Tumore al seno: come fare auto- prevenzione, cosa fare a casa

Ma cosa cercare mentre ci si massaggia per individuare avvisaglie di tumore al seno? I punti da tenere in considerazione per capezzoli e areole sono gonfiori e arrossamenti, una inversione dei capezzoli, tessuto ruvido o increspato, fuoriuscite di colore giallo o contenenti sangue, ma anche tenerezza o dolore al tatto. I tumori che si formano dai lobuli o nelle pareti dei dotti portano invece cambiamenti nella forma del seno, gonfiori inusuali o allargamento dei pori, pelle irritata o raggrinzita. Oltre al rilevamento di gonfiori su tutta l’area, anche un inconsueto ispessimento della pelle nella zona dell’ascella può essere sintomo di un malformazione cellulare.

Si torna a parlare di tumore al seno, considerato il 29 per cento di tutte le neoplasie che colpiscono purtroppo le donne e molto spesso una su otto ne viene colpita nell’arco della vita, e la sua incidenza aumenta superata la soglia dei 50 anni.Circa il 75% delle diagnosi, infatti supera questa soglia di ‘età. Nonostante si tratti di una malattia piuttosto diffusa, questa viene definita subdola e multiforme, motivo per il quale agli occhi degli scienziati presenta ancora diversi lati oscuri. Alcune novità importanti, riguardanti il tumore al seno, sono state presentate da un gruppo di ricercatori della prestigiosa Icahn School of Medicine at Mount Sinai di New York e dall‘università tedesca di Ratisbona, i quali attraverso l’analisi di biopsie e studi condotti su modelli murini, ovvero topi, hanno evidenziato che le metastasi legate al cancro al seno si sviluppano e diffondono nell’organismo in modo precoce e silenzioso, prima della formazione del tumore stesso. Tale meccanismo precoce, secondo i ricercatori, potrebbe anche verificarsi anche nel melanoma e nel tumore del pancreas, ed è stato descritto in uno studio descritto per la prima volta su Nature.

“Facciamo un passo avanti nella comprensione di situazioni particolarmente sfortunate come quelle in cui, nonostante la neoplasia sia scoperta e asportata ancora molto piccola, in fase precoce, poi si sviluppano metastasi. Oppure addirittura la paziente arriva alla diagnosi già metastatica, senza che il tumore iniziale si sia ancora sviluppato“, ha dichiarato Massimo Di Maio, consigliere nazionale dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica e direttore dell’Oncologia all’Azienda Ospedaliera Ordine Mauriziano di Torino. Ovviamente si tratta di una scoperta molto importante, perchè dimostra come le cellule impazzite dopo aver invaso gli organi possono restare quiescenti per diverso tempo ma soprattutto invisibili alla chemioterapia per poi esplodere con metastasi ancora più aggressive ed in grado seriamente di mettere in pericolo la vita del paziente. “I nostri risultati potrebbero fare luce su fenomeni giudicati tuttora inspiegabili, come ad esempio il fatto che il 5% dei pazienti oncologici nel mondo presenti metastasi pur non avendo un tumore originario e, soprattutto, potrebbero spiegare perché sia così difficile trattare il cancro una volta che si è diffuso”, ha sottolineato il professor Julio Aguirre-Ghiso.

Come sappiamo il tumore al seno ha diverse sfaccettature e si suddivide sia per tipologia, sia per stadio di avanzamento. Si parla di sarcoma, intendendo con questo termine un tumore che origina dai tessuti connettivi, e dunque dei tessuti muscolari, adiposi e dei vasi sanguigni, ed ancora si parla di carcinoma per indicare un cancro che origina nello strato di rivestimento del seno e purtroppo ad oggi rappresenta il cancro più diffuso. Il carcinoma, inoltre, può essere in situ, ovvero sto nella sua fase iniziale confinato nel punto in cui si è originato, oppure invasivo, nel caso in cui questo si sviluppa oltre lo strato di cellule dal quale ha avuto origine.

