Fumo passivo shock: stroncata dal cancro, la regione Sicilia dovrà risarcire con un milione e mezzo la famiglia

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Per questo motivo il tribunale di Palermo ha condannato la Regione siciliana a risarcire i familiari di una dipendente morta nel 2004 di tumore ai polmoni.L’ufficio legislativo e legale della Regione non ha proposto appello.

Nella motivazione della sentenza il giudice scrive che la legge “impone al datore di lavoro di adottare tutte le misure idonee a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale del lavoratore“. Così dopo 14 anni da via Incoronazione, è stata spostata in via Delle Croci, ma anche lì gli utenti fumavano senza alcun divieto, nel 2000 finalmente venne destinata alla Presidenza, ma ormai era troppo tardi.

La vittima si chiamava Lucia Lo Conti e pare non avesse mai fumato una sigaretta nella sua vita e nessuno all’interno della sua famiglia pare avesse il vizio, ma intanto ogni giorno tornava a casa dal lavoro con i vestiti impregnati dalla puzza di fumo come se la stessa fosse una fumatrice incallita, ma come già detto in realtà la donna non ha mai fumato nella sua vita, piuttosto erano i suoi colleghi che fumavano con noncuranza negli uffici che hanno condiviso con lei per circa 21 anni.“Mi uccideranno”, diceva ai suoi figli con rabbia quando tornavo a casa dal lavoro e in effetti nel 2004 la donna è morta per un tumore ai polmoni e soltanto adesso il tribunale civile ha condannato la regione ad un maxi risarcimento di un milione e mezzo in favore del marito e dei figli.

Purtroppo il fumo passivo accertato per 5 anni della sua carriera. ha avuto la sua incidenza nella formazione del tumore, motivo per il quale il tribunale ha deciso che la Regione dovrà risarcire la famiglia della vittima. L’Ufficio legislativo e legale della Regione pare non abbia proposto appello e quindi la sentenza è definitiva. Ai tempi pare non ci fosse ancora la legge che vietava il fumo della sigaretta nei locali chiusi, dunque anche nei luoghi di lavoro, ma oggi a distanza di tanti anni il marito ed i figli della donna hanno vinto una causa contro la regione dove la donna lavorava e l’ente è stato dunque condannato dal Tribunale di Palermo ad una maxi risarcimento di un milione e mezzo di euro.

Lucia Lo Conti per ora funzionario dell’assessorato ai Beni Culturali è morta all’età di 50 anni; Anna che non aveva mai fumato in tutta la sua vita, pare che qualche giorno prima di morire avesse scritto una lettera o meglio una relazione per presentare una causa alla Regione, una lettera scritta di suo pugno.  A seguire in questo lungo percorso burocratico la famiglia della vittima, l’avvocato Giuseppe Miccichè il quale ha ribadito in più occasioni che nelle stanze in cui lavorava la donna, non vi era un sistema di areazione e sulla base dunque di ciò, il giudice dopo 21 anni ha riconosciuto l’esposizione al fumo passivo per soli 5 anni, basandosi sul calcolo sulle testimonianze in aula, poi il consulente nominato dal tribunale per abbia indicato nel 15-20 percentuali incidenza sullo sviluppo della malattia.

Lucia Lo Conti si ammalò nel 2001 quando improvvisamente comincio ad avvertire dei forti dolori al petto e approfondendo la diagnosi è stata quella di adenocarcinoma polmonare e da quel momento sarebbe iniziato il calvario di oltre 3 anni, nel corso dei quali la donna ha sin subito ho sofferto di dolori molto forti che le impedirono di guidare e di condurre una vita più o meno sociale, finendo addirittura sulla sedia a rotelle e praticando una chemioterapia che in poche sedute le fece cadere i capelli.

