Test del sangue individua il tumore: la svolta che salverà molte vite

Patrizia è docente di biologia cellulare all’Università Paris-Descartes e ha sviluppato un test che riesce a scovare le cellule cancerose nel sangue. E’ un metodo di filtrazione per isolare dal sangue le cellule tumorali circolanti (CTC) in modo da permettere la loro identificazione diagnostica tramite citopatologia e loro caratterizzazione molecolare.

Il funzionamento del test per il cancro non è complesso come ci si potrebbe aspettare: è sufficiente un prelievo di sangue, mediamente il quale i medici possono osservare se nelle vene vi è traccia delle prime cellule tumorali, cellule che in un primo momento non costituiscono un vero e proprio cancro, ma che sono destinate a generare una massa nell’immediato futuro.

Secondo l’oncologa il test andrebbe ripetuto ogni 6 mesi affinché abbia validità ed è per ora disponibile per aiutare a prevenire le metastasi in pazienti con diagnosi di tumore, mentre per chiunque volesse avvalersi del test il costo è di 486€.

Ed anche perché “uccidere il cancro” prima che prenda forza, prima che diventi invasivo, aggressivo ed insensibile alle terapie specifiche, superando le inutili paure della diagnosi, è un traguardo che eviterà a milioni di persone lo strazio, il dolore e gli effetti collaterali delle cure oncologiche. E’ stata la professoressa Paterlini-Bréchot a mettere a punto l’Iset (Isolation by Size of Epithelial Tumor Cells). “E’ difficile dire al pubblico di ripeterlo ogni sei mesi quando non è rimborsati”. Come spesso accade, anche in questo caso si sono incontrate non poche resistenze, soprattutto di carattere culturale, come evidenziato dalla stessa oncologa.

Patrizia Paterlini, che ha deciso dopo l’incontro in ospedale con un malato terminale di dedicarsi alla ricerca per sconfiggere il cancro, oggi sogna di dare il test gratis a tutta la popolazione. Si tratta di un esame molto costoso ma che permetterebbe in poco tempo di battere il cancro sul tempo e del quale la stessa ricercatrice italiana, trapiantata in Francia, ne ha parlato in una recente intervista al Corriere.it, rivelando il suo desiderio di renderlo gratuito e quindi accessibile a tutti.

“Oggi il test indica se ci sono cellule tumorali nel sangue, e a quel punto bisogna poi cercare l’organo coinvolto con i soliti esami (radiografie, tac)”. Una diagnosi precoce che fa guadagnare tempo e permette di stabilire le cellule tumorali prima che il cancro si manifesti.

Lavoriamo perché il test in futuro ci dica subito quale organo curare o sorvegliare, e risparmieremo altro tempo prezioso.

In Italia ci sarà un test capace di individuare cellule tumorali nel sangue» dice Patrizia Paterlini-Bréchot, professore di oncologia e biologia molecolare all’Università di Parigi Descartes. A lei si deve la scoperta di Iset, un metodo diagnostico che predice il rischio di metastasi. Paterlini-Bréchot ha studiato e insegnato medicina in Italia fino al 1988, poi si è trasferita a Parigi dove ha ottenuto un dottorato con una tesi sull’oncogenesi. Le sue ricerche sulle cellule tumorali circolanti l’hanno spinta a fondare una compagnia, Rarecells Diagnostics.

