Turista versa l’olio del tonno a mare, un bagnante la rimprovera (Video)

L’olio del tonno svuotato in mare e, come se non bastasse, la lattina nascosta sotto la sabbia. “La spiaggia è di tutti, e lei deve avere rispetto di tutti”. La donna che era a mare con i bambini ha provato a difendersi replicando: “Cosa devo fare, portarmi l’immondizia a casa?”.

Ma la sua risposta ha peggiorato la situazione, portando a una esacerbazione dei toni, la lite è durata per più di un’ora. Il video della discussione ripreso da una bagnant, Milena Porcu. “Cosa sta insegnando ai suoi figli?” Non è riuscito a tenersi dentro la rabbia un sardo sulla spiaggia di Porto Pineto, davanti a cui una turista ha gettato l’olio del tonno nel mare per poi seppellire impunemente la scatoletta sotto la sabbia. Un gesto che ha fatto indignare il signore sardo, che non risparmia pesantissime accuse. “Non ho potuto filmare il tutto perchè è durato più di un’ora, ma al termine tutti i presenti in spiaggia si sono alzati con un grande applauso”.

E il vero protagonista delle vacanze di milioni di turisti, è una risorsa insostituibile e amata da chi gli vive intorno, permette a migliaia di famiglie di guadagnare da vivere e da mangiare, pescatori, ristoratori, albergatori, esercenti e via di questo passo. Ce lo godiamo, da almeno un secolo, anche dal punto di vista sportivo: ci nuotiamo, andiamo a vela, in moscone e pedalò, ci immergiamo nei suoi fondali sabbiosi, ci facciamo gare di motonautica e di derive, ci divertiamo tantissimo con ami e lenze e ce lo appendiamo pure in casa in forma di preziosi quadri e suggestive fotografie.
Questo spicchio di Adriatico che già dai depliant turistici ci rassicura promettendoci, al nostro arrivo, aria sana e corroborante, tonificazione muscolare e relax spirituale, luculliane cene di sapido pesce fresco appena grigliato e salubri passeggiate a piedi scalzi proprio dove rompono le sue onde azzurre e spumose, mal sopporta, purtroppo, le nostre calate di massa e le antropizzazioni accavallatesi negli ultimi cent’anni, e non gradisce certo che gli sputiamo addosso i fosfati dei detergenti e i nitrati dei nostri allevamenti. E ce lo ha detto chiaramente, a caratteri cubitali, con i bloom algali degli anni Settanta e con quei filamenti mucillaginosi del luglio dell’ottantanove e repliche successive.
Il mare e il turismo, un rapporto intenso ma talvolta difficile. Visto dalla parte del turismo, l’ecosistema marino fa bizze “immotivate”, ma se ribaltiamo il punto di vista ci troviamo davanti a un sistema con mille controindicazioni ma con una forte economia da difendere.
