Tumore al seno, scoperta rivoluzionaria trovata la proteina che migliora la cura

Il tumore al seno è il più diffuso nel sesso femminile. Nonostante le alte probabilità di sopravvivenza se diagnosticato in tempo, data la sua diffusione è responsabile ancora del 16% di tutte le morti per cause oncologiche. La diagnosi precoce è resa possibile grazie a screening come la mammografia. Inoltre, è possibile prevenirlo con una dieta sana ed evitando sovrappeso e fumo. Tuttavia esistono ancora dei sottotipi di tumore al seno particolarmente aggressivi e che sviluppano metastasi e resistenza alle terapie.Arrivano nuove speranze per tutte quelle donne colpite dal tumore al seno, il Centro di biotecnologie molecolari dell’Università di Torino, scoperto una nuova proteina molto efficace nel combattere il cancro del seno, sono oltre circa 48.000 casi ogni anno le persone colpite, e oltre 1000 donne solo in Piemonte.

Il cancro al seno è una delle forme di tumore più comune tra le donne, ma raramente può svilupparsi anche negli uomini. Quali sono i sintomi più comuni? Presenza di un modulo che non causano dolore e ha contorni irregolari. Rigonfiamento di una parte o di tutto il seno. La trasformazione della pelle che tende a diventare a buccia d’arancia. Cambiamenti nella forma della mammella. Alterazioni del capezzolo. Periodo di liquidò sangue dal capezzolo. Rigonfiamento dei linfonodi nell’ascella, intorno alla clavicola o al collo.

Quali sono i fattori di rischio? Sovrappeso obesità. Sedentarietà. Fumo. Eccessivo consumo di alcolici. Famigliarità. 90% sono le possibili a di guarire, se la diagnosi è precoce. Ottobre in tutto il mondo è il mese dedicato alla prevenzione del tumore al seno la prevenzione può salvare la vita.

Il tumore al seno è il più diffuso nel sesso femminile. Nonostante le alte probabilità di sopravvivenza se diagnosticato in tempo, data la sua diffusione è responsabile ancora del 16% di tutte le morti per cause oncologiche. La diagnosi precoce è resa possibile grazie a screening come la mammografia. Inoltre, è possibile prevenirlo con una dieta sana ed evitando sovrappeso e fumo. Tuttavia esistono ancora dei sottotipi di tumore al seno particolarmente aggressivi e che sviluppano metastasi e resistenza alle terapie.

Questo tumore causa la morte di 1.000 donne all’anno solo in Piemonte. Tra i farmaci più utilizzati per la cura di questo tumore sono i tassani, i cosiddetti ‘veleni dei microtubuli’, molecole che derivano dalle foglie dell’albero del tasso. Nell’era della medicina di precisione, è di primaria importanza avere marcatori che possano aiutare nella scelta dell’agente chemioterapico più efficace per ogni paziente.

Nel tumore al seno, l’espressione della proteina PI3K-C2a è ridotta in circa il 48% dei pazienti. I ricercatori Federico Gulluni, Miriam Martini e Maria Chiara De Santis hanno dimostrato che la diminuzione di questa proteina è la causa di un cattivo funzionamento dei microtubuli con conseguente aumento della sensibilità a farmaci che interagiscono con i microtubuli, come appunto i tassani.Nel complesso, questo lavoro dimostra che la scoperta del ruolo della proteina PI3K-C2a permetterà di massimizzare l’efficacia delle attuali opzioni terapeutiche, riducendo gli effetti collaterali e migliorando la qualità di vita delle donne con tumore al seno.

IL RUOLO DELLA PROTEINA BRD4 NEL TUMORE AL SENO: UN’ANALISI MOLECOLARE

La proteina BRD4 è un fattore di trascrizione, ovvero una proteina che regola il modo con cui le cellule leggono i geni per il loro funzionamento. Negli ultimi anni sono stati sviluppati vari approcci terapeutici antitumorali mirati ad interferire con l’attività di BRD4, tuttavia il suo ruolo nello sviluppo e nella progressione del tumore al seno, una malattia molto complessa ed eterogenea, è ancora controverso. Alcuni dati suggeriscono che BRD4 svolga un ruolo chiave nella progressione tumorale, mentre altri indicano un’attività soppressiva nei confronti delle cellule maligne. Il diverso comportamento di BRD4 nella tumorigenesi può essere dovuto alla presenza di diverse varianti (isoforme) con funzione opposta e alla diversa regolazione dell’attività di queste attraverso modificazioni chimiche, quali la fosforilazione, che mediano l’interazione con fattori diversi a seconda del contesto cellulare. Mediante l’uso di diverse linee cellulari derivanti da diversi sottotipi di tumore al seno, l’obiettivo è di caratterizzare l’attività delle isoforme di BRD4, e del loro stato di fosforilazione, a seconda del contesto cellulare in cui si trovano. L’integrazione dei dati di espressione genica delle diverse linee cellulari con i dati sulla distribuzione delle isoforme di BRD4 permetterà di identificare i possibili geni bersaglio di BRD4, di individuare la correlazione con la malignità di ciascuna linea cellulare e di assegnare a ciascuna isoforma una funzione oncogenica o oncosoppressiva a seconda dello specifico sotto-tipo di cellule tumorale. La comprensione dei diversi meccanismi in atto nei vari tipi di tumore al seno é requisito essenziale per sviluppare interventi terapeutico sempre più efficaci.

GLI EFFETTI DEL MICRORNA-9 SUI FIBROBLASTI PRESENTI NEL MICROAMBIENTE DELTUMORE AL SENO

Negli ultimi anni è emersa sempre più l’importanza del microambiente del tessuto nello sviluppo delle neoplasie; è quindi urgente l’identificazione di potenziali molecole bersaglio di farmaci che non siano solamente espresse dalle cellule tumorali ma anche dalle cellule sane del tessuto intorno. Il progetto di ricerca ha come scopo principale chiarire come piccole molecole di RNA, chiamate microRNA, riescono a ‘trasformare’cellule normali in tumorali favorendo così la progressione del tumore al seno. In particolare, il microRNA-9 è risultato in grado di far acquisire ai fibroblasti, che costituiscono la principale componente del microambiente tumorale, chiamato stroma, le caratteristiche di aggressività tipiche delle cellule maligne. Quando i fi- broblasti sani ‘internalizzano’ tale microRNA-9 migrano e invadono più rapidamente l’ambiente circostante. Inoltre si è osservato che una più alta espressione del mi- croRNA-9 modula alcuni geni dei fibroblasti implicati nei meccanismi alla base dell’aggressività tumorale. Il progetto permetterà di chiarire i meccanismi e i bersagli molecolari che vengono regolati dall’azione del microRNA-9. Dal momento che il microRNA-9 è risultato essere più presente nei fibroblasti tumorali del sottotipo più aggressivo di tumore al seno, il triplo negativo, tale molecola potrà in futuro essere utilizzata come bersaglio di una terapia più mirata per questo tipo di neoplasia ancora difficile da curare con farmaci specifici.

USO TERAPEUTICO DEL MICRORNA-23B NEL TUMORE MAMMARIO ERBB2-POSITIVO

Il carcinoma mammario è il tumore femminile più frequente ed è la principale causa di mortalità nelle donne occidentali fra i 40 ed i 50 anni. È di cruciale importanza comprendere i cambiamenti molecolari che avvengono nel carcinoma mammario allo scopo di sviluppare nuovi e più efficaci approcci diagnostici, terapeutici e ai prevenzione. In particolare, ErbB2 è una proteina superficiale di membrana coinvolta nella proliferazione e nel differenziamento cellulare. Nel carcinoma mammario l’aumentata espressione di questa proteina determina infatti un aumento della proliferazione cellulare. È dimostrato che, nei tumori mammari, l’aumento d’espressione di ErbB2 e della proteina adattatri- ce p130Cas promuove la trasformazione in senso neoplastico e l’invasività delle cellule epiteliali mammarie. Questa condizione invasiva è supportata dall’attività della molecola PRDM1/Blimp1 che funziona quale modulatore dell’invasione tumorale p130Cas-ErbB2 dipendente. Il mi- croRNA miR-23b è un importante regolatore della proteina Blimpl nel processo dell’invasione: potrebbe quindi rappresentare un bersaglio terapeutico nel tumore mammario. I miRNA sono piccole molecole di RNA coinvolti nella regolazione dell’espressione genica. Le alterazioni della normale espressione dei miRNA sono stati associati a varie forme di cancro. Il progetto ha lo scopo di valutare l’attività terapeutica del miRNA-23b in modelli cellulari tumorali e animali del carcinoma mammario.

LA PROTEOMICA DEL CARCINOMA MAMMARIO: NUOVI APPROCCI PER LA CARATTERIZZAZIONE DEI SOTTOTIPI E DELLA PROGRESSIONE TUMORALE
Il carcinoma mammario, la forma più frequente di cancro nelle donne, è una patologia complessa. Le indicazioni terapeutiche si basano sulla presenza di specifici marcatori biologici, ma la risposta alla terapia e la sopravvivenza non sono le stesse per tutte le pazienti con caratteristiche simili. Lo studio del profilo proteomico, che permette la valutazione delle proteine effettivamente espresse dal tumore, può consentire una caratterizzazione più precisa del carcinoma mammario e dei suoi sottotipi. L’obiettivo del progetto, in collaborazione con la

Medicai University of South Carolina (USA), è analizzare il profilo proteomico di campioni di carcinoma mammario tramite la tecnica innovativa MALDI Imaging, basata sulla spettrometria di massa in grado di rilevare e identificare le proteine direttamente nelle sezioni di biopsie di tessuto. Questa tecnologia sarà impiegata per studiare l’eterogeneità dell’espressione proteica in uno specifico sottogruppo di tumori, considerati a rischio intermedio di ricaduta e per i quali la scelta terapeutica è controversa, in modo da identificare nuovi marcatori prognostici e predittivi che permettano di suddividere le pazienti in categorie di rischio. Tale tecnica verrà impiegata anche per valutare la variazione biologica tra tumore primario e corrispondenti metastasi, parametro di estrema importanza per scegliere il trattamento ottimale delle pazienti metastatiche. I risultati ottenuti saranno utili per meglio definire sottotipi di carcinoma mammario e comprendere più in dettaglio i meccanismi che portano alla progressione tumorale.