Professoressa, a che cosa serve il test?
A rivelare in modo molto sensibile la presenza di cellule tumorali. Queste cellule circolano nel sangue per lungo tempo prima che le metastasi si formino, e ne sono all’origine. Il test è utile per i pazienti che hanno subito un’operazione per il tumore e vogliono sapere se darà metastasi. Queste ultime possono formarsi perché le cellule del cancro primitivo sono penetrate nel sistema sanguigno e hanno proliferato in altri organi.
Quali sono le caratteristiche di Iset?
È una sorta di pap-test del sangue, il nome completo è Citopatologìa sanguigna Iset. Per fare un paragone: il test del Psa per la prostata misura la concentrazione di certe glicoproteine; ma fornisce solo una probabilità
che vi sia un tumore e può dare falsi positivi. Invece Iset ci dice se le cellule tumorali ci sono o non ci sono.
E se il test rivela cellule tumorali?
Significa che è alto il rischio di metastasi, ed è molto importante saperlo per adattare la cura. Qualsiasi sia il tumore originario, esistono terapie specifiche che si possono applicare senza aspettare. Il test serve anche per sapere se la cura è stata efficace; in tal caso, le cellule tumorali scompaiono dal sangue. Permette di personalizzare tempi e terapie adeguandoli al caso del paziente.
Dove e quando sarà pronto?
Fra un mese in Francia e poi in Italia. Non posso dire dove, ma stiamo collaborando con un laboratorio italiano. Chi vuole saperne di più può andare su www, isetbyrarecells.com e scriverci.
Esistono altre applicazioni possibili?
Iset potrà servire anche per la diagnosi precoce del cancro in soggetti apparentemente sani: se ci sono cellule maligne nel sangue di una persona considerata senza tumore vuol dire che il sistema immunitario non è stato capace di distruggerle. Allora bisogna intervenire. Siamo anche impegnati nella diagnosi prenatale su semplice prelievo dì sangue: isolando le cellule fetali del sangue materno siamo capaci di rivelare anomalie genetiche, come la trisomia.

Tumori, un test per avere la diagnosi anche con quattro anni di anticipo

Abbiamo iniziato i nostri studi con l’intenzione di trovare una nuova strada che potesse far diminuire la mortalità per malattie tumorali. Sapevamo bene di dover combattere una partita difficile, intervenendo in particolare su quello che si definisce “processo metastatico”, che è la vera causa di morte dei pazienti affetti dal cancro. Ora, dopo quasi vent’anni di studi e ricerche, abbiamo trovato un sistema dimensionale per isolare le cellule tumorali in circolo e fare una diagnosi citopatologica che consente di anticipare la diagnosi “tradizionale” da uno a quattro anni». A parlare è la professoressa Patrizia Paterlini Bréchot, docente di biologia cellulare e molecolare della Paris Descartes University e inventrice del rivoluzionario test «Iset», presentato ufficialmente per la prima volta in Italia all’Istituto Sdn di Napoli. L’acronimo «Iset» sta per «Isolation by size of tumor cells», ovvero isolamento per dimensione delle cellule tumorali, ben più di una speranza nella lotta alle malattie oncologiche. L’aspetto rivoluzionario di questa metodologia diagnostica è infatti nella capacità predittiva a lungo termine, il test (che sarà disponibile in Francia tra poco più di un mese) permette di individuare cellule tumorali causa di metastasi con grande anticipo. L’Iset test è infatti una sorta di «caccia» alle cellule tumorali circolanti. Una circolazione che avviene anni prima che si formino le metastasi. E questa «caccia» è molto difficile perché, come spiega la Paterlini, «i tumori più invasivi diffondono le cellule tumorali quando sono ancora minuscoli (con dimensioni di circa 1 millimetro di diametro) e non sono, quindi, individuabili con la diagnostica per immagini». Questo ha sempre reso l’individuazione delle cellule tumorali in circolo un’impresa quasi impossibile, trattandosi di cellule rarissime: una per millilitro di sangue (quindi una cellula per 5 miliardi di globuli rossi e 10 milioni di globuli bianchi). Unico difetto predittivo da mettere a punto: il test individua la presenza del tumore ma non è ancora in grado di dire a quale organo ricondurre la presenza. Almeno per ora, perché anche su questo la ricerca è già in fase avanzata. Per il momento il test lancia l’allarme per poi sviluppare indagini successive, ma lo fa con un anticipo così importante da aumentare notevolmente la speranza di cura efficace per la malattia. In un primo momento l’Iset test sarà accessibile al pubblico con due prime importanti applicazioni per pazienti già malati di cancro: nei pazienti con trattamenti radioterapici e chemioterapici in corso servirà per verificare l’effetto positivo o negativo della cura, e quindi eventualmente per cambiarla e migliorarne l’efficacia; nei pazienti con tumore in remissione (guariti dal cancro) per verificare con grande anticipo l’eventuale insorgenza di recidiva e intervenire subito. I segnali lanciati dall’Iset test andranno poi approfonditi grazie alle più avanzate tecniche e tecnologie diagnostiche dell’imaging, e proprio all’Sdn di Napoli si svilupperanno nuove ricerche su questi temi, anche perché, conclude la Paterlini, «la combinazione del test Iset con l’imaging di ultima generazione è un’ottima “chance” per una diagnosi tumorale sempre più precoce».