La Riviera Adriatica dell’Emilia- Romagna conta 40 milioni di presenze annuali, il 20 per cento straniere, e un fatturato, compreso l’indotto, di circa 18 miliardi di euro (quasi una finanziaria…). Il mare, dal punto di vista turistico, non è solo quello che abbiamo davanti al nostro sdraio, ma anche quello delle immersioni al Paguro, delle Saline, delle Oasi ferraresi e ravennati, e queste sì che abbiamo ben
imparato a proteggerle e a sfruttarle con decenza e orgoglio.
Ma lo sfruttamento della “risorsa mare”, a questi livelli, con questi carichi antropici estivi, richiedeva una stretta collaborazione tra le amministrazioni locali, l’agenzia turistica regionale e l’assessorato all’ambiente della Regione Emilia-Romagna. E così è stato, per cercare di difendere nel migliore dei modi il mare e il turismo, l’economia e l’ambiente. Leggi regionali e depuratori ovunque hanno tutelato il mare ma qualche ferita gliel’abbiamo inferta. E lui ha reagito.
Mi riferisco ovviamente ai bloom algali degli anni 70, alla comparsa delle “innominabili” in quel luglio nero dell’89, alla ricomparsa di quei dannati filamenti, nuvole e aggregati in varie forme negli anni successivi.
Fa le bizze, il mare, ma non è cattivo. E noi, che dovevamo proteggere l’economia turistica della nostra amata terra, dovevamo informare milioni di turisti che stavano fuggendo dalle nostre spiagge che quel tappeto scuro, ormai in necrosi, era fatto di innocue catene di polisaccaridi, o qualcosa del genere. Non è stato facile. Producemmo dei volantini informativi, di una semplicità disarmante ma non ancora convincenti. E fu solo una forte sinergia, politicamente ed eticamente corretta,
tra la Struttura oceanografica Daphne di Arpa Emilia-Romagna e la nostra agenzia turistica, un dialogo costante con tutte le fonti di informazione italiane ed estere a fornire all’opinione pubblica una più corretta informazione su questa inquietante presenza e a far ritornare i turisti sulle nostre spiagge.
Poi, con l’omogenizzazione delle acque arrivarono meduse urticanti, la rossa fibrocapsa, che colorava l’acqua come la cocacola e mi dicevano incastonata nel sedimento, come fosse un gioiello, infine abbiamo temuto Xostreopsis col suo dannato effetto aerosol che in Liguria mandava la gente all’ospedale, ma che da noi non è arrivata. Tutti problemi enormi per il turismo, ma che per fortuna abbiamo superato.
Fossimo stati da soli avremmo perso tutte queste battaglie, e la nostra Fiat – il turismo – sarebbe fallita malamente. Invece, insieme ai nostri biologi, alla Daphne, al Centro di ricerche marine, all’Icram, abbiamo potuto studiare, sorvegliare, agire con tempestività, insieme a Regione ed enti locali, e tutelare entrambe le nostre più amate risorse, il mare e l’economia turistica.