Ogni anno in Italia oltre 11.000 donne muoiono di cancro mammario. Le informazioni sull’incidenza a livello nazionale possono essere stimate indirettamente applicando modelli matematici ai dati di mortalità e di sopravvivenza. I dati d’incidenza forniti dai Registri tumori sono sicuramente più affidabili, ma la distribuzione disomogenea dei Registri sul territorio nazionale non consente valutazioni sicure. Dall’insieme di queste informazioni si può desumere che la distribuzione dell’incidenza nelle varie regioni italiane ha un netto gradiente Sud-Nord (rischio cumulativo da 0 a 75 anni: 5% al sud, 6% al centro e 7% al nord) a somiglianza di molte altre neoplasie legate agli stili di vita occidentali.

Un fenomeno analogo, ma molto più marcato, si rileva a livello internazionale: l’incidenza di carcinoma mammario è direttamente proporzionale al grado di occidentalizzazione di un Paese, inteso non solo come industrializzazione, ma anche come abitudini di vita (soprattutto dietetiche), con differenze fino a 810 volte tra Paesi come gli Stati Uniti e Paesi africani od orientali (inclusi Paesi sviluppati come il Giappone). Le differenze tendono però nel tempo ad attenuarsi, e sono più marcate nelle età postmenopausali, suggerendo la presenza di diversi andamenti generazionali. Il rischio di carcinoma mammario in Italia aumenta rapidamente con l’età, raggiungendo un tasso annuo superiore ai 150 casi per 100.000 donne in epoca menopausale, per poi continuare a crescere, più lentamente, fino a tarda età. Questo fenomeno è evidente in tutte le popolazioni ad incidenza e mortalità stabili, mentre nelle popolazioni in cui il rischio è in rapido aumento l’incidenza nelle donne in età premenopausale, appartenenti a generazioni più recenti e quindi esposte per tutta la vita ai fattori responsabili dell’aumento del rischio, può risultare uguale o addirittura superiore a quella delle donne in età postmenopausale.

In Italia il rischio è aumentato progressivamente nelle donne nate tra l’inizio del secolo ed il 1930, producendo un costante incremento nell’incidenza e nella mortalità. In quelle nate dopo il 1930, il rischio si è stabilizzato, per poi mostrare una tendenza alla diminuzione nelle generazioni nate alla fine degli anni cinquanta, per la verità ancora troppo giovani per permettere stime affidabili del rischio cumulativo. In conseguenza di questi fenomeni, si può prevedere che l’incidenza di carcinoma mammario continuerà a crescere ancora per 10-15 anni. Non si osserva quindi dai dati d’incidenza quell’aumento del rischio nelle donne giovani che viene spesso riportato a livello aneddotico. Fattori di rischio L’insieme dei fattori di rischio noti non è in grado di spiegare le ampie fluttuazioni geografiche e temporali nell’incidenza di questa malattia, che sono probabilmente da attribuire ad altri fattori. Tra questi ultimi è verosimile che abbiano un ruolo importante le abitudini dietetiche, ma le evidenze al riguardo sono del tutto insufficienti. In sostanza, i dati disponibili non permettono d’individuare, nella popolazione femminile generale, un sottogruppo a rischio all’interno del quale si verificherà la maggioranza dei casi di carcinoma mammario; di conseguenza, la maggior parte delle donne può essere considerata a rischio medio ed il rischio individuale è legato soprattutto all’età. Tra i fattori tradizionali, alcuni riguardano la storia mestruale e riproduttiva.

È noto che il rischio è tanto minore quanto più tardivo è il menarca e quanto più precoce è la menopausa: quest’ultimo effetto è abbastanza marcato, per cui un anticipo di 10 anni della menopausa dimezza il rischio di cancro mammario per tutta la vita. Una riduzione del rischio a lungo termine si osserva anche nelle donne che hanno avuto figli rispetto alle nullipare, e la protezione è tanto maggiore quanto più numerosi sono i figli e quanto più precoce è l’età al momento della prima gravidanza. Questa protezione sembra però preceduta da un breve periodo (alcuni anni), subito dopo una gravidanza, in cui si osserva un aumento nel rischio di cancro mammario. Esiste anche una correlazione tra rischio di cancro e obesità, presente solo dopo la menopausa. Per quanto riguarda i fattori di rischio esterni, va sottolineato l’effetto cancerogeno delle radiazioni ionizzanti, che è direttamente legato non solo alla dose cumulativa, ma anche all’età in cui ci si espone: l’effetto è massimo prima dei 20 anni, diminuisce progressivamente tra i 20 ed i 40, per poi diventare quasi trascurabile. Il fenomeno è legato, come dimostrato chiaramente dagli studi su animali da laboratorio, alla diversa suscettibilità del tessuto mammario agli stimoli cancerogeni: questa è massima prima della pubertà, per poi diminuire con la maturazione indotta dalle gravidanze o, in maniera più lenta ed incompleta, spontaneamente.

