geni del sistema immune di Neanderthal, che a lui servivano per uscire dall’Africa e potersi adattare ad altri ambienti. Persino l’indulgere o meno al piacere del fumo di sigaretta ci viene forse da Ne- anderthal e c’è un piccolo mistero nella storia dei rapporti fra Neanderthal e uomo moderno. Il cromosoma X, ricco di geni della fertilità, è povero invece di Dna di Neanderthal, l’opposto di quello che ci si poteva aspettare. Forse chi aveva più Dna di Neanderthal era sterile, o comunque meno fertile, e nell’evoluzione di uomini con materiale genetico di Neanderthal nel cromosoma X si sono perse le tracce.

Ciò non si applica solo ai geni della fertilità: quando un certo gene non serviva o addirittura comprometteva la sopravvivenza della specie — quello del cromosoma X è solo un esempio — lo si eliminava (biologica! incompatibility). E quegli uomini che riuscivano a prendersi il meglio da Neanderthal ed eventualmente da Denisovan e a ignorare il materiale genetico che non serve (o che ti fa stare peggio) erano destinati nel corso dei millenni a prevalere sugli altri. Ma non l’hanno fatto tutti allo stesso modo; perché c’è un po’ più materiale genetico di Neanderthal negli asiatici dell’est, per esempio, che negli europei? Su questo nessuno ha le idee chiare per adesso. La spiegazione più probabile è che l’uomo moderno si sia accoppiato con Neanderthal in più di un’occasione e in aree geografiche diverse.

Una cosa è sicura: più si studia il Dna arcaico, più capiremo come siamo arrivati a vivere dove viviamo e a essere quello che siamo. Sulle migrazioni per esempio dall’Africa, all’Asia, all’America, all’Europa gli archeologi avevano certe idee, presto avremo dati sicuri. «Cambia tutto — ha dichiarato a “Nature” Christina Warriner dell’Università dell’Oklahoma —, poter sequenziare il Dna di individui vissuti 30 mila, 40 mila e anche 50 mila anni fa sarà come riscrivere la preistoria».

Il Paleolitico di Neanderthal Vive in Europa da circa 250.000 a circa 30.000 anni fa. Evoluto e vissuto spesso nei climi freddi è specializzato per questo clima. Da 80.000 anni fa abbiamo sepolture con corredi, pigmenti, incisioni. Primo europeo, chiaro e dai cappelli rossi incontra il sapiens: che brutto ! E’ provato che curava le fratture (fattore culturale importante). Riscontrate moltissime fratture anche multiple (vita simile cowboy da rodeo).

La sedentarizzazione Drastico peggioramento dello stato di salute dal Neolitico. Germi intelligenti che mutano sfruttano gruppi umani più compatti e numerosi con veloce ricambio di generazioni. Minore apporto di proteine animali nella dieta causa maggiore anemia. Meno robustezza del corpo. Meno esposizione al sole causa rachitismo (difetto nel metabolismo della vitamina D). Aumento dei casi di neoplasie (tumori) per agenti nei cibi. Minore consumo di frutta fresca causa scorbuto: una carenza di vitamina C per la formazione di collagene delle ossa le fa diventare fibrose con dolori e problemi vari. Aumento del deficit di ferro per eccessivo calcio durante la lattazione.

Un habitat ridotto Diminuisce l’igiene generale. Aumenta la densità dei gruppi umani. Si creano discariche vicine all’abitato. Lo stoccaggio dei cereali fa insediare i roditori. Il disboscamento crea ambiente adatto alla malaria. Vi è intimità tra uomini e animali addomesticati. La peste bovina si trasforma in morbillo. La tubercolosi viene trasmessa dai bovini. La pertosse arriva dal contatto con cani e maiali. Lungo i fiumi, più popolati, c’è affollamento parassiti. La preparazione errata di cibi cotti causa anemia cronica.