La normativa europea sulla qualità delle acque di balneazione (direttiva 2006/7/CE), definitivamente recepita in ambito nazionale nel marzo 2010 (D.Lgs 116/2008 e Dm 30/3/2010), ha spianato la strada a una nuova politica di gestione integrata della qualità delle acque costiere. La nuova normativa impone un nuovo approccio metodologico che, partendo dalla rivisitazione dell’attività di monitoraggio, richiede una meticolosa caratterizzazione delle fonti di pressione e l’implementazione di modellistica numerica finalizzata alla previsione di fenomeni di inquinamento di breve durata a supporto della formulazione di una politica di mitigazione. Profondamente rinnovate e più trasparenti saranno infine le modalità di comunicazione al pubblico della qualità delle acque di balneazione.
La Regione Emilia-Romagna ha accolto prontamente le nuove direttive come un’opportunità per approfondire una tematica sulla quale poco si era investigato in passato, anche in virtù delle regole che la vecchia normativa imponeva, meno attenta all’analisi delle eventuali criticità, delle loro cause e delle dinamiche di evoluzione. Sotto l’impulso degli assessorati alle Politiche per la salute e all’Ambiente, già dal 2008 è stato avviato un ripensamento delle attività in questo settore, che ha portato nel 2010 ad affidare ad Arpa, sotto il coordinamento del Servizio IdroMeteoClima (SIMC), un percorso progettuale che, attraverso un’accurata descrizione del profilo delle acque costiere, arrivasse allo sviluppo di modellistica numerica in grado di descrivere l’evoluzione temporale e spaziale di eventuali episodi di inquinamento (v. Deserti M., 2010, “Prevedere l’inquinamento per gestire la balneazione”, in Ecoscienza, 2, pp 62-63). Dopo il primo anno di progetto si è finalmente realizzato un completo ed esaustivo profilo delle acque di balneazione contenente un inventario delle sorgenti inquinanti, che organizza in modo accessibile una grande quantità di dati e informazioni in precedenza frammentate nella moltitudine di enti titolari delle varie competenze territoriali. I dati relativi al profilo delle acque di
balneazione dell’Emilia-Romagna sono già pubblicati in forma semplificata sul “Portale acque” del ministero della Salute (www.portaleacque.it). In questo inventario sono riportate per ciascuna delle circa cento acque di balneazione della nostra costa le caratteristiche fisiche della spiaggia, le infrastrutture e i servizi, le potenziali fonti di inquinamento presenti e i dati relativi alle caratteristiche chimico-biologiche delle acque destinate alla balneazione. Il tutto corredato da un ampia documentazione cartografica e fotografica.
Sulla base di queste nuove informazioni si è progettato e implementato un modello ad alta risoluzione spaziale per la zona di Rimini, che è quella che presenta le maggiori criticità a livello regionale, avendo una rete fognaria mista (senza separazione di acque nere e bianche) e i cui collettori di scarico in molte situazioni sono addirittura sulla battigia o nelle immediate vicinanze della costa. L’implementazione del modello, nata da una collaborazione tra il Simc e l’istituto olandese Deltares, utilizza un software di idrodinamica tridimensionale accoppiato a un modello per la previsione del moto ondoso (Delft3D). Questa catena modellistica si inserisce a valle del sistema integrato di previsione meteo e marina, già operativa presso il Simc (v. Cacciamani et al., 2010, “Modellistica integrata per decidere in emergenza”, in Ecoscienza, 1, pp 48-50). La catena di modelli permette di ricostruire l’idrodinamica dettagliata delle acque di balneazione (v.figura) che riproduce l’andamento delle correnti costiere considerando anche l’effetto dei frangiflutti sulla propagazione delle onde incidenti e sulle correnti. Questa idrodinamica permette poi di simulare la dinamica degli inquinanti microbiologici immessi nelle acque costiere. Gli indicatori utilizzati a questo fine sono la concentrazione di Escherichia coli ed enterococchi intestinali, ai quali è stata associata una dinamica di decadimento del primo ordine.
Una prima applicazione del modello è stata effettuata con i dati raccolti durante due campagne di misura che sono state condotte dalla sezione di Rimini in occasione di due differenti episodi di precipitazione e che rappresentano due casi tipici del periodo estivo. La fase di set-up del modello ha messo in evidenza alcune criticità. La prima di queste è la scarsità di dati sulla concentrazione e la variazione nel tempo dell’inquinante negli scarichi. Si è fatto quindi ricorso ai dati sperimentali raccolti durante il progetto che risultano confrontabili con i dati reperibili in bibliografia, ma che presentano un’ampia variabilità dei valori. Questa incertezza sui dati di ingresso aumenta l’incertezza sulla previsione dell’estensione spaziotemporale dell’area inquinata. Per ridurre l’incertezza e ampliare la base di dati sperimentali, Arpa ha preventivato una nuova campagna intensiva di misure durante la stagione 2011. Questi nuovi dati saranno fondamentali per aumentare la affidabilità del modello numerico.
Per la gestione delle attività sperimentali, così come è stato fatto durante la stagione balneare passata, ci si avvarrà di specifiche previsioni meteorologiche, contenute in un bollettino quotidiano finalizzato a prevedere il verificarsi di precipitazioni con caratteristiche tali da poter determinare episodi di sversamento e a fornire informazioni utili a valutarne l’intensità e la durata, quali il moto ondoso, le correnti, il vento e la portata dei corsi d’acqua. Quest’anno, in aggiunta alla zona di Rimini, è prevista un’emissione specifica anche per la zona di Cesenatico.