FANCM COME NUOVO GENE DI SUSCETTIBILITÀ AL CARCINOMA MAMMARIO

Il tumore della mammella è la patologia oncologica femminile più frequente e circa il 15-20% di tutte le donne affette hanno una storia familiare per la malattia. Mutazioni nei geni BRCA1, BRCA2 e in altri geni di recente identificazione conferiscono un aumento del rischio di sviluppare la malattia. Complessivamente le mutazioni in questi geni spiegano solo il 20-25% del totale dei casi familiari, e sono dunque molti i casi familiari per i quali non è al momento possibile identificare le cause molecolari della malattia. Il gene FANCM è stato recentemente proposto come un nuovo gene di suscettibilità al carcinoma mammario e questo progetto ha come obiettivo la verifica di tale ipotesi.
Come primo passo, si studierà la frequenza delle mutazioni note di FANCM in circa 80.000 pazienti affette da tumore della mammella e 80.000 donne sane, per verificare se tali mutazioni sono causa dell’aumento del rischio di sviluppare la malattia. In seguito, verranno effettuate analisi di sequenziamento, utilizzando le più moderne tecnologie disponibili, per identificare nuove mutazioni potenzialmente associate ad un aumento del rischio.
Questo studio permetterà in generale di chiarire il ruolo che il gene FANCM ha sul rischio di sviluppare carcinoma mammario e di misurare con precisione qual è il rischio di sviluppare malattia nei soggetti portatori di mutazioni specifiche. Infine, i risultati che si otterranno potrebbero contribuire a migliorare e personalizzare i programmi di prevenzione e sorveglianza nelle famiglie considerate a rischio.

UN VACCINO CONTRO LA PROTEINA XCT PER COLPIRE LE CELLULE STAMINALI NEL TUMORE AL SENO

Nonostante i grandi successi ottenuti in campo terapeutico, il tumore al seno costituisce attualmente la prima causa di mortalità pertumore nelle donne, a causa del frequente instaurarsi di una resistenza alle terapie convenzionali e della mancanza di una cura efficace per i tumori di tipo metastatico. Questi insuccessi sono dovuti all’incapacità delle attuali terapie di eliminare le cellule staminali tumorali, una popolazione di cellule responsabile della progressione tumorale e dello sviluppo ai metastasi. L’identificazione di bersagli specifici delle cellule staminali tumorali è pertanto necessaria per sviluppare terapie antitumorali efficaci. A tal fine recentemente sono state condotte delle analisi molecolari su cellule staminali tumorali derivanti da tumori mammari ErbB2+ o tripli negativi, che hanno permesso di identificare un possibile bersaglio terapeutico: la proteina xCT, coinvolta nella sopravvivenza delle staminali tumorali mammarie e nella resistenza alla chemioterapia. Lo scopo del progetto è pertanto la messa a punto di una terapia in grado di colpire in modo specifico queste cellule mirando a xCT. In particolare, si svilupperanno protocolli preclinici di immunoterapia attiva e passiva (ossia vaccini e anticorpi ricombinanti) specifici perxCT e combinati con la chemioterapia. Ciò fornirà un trattamento combinato di alto valore traslazionale che potrà avere ricadute importanti per la terapia dei tumori al seno, anche di tipo triplo negativo, per i quali al momento non esistono terapie efficaci in grado di prevenire le recidive.

REGOLAZIONE DELLA POMPA PROTONICA V-ATPASI NEL TUMORE AL SENO

L’acidità del lume degli organetti citoplasmatici e dell’ambiente extracellulare è regolata da un intricato equilibrio tra il flusso di protoni in entrata e in uscita. Il processo di trasporto di protoni è finemente controllato dall attività della pompa protonica ATPasi vacuolare (V-ATPasi).
Diversi studi suggeriscono che alterazioni nell’attività della pompa contribuiscono all’insorgenza e all’invasività tumorale. In particolare, le V-ATPasi, localizzate sulla membrana piasmatica di cellule tumorali, sono coinvolte nel processo di formazione delle metastasi, in quanto facilitano l’attività invasiva attraverso l’acidificazione dell’ambiente extracellulare.

Nel tumore al seno, neoplasia più diffusa nel sesso femminile, è stata riscontrata una forte correlazione fra aumento dell’attività della pompa e aggressività delle cellule tumorali.
Lo scopo del progetto è caratterizzare un nuovo meccanismo di regolazione della pompa attraverso l’interazione fra una subunità della pompa, V1G1, e una proteina coinvolta nel traffico cellulare, RILP. Capire come questi due fattori regolano l’acidificazione degli organeìli cellulare e di conseguenza la proliferazione tumorale e la formazione delle metastasi è la base su cui sviluppare e ottimizzare nuovi protocolli terapeutici per la cura del tumore al seno.

IL MODELLO TRIDIMENSIONALE DI TUMORE MAMMARIO IN PERFUSIONE: VERSO LA PERSONALIZZAZIONE DELLA TERAPIA FARMACOLOGICA ANTITUMORALE

Le colture cellulari bidimensionali (2D) rappresentano un modello sperimentale in vitro molto semplice e ampiamente utilizzato nella sperimentazione farmacologica e in particolare in quella antitumorale. Tuttavia presentano limitazioni, come la completa mancanza della complessità del microambiente tumorale presente nei modelli in vivo. Il modello di colture cellulari tridimensionali (3DI rappresenta un approccio complementare che consente di superare alcuni limiti presenti nei modelli 2D avvicinando maggiormente la sperimentazione in vitro a quella in vivo.  Lo scopo del progetto è verificare su un modello in vitro 2D e su due diversi modelli 3D, uno statico e l’altro in perfusione, l’effetto antitumorale del chemioterapico Paclitaxel (PTX) e del Paclitaxel veicolato in nanoparti- celle di Albumina (PTX-ABNPs) per definire similitudini e differenze in efficacia e predittività rispetto al modello in vivo. Per la preparazione dei modelli in vitro 2D e 3D verranno utilizzate linee cellulari tumorali di adenocarcinoma mammario. Successivamente l’attività antitumorale di PTX e di PTX-ABNPs verrà valutata attraverso studi di vitalità e morte cellulare ed espressione genica. I risultati rappresenteranno un ulteriore avanzamento nelle conoscenze e nella messa a punto di nuovi modelli sperimentali nella ricerca farmacologica aprendo anche importanti prospettive del loro utilizzo nella personalizzazione della terapia.

ISOLAMENTO E RUOLO BIOLOGICO DEGLI ESOSOMI NEL TUMORE AL SENO TRIPLO NEGATIVO

Gli esosomi sono piccole vescicole (40-100 nm) secrete da diversi tipi di cellule, anchetumorali, a scopo di comunicazione: contengono una vasta gamma di microRNAe proteine implicati nella risposta immunitaria, nei meccanismi ai sopravvivenza e metastatizzazione del tumore, nella differenziazione cellulare e nell’an- aiogenesi. Tali caratteristiche qualificano gli esosomi come potenziali biomarcatori per il monitoraggio del cancro e per la messa a punto di cure personalizzate. Infatti, potendo essere isolati dal sangue permetterebbero una diagnosi semplice e poco invasiva. Nonostante siano stati sviluppati diversi metodi per la purificazione di esosomi da diverse matrici biologiche nessuno di esso è ancora in grado di garantire una distinzione tra esosomi prodoti da cellule normali ed esosomi prodotti da cellule tumorali. Il progetto si propone di verificare un approccio innovativo per l’isolamento e la caratterizzazione degli esosomi rilasciati dalle cellule di tumore al seno “triplo negativo”. Negli ultimi anni, ricercatori del Massachussets General Hospital di Boston hanno identificato una serie di anticorpi monoclonali in grado di riconoscere e legare in maniera altamente specifica marcatori comuni ad un ampio pannello di cellule tumorali tra cui cellule di carcinoma al seno triplo negativo. In tale contesto, il progetto svilupperà e validerà il potenziale utilizzo di questi anticorpi come nuovi strumenti per l’isolamento e la caratterizzazione degli esosomi rilasciati dalle cellule tumorali.

NUOVI APPROCCI TERAPEUTICI PER SUPERARE LA RESISTENZA NEL TUMORE AL SENO

Il tumore al seno è una delle prime cause di morte per malattie nelle donne al mondo. L’utilizzo, per alcuni specifici sottotipi di tumore al seno, di farmaci mirati, come gli anticorpi monoclonali, ha migliorato enormemente l’aspettativa di vita delle pazienti; tuttavia la chemioterapia, ad esempio la doxorubicina, viene ancora largamente usata per trattare i tumori al seno.
Il principale ostacolo nell’utilizzo deila chemioterapia è lo sviluppo di resistenza, in particolare nei tumori con alti livelli della glicoproteina P. Questa glicoproteina lavora come una pompa che tira fuori il farmaco dalle cellule tumorali, impedendone l’azione: questi tumori diventano quindi resistenti alla doxorubicina. Precedenti studi hanno messo in luce che la presenza della glicoproteina P dipende dall’assenza della proteina LIP, a sua volta tenuta a bassi livelli da un apparato proteico chiamato proteasoma.
Il blocco del proteasoma con inibitori specifici dovrebbe causare un aumento dei livelli di LIP e conseguente diminuzione di glicoproteina P, riducendo quindi il fenomeno della resistenza alla doxorubicina.
Gli obiettivi della ricerca sono verificare se l’uso di farmaci inibitori del proteasoma è in grado di ristabilire gli effetti chemioterapeutici della doxorubicina in tumori al seno resistenti e testare gueste nuove terapie combinatoriali per migliorare l’esito clinico del trattamento. Infine, si vogliono identificare anche nuovi marcatori precoci di resistenza per poter intervenire tempestivamente con aggiustamenti terapeutici e migliorare l’esito del trattamento per i pazienti.

NUOVI APPROCCI TERAPEUTICI PER IL TUMORE MAMMARIO TRIPLO-NEGATIVO: CONTROLLO EPIGENETICO DELLASURVIVINA

La prognosi sfavorevole e l’assenza di un trattamento mirato perii carcinoma mammario triplo negativo – caratterizzato dall’assenza sulla superficie delle cellule di recettori ormonali e della proteina di membrana HER2 contro cui esistono già farmaci mirati – sottolineano l’urgenza di identificare nuovi bersagli contro cui indirizzare strategie terapeutiche innovative e specifiche. Studi precedenti hanno dimostrato che la proteina survivina è presente ad alti livelli nel carcinoma mammario triplo negativo, dove svolge un ruolo determinante nel favorire l’aggressività e la progressione clinica del tumore e nel contrapporsi a una vasta gamma di stimoli di morte cellulare. L’obiettivo della ricerca è valutare gli effetti dell’inibizione di survivina in modelli sperimentali di carcinoma mammario triplo negativo, attraverso diversi approcci: prima di tutto, verificare l’effetto della reintroduzione di due molecole di microRNA (miR-34a e miR-203), che agiscono come oncosoppres- sori e la cui ridotta espressione nel carcinoma mammario è associata a una cattiva prognosi.
Poi studiare gli effetti del farmaco selinexor, che causa una drastica riduzione dei livelli di survivina e che è attualmente in fase I e II di sperimentazione clinica e identificare nuove combinazioni terapeutiche basate sulla somministrazione degli inibitori di survivina e chemio- e radio-terapici.
I risultati di questo studio forniranno il razionale biologico per il disegno di nuovi approcci terapeutici per il carcinoma mammario triplo negativo.

