Tumori killer scoperti precocemente con un semplice test del sangue: come funziona

Sembra essere in arrivo dagli Stati Uniti, un esame del sangue che rivelerà in modo precoce la possibile presenza di un tumore in fase di sviluppo.  Si tratta di un test davvero rivoluzionario, il quale è stato definito biopsia liquida e sviluppato dai ricercatori del Johns  Kimmel Cancer Center utilizzando un campione di analisi di 200 parti di tessuto e sangue provenienti da Paesi Bassi, Danimarca e Stati Uniti. 

Questo metodo si basa sull’individuazione nel sangue di piccole parti di DNA cancerogeno e sembra essersi rivelato già efficace contro tumori, quali quelli del colon retto, del seno, del polmone e dell’ovaio.  Gli interessanti risultati  ottenuti grazie a questo test rivoluzionario, detto biopsia liquida, sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Scienze Translational Medicine. “Questo studio  dimostra che l’individuazione precoce del cancro sfruttando i cambiamenti del DNA nel sangue è fattibile e che il nostro metodo di sequenziamento ad alta precisione è un approccio promettente per raggiungere questo obiettivo“, è questo quanto dichiarato dal professor Victor Victor Velculescu.

Come già abbiamo detto, questo innovativo test del sangue è utile per scovare tumori più temibili e quando si trovano ancora in fase molto precoce e dunque asintomatica e nonostante si tratti ad oggi di un prototipo, è possibile definirlo un test unico nel suo genere perché le biopsie liquide utilizzate oggi  in fase sperimentale, sembra non siano in grado di trovare tumori in stato più avanzato e dire se le terapie in corso stanno facendo effetto o meno.

A differenza di questa, la biopsia liquida innovativa e sperimentale di cui abbiamo parlato, promette di scovare tumori infatti ancora estremamente in fase precoce, studiando il DNA circolante nel sangue che viene sequenziato 30.000 volte per ogni test, alla ricerca di qualsiasi mutazione del cancro. Lo scienziato ha aggiunto che è facile trovare le mutazioni del cancro se già si sa cosa si sta cercando.”Per questo la nostra sfida è stata sviluppare un test del sangue che potesse predire la presenza probabile di un tumore senza conoscere in partenza le mutazioni genetiche presenti nel singolo paziente”, conclude Velculescu.

Al momento i test del sangue per il cancro sono ancora nelle prime fasi di sviluppo e come abbiamo detto fino ad oggi per poter individuare piccole parti di DNA derivata dal cancro nel sangue dei pazienti affetti da tumore, gli scienziati si sono affidati alle alterazioni del DNA individuato nei campioni di tumore sottoposti a biopsia e sono state proprio queste modifiche ad essere state prese come esempio per gli errori genetici che si dovrebbero cercare tra le masse di DNA che circolano nei campioni di sangue dei pazienti oncologici. Sebbene i risultati finora ottenuti dalla biopsia liquida siano molto promettenti, il test del sangue per la diagnosi precoce del tumore dovrà essere convalidato da studi che coinvolgono un numero molto più grande di persone.

Dopo un 2013 che ha visto l’Impact factor, parametro dell’eccellenza di un ente di ricerca, segnare la cifra record di 2.742 punti, quattro nuovi lavori pubblicati dai nostri ricercatori sono assurti all’onore della cronaca per l’impatto su diagnosi, prognosi e gestione clinica di alcune patologie oncologiche. Il tema comune è l’individuazione di una problematica clinica, lo sviluppo di un’idea progettuale e una sinergia tra ricercatori sperimentali e clinici per la sua realizzazione. Grazie all’approccio multidisciplinare si è arrivati a importanti acquisizioni in linea con la missione degli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico: attraverso la ricerca migliorare le opzioni cliniche. Ringrazio tutte le componenti di questo Istituto, in particolare gli attori di questi successi non dimenticando che tutto ciò non sarebbe possibile senza una forte sintonia delle strutture responsabili della gestione dell’Istituto. L’orgoglio di questi risultati è aver contribuito a dare risposte al bisogno che esprimono le persone che ogni giorno varcano la soglia del nostro Istituto.

