Schianto mortale shock: due ragazze ubriache muoiono in diretta su Instagram

Dalla gioia alla morte in un attimo. E’ il triste destino di due ragazze, decedute dopo un terribile incidente mentre si trovavano a bordo di una Bmw, schiantatasi contro un lampione.

Sofia Magerko e Daria Medvedeva: Le reginette muoiono in diretta su Instagram – Video: La 16enne Sofia Magerko e la 24enne Daria Medvedeva sono morte in diretta su Instagram – si stavano filmando mentre bevevano alcol a tutta velocità e l’auto si è schiantata contro un lampione. Per loro, l’impatto è stato fatale. Sofia, la più giovane, colei che era intenta a riprendere con lo smartphone l’amica in diretta Instagram, aveva di recente vinto il concorso di bellezza nella città di Izyium, in Ucraina.

Il video sconvolgente (ATTENZIONE, LE IMMAGINI POTREBBERO URTARE LA VOSTRA SENSIBILITA’) mostra le due ragazze che bevono, ridendo e scherzando, e salutano la telecamera del cellulare con un ‘Ciao ragazzi’.

“morte digitale”
L’annuncio che ha avviato il dibattito in tutto il mondo è stato dato il 13 marzo 2016, dalla BBC. Sulle pagine del sito web dell’emittente radiotelevisiva britannica è apparsa la seguente notizia: “A breve, su Facebook, ci saranno più morti che vivi. Il social network per eccellenza ha già preso le sembianze di un cimitero digitale, in costante e inarrestabile crescita”*. Il luogo/non luogo frequentato dalla maggior parte dei “cittadini digitali”, capace di superare i confini di Paesi e Continenti (con una “popolazione” di oltre 1,65 miliardi di utenti) si starebbe trasformando sempre di più in un luogo di morte. Tanto che alcuni studiosi hanno già coniato l’espressione morte digitale: un genere di morte che si unirebbe e si aggiungerebbe all’idea, a tutti ben nota, di morte fisica.

L’interprete si troverebbe così in presenza di tre tipi di fenomeni connessi alla società dell’informazione: i) la morte fisica, così come conosciuta, ii) la morte digitale, ossia la morte dell’aspetto digitale o della presenza dell’essere umano in un servizio informatico o su un social network, e iii) gli effetti della morte fisica sui beni digitali.
È allora chiaro che il fenomeno della cosiddetta “morte digitale” e, soprattutto, della gestione della sua eredità stia diventando argomento d’interesse centrale per gli studiosi dei più importanti fenomeni connessi alla società dell’informazione.
è un tema che potrebbe sembrare settoriale e semplice da sviluppare, se non addirittura d’importanza marginale. Riguarderebbe, in fondo, solo dati e profili che “competono” per sopravvivere ai loro referenti umani. In realtà, a ben guardare, si tratta di un ambito che tocca importantissimi temi religiosi, giuridici, sociali, tecnologici, storici e filosofici, sino ad arrivare a delineare all’orizzonte una nuova idea di comprensione e gestione della morte ripensata e adattata per l’era digitale e per le numerose identità virtuali, o corpi elettronici, dell’individuo.
Remo Bodei, nel suo saggio Limite, ricorda che “tutte le civiltà, le religioni e le concezioni del mondo hanno elaborato strategie e rituali per ignorare, rimuovere, esorcizzare o attribuire un qualche significato alla morte”. Perché, ci si domanda allora, non dovrebbe farlo anche la civiltà tecnologica (o, meglio, la società attuale, così condizionata dalla iperconnessione e dalle attività online e sui social network), in modi sempre più rivoluzionari?3 E se, riprendendo le parole del filosofo, “l’esperienza che ciascuno ha della morte è, evidentemente, sempre quella della morte altrui, che rafforza, di norma, il sentimento di incredulità sulla propria”, quale ambiente se non quello dei social network, che ha unito in maniera rivoluzionaria altrui e proprio, narcisismo e socialità, banalità e grandi temi in un approccio così innovativo, si potrebbe presentare come uno dei migliori terreni di analisi, per l’interprete, per cercare di comprendere i cambiamenti tecnologici in corso legandoli ai grandi temi della storia dell’essere umano?
Se è pacifico, conclude Bodei, che vi siano “situazioni estreme su cui non possiamo intervenire, come l’ultima, invalicabile muraglia che racchiude e plasma individui e società: la morte, appuntamento segreto, certo nel suo presentarsi, incerto nella data”, vi possono però essere, a nostro avviso, margini di riflessione sulle possibilità di intervento della tecnologia non tanto sulla morte in sé o sulla qualità o allungamento della vita (temi già molto frequentati dagli esperti, e particolarmente cari agli studiosi di bioetica) ma, piuttosto, su come le tecnologie possano cambiare le reazioni, i timori, le speranze, le interrogazioni, i modi di comportarsi e, in ultima istanza, le convenzioni sociali e le categorie giuridiche cui siamo abituati da millenni.