Considerando la lunghissima durata dell’effetto cancerogeno delle radiazioni sulla mammella (>40 anni), è chiara la necessità di mantenere un’estrema prudenza nella prescrizione di esami radiologici in sede toracica in donne al di sotto dei 20-30 anni. Un altro fattore di rischio esogeno, su cui inizia a esservi consenso, è il consumo di alcol; restano tuttavia ancora molte incertezze, specie in termini di relazione dose-effetto. Ancora incerta è invece la relazione con fattori di rischio dietetici, poiché gli studi finora condotti non sono riusciti a confermare in maniera chiara le indicazioni fornite dai confronti geografici e soprattutto dagli studi sugli animali: questi ultimi, infatti, avevano dimostrato che l’incidenza di cancro mammario è in diretto rapporto sia con la quantità di calorie sia con la quota lipidica (a parità di calorie) assunte con la dieta. Una possibile spiegazione per l’inconsistenza dei risultati degli studi epidemiologici potrebbe essere che la dieta, come le radiazioni ionizzanti (sia pure con meccanismi del tutto diversi), agisce nella prima parte della vita di una donna: il rischio di cancro mammario sarebbe influenzato precocemente da questi fattori dietetici (dieta iperlipidica? ipercalorica?) che potrebbero agire inducendo alterazioni sia sistemiche (ormonali, modificazioni quantitative o qualitative nel tessuto adiposo) sia nel tessuto mammario stesso. Non a caso, la distribuzione geografica delle lesioni patologiche mammarie associate ad un rischio aumentato è simile a quella del cancro mammario.

Per quanto riguarda i contraccettivi orali, il loro uso su larga scala è troppo recente per permettere conclusioni definitive, specie sugli effetti a lungo termine: per ora è stato possibile stabilire che, nel breve termine, si può avere un incremento di rischio che, se presente, è comunque di dimensioni molto limitate. Gli scarsi dati disponibili sugli effetti a lungo termine non sembrano indicare alcun aumento del rischio, e anzi qualcuno ipotizza un possibile effetto protettivo: è evidente che una stima del rapporto complessivo tra rischi e benefici sarà possibile solo con una valutazione accurata degli eventuali effetti in età postmenopausale, in cui il rischio di base è maggiore. Al momento, comunque, non esistono seri motivi di preoccupazione. Non dissimili sono le valutazioni degli effetti di preparati ormonali utilizzati nelle donne in menopausa: la maggior parte degli studi su donne che avevano preso preparati contenenti solo estrogeni (di solito estrogeni coniugati, per via orale) non ha mostrato un incremento di rischio, o lo ha mostrato solo dopo un uso molto prolungato.

L’aumento (di circa il 20-30%) sembra presente solo dopo 15 anni di assunzione, in studi in cui i dosaggi giornalieri erano generalmente superiori a quello standard di 0,625 mg. Non sono disponibili dati sull’effetto delle preparazioni parenterali (transdermiche), anche se studi sugli effetti ormonali delle due vie di somministrazione danno sostegno all’ipotesi che l’effetto sul rischio di carcinoma mammario possa essere più marcato. Gli studi sugli effetti dei preparati contenenti progestinici in aggiunto agli estrogeni hanno fornito risultati discordanti. La ragione di questo disaccordo potrebbe essere ascritta al diverso tipo di progestinico contenuto nei preparati utilizzati nelle aree dove si sono condotti questi studi. Se ciò venisse confermato, alcuni dei preparati estroprogestinici sarebbero associati a un aumento del rischio di carcinoma mammario. 1.2 La familiarità Tra i fattori utili a definire il rischio individuale di carcinoma mammario la storia familiare ha molta importanza, come è stato confermato da recenti studi di biologia e genetica molecolare.