Il tumore del polmone è tra i più temuti e tra i più difficili da curare. Ma se la diagnosi arriva in tempo per i pazienti ci sono maggiori chanches di cura. Una speranza arriva da un importante studio condotto su quasi lOOO persone
all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Journal of Clinical Oncology (JCO).
I ricercatori dell’Istituto sono riusciti a mettere a punto un test
che si basa su un semplice prelievo di sangue e che permetterà di scoprire il tumore con un vantaggio di circa due anni rispetto allo strumento oggi più diffuso che è la TAC spirale. Non solo. Il test è in grado di ridurre in maniera significativa la percentuale di falsi positivi
ottenuti con la TAC spirale. I risultati del lavoro sono stati presentati per la prima volta l’8 gennaio a San Diego, California, alla conferenza dell’Associazione Americana per la Ricerca sul Cancro
(AACR) e dell’Associazione Internazionale per lo Studio del Tumore al Polmone (IALSC) intitolato “Origini Molecolari del Tumore al Polmone” da Gabriella Sozzi, direttore dell’Unità di genetica tumorale dell’Istituto Nazionale dei Tumori.
IL TUMORE AL POLMONE
Secondo l’Associazione Internazionale per la Ricerca sul Cancro, il tumore al polmone è la più comune forma di cancro a livello mondiale e si stima che circa un miliardo di persone nel mondo morirà a causa del fumo in questo secolo.
Il fumo di sigarette è riconosciuto come il principale fattore di rischio: ad esso sono ascrivibili l’85- 90% di tutti i tumori polmonari.
Il rischio aumenta con la quantità di sigarette fumate e con la durata dell’abitudine al fumo.
Si calcola che attualmente 1 uomo su 9 e una donna su 36 possa sviluppare un cancro al polmone nel corso della vita (fonte AIRTUM). L’elevata mortalità di questa patologia può essere attribuita alla comparsa di sintomi clinici solo negli stadi avanzati della malattia quando le possibilità di cura sono molto ridotte. Per questo il test messo a punto in Istituto assume un’importanza ancor più significativa.

IL PERCORSO DELLA SCOPERTA
Per arrivare a questo risultato i ricercatori hanno condotto uno studio retrospettivo su 939 forti fumatori, arruolati nell’indagine Multicentric Italian Lung Detection (MILD). I campioni sono stati utilizzati per determinare l’utilità predittiva, diagnostica e prognostica del test molecolare di 24 mi- croRNA circolanti nel sangue.
I microRNAsono piccole molecole che hanno la capacità di regolare l’espressione genica e risultano alterate in presenza di tumori. I forti fumatori analizzati non presentavano la malattia (870 persone) oppure avevano già un tumore al polmone (69 persone). Il test dei microRNA ha dimostrato una sensibilità dell’87% nel l’identificare il tumore al polmone. Considerando tutti gli individui analizzati, il test dei microRNA ha riportato un valore predittivo negativo del 99% per l’identificazione della malattia e del 99.86% per la predizione delle morti per cancro polmonare, sottolineando l’elevata specificità del test nella corretta identificazione dei pazienti che non erano malati di cancro.
L’alta specificità del test dei microRNA ha ridotto dell’80% il numero dei falsi positivi individuati dalla TAC spirale che aveva identificato noduli sospetti in forti fumatori non malati di cancro polmonare.
“Numerosi biomarcatori con valenza diagnostica e prognostica sono
stati identificati recentemente, ma pochi hanno superato la prova della validazione e sono diventati veri strumenti della pratica clinica, come questo test molecolare si appresta a diventare – ha dichiarato Marco Pierotti, direttore scientifico dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano – Questo studio, oltre al valore scientifico di validazione diagnostica confermata su grandi numeri, rappresenta un successo anche strategico della politica della nostra Fondazione volta a promuovere il trasferimento tecnologico delle scoperte prodotte dalla sua ricerca di alta qualità”.
UN LAVORO DI SQUADRA
Questo successo è stato possibile grazie alla collaborazione tra l’Unità di Chirurgia Toracica dell’Istituto diretta dal dottor Ugo Pastorino, l’Unità di Genomica Tumorale della dottoressa Gabriella Sozzi, quella di Radiologia diretta dal dottor Alfonso Marchiano, insieme con alcuni ricercatori dell’Università di Parma e dell’Istituto di
Ricerche Farmacologiche Mario Negri.
“Questo lavoro testimonia la qualità e l’impegno dei nostri ricercatori in grado di ottenere risultati di rilevanza scientifica in ambito internazionale e conferma il ruolo di primo piano che l’istituto Nazionale dei Tumori riveste per la cura e la ricerca sul cancro. Ancora una volta, inoltre, dimostra quanto sia necessario sostenere la ricerca investendo sempre maggiori risorse – ha dichiarato Giuseppe De Leo, presidente dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano – Un ringraziamento va anche al prezioso supporto dell’AlRC che ha contribuito a finanziare questo progetto”.
Il lavoro dei ricercatori non è ancora finito. Un nuovo studio che si chiama BioMild sta per partire e vedrà coinvolti soggetti ad alto rischio.
L’obiettivo è confermare ulteriormente l’efficacia del test. Nel frattempo una società londinese, Gensigna, ha acquisito il brevetto e punta a commercializzare l’esame negli Stati Uniti entro la fine dell’anno.