LA PROTEINA PI3KC2A COME MARKER PROGNOSTICO E PREDITTIVO DEL TUMORE AL SENO

I tassarli, molecole che derivano dall’albero del tasso, sono farmaci definiti “veleni dei microtubuli” attualmente utilizzati per il trattamento di pazienti con tumore al seno. Nell’era della medicina di precisione, è di primaria importanza avere marcatori che possano aiutare nella scelta dell’agente chemioterapico più efficace per il singolo paziente prima della somministrazione. Recentemente, è stato dimostrato che la proteina PI3KC2A gioca un ruolo chiave nell’allineamento dei cromosomi e nel mantenimento della stabilità del genoma, essendo parte di un complesso proteico in grado di stabilizzare i microtubuli durante la divisione della cellula (chiamata mitosi). Pertanto la perdita di questa proteina da un lato provoca la progressione del tumore ma dall’altro porta a una maggiore sensibilità ai tassani in modelli sperimentali. Per consolidare questi dati, lo studio è finalizzato a studiare il meccanismo di azione di PI3KC2A durante la mitosi e a definire il valore prognostico e predittivo dell’espressione di PI3KC2Anei pazienti che sviluppano il tumore al seno e che vengono trattati con chemioterapia a base di tassani.
L’obiettivo finale è quello di valida- re un nuovo marcatore predittivo di risposta ai tassani, nonché una nuova strategia per massimizzare il successo terapeutico e limitare gli effetti tossici della chemioterapia nei pazienti con tumore al seno.

IL RUOLO DEGLI AUTOANTICOR- Pl DIRETTI CONTRO IL RECETTORE DEGLI ESTROGENI NEL TUMORE AL SENO

Il carcinoma mammario è il tumore femminile più frequente e la principale causa di morte tra le donne nei paesi occidentali. Gli estrogeni svolgono un ruolo significativo nello sviluppo e nella progressione di tale neoplasia, attraverso il legame con il loro recettore specifico. Circa i due terzi dei tumori al seno primari esprimono il recettore degli estrogeni di tipo alfa (ERa) e tra le terapie ormonali adottate vi è il trattamento con tamoxifene, molecola che impedisce il legame degli estrogeni al recettore. L’applicazione di tale terapia è però limitata dalla comparsa di resistenza al farmaco. In uno studio recente è stato rilevato, nel siero di pazienti con tumore al seno, la presenza di anticorpi autoprodotti contro il recettore ERa, legandolo e agendo come agonisti degli estrogeni.
Lo scopo del progetto è valutare il molo di tali anticorpi nella patogenesi del cancro al seno e nella comparsa della resistenza al trattamento antiestrogenico. In particolare, verrà valutato in linee cellulari di cancro al seno, come gli autoanticor- pi possano modulare l’espressione genica, la proliferazione, la morte e la migrazione cellulare, e influenzare la capacità di risposta al trattamento con tamoxifene. Inoltre, gli effetti degli anticorpi contro ERa verranno studiati in modelli murini di carcinoma mammario, trattati o meno con tamoxifene, mediante valutazione della massa tumorale. Comprendere il meccanismo di azione degli anticorpi contro ERa ci permetterà di chiarire il loro ruolo come marcatori prognostici e predittivi di risposta alla terapia.

SVILUPPO DI VACCINI TERAPEUTICI ONCOLOGICI ATTRAVERSO ANTICORPI CHE LEGANO ILTUMORE

Nell’era della medicina personalizzata, le terapie oncologiche sono state rivoluzionate dalllmpiego di anticorpi monoclonali specifici e con ottima efficacia clinica. Alcuni di questi, come il Trastuzumab (Tz) per i tumori al seno positivi a Her2/Neu e il Cetuximab (Cx) per i tumori al colon positivi a EGFR sono attualmente trattamenti di prima linea, e hanno contribuito ad aumentare la sopravvivenza e la qualità della vita dei pazienti. Purtroppo non sono rari i casi di ricadute e di tumori in recidiva, altamente resistenti. È quindi necessario sviluppare una nuova generazione

di farmaci “mirati”. Nel gruppo di ricerca è stato in precedenza identificato un nuovo anticorpo reattivo verso diverse cellule maligne, tra cui cellule di tumore al seno. L’anticorpo si lega a una proteina espressa sulla superficie delle cellule maligne, importante nella progressione dei tumori al seno che sovra esprimono il recettore Her2 e dei carcinomi del colon-retto che sovra esprimono il recettore EGFR. L’obiettivo del progetto è verificare l’efficacia anti-tumorale del nuovo anticorpo contro le recidive di tumori al seno e al colon-retto, per i quali attualmente ci sono solo poche opzioni terapeutiche. L’obiettivo finale è sviluppare un nuovo strumento per il trattamento di due dei tumori più diffusi al mondo, con potenziali grandi benefici per i pazienti.

MICRORNA E METABOLISMO NELLA RESISTENZA ALLA TERAPIA ENDOCRINA NEL TUMORE AL SENO

La terapia endocrina con inibitori deN’aromatasi è lo standard di cura per le pazienti in menopausa con tumori al seno che esprimono il recettore degli estrogeni (ER+). Tuttavia, la resistenza alla terapia ne limita la sua efficacia clinica. L’adattamento metabolico è una caratteristica essenziale per soddisfare le diverse esigenze energetiche che supportano una cellula tumorale dalle prime trasformazioni fino alla capacità di formare metastasi anche in altri organi. Questa adattabilità è considerata quindi un segno distintivo delle cellule tumorali. Tuttavia, il controllo molecolare che governa la riprogrammazione metabolica delle cellule tumorali è in gran parte sconosciuto. Alcuni studi hanno
recentemente identificato i microR- NAcome possibili regolatori di questi adattamenti.
Il progetto si propone di verificare se la riprogrammazione metabolica sia collegata alla resistenza alla terapia endocrina con inibitori dell’aromatasi. In particolare, verranno identificati i potenziali microRNA che possono controllare questa riprogrammazione come bersagli per l’intervento terapeutico. Verrà dunque analizzato il profilo trascrizionale globale (RNAe microRNA) durante la riprogrammazione in cellule di carcinoma mammario positivo per gli estrogeni resistenti alla terapia endocrina.

RUOLO DEI RIBOSOMI SPECIALIZZATI NELLA BIOLOGIA DEL TUMORE DELLA MAMMELLA

I ribosomi sono gli organelli cellulari che sintetizzano le proteine, seguendo le istruzioni codificate da DNA e RNA messaggero; recenti studi indicano, però, che i ribosomi non sono meri esecutori in questo processo, ma hanno un’attiva capacità di regolazione nella sintesi di proteine. Nel tumore della mammella, alterazioni nei livelli di alcuni fattori coinvolti nella produzione dei ribosomi (per esempio, la fibrillarina e la discherina) sono state messe in relazione con una produzione aberrante di onco-proteine, che favoriscono lo sviluppo del tumore, e fattori anti-tumorali, che contra stano lo sviluppo del tumore, determinando uno sbilanciamento a favore dei primi che contribuisce allo sviluppo del cancro. In base a queste premesse, l’ipotesi del progetto è che le alterazioni dei ribosomi possano svolgere un ruolo chiave nello sviluppo dei tumori al seno. Per verificare questa ipotesi, il progetto prevede di generare cellule di mammella, normali o tumorali, ingegnerizzate per alterare i livelli di discherina o fibrillarina, al pari di ciò che avviene nei tumori umani. Da queste cellule ingegnerizzate saranno purificati i ribosomi, che verranno studiati sia da un punto di vista della loro composizione, sia funzionalmente con tecniche all’avanguardia come Next Generation Sequencing e Ribosome Profilino. In tale modo si identificheranno alcune delle proteine che risultano essere prodotte in maniera alterata; queste potranno essere studiate in futuro come bersagli di terapie mirate per il tumore al seno.

RUOLO DELLA PROTEINA PD-1 NELLE METASTASI CEREBRALI DA TUMORE ALLA MAMMELLA

Le pazienti affetti da metastasi cerebrali derivanti da carcinoma alla mammella hanno a loro disposizione poche opzioni terapeutiche e purtroppo presentano tassi di mortalità molto elevati. Recentemente è stata documentata in diversi tipi di tumore l’esistenza di una stretta connessione tra l’attività immunitaria, la risposta al trattamento e l’esito della malattia. Dati recenti mostrano che anche le metastasi cerebrali presentano elevate concentrazioni di linfociti infiltranti nel tumore e quindi rappresentano un ambiente immunologicalmente attivo. I tumori cerebrali primari e secondari spesso mostrano alti livelli del fattore immunosoppressivo PD-L1. Nei tumori la via di segnalazione della proteina PD-1 è necessaria per spegnere l’attività delle cellule
T e per diffondere e mantenere il tumore, evadendo la sorveglianza del sistema immunitario. Attraverso approcci diversi, tra cui un “profilo immunitario” delle metastasi cerebrali, il progetto mira a valutare il numero di linfociti e i livelli della proteina PD-1 nel tumore, per poter studiare l’eventuale correlazione di questi due parametri con la metasta- tizzazione. In questo modo metastasi cerebrali biologicamente diverse in termini sia di infiltrato linfocitario che di espressione di PD-L1 potranno essere trattate per via sistemica con farmaci inibitori della via di segnalazione di PD-1/ PD-L1.

SCREENING GENETICO MEDIANTE TECNICHE DI NUOVA GENERAZIONE PER LA PREDISPOSIZIONE AL CARCINOMA MAMMARIO MASCHILE

Il carcinoma mammario nell’uomo è una patologia rara se paragonato all’Incidenza di quello femminile. Ogni anno in Italia 300-400 uomini ricevono una diagnosi di tumore al seno contro le circa 48.000 donne. La predisposizione genetica gioca un ruolo fondamentale nella sua insorgenza nel sesso maschile; l’identificazione di individui ad aumentato rischio di sviluppare il tumore può rappresentare un mezzo utile per attuare una prevenzione più mirata ed efficace. Mutazioni in BRCA1 e BRCA2, geni più frequentemente associati allo sviluppo del tumore mammario, sono responsabili solo del 10% di tutti i carcinomi mammari maschili, e molto resta ancora da chiarire sulla predisposizione genetica a questo tumore. Obiettivo del progetto è effettuare il primo ampio screening genetico su pazienti affetti da carcinoma mammario maschile, non portatori di mutazioni in BRCA1 e BRCA2, utilizzando tecniche di sequenziamento di nuova generazione, che permettono di analizzare contemporaneamente molteplici geni.
Verrà analizzata un’ampia serie di pazienti selezionati nell’ambito dello Studio Multicentrico Italiano a cui afferiscono centri distribuiti su tutto il territorio nazionale da Nord a Sud. Lo screening verrà effettuato utilizzando un pannello che include geni noti per essere associati al carcinoma mammario femminile e ai tumori che più frequentemente si osservano nelle famiglie dei pazienti affetti da carcinoma mammario maschile. Questo studio potrà avere un impatto importante per migliorare la gestione clinica dei pazienti affetti da carcinoma mammario maschile e delle loro famiglie.