Effetti del FUMO PASSIVO sulla salute
Il -‘fumo passivo” (sarebbe meglio definirlo involontario) è quello che viene inalato involontariamente da chi vive a contatto con uno o più fumatori attivi, ed è il principale inquinante degli ambienti chiusi. Quando una sigaretta viene fumata il fumo che si sviluppa è di due tipi:
• Centrale, che rappresenta il fumo
attivo ed è prodotto daN’aspirazione del fumatore, viene in gran part-inalato e solo in parte espirato
• Laterale, che rappresenta il fumo passivo ed è prodotto dalla combustione =lenta —della sigaretta lasciata bruciare passivamente tra un tiro e l’altro e dal fumo espirato dal fumatore attivo
Questa distinzione tra i due tipi di fumo corrisponde a differenze nella loro composizione. Sono entrambi prodotti dalla combustione della foglia di tabacco, ma ci sono differenze nella temperatura di combustione, più elevata nel fumo attivo (800-900°C), più bassa in quello passivo (600°C) e nella percentuale di ossigeno disponibile (maggiore nel fumo attivo). Si formano in ogni caso oltre 4000 sostanze chimiche diverse più concentrate e con una quota maggiore di monossido di carbonio nel fumo laterale. Naturalmente si deve tener conto del fatto che il fumo passivo si diluisce nell’ambiente, mentre il fumo attivo si raccoglie nel piccolo spazio rappresentato
dai polmoni del fumatore. Tuttavia negli ambienti chiusi il fumo di sigaretta può creare concentrazioni di polveri sottili molto elevate fino a 100 volte superiori ai limiti di legge (50mcg/m3 ). E’ importante ricordare che i polmoni funzionano da filtro e che quando il fumatore inspira profondamente il fumo più della metà dei prodotti tossici vengono trattenuti. Molti studi hanno dimostrato che la deposizione di particolato nell’apparato respiratorio varia con l’età, il sesso ed eventuali anomalie nelle funzioni respiratorie. Dati recenti mostrano come la ritenzione di polveri sottili sia maggiore nei giovani e nei bambini.

Poiché in media restano depositate nell’apparato respiratorio circa il 50% delle polveri respirate, più queste sono fini maggiore è la loro penetrazione in profondità. La maggior parte delle particelle prodotte dalla combustione del tabacco ha un diametro inferiore a 2,5 micrometri e può raggiungere gli alveoli polmonari. E’ essenziale per ridurre il rischio legato all’esposizione, aprire le finestre, cambiare l’aria il più possibile. Questo è sempre utile quando ci sono fumatori in un ambiente chiuso, anche nelle città più inquinate.
Inoltre, nel caso in cui si fumi in terrazza, è bene aspettare qualche minuto prima di rientrare, perché nell’aria espirata rimane ancora una certa quota di sostanze tossiche. Lo IARC di Lione, importante agenzia europea che si occupa di ambiente e salute,
ha collocato il fumo passivo tra i cancerogeni certi: è stata dimostrata la relazione causa-effetto tra esposizione a fumo passivo e la comparsa dei tumori. Nei bambini
l’esposizione a fumo passivo è associata ad una maggior frequenza di infezioni
respiratorie e di riacutizzazioni di asma e otiti. Il fumo passivo figura inoltre tra i fattori di rischio più importanti per le crisi di asma a rischio di vita.

L’iniziazione dei giovani al fumo di tabacco avviene per lo più durante l’adolescenza e la valutazione della sua diffusione rappresenta un processo molto importante per definire politiche efficaci di salute pubblica, volte a prevenire l’inizio e l’instaurarsi dell’abitudine nei giovani.
Lo studio HBSC , studio internazionale promosso dall’OMS, a cui l’Italia partecipa dal 2000 ha lo scopo di fotografare e monitorarla salute degli adolescenti italiano di 11, 13 e 15 anni e in particolare il loro consumo di tabacco.
I dati relativi alla Regione Emilia Romagna mettono in evidenza come l’abitudine tabagica tende a crescere con l’età passando dall’1% dei ragazzi di 11 anni , al 23% dei quelli di 15 anni, individuando l’età di 13 anni come il momento di iniziazione al fumo con consumi saltuari e sporadici, legati a situazioni a “rischio”. Questo conferma la necessità di effettuare interventi infoeducativi in età precoce (4-13 anni) per rafforzare la capacità degli adolescenti di fare scelte libere e consapevoli.