UN ESAME DEL SANGUE PER LA DIAGNOSI PRECOCE DEL TUMORE DEL POLMONE

 Uno studio dell’Istituto Europeo di Oncologia, che verrà pubblicato sul prossimo numero del prestigioso Journal of the National Cancer Institute, pone una pietra miliare nel dibattito sulla diagnosi precoce del tumore del polmone per ridurre la mortalità di questo big killer, che è la prima causa di morte per cancro nel mondo, e che, solo in Italia, miete 35.000 vittime ogni anno, circa 100 ogni giorno. La svolta oggi viene dalla conferma che il test dei miRNA (micro RNA), marker tumorali genetici rilevabili attraverso un semplice esame del sangue, è uno strumento di screening efficace e applicabile su larga scala a tutti i forti fumatori o ex fumatori. Lo studio è stato sostenuto da Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro, Fondazione Monzino e Fondazione Umberto Veronesi. Il team IEO, guidato dal Prof. Pier Paolo Di Fiore, Direttore della Medicina Molecolare, ha dimostrato infatti che la presenza di miRNA nel sangue identifica all’interno della popolazione dei forti fumatori di età superiore a 50 anni, il sottogruppo a maggior rischio di sviluppare un tumore al polmone, e che dovrà quindi sottoporsi a tac a basse dosi. Il test miRNA presenta pertanto tutte le caratteristiche per entrare nella pratica clinica come screening per il tumore polmonare a livello di sanità pubblica, perché è semplice da effettuare e ha costi limitati. “Sappiamo che spesso il cancro porta ad alterazioni dei miRNA, che sono frammenti di materiale genetico, presenti nei liquidi biologici – spiega Di Fiore – Abbiamo pensato allora di studiare i miRNA per la diagnosi precoce, analizzando la loro presenza nel sangue di 1115 forti fumatori o ex fumatori, arruolati nel nostro studio COSMOS (Continuous Observation of Smoking Subjects). Così abbiamo scoperto che i miRNA presentano una certa “firma molecolare” (un gruppo di geni che si attivano se la cellula si trova in una determinata condizione) se è in corso un processo tumorale iniziale nel polmone. Abbiamo così dimostrato che il test dei miRNA è “dirimente”, cioè se è positivo, vale a dire è presente la “firma”, il fumatore deve sottoporsi a tac a basse dosi, mentre se è negativo non deve fare ulteriori accertamenti, fino al prelievo successivo. Quindi l’esame si presta perfettamente ad essere utilizzato all’interno di programmi di screening per i fumatori perché il prelievo del sangue oggi può essere effettuato da qualsiasi centro sul territorio, e i campioni analizzati nei centri che dispongono della tecnologia e le competenze necessarie”. “Il miR-Test – precisa Fabrizio Bianchi, Responsabile del Laboratorio di Genomica e Bioinformatica – si basa sull’analisi delle quantità di 19 differenti molecole di microRNA usando meno di 2ml di sangue. La tecnologia che utilizziamo si basa sulla PCR (Polymerase Chain Reaction), che è una tecnica ormai diffusa negli ospedali. Questa scelta è stata fatta apposta per facilitare l’eventuale futura applicazione del test in molti centri ospedalieri, senza la necessità di tecnologie complesse. Mentre infatti inizialmente i miRNA verranno analizzati in centri specializzati, per ottemperare ad una serie di normative regolatorie, in prospettiva pensiamo di realizzare la trasferibilità del test sul territorio”. “Va sottolineato – continua il Prof. Lorenzo Spaggiari, direttore del Programma Polmone – che l’unico esame per la diagnosi precoce del tumore polmonare in grado di ridurre la mortalità rimane la tac a basse dosi, come ha dimostrato il più ampio studio al mondo sull’anticipazione diagnostica del tumore del polmone, effettuato negli Stati Uniti dal National Cancer Institute nel 2011. Tuttavia uno screening su larga scala con questo tipo di TAC sarebbe molto costoso e nessun sistema sanitario potrebbe permetterselo. Il problema si può superare definendo meglio il target di chi deve sottoporsi all’esame. Noi ci siamo riusciti validando il test miRNA. Questo ultimo studio conferma l’impegno dello IEO nella diagnosi precoce del tumore del polmone come strumento per ridurre la mortalità, iniziato già 15 anni fa. I nostri risultati hanno rivoluzionato le cifre del tumore polmonare: fino a ieri l’80% dei casi arrivavano al chirurgo in stadio avanzato, con possibilità di guarigione limitata, intorno al 20%, mentre oggi con la diffusione della diagnosi precoce sempre più tumori vengono trattati in stadio iniziale, esclusivamente con la chirurgia minivasiva, senza radioterapia, senza chemioterapia e con probabilità di guarigione dell’80%”. “La diagnosi precoce rimane al centro della strategia IEO per il futuro – conclude Roberto Orecchia, Direttore Scientifico – perché significa non solo più alta percentuale di guarigione, ma anche meno recidive, meno trattamenti, meno sofferenza umana e meno costi sociali. All’inizio di quest’anno abbiamo lanciato il nostro obiettivo “Cure a danno zero”. Già oggi il 70% dei pazienti IEO riceve cure mininvasive che hanno il minor impatto possibile sulla persona: chirurgia robotica, chirurgia laparoscopica, radioterapia mirata, radiologia interventistica. Continuando ad investire in ricerca genetica, tecnologie e know-how in quest’area, riteniamo di poter trattare “a danno zero” fino all’80% dei pazienti IEO. Ma il presupposto su cui si basa questo sforzo importante è la diagnosi precoce. È quindi necessario un impegno parallelo di sensibilizzazione perché i cittadini e le istituzioni che hanno la responsabilità della tutela della loro salute, utilizzino su larga scala gli strumenti innovativi che la ricerca mette a disposizione, come appunto il test miRNA”.