L’Italia è tra i Paesi europei che cura meglio i tumori. I pazienti oncologici nel nostro Paese sopravvivono più a lungo della media europea come dimostra lo studio EUROCARE-5, condotto dai ricercatori dell’Istituto Nazionale dei Tumori e dell’Istituto Superiore di Sanità. Pubblicata su Lancet Oncology, la ricerca ha analizzato la sopravvivenza dei pazienti ai
10 tumori più diffusi a 5 anni dalla diagnosi, prendendo in esame un campione di IO milioni di adulti e oltre 60.400 bambini europei diagnosticati tra il 2000 e il 2007 e osservati fino al 2008. Emerge con evidenza l’eccellenza dell’Italia dove la sopravvivenza è migliore rispetto alla media degli altri Paesi per tutte le tipologie di tumore analizzate. Ad esempio, per il tumore allo stomaco, sopravvive a 5 anni dalla diagnosi il 32% delle persone curate negli ospedali italiani, contro una media europea che scende al 25%. L’Italia fa registrare risultati nettamente migliori anche per i tumori del colon con una sopravvivenza del 6i% contro
11 57% dell’Europa e della mammella (86% contro 82%).
Le ragioni di questo risultato sono da cercare nella qualità delle cure e nell’attività di screening e prevenzione
che viene portata avanti in Italia.
IL CONFRONTO CON GLI ALTRI PAESI
La buona notizia è che la sopravvivenza al tumore è costantemente migliorata nel tempo anche in tutto il resto d’Europa, come risulta dai dati analizzati da EUROCA- RE-5, provenienti dai registri di tumore di 29 Paesi nel periodo dal 1999 al 2007. Anche all’estero hanno giocato un ruolo importante la maggiore diffusione dei programmi di screening e i progressi nei protocolli di cura. Tra i più bravi, insieme all’Italia, Spagna, Portogallo, i Paesi dell’Europa centrale, Austria, Belgio, Francia, Germania, Svizzera e Paesi Bassi, quelli nordici, ad eccezione della Danimarca. Vi sono ancora, tuttavia, differenze marcate tra l’Europa occidentale e i Paesi dell’Est dove la sopravvivenza dei pazienti è ancora al di sotto della media del continente per tutti i tumori presi in esame. Ma fortunatamente il divario ha iniziato gradualmente a colmarsi, come dimostrano, ad esempio, i numeri sulla sopravvivenza al cancro al seno: la differenza tra Est e Ovest per questa patologia è diminuita di circa il 20% nel periodo 2005-2007 rispetto a una precedente analisi svolta sul periodo dal 1999 al 2001.
Le differenze tra Est e Ovest vanno riducendosi anche per altri tipi di cancro, come quello al colon retto e alla prostata e per il melanoma della pelle. Il divario si amplia invece per i linfomi. “Le ragioni delle differenze geografiche spesso non sono semplici da rintracciare” spiega Milena Sant, medico e ricercatrice dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano: “In generale, a maggiori investimenti in sanità a a una maggiore spesa sanitaria pubblica corrisponde una migliore sopravvivenza, tuttavia non si tratta di una relazione causa-effetto. Ad esempio la Danimarca, pur avendo un buon sistema sanitario e una spesa sanitaria paragonabile a quella di altri paesi contigui, riporta una sopravvivenza più bassa rispetto ad altri Paesi, dato verosimilmente spiegato daldo 1999-2001 al 70% nel periodo 2005-2007 – spiega Gemma Gatta ricercatrice dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano tra gli autori dello studio EUROCARE-5 – Tuttavia abbiamo osservato ancora grandi differenze in Europa, che vanno da un minimo del 70% in Europa orientale fino all’80% nei paesi del nord, del centro e del sud Europa. Per i tumori del sangue come le leucemie e i linfomi non-Hodgkin, che rappresentano oltre un terzo dei tumori infantili – prosegue Gemma Gatta – il rischio di morte entro 5 anni dalla diagnosi è diminuito in media del 4-6% all’anno. Non tutti i principali tumori infantili però hanno visto questi miglioramenti. Ad esempio la sopravvivenza per i tumori del sistema nervoso centrale, il secondo tipo di tumore più frequente nei bambini, rimane bassa al 58%”.