La morte è una ed è fisica, questo è chiaro. Nella società iperconnessa può avere, però, effetti che si trasferiscono in un ambiente digitale che la persona ha frequentato per tutta la vita. Anche se in tutto ciò, ovviamente, non vi è nulla di virtuale, ma si è sempre in presenza di effetti reali che riguardano informazioni e valori già esistenti.
Con la dizione “morte digitale” in senso stretto si potrebbe allora, correttamente, intendere anche la “morte” (ossia la mancanza improvvisa di disponibilità o la cancellazione) di dati, raccolte di dati e servizi digitali nell’ambiente online.

Una definizione molto accurata e omnicomprensiva di morte digitale è quella proposta dal filosofo Davide Sisto nel suo saggio Digital Death4:
«Con il concetto di “morte digitale” (Digital Death) si intende solitamente indicare l’insieme delle questioni che riguardano i modi in cui è cambiato il rapporto tra l’identità soggettiva e la morte a causa dello sviluppo delle nuove tecnologie informatiche e mediatiche (a partire dalla diffusione popolare di Internet). In particolare, gli studiosi della Digital Death si concentrano su tre problemi specifici: a) le conseguenze che la morte di un singolo individuo produce all’interno della realtà digitale e, quindi, nella vita di chi soffre la perdita; b) le conseguenze che la perdita degli oggetti e delle informazioni digitali personali producono all’interno della realtà fisica di un singolo individuo; c) l’inedito significato che assume il concetto di “immortalità” in relazione tanto al singolo individuo quanto agli oggetti e alle informazioni digitali personali). Ciascuno di questi tre problemi, i quali necessitano di riflessioni molteplici e interdisciplinari, di carattere giuridico, psicologico, filosofico, sociologico e via dicendo, può essere realmente compreso solo se si tengono a mente quelle che sono le due caratteristiche fondamentali degli attuali mezzi di comunicazione di massa, come sottolinea John Durham Peters nel suo libro Speaking into the Air: A History of the Idea of Communication: a) la facilità con cui i vivi possono mescolarsi con tracce comunicabili del morto (si pensi, per esempio, ai videoclip su Youtube); b) la difficoltà di distinguere la comunicazione a distanza dalla comunicazione con il morto. Queste due caratteristiche sono il frutto primo della temporalizzazione del presente, che ha luogo in maniera ipertrofica nel web, e della preponderanza, all’interno dell’attuale panorama culturale, della simulazione sulla dissimulazione».
Il primo elemento di analisi, in un’ottica informatico-giuridica, dovrebbe riguardare la comprensione – che sia la più lucida possibile – di che cosa ne sarà dei nostri dati digitali dopo la morte.
Tale riflessione comporta però anche un’attenzione a quale sarà il destino di tutte le nostre persone/identità digitali/alter ego virtuali/corpi elettronici che hanno preso forma nel corso di anni di attività online e, soprattutto, a quali saranno le persone che potranno disporne e che, in ultima istanza, potranno prendere delle decisioni sul modo in cui trattare i nostri beni.
I dubbi che sorgono spontanei, su questo primo punto, sono numerosi.
I multiformi contenuti dei profili sui social network, dei blog e delle caselle di posta elettronica, ad esempio, resteranno per sempre visibili a tutti e, quindi, supereranno anche la morta fisica dell’utente, rimanendo eterni?
E rimarranno eterni fissi o eterni in movimento? In altre parole: saranno congelati e cristallizzati al momento esatto del decesso dell’utente, come incisioni su pietra, o potranno essere aggiornati costantemente da parenti o amici e rimanere, in un certo senso, vivi?
Al contrario, se uno non volesse rimanere eterno, avrà la possibilità di eliminare tutti i dati e le sue tracce digitali per sempre? Di fare sì, in altre parole, che le informazioni muoiano insieme a lui? E, magari, di poterlo fare in maniera automatizzata – ad esempio come conseguenza diretta della morte fisica – nel caso, per ipotesi, si registrasse un periodo più o meno lungo di inattività, cancellando i dati definitivamente o mantenendoli in rete ma impedendo l’accesso da parte di chiunque?
Dobbiamo accettare il fatto e rassegnarci, per certi versi, all’idea che siamo ormai in un’epoca di dati eterni, che sopravvivono senza difficoltà anche alla morte dell’individuo o, al contrario, abbiamo ancora dei margini di possibilità per, ad esempio, predisporre processi di autodistruzione dei dati quale ultima forma di tutela della privacy e dei nostri segreti?
Si noti, sin da subito, che il ridurre la questione della morte digitale – e della relativa eredità – a un problema di gestione di profili, account, ricordi, video o immagini e alla cura di qualche status o galleria di selfie è a dire poco riduttivo. Oggi i dati in rete – e spesso sono online da decenni, e si sono pian piano accumulati nel corso del tempo – sono in grado di creare un alter ego che ha sempre di più assunto la forma di un corpo elettronico e che cresce e si sviluppa di pari passo con le attività “fisiche”.