Materiali in mare: reti, lenze e rifiuti abbandonati.
Occorrono da due a quattro settimane perché un biglietto d’autobus si dissolva in mare; sei mesi per un mozzicone di sigaretta, da cento a mille anni per una bottiglia di plastica, da 200 a 500 anni per una in alluminio e cento per una in ferro. Dei sei milioni di oggetti che si stima siano gettati ogni giorno nel nostro mare, dal 60 al 90% sono di plastica. La circolazione delle correnti in Mediterraneo fa sì che il nostro mare abbia un ricambio d’acqua con l’Oceano Atlantico molto lento, da 70 a 100 anni; ogni oggetto gettato nel nostro mare quindi vi rimane per un tempo lunghissimo. Reti da pesca, plastica, rifiuti di ogni genere vengono abbandonati ogni giorno e sono disseminati in aree sempre più vaste dei fondali, provocando una crescente forma di degrado degli ecosistemi marini costieri e di mare aperto. Anche lungo i fondali del Promontorio di
Portofino si ritrovano talvolta attrezzature della pesca sportiva che costituiscono una fonte di degrado, inquinamento e costante minaccia per la vita degli organismi marini.
I rischi per l’ambiente marino sono molteplici:

Il principale danno all’ambiente è dato dalle modifiche dei substrati sui quale reti, lenze o rifiuti rimangono impigliate.
Nel caso di organismi sessili come le gorgonie, ad esempio, il tessuto vivente viene inciso e danneggiato lasciando scoperte ampie porzioni dei rami che possono essere così velocemente colonizzati e ricoperti da altri organismi, indebolendo
progressivamente le colonie.
Nel caso di reti impigliate e abbandonate a profondità non elevate, inoltre, la copertura algale che si forma su di esse, con il tempo può determinare una barriera alla penetrazione della luce causando la scomparsa delle specie più sensibili.
Una rete che poggia su una secca oltre ad ostacolare le specie che trovano riparano in tane (es. cernie, murene, scorfani, gronchi) con il tempo determina anche la desertificazione dei fondali interessati raschiando e danneggiando il fondo mentre viene trascinata dalle correnti .
A questo bisogna aggiungere che le reti abbandonate spesso continuano a “pescare”, imprigionando predatori che tentano di trovare tra le maglie facili prede.
Anche per l’uomo, infine, le reti abbandonate possono essere pericolose, specie in zone frequentate dai subacquei, come le acque del Promontorio di Portofino, che possono rimanere intrappolati.

Danni ad organismi nectonici
Le reti abbandonate possono intrappolare cetacei e tartarughe marine che muoiono per soffocamento e per annegamento, non potendo tornare in superficie a respirare. Anche grossi pesci come tonni, squali, pesci spada ma anche molluschi, come polpi e seppie e molti crostacei rimangono intrappolati e muoiono inutilmente non essendo l’oggetto della pesca.
Inquinamento da petrolio: il caso della Haven
La Haven era una superpetroliera di tipo VLCC (Very Large Crude Carrier), ossia nave cisterna di grandissime dimensioni adibita al trasporto di greggio, di 344 m di lunghezza fuori tutto. Inizialmente chiamata Amoco Milford Haven, quarta di una serie di quattro navi gemelle, fu costruita presso i cantieri Asterillos Espanoles di Cadiz (Spagna) e consegnata nel 1973 alla Amoco Transport Company di Chicago, immatricolata sotto bandiera liberiana. Nel 1985 l’unità fu venduta alla Maritime Corporation di Monrovia e fu immatricolata sotto bandiera cipriota con il nuovo nome di Haven. Nel 1990 la proprietà passò alla Venha Maritime Company, ancora di Monrovia, mantenendo la bandiera cipriota ed il nome Haven. Sotto la nuova proprietà la nave fu impiegata sulla rotta Golfo Persico – Indonesia sotto la gestione della Troodos Shipping del Pireo, del gruppo Troodos Maritime International SA di Montecarlo (Monaco).
Nel marzo del 1988, partita da Ras Tanura (Arabia Saudita) con un carico di greggio e diretta a Teluk Semanka (Indonesia), fu colpita al largo di Dubai (Emirati Arabi Uniti) da un missile Exocet sparato da una motovedetta iraniana, riportando gravissimi danni al fasciame dei fianchi e del fondo, al ponte di coperta, alla sovrastruttura poppiera ed al motore di propulsione.
Durante il trasferimento a Singapore per l’esecuzione dei lavori di riparazione, che si protrassero dal luglio 1988 al dicembre 1990, la Haven subì un attacco da parte di una imbarcazione di pasdaran, guerriglieri integralisti iraniani.
Dopo il completamento dei lavori e l’esecuzione delle prove di navigazione, la nave, ripartita a pieno carico il 10 gennaio 1991, fece rotta verso l’Europa via Capo di Buona Speranza. Giunse a Genova l’8 marzo e rimase ancorata in rada sino al 7 aprile.
Dal 7 al 9 aprile la Haven si ormeggiò alla piattaforma a mare del Porto Petroli per una discarica parziale del greggio, per tornare quindi in rada.
Nelle sue cisterne al momento dell’incidente erano stivate circa 144.000 tonnellate di petrolio greggio Heavy Iranian Oil e più di 1.200 tonnellate di combustibile (fuel oil e diesel) per la propulsione della nave.

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