A questo proposito bisogna però evitare la confusione: circa il 10-15% delle donne che sviluppano un carcinoma mammario ha una parente di primo grado che è già stata colpita dalla stessa malattia. D’altra parte, la malattia è cosí frequente (una donna su 10-15 ha tale diagnosi entro i 75 anni, se non muore prima per altre cause) che anche molte donne senza tumore mammario hanno parenti di primo grado con un carcinoma della mammella. In effetti, è stato ripetutamente dimostrato che quando una donna ha una parente di primo grado con cancro della mammella il l suo rischio è doppio o triplo. Nella maggior parte degli studi non viene però fatta alcuna distinzione tra le familiarità “sporadiche” e la vera aggregazione, all’interno di una stessa famiglia, di più casi di cancro mammario, spesso in età giovanile. Queste aggregazioni sono verosimilmente legate a fattori genetici ereditari, ed i progressi nel campo della biologia molecolare hanno già in parte permesso di caratterizzarle, e ancor più dovrebbero permetterlo in un prossimo futuro (vedi paragrafo successivo). Per ora appare importante riconoscerle, per poter identificare le situazioni in cui il rischio è molto elevato, anche se il comportamento successivo rimane problematico.

A tale scopo può essere necessaria la competenza di genetisti clinici specializzati. Queste situazioni sono però abbastanza rare: nella maggior parte dei casi, invece, la presenza di un parente di primo grado (o anche di secondo) comporta un incremento di rischio relativamente modesto, inferiore per esempio a quello che si ha passando dai 35 ai 55 anni di età. Non sembrano perciò giustificati eccessivi allarmismi. Anche quando due casi di cancro mammario si verificano nella stessa famiglia, non necessariamente si è in presenza di una sindrome neoplastica ereditaria: l’associazione può essere dovuta semplicemente al caso (circa un terzo-metà dei casi) o a fattori ambientali presenti all’interno della famiglia. È anche possibile che alcuni casi di aggregazione familiare siano dovuti a particolari varietà costituzionali (ereditarie) che determinano una diversa suscettibilità ai fattori ambientali, ma questa è per ora solo un’ipotesi di ricerca. In generale, le strategie che mirano all’identificazione dei soggetti con familiarità di primo grado per cancro mammario da avviare indiscriminatamente a protocolli di screening clinico e mammografico intensivo non sembrano giustificate, in assenza di un’accurata valutazione del rapporto tra rischi e benefici. Sembra invece necessaria la definizione, con la collaborazione di specialisti di varia estrazione, di protocolli per identificare le famiglie dove è presente un rischio molto alto.

Il tumore al seno rappresenta ad oggi una delle cause principali di morte nelle donne e molto spesso quello che viene indicato come segno di riconoscimento di questa condizione è appunto la presenza di un nodulo palpabile alla mammella. Ma è opportuno precisare che vi sono anche tanti altri sintomi legati al tumore al seno, sintomi che si presentano a 1 donna su 6 e che spesso non vengono ben interpretati portando le donne a rimandare la visita dal medico,  o almeno questo è nello specifico quanto emerso da un particolare studio condotto dalla University College London e presentato alla National Cancer Research Institute (NCRI) Cancer conference a Liverpool.

Tra questi particolari sintomi, che purtroppo molto spesso vengono sottovalutati, vi troviamo ad esempio anomalie del capezzolo, infezioni del seno o infiammazioni, gonfiore al braccio o all’ascella o dolore all’ascella stessa ed in ultimo anche delle ulcerazioni della mammella. Sulla delicata vicenda ecco che si è nello specifico espressa Monica Koo, colei che si è impegnata nella presentazione della ricerca sopra citata, la quale per essere più precisi ha sottolineato l’importanza “che le donne siano consapevoli del fatto che un nodulo non è l’unico sintomo di tumore al seno”, proseguendo poi “se vi è preoccupazione per qualsiasi sintomo che riguarda il seno, la cosa migliore da fare è un controllo medico il più presto possibile. Fare una diagnosi precoce è davvero cruciale per aumentare le possibilità di sopravvivenza”.

Per effettuare tale particolare studio ecco che i ricercatori della University College London hanno nello specifico esaminato i dati di 2.300 donne del Regno Unito che nell’anno compreso tra il 2009 e il 2010 hanno ricevuto la terribile diagnosi di cancro al seno. Tra queste 2.300 donne, è emerso dall’analisi che la maggior parte avevano chiesto aiuto subito dopo aver notato i noduli mentre invece, le donne alle quali la malattia si è presentata con sintomi diversi, non hanno chiesto subito aiuto e hanno dunque rimandato la visita dal medico. Intanto nelle ultime ore sta facendo molto discutere, e sta accendendo la speranza in molte persone, il progetto partito in Francia e precisamente al Centro Curie di Ricerca sul cancro di Limoges, un progetto che ha come obiettivo quello di riuscire ad addestrare i cani al riconoscimento della malattia.