Alcuni consigli per i genitori
IL fumo passivo provoca molti svantaggi; in particolar modo è nociva l’esposizione al fumo passivo nella prima infanzia. E’ utile pertanto ricordare quanto segue:
1. Evitate di fumare in casa, per quanto vi è possibile. Se siete fumatori, fumate in una stanza areata quando il vostro bambino è fuori e aspettate un po’ di tempo prima di accoglierlo di nuovo nella stanza.
2. Non consentite ai vostri amici di fumare in casa vostra.
3. Non accendete mai sigarette in auto, nemmeno con i finestrini aperti.
4. Evitate, per quanto vi è possibile, di fumare in presenza di vostro figlio, ma parlategli della vostra abitudine per evitare che il fumo di sigaretta acquisti il fascino del proibito.
5. Evitate di utilizzare anche le sigarette elettroniche in presenza di vostro figlio, perché può comunque essere una promozione dell’abitudine al fumo,
6. Ricordate che la maggior parte dei fumatori ha genitori fumatori.

Il fumo di tabacco, nei paesi industrializzati, rappresenta sia la più importante fonte di inquinamento dell’aria degli ambienti confinati, sia la principale causa prevenibile di malattia e morte. Il programma “Europa senza fumo” costituisce una priorità della politica della Commissione delle Comunità Europee nei settori della sanità, del lavoro e della ricerca.
Il piano si propone di migliorare la qualità dell’aria negli ambienti interni e in particolare nei luoghi di lavoro, ricorrendo a strumenti giuridici e iniziative di promozione della salute.
Il fenomeno tabagismo provoca ogni giorno, in Italia, più decessi di alcool, droghe, incidenti stradali, incidenti sul lavoro, omicidi e suicidi messi insieme; sono infatti correlati al fumo attivo più di 90.000 decessi/anno, 250 al giorno, 10 ogni ora.
Secondo stime elaborate dalla Società Europea di Pneumologia e dalla Fondazione Britannica per la Ricerca sul Cancro, il fumo passivo nei luoghi di lavoro nei 25 paesi della UE causa oltre 7.000 decessi/anno, mentre l’esposizione domestica comporta oltre 72.000 decessi/anno. In Italia, secondo recenti stime, abbiamo più di 10.000 decessi/anno per fumo passivo.
Il fumatore, incurante dei rischi e delle evidenze sanitarie, va ogni giorno dal tabaccaio a comprare un prodotto pericoloso per la sua salute,
per la salute delle persone che gli stanno accanto e per l’ambiente. La pericolosità del tabacco è stata confermata da una recente sentenza della Corte di Cassazione: “La produzione e la vendita di tabacchi lavorati si configura come un’attività pericolosa”, in quanto il tabacco contiene in sé un potenziale carico nocivo per la salute.
Il fumo di sigaretta sprigiona più di 4.000 sostanze chimiche diverse sotto forma di gas, vapori e particelle. Una quota di queste sostanze viene inalata dal fumatore, una quota viene assorbita dal filtro e una quota viene immessa nell’ambiente e costituisce, insieme ai prodotti esalati dal fumatore, quello che comunemente viene chiamato “fumo passivo”2-31.
Per “fumo passivo” si intende il fumo che viene respirato da un non fumatore che si trova a stretto contatto con persone che fumano, o ne condivide l’ambiente. Il fumo attivo e passivo contiene gli stessi prodotti chimici, ma in concentrazione leggermente diversa. La componente passiva presenta una concentrazione più elevata dei contaminanti, dovuta ad una combustione a più bassa temperatura.
L’inalazione passiva di fumo di tabacco da parte di soggetti non fumatori è associata a effetti nocivi, proprio come il fumo attivo, anche se con minori livelli di rischio. Analogamente al fumo attivo è causa di tumore al polmone, aumenta il rischio di disturbi respiratori e di infarto del miocardio.
Il fumo di tabacco nei luoghi di lavoro pone una serie di problemi per quanto riguarda la salute e la sicurezza dei lavoratori. Per molto tempo, nonostante l’esistenza di norme e restrizioni (art. 32 della Costituzione, DPR 303/56, legge n. 584/75, sentenza n. 399/96 della Corte Costituzionale) i lavoratori non fumatori hanno subito l’esposizione ai prodotti derivanti dalla combustione del tabacco. Nella figura 1 si riporta una tipica situazione che si poteva osservare nei ristoranti, bar e luoghi di lavoro prima dell’introduzione della legge Sirchia.
Dal punto di vista normativo fino al 2005 (introduzione della Legge cosiddetta “Sirchia”) si proteggeva la salute di chi solo occasionalmente accedeva agli uffici pubblici, rimanendovi per breve tempo, mentre non esisteva analoga protezione per i lavoratori costretti a restare in quei luoghi per l’intera giornata lavorativa.
Con l’emanazione della legge 3/2003 (Disposizioni ordinamentali in materia di pubblica amministrazione), art. 51 (Tutela della salute dei non fumatori), a livello normativo finalmente le cose cominciano a cambiare. Con la Legge Antifumo del 10 gennaio 2005, poi, il divieto di fumo nei locali chiusi previsto dalla Legge 3/2003 entra in vigore: è vietato fumare in tutti gli ambienti chiusi, nessuno escluso; è possibile fumare solo all’interno della propria abitazione e negli ambienti appositamente predisposti e segnalati come tali[6].
Nonostante il divieto, in molti posti di lavoro si continua a fumare, in virtù di un presunto diritto di libertà accampato dai fumatori propensi a continuare la loro pratica.
È importante mettere in evidenza che fumare non è un diritto, respirare aria pulita è invece un diritto sancito dalla Costituzione e dalle leggi che regolano la sicurezza e l’igiene sul lavoro.
L’articolo 32 della Costituzione cita: la Repubblica Italiana tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo. Il sistema giuridico italiano è costituito in forma piramidale, ovvero è contraddistinto da una precisa gerarchia delle fonti, in forza delle quali la Costituzione e le leggi costituzionali sono poste in posizione di supremazia rispetto a tutte le altre norme giuridiche.
In base alla Costituzione i datori di lavoro, responsabili della salute dei lavoratori, fin dal 1948 avevano l’obbligo di garantire ai lavoratori sia il diritto alla salute sia il diritto di respirare aria non contaminata.
Poiché fuma il 23% circa della popolazione, quando si parla di diritto è opportuno considerare che avere a disposizione aria salubre libera da contaminanti è prioritario rispetto al presunto diritto dei fumatori di contaminare gli ambienti frequentati dalle altre persone.
Non far respirare fumo di sigaretta ai colleghi, agli amici, ai propri familiari, dovrebbe essere considerato un atto di civiltà, prima ancora che un obbligo imposto dalle leggi a tutela della salute e della sicurezza. Un’azienda ha il dovere di fare
tutto il possibile per migliorare il proprio ambiente di lavoro e tutelare la salute e la sicurezza dei propri lavoratori.
In questo lavoro vengono descritti i fondamenti che hanno portato al divieto di fumo nei luoghi di lavoro e i vantaggi che un’azienda riceve dalla messa in atto di una politica aziendale sul fumo.