IRRADIAZIONE PARZIALE DELLA PARETE TORACICA DOPO MASTECTOMIA

Negli ultimi anni è stato registrato un aumento delle pazienti con diagnosi di carcinoma mammario sottoposte a mastectomia con ricostruzione immediata. Un nuovo tipo di mastectomia prevede la preservazione del complesso areola-capezzolo. In questo modo si ottiene un risultato estetico migliore e gli studi finora condotti hanno dimostrato anche la sicurezza oncologica di questa tecnica chirurgica.
Per le pazienti ad alto rischio di recidiva locale, risulta inoltre indicata l’esecuzione della radioterapia sulla parete toracica e sui linfonodi loco-regionali. La radioterapia sulla parete toracica può causare una tossicità legata all’irradiazione di organi non-BERSAGLIO e può inoltre determinare un danno della protesi posizionata a scopo ricostruttivo. Nell’esperienza dell’Istituto FPO-IRC- CS di Candiolo, a fronte di oltre 500 mastectomie con preservazione del complesso areola-capezzolo effettuate, con un follow-up di circa 30 mesi, meno del 2% delle pazienti ha sviluppato una recidiva locale e in tutti i casi la recidiva era localizzata nella sede del tumore originale.
Il razionale del progetto di ricerca è di valutare se l’irradiazione parziale della parete toracica, concentrata sul quadrante del tumore originale, in pazienti selezionate a rischio aumentato di recidiva locale, garantisca sicurezza oncologica con bassi tassi di ripresa locale di malattia e offra un beneficio in termini di tossicità e una riduzione delle complicanze a carico della protesi.

APPROCCIOCHIRURGICO CONSERVATIVO E MIN INVASIVO NELLE MASTECTOMIE

Oggigiorno la diagnosi precoce di tumore al seno rende possibile l’esecuzione di interventi chirurgici conservativi, nei quali viene asportata solo una piccola porzione della ghiandola mammaria; tuttavia, per i tumori di dimensioni maggiori o per le sindromi genetiche, la mastectomia rimane il trattamento di scelta.
Un tempo l’intervento chirurgico di mastectomia sovvertiva completamente l’immagine corporea femminile, lasciando spazio ad un senso di “mutilazione”. Nel corso degli anni sono state messe a punto nuove tecniche chirurgiche per le mastectomie: la cute e, grazie a scoperte più recenti, anche il capezzolo, possono essere risparmiati, permettendo una ricostruzione immediata con il posizionamento di una protesi.
Il progetto di ricerca si focalizzerà sulle mastectomie con conservazione del capezzolo, con la messa a punto di approcci mininvasivi, beneficiando dell’aiuto offerto da tecnologie d’avanguardia, e con l’utilizzo di nuove incisioni cutanee mutuate dalla chirurgia estetica, perseguendo lo scopo di rendere sempre meno visibili le cicatrici chirurgiche e di abbattere il rischio di complicanze che possono occorrere soprattutto nelle pazienti con mammelle di dimensioni medio-grandi. Il progetto verrà sviluppato in stretta collaborazione da ina équipe di chirurghi senologi e una di chirurghi plastici.
Di queste nuove tecniche potranno beneficiare in particolare le pazienti giovani e quelle affette da sindromi genetiche, per le quali è fondamentale minimizzare l’impatto del trattamento chirurgico sulla vita affettiva, sessuale e lavorativa.

TRATTAMENTO MICROCHIRURGICO DEL LINFEDEMA DELL’ARTO SUPERIORE DOPO TUMORE AL SENO

Per alcuni casi di tumore del seno, l’intervento chirurgico può prevedere una mastectomia con dissezione ascellare. L’asportazione dei linfonodi ascellari può compromettere il drenaggio linfatico deM’arto superiore, seguito dal progressivo instaurarsi di linfedema con gravi ripercussioni sulla funzionalità del braccio e quindi sulla qualità di vita della paziente. Una tecnica microchirurgica sviluppata negli ultimi anni con risultati incoraggianti, propone il prelievo di alcuni linfonodi presenti nell’area inguinale della paziente stessa da trapiantare nel polso o nel gomito dell’arto superiore affetto, per ristabilire il drenaggio linfatico compromesso dalla dissezione ascellare. Lo studio prevede la selezione di alcune pazienti con linfedema dell’arto superiore in seguito a mastectomia e dissezione ascellare, che saranno suddivise in due gruppi: un gruppo sarà sottoposto a questo tipo d’intervento, l’altro sarà trattato con le classiche cure fisioterapiche. I due gruppi di pazienti saranno poi comparati per verificare i benefici apportati dall’intervento chirurgico rispetto al trattamento fisioterapico conservativo.
Lo studio comprenderà anche un’analisi del recupero funzionale dell’arto e della qualità di vita delle pazienti. L’obiettivo del progetto è l’introduzione di una tecnica chirurgica innovativa nella cura del linfedema, permettendo il recupero funzionale dell’arto e un netto miglioramento dell’autonomia nelle attività della vita quotidiana delle pazienti operate per tumore al seno.

Tra i fattori di rischio: età superiore ai 50 anni, prima gravidanza dopo i 35 anni, menarca prima dei 12 anni, menopausa dopo i 50 anni, non aver avuto figli, familiarità (anamnesi familiare), precedente personale di tumore al seno, mutazione di alcuni geni (geni BRCA di tipo 1 e 2) e di p53, esposizione a radiazioni, obesità specie dopo la menopausa, terapia ormonale contraccettiva e sostitutiva per trattare i disturbi della menopausa, abuso di alcol, fumo. Come prevenire? Secondo diversi studi, l’allattamento esercita un effetto protettivo. La mammella va incontro a trasformazioni durante la gravidanza e, solo con l’allattamento, la ghiandola mammaria completa la sua maturazione. E così la cellula del seno è più resistente alle mutazioni che possono portare al tumore . L’allattamento, inoltre, blocca del tutto o in parte la produzione degli ormoni ovarici: le ovaie a riposo portano a livelli di estrogeni più bassi, garanzia di protezione contro il carcinoma mammario e, con grande probabilità, anche ovarico.

Da rivedere con attenzione gli stili di vita. No ad un elevato consumo di carboidrati, grassi saturi, alcol e no allo scarso consumo di fibre vegetali. E’ consigliabile adottare la dieta mediterranea, consumando frutta e verdura fresca, pesce, legumi che, oltretutto, ci proteggono dalle malattie cardiovascolari, tenendo sotto controllo il peso. Si all’attività fisica modrata, per almeno 30 minuti al giorno per almeno 5 giorni a settimana. E’ sufficiente una passeggiata al parco, salire le scale a piedi piuttosto che in ascensore o muoversi in bici piuttosto che in macchina. Da non dimenticare l’importanza dell’autopalpazione, esame che ogni donna, a partire dai 20 anni, dovrebbe eseguire una volta al mese, tra il settimo e il quattordicesimo giorno dl ciclo. E’ importante rispettare questi tempi perché la struttura del seno si modifica in base ai cambiamenti ormonali mensili e si potrebbe cadere in confusione o falsi allarmi.

Per le donne tra i 20 e i 40 anni, è sufficiente una visita annuale al seno, approfondendo l’analisi, in casi di familiarità o scoperta di noduli, con un’eco o una biopsia (agoaspirato) del nodulo sospetto. Tra i 40 e i 50 anni viene effettuata una mammografia, associata all’eco, vista la struttura ancora densa del seno. Tra i 50 e i 69 anni, quando il rischio è elevato, va effettuato un controllo mammografico con cadenza biennale. Tra le altre nuove tecniche diagnositche: risonanza magnetica, Pet e il cosiddetto “Pap test del seno”, consistente nell’introduzione di liquido nei dotti galattofori e nella successiva raccolta del liquido che porta con sé anche alcune cellule. Grazie al microscopio è poi possibile individuare quali tra le cellule fuoriuscite ha caratteristiche pretumorali permettendo una diagnosi molto precoce del tumore del seno.

Anche la prevenzione visiva è fondamentale, a volte in presenza di alcuni tumori si può vedere un cambiamento drastico morfologico della pelle. Spesso questo cambiamento è abbinato alla presenza di una fossa, o come una piccola ciste sul seno, nella maggior parte dei casi non si avverte alcun fastidio o dolore. È essenziale saper distinguere la tonalità della propria pelle, studiarla affinché non si percepiscano noduli o gonfiori. In modo naturale si deve iniziare con movimenti circolari in modo distinguere eventuali formazioni anomale superficiali, per poi analizzare il problema più in profondità. È consigliabile stare supini e manipolare la zona interessata fino all’ascella per giungere al centro del seno. Evitare di usare le unghie, il modo migliore è usare i polpastrelli e i tre cerchi che vanno a comporre sulla mammella lungo tutte le parti.

Quali sono i punti indicati all’auto palpazione?

Nel momento in cui ci si massaggia per determinare possibile problema al seno: da sottoporre in osservazione sono i capezzoli e areole, possibili gonfiori o screpolature, in cambio di direzione dei capezzoli, perdite di colore paglierino o presenza di sangue, ma anche dolore al tatto. I carcinoma della mammella che si espandono dai globuli o nelle pareti dei dotti portano piuttosto cambiamenti della forma del seno, gonfiori inusuali o ampliamento dei pori. Nel nostro paese oltre 11.000 donne perdono la vita a causa del carcinoma mammario. Le statistiche sull’incidenza vengono stimate in modo indiretto, applicando modelli matematici e dati di letalità e di sopravvivenza. L’Incidenza di cancro alla mammella è proporzionale al grado di sviluppo di un paese, interpretato non solo come industrializzazione, ma soprattutto come stili di vita, con un divario fino a 810 volte tra i paesi più sviluppati come l’America e i paesi sottosviluppati nordafricani od orientali.

Si torna a parlare di tumore al seno, considerato il 29 per cento di tutte le neoplasie che colpiscono purtroppo le donne e molto spesso una su otto ne viene colpita nell’arco della vita, e la sua incidenza aumenta superata la soglia dei 50 anni.Circa il 75% delle diagnosi, infatti supera questa soglia di ‘età. Nonostante si tratti di una malattia piuttosto diffusa, questa viene definita subdola e multiforme, motivo per il quale agli occhi degli scienziati presenta ancora diversi lati oscuri. Alcune novità importanti, riguardanti il tumore al seno, sono state presentate da un gruppo di ricercatori della prestigiosa Icahn School of Medicine at Mount Sinai di New York e dall‘università tedesca di Ratisbona, i quali attraverso l’analisi di biopsie e studi condotti su modelli murini, ovvero topi, hanno evidenziato che le metastasi legate al cancro al seno si sviluppano e diffondono nell’organismo in modo precoce e silenzioso, prima della formazione del tumore stesso. Tale meccanismo precoce, secondo i ricercatori, potrebbe anche verificarsi anche nel melanoma e nel tumore del pancreas, ed è stato descritto in uno studio descritto per la prima volta su Nature.