Per essere più precisi i cani, addestrati, dovrebbero essere in grado di individuare, grazie al loro eccezionale fiuto, la presenza di cellule tumorali. Un’idea davvero eccezionale partita dalla dottoressa Isabelle Fromantine, del Centro Curie di Parigi e secondo quanto emerso dalle prime indiscrezioni le persone non entreranno in contatto diretto con il cane ma, chi vorrà sottoporsi a tale test dovrà semplicemente richiedere un kit al cui interno vi si trovano salviette, particolari gel e accessori da bagno e dopo averli usati ecco che tali oggetti dovranno essere riportati al centro per poter essere analizzati e solo in caso di particolari sospetti verrà chiesto ai soggetti sottoposti a test di effettuare ulteriori specifici esami.

Dieta e Sport

Un grande passo in avanti nel campo medico e soprattutto della prevenzione del tumore, visto che da quanto sembra, seguire una giusta alimentazione e fare almeno 30 minuti di attività fisica al giorno per due o tre volte alla settimana possono accrescono l’efficacia dell cure del 22%. E’ questo quanto sostenuto da un recente studio effettuato sulla rivista internazionale Cancer Biology & Therapy condotto dalla Fondazione Pascale di Napoli, che ha coinvolto più o meno un centinaio di donne giovani, con età media o inferiore ai 45 anni, secondo il quale l’indice di massa corporea è un importante indicatore prognostico e predittivo a breve e lungo termine, dell’efficacia di una chemioterapia neuadiuvante, effettuata cioè prima della chirurgia. Intervenuto il professor Michelino De Laurentiis, direttore della Divisione di Oncologia Medica Senologica della Fondazione Pascale di Napoli, il quale ha dichiarato: “L’attività fisica è uno strumento tra i più ‘efficaci’ e con funzionalità terapeutiche nel trattamento del tumore del seno. Un nostro recente studio, portato avanti nell’ambito del progetto ‘Underforty’ coordinato dal dott. Massimiliano D’Aiuto, ha coinvolto un gruppo di donne giovani affette da tumore, tutte sotto i 45 anni e sottoposte a chemioterapia pre-operatoria, ha dimostrato che quelle ’in forma’ avevano una migliore risposta alla chemioterapia, con benefici maggiorati anche del 22% rispetto a condizioni di sovrappeso e obesità”.

L’invito per tutte le donne è quello di praticare attività fisica aggiungendo alla classica camminata quotidiana anche un impegno ulteriore in palestra, in piscina, della corsa, del ballo o qualsiasi attività sportiva di proprio gradimento. Lo stile di vita va cambiato non solo durante la chemioterapia. Gli effetti positivi della ginnastica riducono il rischio di ricadute del tumore al seno, abbassando l’indice di mortalità.La ricerca in questione evidenzia come vengano alleviati anche gli effetti collaterali delle terapie. Lo sport praticato prima mantiene in salute, rafforza il sistema immunitario, evita di andare incontro a obesità e sindrome metabolica, ovvero due noti fattori che favoriscono lo sviluppo di cancro oltre che di altre malattie quali il diabete o le malattie cardiovascolari.

“Esistono studi che dimostrano che donne in terapia per tumore del seno che continuano l’attività fisica o la implementano, ottengono sensibili benefici in termini di riduzione di effetti collaterali, migliore capacità di sopportare i trattamenti, riuscendo a mantenere una buona qualità di vita anche in caso di trattamenti importanti e aggressivi”, aggiungono il professor De Laurentiis. Secondo gli esperti è dunque fondamentale è il controllo del peso attraverso una dieta corretta e una regolare e costante attività fisica, quale fattore preventivo contro obesità e sovrappeso; migliorativo per l’efficacia chemioterapica; protettivo per ricadute di malattia e il danneggiamento delle facoltà cognitive e, non ultimo, migliorativo anche del tono dell’umore.

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