UNO SGUARDO EUROPEO SULLA CURA DEI TUMORI
Lo studio EUROCARE-5, che i ricercatori dell’Istituto Nazionale dei Tumori hanno recentemente presentato al Parlamento Europeo di Bruxelles, insieme ai colleghi dell’Istituto Superiore di Sanità, è parte del più ampio progetto EUROCARE che da 20 anni sta moni- torando un ampio campione della popolazione europea, per valutarne la sopravvivenza al tumore o il rischio di sviluppo della malattia.
Si tratta della più vasta indagine di questo genere, che copre il 30% del totale della popolazione adulta europea e il 77% della popolazione infantile europea.
I numeri raccolti nell’ambito del progetto sono fondamentali per attirare l’attenzione sulle disuguaglianze esistenti fra aree geografiche europee e discutere misure correttive per il futuro con le istituzioni sanitarie e politiche e i rappresentanti delle organizzazioni di pazienti.

Chirurgia sempre meno invasiva per il trattamento del tumore del seno con ricadute positive anche sull’impatto psicologico della malattia nelle pazienti: questa la nuova prospettiva aperta da uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Cancer e condotto dei ricercatori dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, guidati da Roberto Agresti. Il tumore alla mammella è la neoplasia più diffusa fra le donne. Sullo sviluppo di questo tumore influiscono molti fattori primo fra tutti la tempestività della diagnosi.

CHIRURGIA DEL TUMORE: COME FUNZIONA?
Il trattamento del tumore del seno in fase iniziale prevede una tecnica conservativa, la quadrantectomia, cioè un intervento chirurgico che consiste nell’asportazione dei tessuti malati circoscritti alla neoplasia senza la totale asportazione del seno.
Una volta effettuata la quadrantectomia, viene prelevato il linfonodo sentinella, il linfonodo dell’ascella che si trova in prossimità del seno. Se il linfonodo presenta cellule tumorali,
si effettua un secondo intervento per asportare tutti i linfonodi dell’ascella.

DIAGNOSI PRECOCE PER INTERVENTI MENO INVASIVI
Dall’osservazione per oltre IO anni di più di 500 donne operate per carcinoma della mammella e sottoposte o meno ad asportazione dei linfondi delle ascelle i ricercatori dell’Istituto hanno scoperto che per il trattamento di questo tumore in fase iniziale (sotto i due centimetri di diametro) e senza il coinvolgimento clinico dei linfonodi ascellari è sufficiente l’intervento chirurgico al seno senza dover asportare i linfonodi dell’ascella.
Le conoscenze acquisite sulle caratteristiche biologiche del tumore primitivo sono infatti in grado di guidare le indicazioni per le terapie post-operatorie a prescindere dall’informazione che deriva dai linfonodi ascellari.
Nel tumore della mammella in fase iniziale, quindi, si può pensare di escludere anche l’asportazione del linfonodo sentinella, la cui biopsia e le informazioni che ne derivano
sono superate dalla caratterizzazione biologica del tumore stesso, che decide anche la scelta terapeutica post-operatoria, consentendo di risparmiare un significativo numero di chemioterapie senza impatto sulle possibilità di guarigione.

PIONIERI NELLA CURA DEL TUMORE DEL SENO
La scoperta degli esperti dell’Istituto è il risultato di anni di ricerca: “Questo studio – commenta Marco Pierotti direttore scientifico dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano – si colloca nella tradizione dell’Istituto nella cura dei tumori della mammella segnata da ricerche innovative pionieristiche che hanno cambiato anche a livello internazionale i paradigmi di questa malattia. Dieci anni di osservazione su 500 casi trattati e l’integrazione di ricerca clinica e biologica, altra caratteristica dell’Istituto, hanno portato a questo risultato che permette, a parità di esito clinico, di modulare gli interventi con migliore qualità di vita dei pazienti e anche significative ricadute di risparmio economico”.