“Facciamo un passo avanti nella comprensione di situazioni particolarmente sfortunate come quelle in cui, nonostante la neoplasia sia scoperta e asportata ancora molto piccola, in fase precoce, poi si sviluppano metastasi. Oppure addirittura la paziente arriva alla diagnosi già metastatica, senza che il tumore iniziale si sia ancora sviluppato“, ha dichiarato Massimo Di Maio, consigliere nazionale dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica e direttore dell’Oncologia all’Azienda Ospedaliera Ordine Mauriziano di Torino. Ovviamente si tratta di una scoperta molto importante, perchè dimostra come le cellule impazzite dopo aver invaso gli organi possono restare quiescenti per diverso tempo ma soprattutto invisibili alla chemioterapia per poi esplodere con metastasi ancora più aggressive ed in grado seriamente di mettere in pericolo la vita del paziente. “I nostri risultati potrebbero fare luce su fenomeni giudicati tuttora inspiegabili, come ad esempio il fatto che il 5% dei pazienti oncologici nel mondo presenti metastasi pur non avendo un tumore originario e, soprattutto, potrebbero spiegare perché sia così difficile trattare il cancro una volta che si è diffuso”, ha sottolineato il professor Julio Aguirre-Ghiso.

Come sappiamo il tumore al seno ha diverse sfaccettature e si suddivide sia per tipologia, sia per stadio di avanzamento. Si parla di sarcoma, intendendo con questo termine un tumore che origina dai tessuti connettivi, e dunque dei tessuti muscolari, adiposi e dei vasi sanguigni, ed ancora si parla di carcinoma per indicare un cancro che origina nello strato di rivestimento del seno e purtroppo ad oggi rappresenta il cancro più diffuso. Il carcinoma, inoltre, può essere in situ, ovvero sto nella sua fase iniziale confinato nel punto in cui si è originato, oppure invasivo, nel caso in cui questo si sviluppa oltre lo strato di cellule dal quale ha avuto origine.

Ogni anno in Italia oltre 11.000 donne muoiono di cancro mammario. Le informazioni sull’incidenza a livello nazionale possono essere stimate indirettamente applicando modelli matematici ai dati di mortalità e di sopravvivenza. I dati d’incidenza forniti dai Registri tumori sono sicuramente più affidabili, ma la distribuzione disomogenea dei Registri sul territorio nazionale non consente valutazioni sicure. Dall’insieme di queste informazioni si può desumere che la distribuzione dell’incidenza nelle varie regioni italiane ha un netto gradiente Sud-Nord (rischio cumulativo da 0 a 75 anni: 5% al sud, 6% al centro e 7% al nord) a somiglianza di molte altre neoplasie legate agli stili di vita occidentali.

Un fenomeno analogo, ma molto più marcato, si rileva a livello internazionale: l’incidenza di carcinoma mammario è direttamente proporzionale al grado di occidentalizzazione di un Paese, inteso non solo come industrializzazione, ma anche come abitudini di vita (soprattutto dietetiche), con differenze fino a 810 volte tra Paesi come gli Stati Uniti e Paesi africani od orientali (inclusi Paesi sviluppati come il Giappone). Le differenze tendono però nel tempo ad attenuarsi, e sono più marcate nelle età postmenopausali, suggerendo la presenza di diversi andamenti generazionali. Il rischio di carcinoma mammario in Italia aumenta rapidamente con l’età, raggiungendo un tasso annuo superiore ai 150 casi per 100.000 donne in epoca menopausale, per poi continuare a crescere, più lentamente, fino a tarda età. Questo fenomeno è evidente in tutte le popolazioni ad incidenza e mortalità stabili, mentre nelle popolazioni in cui il rischio è in rapido aumento l’incidenza nelle donne in età premenopausale, appartenenti a generazioni più recenti e quindi esposte per tutta la vita ai fattori responsabili dell’aumento del rischio, può risultare uguale o addirittura superiore a quella delle donne in età postmenopausale.

In Italia il rischio è aumentato progressivamente nelle donne nate tra l’inizio del secolo ed il 1930, producendo un costante incremento nell’incidenza e nella mortalità. In quelle nate dopo il 1930, il rischio si è stabilizzato, per poi mostrare una tendenza alla diminuzione nelle generazioni nate alla fine degli anni cinquanta, per la verità ancora troppo giovani per permettere stime affidabili del rischio cumulativo. In conseguenza di questi fenomeni, si può prevedere che l’incidenza di carcinoma mammario continuerà a crescere ancora per 10-15 anni. Non si osserva quindi dai dati d’incidenza quell’aumento del rischio nelle donne giovani che viene spesso riportato a livello aneddotico. Fattori di rischio L’insieme dei fattori di rischio noti non è in grado di spiegare le ampie fluttuazioni geografiche e temporali nell’incidenza di questa malattia, che sono probabilmente da attribuire ad altri fattori. Tra questi ultimi è verosimile che abbiano un ruolo importante le abitudini dietetiche, ma le evidenze al riguardo sono del tutto insufficienti. In sostanza, i dati disponibili non permettono d’individuare, nella popolazione femminile generale, un sottogruppo a rischio all’interno del quale si verificherà la maggioranza dei casi di carcinoma mammario; di conseguenza, la maggior parte delle donne può essere considerata a rischio medio ed il rischio individuale è legato soprattutto all’età. Tra i fattori tradizionali, alcuni riguardano la storia mestruale e riproduttiva.

È noto che il rischio è tanto minore quanto più tardivo è il menarca e quanto più precoce è la menopausa: quest’ultimo effetto è abbastanza marcato, per cui un anticipo di 10 anni della menopausa dimezza il rischio di cancro mammario per tutta la vita. Una riduzione del rischio a lungo termine si osserva anche nelle donne che hanno avuto figli rispetto alle nullipare, e la protezione è tanto maggiore quanto più numerosi sono i figli e quanto più precoce è l’età al momento della prima gravidanza. Questa protezione sembra però preceduta da un breve periodo (alcuni anni), subito dopo una gravidanza, in cui si osserva un aumento nel rischio di cancro mammario. Esiste anche una correlazione tra rischio di cancro e obesità, presente solo dopo la menopausa. Per quanto riguarda i fattori di rischio esterni, va sottolineato l’effetto cancerogeno delle radiazioni ionizzanti, che è direttamente legato non solo alla dose cumulativa, ma anche all’età in cui ci si espone: l’effetto è massimo prima dei 20 anni, diminuisce progressivamente tra i 20 ed i 40, per poi diventare quasi trascurabile. Il fenomeno è legato, come dimostrato chiaramente dagli studi su animali da laboratorio, alla diversa suscettibilità del tessuto mammario agli stimoli cancerogeni: questa è massima prima della pubertà, per poi diminuire con la maturazione indotta dalle gravidanze o, in maniera più lenta ed incompleta, spontaneamente.

Considerando la lunghissima durata dell’effetto cancerogeno delle radiazioni sulla mammella (>40 anni), è chiara la necessità di mantenere un’estrema prudenza nella prescrizione di esami radiologici in sede toracica in donne al di sotto dei 20-30 anni. Un altro fattore di rischio esogeno, su cui inizia a esservi consenso, è il consumo di alcol; restano tuttavia ancora molte incertezze, specie in termini di relazione dose-effetto. Ancora incerta è invece la relazione con fattori di rischio dietetici, poiché gli studi finora condotti non sono riusciti a confermare in maniera chiara le indicazioni fornite dai confronti geografici e soprattutto dagli studi sugli animali: questi ultimi, infatti, avevano dimostrato che l’incidenza di cancro mammario è in diretto rapporto sia con la quantità di calorie sia con la quota lipidica (a parità di calorie) assunte con la dieta. Una possibile spiegazione per l’inconsistenza dei risultati degli studi epidemiologici potrebbe essere che la dieta, come le radiazioni ionizzanti (sia pure con meccanismi del tutto diversi), agisce nella prima parte della vita di una donna: il rischio di cancro mammario sarebbe influenzato precocemente da questi fattori dietetici (dieta iperlipidica? ipercalorica?) che potrebbero agire inducendo alterazioni sia sistemiche (ormonali, modificazioni quantitative o qualitative nel tessuto adiposo) sia nel tessuto mammario stesso. Non a caso, la distribuzione geografica delle lesioni patologiche mammarie associate ad un rischio aumentato è simile a quella del cancro mammario.

Per quanto riguarda i contraccettivi orali, il loro uso su larga scala è troppo recente per permettere conclusioni definitive, specie sugli effetti a lungo termine: per ora è stato possibile stabilire che, nel breve termine, si può avere un incremento di rischio che, se presente, è comunque di dimensioni molto limitate. Gli scarsi dati disponibili sugli effetti a lungo termine non sembrano indicare alcun aumento del rischio, e anzi qualcuno ipotizza un possibile effetto protettivo: è evidente che una stima del rapporto complessivo tra rischi e benefici sarà possibile solo con una valutazione accurata degli eventuali effetti in età postmenopausale, in cui il rischio di base è maggiore. Al momento, comunque, non esistono seri motivi di preoccupazione. Non dissimili sono le valutazioni degli effetti di preparati ormonali utilizzati nelle donne in menopausa: la maggior parte degli studi su donne che avevano preso preparati contenenti solo estrogeni (di solito estrogeni coniugati, per via orale) non ha mostrato un incremento di rischio, o lo ha mostrato solo dopo un uso molto prolungato.

Tumore al seno, scoperto nuovo vaccino terapeutico sicuro e molto efficace

Si continua a parlare di Tumore al seno, visto che secondo le statistiche raccolte dall’Aic, circa una donna su otto viene colpita purtroppo nel corso della sua esistenza dal cancro al seno, che ad oggi rappresenta circa il 29% di tutti i tumori diagnosticati alle donne. Si tratta di dati piuttosto importanti, se consideriamo, inoltre, che questa patologia è la principale causa di decessi nelle donne con una percentuale del 17% tra le mortalità per motivazioni oncologiche. Ovviamente, gli esperti sono concordi nel sottolineare che concorrono diversi fattori di rischio per il cancro al seno, e tra questi annoveriamo il fumo, l’abuso di alcolici, cattivo stile di vita, pessima alimentazione. Gli esperti, inoltre, da anni ormai parlano di prevenzione ed a tal riguardo invitano le donne a non trascurare assolutamente i sintomi anche quelli più impercettibili, perchè spesso permettono di diagnosticare in tempo il tumore; tra questi citiamo la perdite di liquido o sangue dal capezzolo, rigonfiamento dei linfonodi sotto le ascelle, attorno al collo o anche alla clavicola. Un modo per capire se nel nostro seno presenti noduli, è l’auto-palpazione che permette appunto di tenere sotto controllo la salute delle nostre mammelle.

“Se palpandosi il seno si scopre di avere qualche nodulo bisogna assolutamente tenerlo sottocontrollo, anche se nella maggior parte dei casi si tratta di lesioni benigne come cisti e fibromi, ancor più se compaiono in gioventù. Molto spesso questi ultimi appaiono con contorni lisci e regolari, e hanno la tendenza a muoversi sotto la pressione delle dita rispetto a quelli maligni che invece sono più fissi e irregolari”, ha dichiarato la Dottoressa Stefania Gori, ovvero il direttore del Dipartimento di Oncologia dell’Ospedale del Sacro Suore Don Calabria di Negrar, nonchè attuale presidente dell’Aiom. Negli ultimi giorni, è stata diffusa una notizia che ha sicuramente dato molte speranze a tutte le donne e si tratterebbe di un vaccino terapeutico contro il tumore al seno, risultato sicuro ed efficace in quanto stimola il sistema immunitario a prendere di mira la proteina HER2 sulle cellule del cancro alla mammella, portando in questo moto alla regressione della malattia in stadio iniziale su un gruppo di 13 pazienti su 54 facenti parte del campione di sperimentazione.