Fondamenti giuridici e sanitari del divieto di fumo nei luoghi di lavoro
Esistono prove inconfutabili sul fatto che chi fuma si espone più o meno “coscientemente” al rischio di morte prematura per cancro polmonare, patologie cardiovascolari, respiratorie ecc.
Negli Stati Uniti, il biologo Raymond Pearl aveva dimostrato gli effetti negativi del tabacco già nel 1938. Secondo il ricercatore, fumare tabacco accorciava la vita proporzionalmente al numero di sigarette fumate quotidianamente. Chi fumava aveva il 60% in più delle probabilità di morire precocemente rispetto a chi non fumava.
Diverse testimonianze sono concordi nell’afferma- re che questi rischi colpiscono anche i non fumatori, ossia persone che sono costrette ad inalare in modo non volontario il fumo di sigaretta consumato da altri.
Nel 1981 un lavoro giapponese, pubblicato sul British Medical Journal, basato sul confronto fra due gruppi di donne, le prime sposate con fumatori e le altre sposate con non fumatori, metteva in evidenza che il fumo passivo comportava un aumento del 26% dei tumori polmonari nel gruppo di donne che avevano convissuto con il coniuge fumatore.
Negli corso degli anni 80 del secolo scorso sono stati pubblicati diversi studi sugli effetti del fumo passivo, tra cui il Rapporto dell’US National Rese- arch Council e quello dell’US Surgeon General. Tutti mettevano in evidenza la pericolosità del fumo passivo, sottolineando che individui che non avevano mai fumato presentavano un elevato rischio di contrarre un tumore al polmone se vivevano in contatto con un fumatore.
Sostanze cancerogene specifiche del tabacco sono state trovate nel sangue e nelle urine di non fumatori esposti a fumo passivo. Esiste inoltre una relazione dose/risposta tra il rischio del non fumatore e l’entità dell’esposizione (anni di esposizione, numero di sigarette fumate dal convivente fumatore).
Il collegio americano di medicina ambientale e occupazionale (ACOEM) fin dal 1993 ha confermato la positiva associazione tra esposizione a fumo passivo e sviluppo di patologie come il cancro al polmone e la leucemia.
Ad esempio il benzene, noto cancerogeno (induce leucemia), è una delle 4.000 sostanze chimiche trovate nel fumo di tabacco. La convivenza con fumatori aumenta in modo considerevole l’esposizione a questo contaminante.
Nel 1985 un ricercatore americano ha studiato le modalità con cui diverse centinaia di connazionali in cinque diversi stati erano esposti al benzene. Le ricerche hanno evidenziato che la concentrazione media di benzene che inalavano era tripla rispetto ai livelli tipici esterni. Secondo il ricercatore, il 45% dell’esposizione totale della popolazione americana al benzene era dovuta al fumo (o al fumo passivo), il 36% all’inalazione di vapori di benzina o all’uso di prodotti di largo consumo (colla) e il 16% alle altre fonti domestiche (solventi, vernici ecc.). Solo il 3% dell’esposizione media individuale era attribuibile all’inquinamento industriale.
Diminuire in modo drastico tutte le emissioni industriali di benzene ridurrebbe il rischio per la salute di una frazione poco significativa. Invece, anche una modesta riduzione del fumo di sigaretta indoor ridurrebbe di molto la probabilità di contrarre malattie provocate dal benzene.
Anche l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), si è interessata della problematica analizzando numerosi studi prodotti in vari paesi. Secondo i ricercatori IARC i dati disponibili sono sufficienti per affermare che il fumo passivo è causa di cancro al polmone in soggetti che non hanno mai fumato. Nel 2004, sulla base di tali dati, la IARC ha classificato il fumo passivo come agente cancerogeno di gruppo 1 per l’uomo ed ha incluso tale fattore di rischio tra il gruppo di agenti per cui esiste una certezza di effetti cancerogeni.
Gli effetti del fumo passivo includono alterazioni
della frequenza cardiaca, aumento della pressione arteriosa e della concentrazione di ossido di carbonio nel sangue, ridotta capacità di utilizzo dell’ossigeno e ridotta capacità di esercizio fisico. Esposizioni, anche di breve durata, al fumo di tabacco, in particolare al microparticolato (“polveri sottili”), inducono importanti modificazioni alle cellule endoteliali delle arterie coronarie, alterazioni dell’aggregabilità piastrinica ed aumento della viscosità del sangue, concorrendo a determinare aterosclerosi e quadri ischemici in vari distretti circolatori. Secondo recenti stime, a causa del fumo passivo, in Italia tra i non fumatori ogni anno si registrano 500 decessi per tumore al polmone e oltre 2.000 morti per malattie cardiorespiratorie. È stato dimostrato che negli ambienti chiusi ove siano presenti fumatori, vengono rilevati livello di inquinamento da polveri fini e ultrafini (PM10, PM1) di gran lunga superiori a quelli dell’aria esterna.
Uno studio condotto dall’Istituto Tumori di Milano ha messo in evidenza che, quando una sigaretta viene accesa in un ambiente confinato (es. ufficio, ristorante, automobile), la concentrazione dei vari inquinanti aumenta in modo considerevole. Il particolato ultrafine (PM2,5-PM1) raggiunge livelli elevati, superiori di diversi ordini di grandezza rispetto ai valori limiti di legge outdoor.
I sindaci delle diverse città italiane devono prendere provvedimenti drastici (blocco del traffico autoveicolare, restrizioni del riscaldamento domestico ecc.) quando la concentrazione di polveri (PM10) supera i 50 pg/m3. Negli ambienti indoor oggetto dello studio (ufficio e ristorante) la concentrazione di polveri sottili, in relazione al numero di sigarette fumate e ai ricambi di aria, può raggiungere livelli medi di 500-1.000 pg/m3, con punte di 2.0005.000 pg/m3.
La presenza di impianti di aerazione e filtrazione anche di buona qualità non è in grado di depurare le polveri fini e ultrafini generate dal fumo di sigaretta. La separazione fisica del locale non-fumatori con impianto di aerazione indipendente, invece, sembra essere abbastanza efficace nel preservare l’ambiente dedicato ai non fumatori dall’inquinamento da fumo passivo.