1. Chi è l’Uomo di Neandertal? Oggi sappiamo che l’Uomo di Neandertal è una forma evolutasi in Europa già a partire da 300mila anni fa e diffusasi poi fino al Vicino/Medio Oriente. La ricostruzione del suo aspetto fisico e delle sue caratteristiche comportamentali è variata nel corso del XX° secolo, in ragione delle scoperte via via effettuate e, purtroppo, anche delle ideologie dominanti nella società: l’idea di un individuo “scimmiesco”, selvaggio e primitivo (1a metà del secolo) ha lasciato il posto, dopo la seconda guerra mondiale, all’idea che “… se potessimo reincarnare un Neandertal e porlo nella metropolitana di New York, opportunamente lavato, sbarbato e modernamente vestito, si dubita che potrebbe attrarre alcuna attenzione”. Anche questo è forse un eccesso connesso al rifiuto delle dottrine razziste precedentemente diffuse in Europa: oggi conosciamo in dettaglio la morfologia di un Neandertaliano a partire dallo studio dello scheletro dei numerosi individui rinvenuti e le sue fattezze sono ormai riprodotte fedelmente grazie alle tecniche di ricostruzione fisiognomica mutuate dai metodi applicati dalla Polizia Scientifica. Tratti distintivi dell’Uomo di Neandertal sono la statura medio bassa (cm 160-165) e la corporatura molto robusta: i Neandertaliani avevano una grande forza e resistenza muscolare, compresa una capacità di presa degli oggetti più potente. Il loro cranio (capacità cranica media maschile di 1600 centimetri cubici) è anche più grande della media dei maschi europei attuali (1450 cc), ma presenta una forma arcaica, ereditata da un’umanità più antica, caratterizzata da fronte sfuggente, volta schiacciata e allungata posteriormente, orbite grandi sotto un’arcata ossea sviluppata (= toro), faccia protesa in avanti (= prognata) con un grande naso, mandibola massiccia priva di mento. La sua scomparsa, stimata circa 35mila anni fa, è tradizionalmente correlata alla diffusione in Europa (e in Italia) dell’Uomo anatomicamente moderno. Popolazioni con differenti tecnologie e strategie di sussistenza, portatrici inoltre di novità culturali (l’arte essenzialmente), entrano in contatto, e forse in competizione, con i gruppi di Neandertal preesistenti sul territorio.

2. Dove e quando compare l’Uomo anatomicamente moderno? Dati di genetica, di antropologia fisica e archeologici indicano che questa “nuova” popolazione si sia evoluta circa 200mila anni fa, in un’area delimitata dell’Africa sudsahariana. Una prima uscita dall’Africa intorno ai 125mila anni fa ha raggiunto solo un’area ristretta del Vicino Oriente (attuale Israele) e non ha avuto successo. Su basi genetiche, analizzando il DNA mitocondriale di popolazioni attuali e di reperti umani fossili, l’uscita dall’Africa “vincente” si colloca fra 90-60mila anni fa, inizialmente ad opera di un piccolo gruppo di uomini anatomicamente moderni. Due sono le possibili rotte: lungo la valle del Nilo e poi attraverso la penisola del Sinai o attraverso lo stretto di Bab el Mandeb verso lo Yemen. La traversata del mar Rosso (oggi largo 18 km) potrebbe essere stata facilitata dall’abbassamento del livello del mare, che raggiunse il minimo locale 65-60mila anni fa. D’altra parte la presenza di aree desertiche fra il Nord Africa e l’Asia centrale potrebbe aver costituito un ostacolo alla diffusione di questi “nuovi arrivati” in Europa prima di 50mila anni fa. In quest’area geografica una loro coesistenza con la popolazione neandertaliana autoctona è pertanto da considerare possibile fra circa 50-35mila anni da oggi. In Italia recenti pubblicazioni pongono l’arrivo di gruppi di uomini moderni precocemente, intorno a 45mila anni fa. Tuttavia, sulla base delle sole osservazioni di morfologia scheletrica, gli indizi di una possibile ibridazione fra le due popolazioni restano di incerta interpretazione.

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