Su questo punto, ad esempio, Stefano Rodotà è sempre molto lucido. Si consideri questo passaggio, tratto dal suo saggio II diritto di avere diritti.
«Anche se è eccessivo, e persino pericoloso, dire che “noi siamo i nostri dati”, è tuttavia vero che la nostra rappresentazione sociale è sempre più affidata a informazioni sparse in una molteplicità di banche dati, e ai “profili” che su questa base vengono costruiti, alle simulazioni che permettono. Siamo sempre più conosciuti da soggetti pubblici e privati attraverso i dati che ci riguardano, in forme che possono incidere sull’eguaglianza, sulla libertà di comunicazione, di espressione o di circolazione, sul diritto alla salute, sulla condizione di lavoratore, sull’accesso al credito e alle assicurazioni, e via elencando. Divenute entità disincarnate, le persone hanno sempre di più bisogno di una tutela del loro “corpo elettronico”».
Esisterebbe, quindi, un’idea di eredità digitale non semplicemente connessa ai dati singoli ma anche a quanto una persona lascia di sé complessivamente nel mondo digitale.
Un insieme di presenza e d’informazioni che può essere estremamente articolato soprattutto se arricchito e fatto evolvere dalla tecnologia stessa, e se rifinito da un’attività di profilazione, dalla correlazione d’informazioni, dalla generazione automatica di nuovi aspetti e abitudini della persona online. Un “patrimonio digitale”, in sintesi, che non ha precedenti nella storia dell’umanità. Sia per dimensioni, sia per dinamicità.
Non siamo, infatti, di fronte a una vera e propria “persona virtuale” contrapposta a quella reale, specifica meglio Rodotà, ma a un inedito intreccio
“che ci restituisce la persona concreta quale risulta dal suo attuale modo d’essere nel mondo, in una dimensione nella quale la rete gioca un ruolo di cui devono essere considerate le peculiarità. Lo schermo, sul quale la persona proietta la sua vita, non è più soltanto quello del personal computer, si è enormemente dilatato, tende a coincidere con l’intero spazio della rete”.
Già questo primo dilemma – i dati digitali sono destinati a vivere per sempre, o si sarà in grado di dare loro, se si vuole, una morte digitale? – è perfetto per generare, a cascata, ulteriori nodi interpretativi molto affascinanti.