Ricerche a cura dell’Osservatorio Epidemiologico della Regione Lazio hanno messo in evidenza che, oltre a presentare un maggior rischio di tumore al polmone e di eventi cardiovascolari acuti, i lavoratori esposti a fumo passivo sono più frequentemente affetti da tosse e bronchiti, si assentano maggiormente dal lavoro e consumano più farmaci dei loro colleghi non fumatori.
In uno studio sui ricoveri ospedalieri per infarto del miocardio effettuato negli Stati Uniti, è stata confrontata la frequenza dei ricoveri prima dell’applicazione della legge locale che bandiva il fumo nei bar e ristoranti, con la frequenza dei ricoveri nel periodo in cui il divieto è stato applicato ed, infine, con la frequenza dopo che il divieto fu rimosso™. I risultati hanno evidenziato che, durante il periodo di applicazione del divieto di fumo, c’era stata una riduzione della frequenza dei ricoveri per infarto del miocardio rispetto a prima, e che dopo l’eliminazione del divieto la frequenza dei ricoveri era di nuovo aumentata.
Una recente ricerca, a cura dell’Istituto Nazionale di Ricerca sul Cancro di Genova, ha messo in evidenza che la Legge Sirchia protegge non solo i non fumatori, ma anche i fumatori.
Analizzando la qualità dell’aria e la quantità di sostanze cancerogene presenti nell’ambiente indoor l’indagine ha evidenziato che una persona che fuma 14 sigarette al giorno all’interno di un ambiente chiuso, è come se ne fumasse ameno 2,6 in più a causa dell’esposizione a fumo passivo da lei stessa indotto.