Il vaccino in questione pare sia stato sviluppato dai ricercatori del Moffitt Cancer Center e pare che, come abbiamo anticipato, si sia rivelato efficace nello stimolare il sistema immunitario a riconoscere prima il tumore e prenderlo di mira. I ricercatori per preparare il vaccino in questione hanno isolato le cellule immunitarie dendritiche dal sangue di ogni paziente e le hanno esposte a frammenti della proteina HER2. Lo studio è stato eseguito su 54 donne affette dal cancro al seno, su alte donne è stata iniettata una dose di vaccino personalizzato una volta alla settimana per sei settimane in un linfonodo, sul tumore stesso o in entrambi i siti. I risultati sono stati sorprendenti, visto che circa l’80% delle pazienti ha avuto una risposta immunitaria positiva.

Struttura e funzione della mammella
La mammella è costituita da grasso (tessuto adiposo), tessuto connettivo e tessuto ghiandolare. Quest’ultimo è suddiviso in lobi, dai quali si diparte una rete di dotti che si diramano fino al capezzolo. Durante la gravidanza la ghiandola mammaria si prepara a secernere il latte per il futuro neonato. È raro che le mammelle siano perfettamente uguali tra loro. Inoltre, la mammella si modifica nelle diverse fasi del ciclo mestruale e a volte la struttura risulta nodulare proprio prima della mestruazione.
Al di sotto della cute, una propaggine del tessuto mammario si estende fino al cavo ascellare. L’ascella contiene anche un gruppo di linfoghiandole (chiamate anche linfonodi) che fanno parte del sistema linfatico. Ci sono linfonodi anche vicino allo sterno e dietro le clavicole.
(Lymph nodes in the armpit: linfonodi nel cavo ascellare; Internal mammary lymph nodes: linfonodi mammari interni; Muscle: muscolo; Rib: costola; Lobe: lobo; Fatty tissue: tessuto adiposo; Nipple: capezzolo; Milk duct: condotto del latte) La maggior parte dei noduli mammari sono benigni e non maligni. Le cause più comuni dei noduli mammari benigni sono cisti (sacche di liquido che si formano nel tessuto mammario solitamente a causa dell’ostruzione di un dotto galattoforo) o fibroadenomi (tumori solidi fatti di tessuto ghiandolare e fibroso). I noduli mammari benigni richiedono semplici trattamenti medici o chirurgici.
Se eseguendo l’autoesame del seno notate la presenza di un nodulo o se vi sembra che la mammella sia ‘diversa’, non perdete tempo e fatevi visitare dal vostro ginecologo o, se possibile, dal senologo.
Qualsiasi modifica della mammella dovrebbe essere sempre esaminata, perché, benché la maggior parte dei noduli mammari siano benigni, devono comunque essere controllati per escludere la possibilità che siano di natura maligna o precancerosa. Inoltre, nel caso in cui lo fossero, più precoce è il trattamento, migliori sono le probabilità di guarigione.

Il tumore della mammella negli uomini
Queste informazioni riguardano il cancro della mammella negli uomini e andrebbero lette insieme alle informazioni nel paragrafo “i tumori della mammella”.
Le cellule tumorali si possono sviluppare in una piccola quantità di tessuto mammario che negli uomini si trova dietro ai capezzoli. Il cancro della mammella è molto più comune nelle donne che negli uomini e ogni 100 casi di tumore 1 si verifica nell’uomo.
Cause del cancro della mammella negli uomini
La causa del cancro della mammella negli uomini non è ancora del tutto chiara, ma alcuni uomini sembrano essere più a rischio nel sviluppare la malattia.
Questo cancro così raro molto spesso si verifica in uomini di età superiore ai 60 anni. I più predisposti sono uomini che hanno:
– diagnosi di cancro del seno in più parenti stretti (uomini o donne) della stessa famiglia;
– diagnosi di cancro in entrambe le mammelle in un parente stretto;
– diagnosi di cancro del seno in un parente stretto al di sotto dei 40 anni;
– diagnosi di altre forme di tumore, soprattutto dell’ovaio e del colon, nonché della
mammella, in componenti della stessa famiglia;
Esistono luoghi di cura specialistici rivolti alle persone che possono avere un crescente rischio di sviluppare questo tumore a causa di una storia di tumore in famiglia. Queste sono conosciute come cliniche per il tumore genetico famigliare. Il tuo medico può indirizzarti ad una di queste se pensa che tu possa essere a rischio elevato di sviluppare un tumore della mammella.
Gli uomini che posseggono alti livelli di estrogeno o gli uomini che sono stati esposti per più volte a radiazioni (specialmente in tenera età), in circostanze rare possono essere soggetti a rischio nello sviluppo del tumore della mammella. Maggiormente a rischio sono comunque gli uomini che hanno una rara anomalia cromosomica chiamata Sindrome di Klinefelter che si manifesta con la presenza di un cromosoma femminile in più.

Nella donna ma anche nell’uomo esistono differenti tipi di tumori della mammella. Il più comune negli uomini è chiamato carcinoma invasivo duttale. Altri tipi, più rari, sono il carcinoma infiammatorio, la malattia di Paget della mammella e una condizione precancerosa conosciuta come carcinoma duttale in situ (DICIS).
I sintomi
II sintomo più comune è costituito da una massa informe nella zona della mammella. Altri segnali possono essere dati dal verificarsi di variazioni nelle dimensioni e nella forma del seno, dalla presenza di una piaga sulla pelle, da una secrezione del liquido del capezzolo oppure da una retrazione dello stesso. Un altro possibile sintomo è un’irritazione del capezzolo o dell’area circostante.
Come diagnosticarlo
Il medico appurerà la natura di un nodulo tramite un’attenta palpazione della zona interessata. Successivi esami aiuteranno a confermare la diagnosi e a capire dove il tumore si è diffuso.
Mammografia: si tratta di un’indagine radiologica della mammella, che risulta particolarmente utile per individuare modificazioni iniziali della ghiandola mammaria quando può essere difficile palpare un nodulo. Per diagnosticare il tumore della mammella negli uomini solitamente è più utile l’uso di onde sonore.
Ecografia: le onde sonore sono usate per vedere se la massa presente nella mammella è solida o contiene del liquido. Le mammelle vengono spalmate con un sottile strato di apposito gel; su tutta la regione mammaria si fa, quindi, scorrere un piccolo strumento (sonda ecografica), simile ad un microfono, che emette ultrasuoni. Le riflessioni di questo fascio di ultrasuoni vengono convertite in immagini tramite un computer.
Agoaspirato: un ago sottile e una siringa vengono usati per prelevare un campione di cellule dal nodulo mammario; il campione viene quindi inviato in laboratorio per l’esame citologico, ossia per vedere se contiene cellule maligne. A volte, soprattutto se il nodulo è di piccole dimensioni, l’agoaspirato si esegue nel reparto di radiologia. In questo caso, l’operatore esegue la procedura sotto controllo radiografico o ecografico per verificare che la biopsia sia eseguita proprio nella lesione. Egli discuterà con voi la modalità più idonea per il vostro caso.
Macro-agobiopsia: questa tecnica si esegue con un ago di calibro più grande di quello usato per l’agoaspirato. Si effettua a volte in anestesia locale e consente di eseguire una biopsia, ossia di prelevare un piccolo campione di tessuto dal nodulo, che viene quindi inviato in laboratorio per individuare eventuali segni di carcinoma.
Analisi del sangue. Le analisi del sangue servono per controllare le vostre condizioni generali prima di ogni intervento.

Classificazione e gradazione Classificazione del carcinoma mammario
La classificazione del carcinoma si riferisce alle sue dimensioni e alle zone in cui si è diffuso. Tale classificazione è utile perché dal tipo di tumore dipende il tipo di trattamento a cui sottoporsi.
In alcune persone, il tumore può diffondersi in altre parti del corpo, attraverso il sangue o il sistema linfatico. Tale sistema è costituito da una rete di linfonodi collegati in tutto l’organismo da minuscoli vasi detti vasi linfatici. Nel sistema linfatico fluisce un liquido giallo (linfa) contenente i linfociti, ossia le cellule che devono combattere le malattie. Il medico solitamente esamina i linfonodi vicini per classificare il tipo di tumore.
Solitamente il carcinoma della mammella si classifica secondo quattro stadi. Parte dallo stadio 1 che identifica un tumore piccolo e localizzato, fino ad arrivare allo stadio 4 dove la malattia si è diffusa in altre parti del corpo. Se il tumore ha intaccato altri organi del corpo il carcinoma viene definito come secondario o metastatico.
Stadiazione del carcinoma mammario:
• stadio 1: tumore con diametro massimo non superiore a 2 cm.; i linfonodi ascellari sono indenni e le cellule neoplastiche non si sono diffuse ad altri organi;
• stadio 2: tumore con diametro massimo compreso tra 2 e 5 cm o i linfonodi ascellari sono invasi, oppure rivela entrambe queste caratteristiche, ma le cellule neoplastiche non si sono diffuse apparentemente ad altri organi;
• stadio 3: tumore con diametro massimo fino a 5 cm ed è fisso alle strutture vicine (cute o muscolo); i linfonodi sono usualmente invasi, ma le cellule neoplastiche non si sono diffuse apparentemente oltre la mammella né ai linfonodi ascellari;
• stadio 4: tumore non importa di quale diametro, i linfonodi sono di solito invasi e le cellule neoplastiche si sono diffuse ad altri siti corporei. In questo caso si parla di carcinoma mammario metastatico.
Il grado
Questo termine tecnico serve per descrivere le caratteristiche delle cellule neoplastiche al microscopio. Il grado indica la rapidità con cui le cellule tumorali possono infiltrarsi. Tre sono i gradi di classificazione del cancro della mammella, e precisamente:
• grado 1 (grado basso): le cellule tumorali sono molto simili alle cellule normali del tessuto mammario; di solito crescono lentamente e difficilmente si diffondono a distanza;
• grado 2 (grado medio);
• grado 3 (grado elevato): le cellule tumorali hanno un aspetto molto anomalo; crescono più rapidamente e si diffondono a distanza.
Cura
Dal momento che il tumore della mammella negli uomini è molto raro, ci sono pochissime ricerche che riguardano i trattamenti, così solitamente viene trattato come nelle donne.