Nei pazienti affetti da melanoma l’analisi molecolare dei “linfonodi sentinella” (i linfonodi più vicini all’area del tumore e più a rischio di metastasi) può identificare i casi a maggior rischio di recidiva nei 5 anni successivi all’intervento chirurgico di rimozione dello stesso.
Queste informazioni non vengono dal tumore ma dalle nostre difese immunitarie.
È questa la novità di uno studio pilota condotto dal gruppo di ricerca guidato da Monica Rodolfo, bioioga dell’Unità di immunoterapia dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano diretto da Licia Rivoltini, pubblicato sulla rivista scientifica Cancer Research nel mese di gennaio 2014.

LA RISPOSTA IMMUNITARIA CONDIZIONA IL RISCHIO DI RECIDIVA
Lo studio, basato sull’analisi genetica nei pazienti con melanoma, il tumore della pelle più pericoloso, dimostra come l’aggressività della malattia, che determina se il paziente sarà guarito dopo la chirurgia o avrà una successiva recidiva, non dipende dalle caratteristiche del tumore bensì dalla risposta immunitaria.
Un risultato che testimonia che le nostre difese immunitarie sono in grado di condizionare il decorso della malattia anche nel caso dei tumori.
In particolare i ricercatori hanno identificato un marcatore, CD30, che risulta più espresso nelle cellule immunitarie nei linfonodi sentinella ed è maggiormente presente nel sangue dei pazienti che hanno una malattia più aggressiva. Le cellule del sistema immunitario che esprimono CD30 mostrano una funzione alterata e sono segno di immunosoppressione.

LA RICERCA DELL’ISTITUTO TRA TRADIZIONE E INNOVAZIONE
“Questo studio – commenta il direttore scientifico dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano Marco Pierotti – si colloca nella tradizione di ricerca immunologica e di immunoterapia dei tumori, caratteristica di questo Istituto, ma integrata da innovativi approcci molecolari volti a comprendere i complessi rapporti che si instaurano tra il tumore e l’organismo che lo ospita. Riconoscere in ciascun paziente se il suo sistema immunitario reagisce al melanoma o lo subisce, consentirà di modulare
gli interventi per ottimizzare efficacia terapeutica e corretta allocazione di risorse economiche”.

VERSO NUOVE FRONTIERE TERAPEUTICHE
Lo sviluppo clinico di queste informazioni potrebbe consentire di identificare quali pazienti, dopo l’intervento chirurgico, abbiano un elevato rischio di recidiva e necessitino quindi di ulteriori terapie, evitando invece un trattamento inutile e tossico ai pazienti guariti dalla chirurgia. Inoltre, la molecola CD30 potrebbe diventare un nuovo bersaglio terapeutico per i pazienti con melanoma. Essendo già disponibili farmaci che agiscono proprio sul marcatore CD30, è possibile immaginare che questa nuova strategia terapeutica possa essere studiata nei pazienti in tempi relativamente brevi.
E infine importante sottolineare che questo lavoro rappresenta il frutto di un reale sforzo collaborativo tra ricercatori, clinici, patologi, immunologi, statistici e tecnici di laboratorio, che hanno condiviso le proprie capacità e le diverse competenze. Lo studio è stato finanziato da AIRC e dal Ministero della Salute.