Problematiche poste dal fumo di tabacco nei luoghi di lavoro
L’OMS definisce il tabagismo come una vera e propria malattia cronica invalidante, che obbliga a fumare anche in situazioni particolari, come l’instaurarsi di patologie evidenti, e persino in contrasto con le leggi.
Fino a pochi anni fa gli ambienti di lavoro rappresentavano un importante luogo di esposizione al fumo passivo. Questo era dovuto all’elevato numero di fumatori nella fascia di età compresa tra 25 e 50 anni, ossia di soggetti attivi dal
punto di vista professionale che trascorrono la maggior parte della giornata lavorativa in ambienti confinati.
Oltre agli effetti sulla salute, fumare nei luoghi di lavoro comporta diversi altri problemi. Infatti aumenta il rischio infortunistico, aumenta il rischio di incendi e danni a macchine e attrezzature. Inoltre, le sostanze chimiche presenti nel fumo interferiscono con le altre sostanze chimiche utilizzate nei luoghi di lavoro modificandone l’esposizione.
Attualmente, grazie alla Legge Sirchia, la contaminazione indoor dai prodotti della combustione di tabacco si è sensibilmente ridotta.
Molti fumatori però, nonostante i divieti, tendono a continuare la loro pratica anche dov’è vietato, come nelle scuole, negli uffici, negli ospedali, nei luoghi di lavoro ecc. Nella tabella 1 sono riportati i principali rischi associati al fumo durante il lavoro.
La concentrazione nell’aria indoor degli inquinanti del fumo di tabacco è condizionata da diversi fattori quali la ventilazione, i ricambi di aria, l’umidità relativa, il numero dei lavoratori fumatori presenti. Per valutare l’esposizione al fumo passivo o la presenza di fumatori in ambienti dove è proibito fumare possono essere utilizzati opportuni indicatori tra cui le concentrazioni di ossido di carbonio, di particolato, di acroleina, di ossidi di azoto, fenolo e nicotina.
Le concentrazioni di nicotina riscontrate in uffici in cui era permesso fumare arrivavano a circa 6,7 pg/m3; in uffici in cui non era permesso di fumare erano di 0,2 pg/m3. Nei nigth-club e nelle abitazioni civili sono stati registrati rispettivamente livelli di nicotina paria 58 pg/m3 e 14 pg/m3. Questi ultimi valori sono particolarmente elevati se si considera che a livello indoor c’è la presenza di soggetti particolarmente suscettibili come i bambini, le persone anziane e i malati; la loro presenza negli ambienti confinati non si limita a poche ore, ma può toccare anche l’intera giornata. Per gestire il rischio fumo a livello lavorativo é quindi prioritario elaborare politiche aziendali in grado di trattare questo problema in modo efficace ed evitare le controversie.