Chirurgia, per la maggior parte degli uomini la chirurgia è il primo trattamento scelto, anche se di solito negli uomini non è possibile rimuovere solo la massa tumorale (nodulectomia) in quanto la maggior parte degli uomini hanno poco tessuto mammario e il tumore spesso è vicino o sotto al capezzolo. Spesso è quindi necessario rimuovere sia il tessuto mammario che il capezzolo (mastectomia). Può succedere che anche alcuni dei linfonodi presenti sotto il braccio debbano essere rimossi.
Terapia ormonale, la maggior parte dei tumori della mammella hanno bisogno dell’ormone estrogeno per svilupparsi. L’estrogeno è un ormone sessuale femminile, ma è presente anche negli uomini in piccola parte. La terapia ormonale è molto efficace nel ridurre la quantità di estrogeni nel corpo ed è utilizzata per tentare di prevenire la ricomparsa del cancro dopo l’intervento chirurgico. La terapia ormonale è usata anche per ridurre il tumore dopo la chirurgia iniziale.
■ Tamoxifen: è la terapia ormonale comunemente usata per il carcinoma della mammella. Tale farmaco attacca i recettori estrogeni che si trovano sulla superficie delle cellule neoplastiche. Impedendo l’ingresso degli estrogeni le cellule smettono di crescere e di dividersi. Solitamente il Tamoxifen produce anche nell’uomo gli stessi effetti prodotti nella donna. Può succedere che alcuni uomini incorrano in problemi di erezione.
■ Inibitori della aromatase, alcuni di questi sono letrozolo, anastrozolo e exemestano. Negli uomini l’estrogeno è costituito da una trasformazione degli ormoni sessuali maschili (androgeni). Questa trasformazione avviene grazie ad un enzima chiamato aromatase. Gli inibitori di aromatase sono farmaci che bloccano l’aromatase e di conseguenza la formazione di estrogeni. Se vengono usati gli inibitori della aromatase devono essere somministrati con farmaci come il goserelin (Zoladex®) che diminuiscono la produzione di androgeni.
Chemioterapia, la chemioterapia consiste nell’utilizzo di farmaci anti-tumorali (citotossici) per distruggere le cellule neoplastiche. Può essere effettuata dopo l’intervento chirurgico se il medico pensa che ci sia stato un alto rischio che le cellule neoplastiche si siano diffuse dal seno ad altre parti del corpo, prima che il tumore fosse rimosso. Solitamente viene fatta se sono state trovate cellule neoplastiche nei linfonodi sotto il braccio oppure se sono presenti metastasi. I farmaci chemioterapici usati per gli uomini sono gli stessi usati per le donne. Il medico discuterà con il paziente se la chemioterapia è necessaria nella sua situazione.
Radioterapia, la radioterapia utilizza raggi ad alta energia per distruggere le cellule neoplastiche. Può essere usata per ridurre la possibilità di ricomparsa del cancro dopo l’operazione e per ridurre il dolore causato dalla diffusione del cancro anche in altre parti del corpo, per esempio nelle ossa.
Studi clinici
La ricerca relativa ai trattamenti del carcinoma della mammella negli uomini è attualmente in itinere. Gli oncologi utilizzano studi clinici (trials clinici) per valutare nuovi trattamenti. Prima che uno studio clinico venga effettuato, una commissione etica deve approvarlo, affinché ne sia chiara l’utilità per il paziente.
Ti potrebbe essere chiesto di prendere parte ad un trial clinico. Il tuo medico ha l’obbligo di discutere il trattamento con te e informarti nel modo più completo possibile sullo studio nel quale potresti essere coinvolto. Puoi decidere anche di non partecipare o di ritirarti dallo studio in qualsiasi momento.

Sensazioni
Quando viene diagnosticato un tumore raro, spesso è difficile trovare informazioni e supporto. Gli uomini dicono di provare differenti emozioni, inclusa la rabbia, il risentimento, un senso di colpa, l’ansia e la paura. Inoltre, alcuni di loro trovano difficile e imbarazzante parlare del carcinoma alla mammella, anche perché è una patologia più comune nella donna. Queste sono tutte reazioni normali che fanno parte del processo di consapevolezza attraverso cui molte persone devono passare per far fronte alla propria malattia.
CAUSE & DIAGNOSI
Cause
Cause del carcinoma della mammella
Le cause del cancro della mammella non sono ancora del tutto chiare. Il rischio di sviluppare il cancro della mammella è molto basso nelle donne giovani, ma il rischio aumenta con l’età. Più della metà dei casi di carcinoma della mammella si verificano in donne di età superiore a 65 anni.
Il rischio di sviluppare la malattia aumenta secondo i fattori sotto riportati:
– Se la donna ha già avuto un cancro della mammella
– Se ha avuto un cancro della mammella benigno (carcinoma lobulare in situ o iperplasia lobulare atipica)
– Se le donne stanno facendo una terapia ormonale sostitutiva (HRT) o l’hanno fatta di recente. Le giovani donne che fanno una cura ormonale sostitutiva a causa di una menopausa precoce o a causa della rimozione delle ovaie non hanno un crescente rischio di cancro della mammella fino all’età di 50 anni. L’assunzione della pillola anticoncezionale aumenta in minima parte la possibilità per la donna di sviluppare il cancro della mammella. Le donne che non hanno figli sono di poco più predisposte a sviluppare questo tipo di cancro rispetto a quelle che hanno figli.
– Le donne che hanno la prima mestruazione precocemente o che hanno una ritardata menopausa hanno un rischio maggiore minimo di sviluppare il cancro della mammella.
– Le donne che non hanno mai allattato al seno sono in minima parte più predisposte di quelle che hanno allattato per più di un anno.
– Essere in soprappeso una volta entrate in menopausa può aumentare il rischio di cancro della mammella
– Può aumentare il rischio l’assunzione di molti alcolici per più anni.
Difetto genetico ereditario
Un numero molto esiguo di casi di carcinoma della mammella è causato da un difetto genetico ereditario. I geni anomali che possono determinare un accresciuto rischio di sviluppare la malattia sono BRCA1 e BRCA2. I fattori che possono essere indicativi della potenziale presenza di un difetto genetico ereditario sono:
• diagnosi di cancro del seno in più parenti stretti della stessa famiglia;
• diagnosi di altre forme di tumore, soprattutto dell’ovaio e del colon, nonché della mammella, in componenti della stessa famiglia;
• diagnosi di cancro del seno in un parente stretto al di sotto dei 40 anni;
• diagnosi di cancro del seno bilaterale in un parente stretto.

Sintomi
Nella maggior parte delle donne, il carcinoma della mammella si manifesta come una massa indolore nel seno. Altri segni possono includere:
– variazioni nelle dimensioni e nella forma del seno
– ritrazione della pelle del seno
– ispessimento del tessuto mammario
– retrazione di un capezzolo
– formazione di una massa dietro al capezzolo
– un’irritazione (tipo eczema) del capezzolo
– perdite di sangue dal capezzolo (molto raro)
– un gonfiore o un accumulo sotto l’ascella
Il dolore al seno è molto raro come sintomo del carcinoma della mammella. Infatti, molte donne che sono sane sentono il seno granuloso e morbido prima del ciclo. Alcuni tipi di tumori benigni possono provocare dolore.
Diagnosi
L’iter diagnostico comincerà probabilmente dal vostro medico di famiglia che vi visiterà e vi prescriverà gli esami e le radiografie che riterrà opportuni. Può anche darsi che vi invii in ospedale, o in un centro oncologico, per un consulto o un trattamento specialistico.
In ospedale, il chirurgo oncologo che vi visiterà vorrà conoscere la vostra storia clinica prima di procedere alla visita. Quindi vi ispezionerà e vi palperà le mammelle per rilevare se vi sono noduli o addensamenti ghiandolari, dopo vi palperà sotto le ascelle e alla base del collo per rilevare eventuali linfonodi aumentati di volume.
Una radiografia del torace ed esami del sangue possono essere eseguiti per controllare lo stato generale.
Le metodiche che illustreremo brevemente di seguito servono tutte per diagnosticare il carcinoma mammario e il chirurgo oncologo può decidere di sottoporvi ad uno solo o a più di questi esami strumentali.
Mammografia
Si tratta di un’indagine radiologica della mammella, che risulta particolarmente utile per individuare modificazioni iniziali della ghiandola mammaria quando può essere difficile palpare un nodulo. Dovrete spogliarvi nella parte superiore del corpo. Il radiologo vi posizionerà in modo tale da che i seni siano rivolti verso la macchina che emana i raggi X. Per ogni seno saranno eseguite due mammografie da diverse angolazioni.
Per alcune donne la mammografia è fastidiosa in quanto si deve esercitare una certa pressione sulle mammelle, al fine di ottenere una chiara immagine del seno, ma ciò dura solo pochi minuti e non è nocivo per la ghiandola mammaria.
La mammografia viene effettuata solitamente su donne di età superiore ai 35 anni. Nelle donne più giovani il tessuto mammario è più denso e ciò rende difficoltoso cogliere qualche cambiamento con la mammografia.

Ecografia
È una metodica indolore che dura solo qualche minuto.
È una tecnica che utilizza le riflessioni di un fascio di ultrasuoni per formare un’immagine degli organi interni del nostro corpo. Di solito si esegue nelle donne di età inferiore a 35 anni, le cui mammelle sono troppo dense per essere ben visualizzate alla mammografia. Si usa anche per vedere se un nodulo è solido o contiene liquido (cisti).
Le mammelle vengono spalmate con un sottile strato di apposito gel; su tutta la regione mammaria si fa, quindi, scorrere un piccolo strumento (sonda ecografica), simile ad un microfono, che emette ultrasuoni. Le riflessioni di questo fascio di ultrasuoni vengono convertite in immagini tramite un computer.
Eco-color doppler
Alcuni tipi di ecografo sono in grado di visualizzare i vasi che alimentano il nodulo e ciò può essere molto utile per differenziare le lesioni benigne da quelle maligne. I vasi appaiono sul monitor sotto forma di macchie di colore rosso o blu.
Agoaspirato
È una procedura semplice e di breve durata che si esegue in ambulatorio. Un ago sottile e una siringa vengono usati per prelevare un campione di cellule dal nodulo mammario; il campione viene quindi inviato in laboratorio per l’esame citologico, ossia per vedere se contiene cellule maligne. Questa tecnica può essere usata anche per drenare una cisti benigna. Essendo la ghiandola mammaria sensibile, la procedura può risultare leggermente fastidiosa.
A volte, soprattutto se il nodulo è di piccole dimensioni, l’agoaspirato si esegue nel reparto di radiologia. In questo caso, l’operatore esegue la procedura sotto controllo radiografico o ecografico per verificare che la biopsia sia eseguita proprio nella lesione. Egli discuterà con voi la modalità più idonea per il vostro caso.
Macro-agobiopsia
Questa tecnica si esegue con un ago di calibro più grande di quello usato per l’agoaspirato. Si effettua a volte in anestesia locale e consente di eseguire una biopsia, ossia di prelevare un piccolo campione di tessuto dal nodulo, che viene quindi inviato in laboratorio per individuare eventuali segni di carcinoma.
Analisi del sangue
Le analisi del sangue servono per controllare le vostre condizioni generali. Si determineranno i valori dell’emocromo (conta delle cellule ematiche), della funzione epato-renale e anche i livelli di alcuni marker, che sono particolari sostanze chimiche che possono essere prodotte dalle cellule tumorali.