Tre bollini rosa e la menzione d’onore per aver ottenuto “la valutazione di massima vicinanza alla salute della donna per 8 anni consecutivi dal 2007 al 2015”: così l’Istituto Nazionale dei Tumori il 3 dicembre 2013 a Roma presso la Sala polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, a conclusione dell’edizione 2014-2015 del bando Bollini Rosa promosso dall’Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna (O.N.D.a), è stato riconosciuto come un’eccellenza tra gli ospedali a misura di donna.
La presenza negli ospedali di specialità cliniche e di appropriati percorsi diagnostico terapeutici dedicati alle principali patologie di interesse femminile: sono questi i criteri di valutazione che consentono agli ospedali di ottenere uno, due o tre “Bollini Rosa”. E ancora: offerte di servizi aggiuntivi che cambiano l’approccio con l’ospedale, dalla documentazione informativa multilingue alla mediazione culturale, dalla dieta personalizzata per particolari esigenze o motivi religiosi al servizio di assistenza sociale e servizi alberghieri convenzionati.
Quest’anno sono stati 230 gli ospedali premiati: 65 con il massimo riconoscimento (tre bollini), 105 con
due bollini e 60 con un bollino mentre la menzione d’onore sulla persistenza nel tempo di questo massimo riconoscimento ha interessato 12 ospedali di cui 8 lombardi e 5 milanesi. Il premio Bollini Rosa, è attribuito sulla base di punteggi convalidati da un apposito adviso- ry board di esperti nelle patologie femminili.
Questo premio sta assumendo un rilevo importante nella popolazione femminile che viene informata sugli ospedali che si prendono cura delle donne sia dal sito Bollini Rosa, che dalla Guida Nazionale Bollini Rosa, quest’anno distribuita in 17.000 farmacie.
I servizi all’avanguardia che hanno permesso all’Istituto di raggiungere questo riconoscimento riguardano ginecologia, oncologia e senologia, dall’attività di prevenzione e diagnosi fino al trattamento e “follow up” dei tumori femminili. Fiori all’occhiello sono il Centro Hpv, il centro prevenzione e cura effetti collaterali delle terapie oncologiche, il progetto PREMIO di sorveglianza delle donne ad alto rischio familiare e i servizi di sostegno psicologico, educativo e multiculturale offerti anche grazie al sostegno della Lega Italiana per la Lotta contri i tumori e l’Associazione Salute Donna.
Tra gli altri: Il filo di Arianna, iniziativa per le persone in chemioterapia con l’obiettivo di migliorare la gestione degli effetti collaterali dei farmaci, ridurre l’ansia dei trattamenti e insegnare tecniche di rilassamento; L’ambulatorio gioco parola, per sostenere i bambini figli di malati oncologici sia durante le terapie del genitore che nell’eventualità di un aggravamento o di un lutto, per l’elaborazione di un’esperienza così intensa e drammatica; la Touch terapy, che favorisce il rilassamento e il benessere psico fisico in un momento di fatica e spesso di rifiuto del proprio corpo.
Sempre in questa direzione anche l’iniziativa il make up diventa… terapeutico: una giornata dedicata alla cura del proprio corpo che ha coinvolto 15 donne in cura presso l’Istituto in collaborazione con un’azienda cosmetica di matrice francese che produce cosmetici biocertificati, rispettosi della natura e dell’essere umano.
E infine la pubblicazione di una brochure multilingue (cinese, inglese, italiano, portoghese, russo e spagnolo) dedicata alle pazienti di lingua non italiana che devono fare radioterapia senologica.

Era il 1976 quando sulle pagine della prestigiosa rivista scientifica New England Journal of Medicine comparivano i risultati di una sperimentazione che avrebbe cambiato la ricerca sul tumore del seno, i cui vantaggi terapeutici sono riconosciuti anche oggi a distanza di oltre 30 anni. L’editoriale della rivista riportava le seguenti parole “La scelta della strategia terapeutica, i tempi, la partecipazione multidisciplinare, il disegno di studio, la combinazione di farmaci…saran- no apprezzate dagli osservatori americani che ora a Milano possono ammirare non solo La Scala”.
Il lavoro portava la firma di Gianni Bonadonna, oncologo di fama internazionale che ha rivoluzionato la storia dell’oncologia mondiale. Dopo 50 anni ha lasciato l’Istituto per dedicarsi all’attività della Fondazione Michelangelo, organizzazione che opera per l’avanzamento dello studio e cura dei tumori. Il 7
febbraio 2014 presso l’Aula Magna si è tenuta la cerimonia di saluti alla presenza di medici, ricercatori, pazienti e cittadini a lui profondamente legati.
TUTTO SU…MALATTIE LINFOPROLIFERATTIVE
Le malattie linfoproliferattive sono un gruppo di malattie derivate dalla proliferazione, di solito tumorale, di una popolazione di cellule appartenenti al sistema lin- foreticolare: si tratta di leucemie, linfomi, sindromi immunoprolife- rative, e istiocitosi. Tuttavia queste patologie spesso si presentano in forma intermedia, oppure si convertono luna nell’altra. Negli ultimi anni, le conoscenze su queste patologie sono andate crescendo e questo ha permesso di individuare meccanismi chiave del processo oncogenetico alla base della loro evoluzione e quindi nuovi potenziali bersagli terapeutici. Il 23 gennaio 2014 presso l’Aula Magna vi è stata la quarta edizione del convegno “Recenti acquisizioni per il trattamento delle malattie linfoproliferattive” per approfondire le più recenti scoperte, le sperimentazioni ancora in corso in cui i nuovi farmaci sono combinati in modo razionale tra di loro o con le chemioterapie convenzionali e migliorare le conoscenze e le competenze
professionali di ematologi e oncologi italiani.
NUOVI SPAZI PER L’ONCOLOGIA
Sabato 22 febbraio 2014 presso il dipartimento di Oncologia medica al 2° piano del blocco E è stata inaugurata una nuova sala di accoglienza modellata sulle esigenze e sui consigli dei pazienti. L’iniziativa rientra nell’ambito del progetto M.ATTE.O (Migliorare l’attesa in Oncologia) realizzato con l’Associazione Salute Donna che prevede la ristrutturazione delle sale d’attesa dell’Istituto per offrire ai pazienti un servizio di ospitalità sempre più attento alla persona. La prima sala di attesa è stata realizzata nel 2011. Il progetto si è avvalso della consulenza di architetti, designer e dei suggerimenti degli utenti del reparto di oncologia. All’inaugurazione hanno partecipato i vertici dell’Istituto, Anna Mancuso presidente di Salute Donna insieme con le autorità della Regione Lombardia: l’Assessore alla Salute Mario Mantovani, l’Assessore all’Economia Massimo Garavaglia e il Consigliere nazionale della Lega Nord Massimiliano Romeo.