Un prelievo del sangue per la ricerca dei microRNA rilasciati in fase precoce dal tumore è in grado di individuare il cancro del polmone fino a due anni prima della diagnosi ottenuta con TC spirale: lo dimostrano i risultati di uno studio condotto all’Istituto nazionale tumori (INT) di Milano, finanziato da AIRC e pubblicato sul Journal of Clinical Oncology. Il test, sviluppato dall’équipe dell’INT di Gabriella Sozzi, direttore dell’Unità di genomica tumorale, e di Ugo Pastorino, direttore dell’Unità operativa di chirurgia toracica, è in grado di ridurre in maniera significativa la percentuale di falsi positivi ottenuti con la TC spirale, l’indagine radiologica attualmente più accreditata per la diagnosi precoce del tumore al polmone nei forti fumatori. La TC spirale presenta però il problema di un numero elevato di falsi positivi che in realtà non sono tumori, ma formazioni benigne che non hanno bisogno di essere operate. Una volta individuate, però, spesso vengono asportate per precauzione, poiché la TC da sola non è capace di discriminare tra quelle che non daranno problemi e quelle che si trasformeranno in un vero cancro polmonare. Il test basato sull’analisi di microRNA circolanti individua il tumore al polmone fino a due anni prima della diagnosi ottenuta usando la TC spirale e con maggior precisione. Per dimostrarlo, i ricercatori hanno esaminato campioni di sangue raccolti durante un ampio studio retrospettivo che ha coinvolto 939 forti fumatori (di cui 870 non presentavano la malattia e 69 avevano già un tumore al polmone), arruolati nello studio randomizzato Multicentric Italian Lung Detection (MILD). Andando a vedere cosa era accaduto di loro negli anni successivi, è stato possibile determinare l’utilità del test molecolare dei microRNA sia per la diagnosi sia per la prognosi. Piccoli frammenti come segnali “Abbiamo messo a punto un test diagnostico molecolare a bassa invasività per il paziente che valuta i livelli di 24 microRNA circolanti nel sangue dei fumatori e che indica la presenza del cancro polmonare” spiega Sozzi. L’esame ha dimostrato una sensibilità dell’87 per cento nell’identificare il tumore al polmone: un buon risultato dato che nessun test è capace di identificare una malattia nel 100 per cento dei casi, ma che può migliorare quando si accoppiano due diversi esami. “La combinazione dei risultati del test dei microRNA e della TC spirale riduce dell’80 per cento i falsi positivi, cioè diminuisce il numero dei pazienti risultati positivi all’indagine radiologica ma non malati di cancro polmonare, diminuendo i conseguenti costi e i rischi associati a eventuali biopsie o interventi” spiega Pastorino. Primo nel suo genere, il test dei microRNA ha inoltre mostrato di essere indipendente dallo stadio del cancro polmonare e dall’intervallo di tempo intercorso tra l’analisi del sangue e la successiva TC spirale.