Biopsia escissionale
Questa tecnica si esegue con la paziente in anestesia generale o totale e consente di prelevare l’intero nodulo, che viene poi inviato in laboratorio per l’esame istologico. Ciò può significare essere ospedalizzate per una notte, ma in alcuni centri la procedura viene eseguita come intervento ambulatoriale (o di day surgery).
Se il nodulo è troppo piccolo per essere palpabile, ma è stato visualizzato alla radiografia o all’ecografia, il radiologo dovrà evidenziare l’area interessata per agevolare il chirurgo nel reperire la lesione. A tale scopo, dopo aver praticato un’anestesia locale, introdurrà un filo di repere molto sottile sotto controllo radiografico o ecografico. Il filo metallico sarà la guida che il chirurgo seguirà per reperire il nodulo. In alcuni centri si usa il radiorepere ossia la somministrazione intra- e perilesionale di un isotopo radioattivo che consente poi al chirurgo, al tavolo operatorio, di rilevare il nodulo per mezzo di un rilevatore di radioattività e di reperire anche il linfonodo o i linfonodi ascellari che hanno drenato la linfa dal nodulo ‘linfonodo sentinella’. In altri centri si usa un colorante vitale.
Alcune unità altamente specializzate sono in grado di fornire un servizio diagnostico, inclusi alcuni esami di laboratorio, in 24 ore, ma nei grandi ospedali generali i tempi di attesa dei risultati degli accertamenti sono più lunghi. Chiaramente questo sarà per voi un periodo di grande ansia e forse vi potrà essere utile parlare delle vostre preoccupazioni con il partner, con una cara amica o con un parente.
Test HER2 e cancro della mammella
L’ HER2 è una proteina che può colpire la crescita delle cellule tumorali. Tali informazioni andrebbero lette insieme a quelle relative al carcinoma della mammella e al trastuzumab (Herceptin®).
HER2
Per capire meglio come funziona l’HER2, prima di tutto è necessario sapere qualcosa sui recettori e i fattori di crescita.
Recettori: sono particolari proteine presenti sulla superficie delle cellule. Altre proteine o agenti chimici che circolano nel corpo possono attaccarsi a questi recettori causando cambiamenti nelle cellule (per esempio, le rendono riproducibili).
Fattori di crescita: sono agenti chimici che si attaccano ai recettori stimolando la crescita delle cellule.
HER2 è una proteina che si trova sulla superficie di alcune cellule tumorali. È costituita da un particolare gene chiamato l’HER2/ neugene. Tale proteina è un recettore per un particolare fattore di crescita chiamato fattore di crescita epidermoidale umano, che per natura si trova nel corpo umano. Quando tale fattore di crescita si attacca ai recettori dell’HER2 presenti sulle cellule tumorali, può provocare la loro crescita e divisione.
Alcune cellule tumorali hanno più recettori di HER2 rispetto ad altri. In questo caso il tumore è detto HER2-positivo. Si pensa che 1 su 5 donne con il cancro della mammella sia affetta da un tumore HER2-positivo.
Il carcinoma della mammella HER2-positivo
I tumori che sono HER2-positivi tendono a crescere più velocemente rispetto ad altri tipi di tumori della mammella. Sapere che il tumore è di tipo HER2-positivo a volte può influenzare la scelta della cura. Per combattere il cancro della mammella HER2-positivo è stato sviluppato un farmaco chiamato trastuzumab (comunemente conosciuto come Herceptin®) che è un tipo di anticorpo monoclonale. Gli anticorpi monoclonali sono trattamenti che possono mirare a particolari proteine nel corpo.
L’Herceptin si attacca alla proteina HER2 e impedisce al fattore di crescita epidermale umano di raggiungere le cellule tumorali e di stimolarne la crescita. L’Herceptin funziona solamente in persone che possiedono un alto livello di proteina HER2.
L’Herceptin e il carcinoma della mammella
Recenti ricerche dimostrano che l’Herceptin aiuta ad evitare una recidiva nelle donne con cancro della mammella. Già da tempo si sapeva che la chemioterapia e la terapia ormonale possono ridurre questo rischio. Alcuni studi hanno provato a somministrare ad un gruppo di pazienti l’Herceptin durante la chemioterapia (un altro gruppo di pazienti è invece stato sottoposto solo a chemioterapia) per vedere se si riduceva il rischio di una recidiva. I risultati ottenuti sono stati molto promettenti, infatti si verificava una recidiva solo alla metà delle donne che avevano fatto la chemioterapia assumendo contemporaneamente l’Herceptin.
L’Herceptin e il carcinoma della mammella metastatico
L’Herceptin può essere utilizzata anche per curare il carcinoma della mammella secondario (tumore che si è già diffuso) e può essere usata da sola o in combinazione con la chemioterapia.
HER2 e la terapia ormonale
Le terapie ormonali possono rallentare o addirittura fermare la crescita delle cellule tumorali:
– alterando il livello di ormoni femminili che sono prodotti naturalmente dal nostro corpo
– prevenendo l’assorbimento degli ormoni da parte delle cellule tumorali
Le terapie ormonali sono più efficaci nelle donne le cui cellule tumorali hanno recettori per l’estrogeno e/o il progesterone. Questi tumori vengono definiti recettori degli estrogeni (RE) positivi o recettori del progesterone (RP) positivi. Ci sono vari tipi di terapie ormonali che funziono in modi lievemente diversi.
L’esame HER2
Ci sono degli esami che possono essere fatti per capire se una donna ha un carcinOoma della mammella HER2-positivo. L’esame può essere fatto contemporaneamente ad un iniziale intervento chirurgico del carcinoma della mammella e può essere usato un campione di tessuto tumorale di una precedente biopsia o di un precedente intervento chirurgico.
I principali metodi usati per l’esame HER2 sono l’analisi immunoistochimica (IHC) e l’ibridazione fluorescente in-situ (FISH).
Immunoistochimica (IHC): può mostrare la quantità di proteina HER2 presente nel campione tumorale. Il livello di HER2 viene calcolato su una scala da 0 a 3+
– 0-1+ significa che è presente una normale quantità di proteina HER2 e il risultato è HER2 negativo
– 2+ significa che è presente una modica quantità di proteina HER2
– 3+ significa che è presente una quantità di proteina HER2 superiore alla norma e il risultato è HER2-positivo Ibridazione fluorescente in-situ (FISH): mentre l’IHC misura il livello di proteina presente nel campione tumorale, il FISH la quantità di HER2/neugene presente in ogni cellula. Questo è il gene responsabile della sovrapproduzione di proteina HER2.
Non ci sono scale di valutazione per l’esame FISH, ma:
– se il risultato è FISH-negativo, è presente un livello normale di gene
– se il risultato è FISH-positivo, è presente una eccessiva quantità di gene. Questo caso a volte è detto amplificazione del gene.
Dopo la diagnosi del carcinoma della mammella
Se gli esami dimostrano che sei affetto da carcinoma della mammella, dovrai cercare un team medico adeguato per curare tale patologia e per avere tutte le informazioni e il supporto necessario. Tale team è definito “team multidisciplinare” ed normalmente include:
– chirurghi esperti in carcinoma della mammella
– infermieri che diano informazioni e supporto
– medici oncologi esperti nel curare il carcinoma della mammella con chemioterapia, radioterapia, terapia ormonale e terapia biologica
– radiologi che aiutino ad analizzare le mammografie
– medici patologi che aiutino nell’analizzare la tipologia e il volume del tumore
Inoltre, possono prendere parte allo staff:
– fisioterapisti
– psicologi
– assistenti sociali
La stadiazione e il grading
La stadiazione del tumore si riferisce alle sue dimensioni e alle zone in cui si è diffuso. Il grado di classificazione dà un’idea quanto velocemente il cancro si può diffondere. Tale classificazione è utile perché dal tipo di cancro dipende il tipo di trattamento a cui sottoporsi.
Stadiazione
Un sistema di stadiazione comunemente usato distingue due forme di carcinoma della mammella, e precisamente:
Carcinoma duttale in situ (DCIS): solitamente è descritto come stadio 0. Si sviluppa interamente nel lume dei dotti galattofori (i canali attraverso i quali il latte giunge al capezzolo) senza invadere i tessuti circostanti. È anche detto non infiltrante o intraduttale, in quanto le cellule tumorali non invadono il tessuto mammario circostante e, di conseguenza, non si diffondono ad altre parti dell’organismo. Il DCIS è quasi sempre curabile con il trattamento.
Carcinoma lobulare in situ (LCIS): deriva dalla proliferazione di cellule neoplastiche nel rivestimento dei dotti intralobulari. Può essere bilaterale, ossia interessare entrambe le mammelle. Si definisce anche non infiltrante in quanto le cellule tumorali non si diffondono ai tessuti circostanti.
Il carcinoma mammario invasivo si classifica secondo i seguenti stadi:
• stadio 1: misura meno di 2 cm di diametro; i linfonodi ascellari sono indenni e le cellule neoplastiche non si sono diffuse ad altri organi;

• stadio 2: misura 2-5 cm o i linfonodi ascellari sono invasi, oppure rivela entrambe queste caratteristiche, ma le cellule neoplastiche non si sono diffuse apparentemente ad altri organi;
• stadio 3: misura più di 5 cm ed è fisso alle strutture vicine (cute o muscolo); i linfonodi sono usualmente invasi, ma le cellule neoplastiche non si sono diffuse apparentemente oltre la mammella né ai linfonodi ascellari;
• stadio 4: indipendentemente dalle dimensioni, i linfonodi sono di solito invasi e le cellule neoplastiche si sono diffuse ad altri siti corporei. In questo caso si parla di carcinoma mammario metastatico.
Il cancro della mammella che ricompare dopo il trattamento iniziale è detto cancro ricorrente della mammella.
Questa sezione tratta il cancro della mammella dallo stadio 1 al 3. In una sezione separata è dedicata al tumore metastatico (stadio 4).
Il sistema di stadiazione TNM
Il sistema di classificazione TNM dà informazioni più precise sul volume del tumore.
T rappresenta la dimensione del tumore;
N rappresenta se il tumore si è esteso sino ai linfonodi;
M rappresenta se il cancro si ha intaccato anche altre parti del corpo come le ossa, il fegato o i polmoni.
Il grado
Questo termine tecnico serve per descrivere le caratteristiche delle cellule neoplastiche al microscopio. Il grado indica la rapidità con cui le cellule tumorali possono infiltrarsi. Tre sono i gradi di classificazione del cancro della mammella, e precisamente:
• grado 1 (grado basso): le cellule tumorali sono molto simili alle cellule normali del tessuto mammario; di solito crescono lentamente e difficilmente si diffondono a distanza;
• grado 2 (grado medio);
• grado 3 (grado elevato): le cellule tumorali hanno un aspetto molto anomalo; crescono più rapidamente e si diffondono a distanza.
I recettori
Alcune cellule tumorali hanno delle parti chiamate recettori, che permettono ad alcuni tipi di ormoni o proteine di attaccarsi alla cellula. Per testare la presenza di questi recettori solitamente viene analizzato un campione di tessuto tumorale. Dalla loro presenza o meno dipende poi la scelta del trattamento da intraprendere.
Alcuni tipi di tumore hanno i recettori per gli ormoni estrogeni e per il progesterone. Se un tumore della mammella ha più di un certo numero di recettori estrogeni è detto recettore-estrogeno positivo (ER+).

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