Una politica aziendale sul fumo dovrebbe tenere sotto controllo l’esposizione a fumo passivo senza colpevolizzare i fumatori. Il proibizionismo da solo non basta: parallelamente devono essere sviluppate idonee azioni di sensibilizzazione atte a favorire modifiche nel comportamento e il rispetto reciproco. È inoltre opportuno stabilire con precisione i luoghi dove é vietato fumare e quelli dove invece è permesso, mettendo anche a disposizione dei fumatori un numero adeguato di posacenere in cui gettare le cicche in sicurezza.
Mettere in atto politiche aziendali sul fumo evita di dare ai fumatori l’impressione che si sta cercando di discriminarli e significa affrontare i divieti nella maniera più indolore, sia per i fumatori che per i non fumatori.
Finalità e scopi di una politica aziendale sul fumo
Il fumo attivo e passivo è stato classificato come un prodotto cancerogeno per l’uomo sia dall’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente degli Stati Uniti (EPA), sia dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (AIRC). Inoltre, è stato classificato come agente cancerogeno sul luogo di lavoro dai governi finlandese e tedesco. Recentemente l’Agenzia per la protezione dell’ambiente della California ha classificato il fumo di tabacco come un “inquinante tossico dell’aria”.
In base alle norme che tutelano la salute dei lavoratori, per gli agenti cancerogeni, e quindi, per il fumo di tabacco, non esiste nessun livello espositivo sicuro. La ventilazione, anche se correttamente dimensionata, non è in grado di assicurare ambienti salubri.
Esistono numerose leggi: DPR 303/56, DLgs 626/94 e DLgs 81/08 (Testo Unico sulla Salute e Sicurezza sul Lavoro), che mettono in evidenza il ruolo e la responsabilità del datore di lavoro circa la protezione della salute dei lavoratori dal fumo passivo.
Anche la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 399 del 1996, metteva in evidenza il fatto che il datore di lavoro è tenuto a proteggere la salute dei dipendenti da tutto ciò che può danneggiarla, ivi compreso il fumo passivo.
Tutte queste norme sono concordi nell’afferma- re la responsabilità penale del datore di lavoro che non garantisce ai lavoratori ambienti privi di sostanze dannose.
Dovere del datore di lavoro è quello di adottare nell’esercizio dell’impresa le misure necessarie per tutelare l’integrità fisica dei dipendenti e mettere a disposizione dei lavoratori aria salubre in quantità sufficiente. Una corretta politica aziendale sul fumo dovrebbe:
* favorire, attraverso la formazione e l’informazione, la consapevolezza dei diritti e dei doveri di tutti i lavoratori, fumatori e non fumatori;
* favorire la conoscenza dei rischi per la salute determinati dal fumo attivo e passivo;
* definire i diritti dei non fumatori e gli obblighi dei fumatori;
* permettere la creazione e il mantenimento di posti di lavoro salubri e sicuri;
* stabilire dove è permesso fumare;
* decidere se allestire locali per fumatori tenendo conto che la predisposizione di questi non costituisce, per il datore di lavoro, un obbligo;
* definire le modalità di sostegno ai fumatori che intendono smettere di fumare;
* stabilire sanzioni interne per chi non rispetta le regole.
La messa in atto di una politica aziendale sul fumo presenta vantaggi sia per le aziende che per i lavoratori. L’ottenimento di ambienti di lavoro senza fumo migliora sia l’immagine dell’azienda che la sua
produttività. La riduzione dell’impatto del fumo sui lavoratori riduce l’assenteismo correlato a numerose patologie. Inoltre, il controllo del fumo in azienda riduce i rischi di incendio e le spese per la pulizia e rende migliore anche l’immagine dell’azienda. È opportuno tener presente che circa il 70% dei lavoratori non fuma, e che questi trascorrono molte ore sul posto di lavoro. Quindi migliorarne la salubrità e vivibilità significa ridurre l’esposizione e migliorare la qualità della vita delle persone.
Quanto detto è in accordo con una recente risoluzione del Consiglio dell’Unione Europea che considera prioritaria la promozione della salute e della sicurezza sul luogo di lavoro.
Secondo la UE, la buona “qualità” nei luoghi di lavoro ha un’importante dimensione sia umana che economica e fornisce un importante contributo alla crescita sostenibile di una comunità.

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