Un test del sangue per scoprire il tumore alle ovaie

Una ricerca condotta in Gran Bretagna per ben 14 anni ha evidenziato come sottoporsi regolarmente ad uno specifico esame del sangue può portare ad una diagnosi precoce dei tumori alle ovaie. Il test, infatti, ha permesso di individuare precocemente l’86% dei casi di tumore. Lo studio è stato condotto su 46.000 donne nell’arco di 14 anni da parte di ricercatori della University College di Londra e i primi dati sono stati pubblicati sul Journal of Clinical Oncology. L’esame del sangue può indivudare l’incremento dei livelli di una sostanza chimica, denominata CA125, che si associa al cancro alle ovaie, i cui sintomi,spesso sono dififcili da indivudare, in quanto comuni ad altre situazioni quali dolori addominali, gonfiori. C’è però anche chi invita ad andare cauti, come Usha Menon della University College, che parla sì di “una buona indicazione”,ma che è ancora da vedere ” se tale test permetterà di arrivare a diagnosi abbastanza tempestive per salvare un numero rilevante di vite”.

La medicina è un “insieme di scienze applicate in evoluzione”, secondo una famosa definizione dello storico ed epistemologo delle scienze biomediche Georges Canguilhem, condivisa da Mirko Grmek e dai più qualificati filosofi della medicina del XX° secolo. L’idea implica che la trasformazione della medicina in qualcosa che ha a che fare con la scienza ha avuto luogo solo a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. Prima la medicina era una pratica e poco più.

La definizione, per altro, supera i luoghi comuni sulla sua natura: se cioè si tratti di un’arte, come i clinici hanno frequentemente pensato richiamandosi all’importanza dell’esperienza e della creatività diagnostica del singolo medico, o di una scienza, come invece hanno rivendicato i fisiopatologi, richiamandosi all’uso indispensabile delle scienze di base e della ricerca sperimentale per scoprire le cause delle malattie. La storia della medicina, negli ultimi centocinquant’anni circa, è stata caratterizzata da una tensione collaborativa tra innovazione e tradizione, che per decenni ha avuto luogo seguendo, quasi naturalmente, il tempo delle generazioni, e che ha assunto recentemente invece, nei nostri tempi, connotati fortemente intra-generazionali.

Accade che l’innovazione, sulla spinta degli incessanti avanzamenti delle scienze di base e delle ricadute applicative che questi trovano in campo clinico, abbia luogo in tempi sempre più rapidi, così trasformando quella essenziale tensione da collaborativa in confronto, quasi oppositivo. Al punto da permettere il diffondersi di un’idea, che permea anche all’interno del mondo medico, per cui la medicina sarebbe diventata troppo scientifica o tecnologica; ovvero che avrebbe perso di vista il malato come persona. In una parola, che avrebbe perso di umanità. Non è così. In realtà, la percezione negativa della tensione tra innovazione e tradizione è fuorviante.

Quello che sta accadendo oggi nella medicina, grazie ai progressi scientifici e tecnologici, è una valorizzazione e comprensione di quanto di meglio era stato conquistato dalla medicina prima della sua trasformazione scientifica. Una valorizzazione e migliore comprensione della tradizione. Al ricomporsi di questa tensione essenziale tra innovazione e tradizione è dedicata la terza edizione del Festival della Scienza Medica di Bologna. Come da acquisita tradizione, numerosi saranno i contributi utili a illustrare come gli avanzamenti scientifici e tecnologici risultino rilevanti anche al fine di recuperare il valore delle dimensioni psicologiche del rapporto medico-paziente, della personalizzazione delle cure, di un paternalismo non autoritario, del ruolo educativo della cultura-medico sanitaria, etc. Non mancherà lo scavo archeologico nelle pratiche del passato, tra le più o meno antiche scoperte e spiegazioni che riguardano la malattia e la medicina.