LE NANOMEDICINE CONTRO IL CANCRO
Uno studio guidato da Manuela Gariboldi, ricercatrice del Dipartimento di oncologia sperimentale e medicina molecolare dell’Istituto Nazionale dei Tumori, che lavora anche presso l’IFOM, sta mettendo a punto in collaborazione con l’Istituto Italiano di Tecnologie un metodo che utilizza nanoparticelle d’oro per identificare in un semplice campione di sangue da pazienti con tumore del colon-retto la presenza di mutazioni specifiche associate ai tumori nel DNA circolante: in tempi brevi e con bassi costi sarà possibile diagnosticare tempestivamente la ricaduta della malattia. I ricercatori del Laboratorio di biofotonica clinica e nanomedi- cina della Fondazione don Carlo
Gnocchi, in collaborazione con il San Raffaele di Milano e l’Università Bicocca, stanno sviluppando un kit “usa e getta” basato su nanoparticelle in grado di rilevare uno specifico biomarcatore tumorale nel sangue di pazienti con leucemia mieloide acuta. Di questi e di altri progetti si è parlato venerdì 31 gennaio 2014 a Milano presso AmadeoLab, nell’ambito del Nano World Cancer Day, evento satellite del World Cancer Day, svoltosi in contemporanea in 13 Paesi europei, nel corso del quale i ricercatori ha nno presentato i progetti più promettenti con possibili applicazioni a medio-termine, sottolineando il ruolo sempre più importante della nanomedicina nella lotta contro il cancro.

SUMMIT SULLE CURE PALLIATIVE
Duecento partecipanti da tutta Europa, Stati Uniti, Giordania e Israele, si sono confrontati su nuovi protocolli di studio e linee guida per la cura del dolore, della cachessia,
ma anche su temi generali come l’accessibilità alle cure palliative e il bisogno di queste cure nelle lungo degenze. L’Istituto ha ospitato il 5 e 6 dicembre 2013 The GW Hanks seminar: la terza edizione del seminario internazionale, parte delle iniziative sulla ricerca in cure palliative del Centro Europeo di Ricerca (European Palliative Care Research Center PRC), le cui precedenti edizioni si erano tenute in Olanda e Belgio. L’appuntamento si fonda sulla cooperazione tra la Struttura complessa di cure palliative, terapia del dolore e riabilitazione dell’Istituto diretta da Augusto Caraceni, e l’Università di Trondheim in Norvegia. Al centro contribuiscono università e istituti di tutta Europa e il Research Network dell’Associazione Europea di Cure Palliative. Il tema delle cure palliative in oncologia è di grande attualità per tutti i pazienti che non possono guarire della malattia neoplastica. Due sono stati i punti centrali del convegno: il miglioramento della qualità della vita attraverso terapie sempre più efficaci per il dolore e la capacità di affiancare le terapie oncologiche.

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