Saranno ripercorsi i tragitti che hanno imposto al pensiero biomedico di riorganizzare intellettualmente le strategie di intervento in aiuto dei pazienti, per arrivare alle scoperte e innovazioni del presente. Si tratta di un tema, questo della terza edizione del Festival della Scienza Medica, socialmente e culturalmente sentito e molto discusso. Da una parte, infatti, la pressione che proviene dalla ricerca di base e dalla domanda di salute, genera specifiche dinamiche di mercato, per cambiare costantemente e in senso migliorativo le tecnologie diagnostiche o le terapie mediche. Dall’altra, si assiste alla rivendicazione, quasi un tentativo di difendersi proteggendoli, di alcuni valori tradizionali, tipicamente sul piano del rapporto medico-paziente, valori che si pensano minacciati dalla dimensione disumanizzante dell’innovazione tecnologica. Vorremmo dimostrare, con la terza edizione del Festival della Scienza Medica, che non c’è contraddizione tra innovazione e tradizione, quando il problema è discusso in una prospettiva culturalmente coerente. La prospettiva che Bologna Medicina offre al dibattito pubblico.

L’ambiente che ci circonda a volte può essere pericoloso per la nostra salute. Per questo l’organismo ha un apparato di difesa dalle possibili aggressioni esterne che si chiama sistema immunitario. È una delicata e complessa “macchina”: una rete che comprende diversi tipi di cellule, ognuna con funzioni specifiche. Queste lavorano insieme in modo coordinato per riconoscere ed eliminare agenti ‘invasori’. Alcuni, come batteri, funghi e parassiti, danneggiano le cellule dall’esterno mentre altri hanno la capacità di entrare nelle cellule e danneggiarle dall’interno (per esempio i virus).

Il sistema immunitario si è sviluppato nel corso dell’evoluzione del genere umano per proteggere il corpo da qualsiasi minaccia esterna, con la capacità di distinguere i reali pericoli dalle situazioni che invece non presentano rischi. In altre parole, le nostre difese immunitarie sono le sentinelle e, allo stesso tempo, la squadra operativa di emergenza. Un team che riesce tempestivamente a mettere in atto contromisure, in seguito a complicatissimi processi biochimici e cellulari, per mantenere l’organismo sano. Tutto il sistema è composto da una serie di talmente numerosi e complessi che, malgrado decenni di approfondimenti, sfuggono ancora in certi casi alla piena comprensione dei ricercatori. La presenza dell’antigene (proteina o enzima non riconosciuto come proprio dall’organismo) stimola il sistema immunitario a produrre la risposta cellulo-mediata e/o anticorpale.

Una componente importante della risposta cellulo-mediata è l’attivazione e produzione delle cellule T (linfociti): potenti globuli bianchi in grado di eliminare o neutralizzare cellule infette o anormali. Il sistema immunitario dispone di due ‘rami’ di difesa: l’immunità aspecifica o innata e quella specifica o adattativa. immunità aspecifica o innata: presente fin dalla nascita, rappresenta la barriera contro le infezioni più comunemente diffuse. Si attiva in seguito a ferite, traumi acuti o cronici o in presenza di malattie, come nel caso dell’artrosi. Questa immunità può essere considerata un campanello d’allarme in caso di aggressione all’organismo, che non è però in grado di contrastare i cambiamenti di virus e batteri.

L’immunità innata comprende la pelle (il sistema di difesa più esterno del nostro organismo), le membrane mucose che ricoprono le parti del corpo a contatto con l’ambiente esterno (bocca, naso, orecchie…), le secrezioni come il sudore (un liquido in grado di uccidere alcuni batteri). Quando un virus o un batterio “sconfigge” questa prima linea di difesa l’organismo reagisce attraverso un’infiammazione, dovuta alla produzione di sostanze da parte dei tessuti colpiti per riparare le lesioni subite, oppure con il meccanismo della febbre. L’aumento della temperatura uccide virus e batteri e facilita l’attività dei globuli bianchi; l’immunità specifica o adattativa: è una risposta che l’organismo fabbrica su misura, a seconda dell’agente infettante. Si tratta di una difesa “mirata” verso determinati antigeni, ovvero sostanze che il nostro organismo non riconosce. Questa capacità è resa  possibile grazie ai linfociti T e B; questi ultimi sono i principali produttori di anticorpi. Il linfocita B (cellula B) è ‘fabbricato’ dal midollo osseo e si muove all’interno dell’organismo. Quando si imbatte nel proprio antigene si riproduce diverse volte, originando cellule figlie identiche dette cloni. Una parte della popolazione clonale si attiva poi in plasmacellule, che sintetizzano in gran quantità gli anticorpi specifici presenti sulla membrana del loro precursore. La parte che rimane serve da “memoria interna” contro future infezioni che, se si verificheranno, saranno contrastate in modo più veloce ed efficace.

linfociti T (cellule T) sono così chiamati perché prodotti da un piccolo organo ghiandolare chiamato timo. Esistono vari tipi di linfociti T che mediano le risposte immunitarie specifiche. La loro attivazione dipende dal riconoscimento di antigeni posti sulla membrana dei linfociti B e dei macrofagi, e alcuni tipi (T helper) secernono sostanze (citochine) che facilitano la risposta citotossica di altri linfociti T verso altre cellule. L’immunità specifica o adattativa è molto più veloce ed efficace. Si sviluppa solo dopo la nascita, durante il primo anno di vita, e si potenzia via via che incontra agenti patogeni da contrastare. Questa caratteristica può essere rafforzata con le vaccinazioni.

Sistema immunitario e tumori L’idea che il sistema immunitario potesse essere in grado di proteggere l’organismo dallo sviluppo di tumori risale addirittura agli inizi del Novecento. Ma furono solo i primi esperimenti scientifici, svolti nella seconda metà del secolo scorso, a generare evidenze sperimentali che definirono chiaramente il ruolo del ‘network di sorveglianza’ dell’organismo in questo ambito. In seguito, grazie all’identificazione di determinate categorie di antigeni associati al cancro, si sono potuti ipotizzare per la prima volta trattamenti mirati esclusivamente alle cellule tumorali. Basandosi su queste rivoluzionarie scoperte, i ricercatori hanno potuto successivamente sviluppare vaccini terapeutici per certi tipi di neoplasie. L’identificazione degli antigeni ha permesso anche di formulare l’ipotesi dell’immunosorveglianza: il sistema immunitario riuscirebbe a controllare la crescita incontrollata delle cellule tumorali tramite i linfociti T. Nelle persone immunodepresse aumenterebbe quindi il rischio di sviluppare un cancro. Le cellule ‘impazzite’ sono in grado di attivare numerosi e complessi meccanismi che permettono loro di evadere il controllo del sistema immunitario, capace in condizioni normali di segnalare qualsiasi ‘movimento’ sospetto. Quindi, il tumore può continuare a rimodellarsi, proprio per eludere la sorveglianza, e le cellule che lo compongono possono così sopravvivere anche in una persona perfettamente sana. Per descrivere questo fenomeno è stata introdotta la nuova definizione di cancer immunoediting, che comprende tre fasi in sequenza. Questo concetto fornisce una visione dinamica dell’interazione tra sistema immunitario e cancro che, sottoposto alla costante pressione selettiva del “network”, tende a “migliorarsi”, selezionando caratteristiche (dette fenotipiche) sempre più aggressive. L’analisi di questi meccanismi permetterà in futuro, con l’avanzamento delle conoscenze in questo ambito, di ottenere modalità terapeutiche più efficaci nel controllare la crescita e la progressione tumorale, attraverso la manipolazione del sistema immunitario.

Si può stimolare il sistema immunitario? I l sistema immunitario può essere stimolato dall’esterno a reagire con maggior forza contro malattie gravi, come possono essere i tumori. Questa nuova frontiera della medicina prende il nome di immunooncologia e rappresenta un nuovo strumento terapeutico che si affianca ad altre armi ‘classiche’, impiegate finora nella lotta contro il cancro: chirurgia, radioterapia e chemioterapia. Esistono anche le cosiddette terapie target, arrivate in un secondo momento, ma che concettualmente sono sempre farmaci che agiscono contro le cellule tumorali. L’immunooncologia, invece, è una cosa totalmente diversa e ha alla base proprio il concetto di combattere la malattia grazie alla stimolazione del sistema immunitario. In altre parole, il processo naturale prevede che, alla presenza di un agente estraneo come un batterio o un virus, il nostro ‘sistema di sorveglianza’ venga attivato. Questo per espellere o rendere innocuo il nemico. Una volta vinta la battaglia, il sistema immunitario torna in ‘standby’. Purtroppo, nel caso dei tumori, le cellule impazzite attivano alcuni stratagemmi per eludere questo controllo: il sistema si spegne ma loro riescono comunque a replicarsi. L’immunooncologia è in grado di bloccare questo meccanismo, ovviamente dannoso per il corpo, mantenendo alto il livello di allerta: le nostre barriere protettive possono così combattere il tumore.

L’immunooncologia si unisce alla chirurgia, alla radioterapia e alla chemioterapia quale importante opzione terapeutica per i pazienti oncologici. Diversi studi hanno valutato agenti immunooncologici nel trattamento di vari tipi di tumore, tra cui soprattutto il carcinoma renale e il melanoma, ma anche il cancro della prostata e del polmone. Tali studi evidenziano una riduzione della massa tumorale, ma soprattutto un aumento della sopravvivenza, che possono essere superiori a quanto generalmente osservato con la chemioterapia quando questa risulta efficace.

Come funziona l’immunooncologia Come abbiamo visto, quando il sistema immunitario individua virus, batteri o tumori non presenti in condizioni normali di salute, il corpo attiva una risposta immunitaria diretta alle molecole localizzate sulla superficie di questi agenti patogeni o delle cellule tumorali. Una componente importante di questa risposta è l’attivazione e la produzione dei linfociti T, in grado di eliminare o neutralizzare una cellula estranea o un agente infettivo. L’immunooncologia funziona stimolando le cellule del sistema immunitario a combattere il tumore, per esempio alcuni anticorpi ne colpiscono componenti specifici. La maggior parte delle immunoterapie oncologiche agisce specificamente sui linfociti, modificandone o influenzandone la funzione nel sistema immunitario. I linfociti si distinguono in tre sottopopolazioni: le cellule T (T killer, T helper, di memoria e regolatorie, o soppressorie), le cellule B, che producono gli anticorpi, e le cellule natural killer (NK), che sono meno numerose delle cellule T killer e non così specifiche. Altri immunoterapici invece hanno come target le cellule che presentano l’antigene (antigen-presenting cells, APC), che, dal loro stesso nome, agiscono esponendo sulla superficie gli antigeni, cioè sostanze estranee, batteri, virus o componenti alterati della cellula, in grado di scatenare una risposta del sistema immunitario.

Quali sono gli effetti collaterali più comuni dell’immunooncologia? Gli effetti collaterali sono generalmente un riflesso del meccanismo d’azione di una terapia, di qualsiasi tipo, anche la più “banale”. Per questo, gli eventi avversi osservati con l’ immunooncologia sono diversi da quelli che si manifestano con la chemioterapia tradizionale, che non è selettiva e, quindi, colpisce anche le cellule sane. Con l’immunooncologia, invece, il potenziamento della nostra ‘sorveglianza’ può portare ad un aumento dei meccanismi ‘di difesa’ in altre parti del corpo, in cui lo stimolo non è necessario. Ciò può causare, ad esempio, un’infiammazione temporanea a livello gastrointestinale o sulla pelle, sotto forma di eruzioni cutanee. Tutti sintomi comunque che si possono tranquillamente gestire.

Esistono controindicazioni all’immunooncologia? Non esistono sostanzialmente controindicazioni assolute. Si deve prestare attenzione in situazioni particolari, in concomitanza di malattie autoimmuni, perché stimolare il sistema immunitario in queste condizioni potrebbe creare problemi. Ma non sempre queste patologie rappresentano un ostacolo: attualmente vengono trattati anche pazienti con alterazioni al ‘sistema di sorveglianza’, che ricevono immunoterapici e ne traggono benefici. Il tuo oncologo saprà darti tutte le risposte che cerchi. Gli anticorpi monoclonali L’impiego di anticorpi monoclonali rappresenta il tipo di immunoterapia oncologica più diffusamente studiato. L’uso di anticorpi monoclonali specifici è il nuovo potenziale approccio per stimolare il sistema immunitario a combattere il tumore, avendo come target i recettori che modulano la risposta immunitaria.

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