Si pensi, ad esempio, a come sono cambiate, con l’avvento delle reti digitali e dei social network, le modalità di gestione del dolore, del lutto e della commemorazione dei defunti, due temi nobili (e classici) della tradizione che sono stati attraversati da una vera e propria rivoluzione tecnologica.
I lati positivi sono immediatamente evidenti: mai come oggi le più diffuse tecnologie digitali sono in grado di aiutare i parenti e gli amici a perpetuare il ricordo di una persona cara tramite nuovi ed evoluti strumenti. Strumenti mai presenti, prima, nella storia dell’umanità e che, in molte occasioni, si affiancano a comportamenti tradizionali antichi come l’uomo ma che, al contempo, sfruttano al meglio le capacità di amplificazione, di connessione e di persistenza delle informazioni garantite dalle nuove tecnologie.
Infine, non meno importante, può assumere rilievo l’aspetto strettamente patrimoniale. La presenza costante in rete genera, oggi, economia e acquisti di beni e di servizi: quali sono i metodi migliori per gestire in concreto un patrimonio informativo che ogni giorno aumenta e che, nella vita di una persona, arriva ad assumere quasi sempre un valore economico (o emozionale) ingente? Si pensi, ad esempio, a una stima, seppur approssimativa, dei beni e servizi che un utente medio acquista in rete ogni anno. Questo è l’aspetto più vicino all’idea diffusa che si ha di eredità, sia da un punto di vista tradizionale, sia in un’ottica strettamente giuridica: un patrimonio di beni, accumulato nel tempo, che assume un valore non solo affettivo ma anche economico.

– Le piattaforme tecnologiche, il diritto e la gestione degli utenti defunti
I fornitori di piattaforme di social network e i provider di servizi di posta elettronica e di spazi sul cloud cercano, quotidianamente, di mediare tra le indubbie esigenze di privacy dei clienti/utenti defunti – si pensi, ad esempio, alla gestione dei milioni di messaggi privati con allegati che circolano nei canali chat dei profili, e che molti utenti vorrebbero mantenere segreti – e le istanze di parenti e amici per apprendere i dati di un parente deceduto o per celebrare, anche online, il ricordo di una persona.
Le grandi aziende tecnologiche mirano, di solito, ad anticipare la volontà dell’utente medio, dando la possibilità ai loro clienti di nominare, tramite “finti testamenti” (che, in realtà, sono semplici atti privati), degli eredi digitali, oppure cristallizzando un profilo facendolo diventare commemorativo e immodificabile (in poche parole: una lapide, o tempietto digitale) o, ancora, conservando tutti i tweet o i messaggi scambiati in una sorta di memoria digitale postuma e accessibile a chi dimostrerà di averne diritto.
Non è facile, anche nell’ambiente digitale, conciliare le esigenze di tutti gli eredi, e si generano allora ulteriori quesiti.
Come si può riuscire ad accedere ai dati del parente defunto, ad esempio, se l’azienda che li gestisce – si pensi a un grande provider di account di posta elettronica, anche gratuito – decide di non collaborare e, per di più, ha la sede all’estero? È indispensabile, in casi simili (che sono più comuni di quanto si pensi) nominare un avvocato che viaggi oltreoceano, con relativi costi, semplicemente per accedere alla posta elettronica di un defunto del quale non si hanno le credenziali di accesso?
A onor del vero, dal punto di vista tecnico-informatico le piattaforme di social network sono, da diversi anni, all’avanguardia anche sotto questi aspetti.
Facebook, ad esempio, sin dal 2011 ha previsto esplicitamente le ipotesi del “profilo commemorativo” e del “contatto erede” al fine di consentire soltanto agli amici più stretti del defunto, o a una persona di assoluta fiducia, la possibilità di continuare a gestire il suo profilo.
Allo stesso tempo, però, ci può essere chi non vuole rimanere visibile ma desidera, invece, cancellare tutti i suoi dati e disattivare account e profilo. Può esistere chi, in altre parole, oltre che morire da un punto di vista fisico, desideri morire anche da un punto di vista digitale.
Twitter, in tal senso, ha fatto la scelta di permettere la cancellazione delle informazioni di un utente dopo sei mesi d’inattività. Google, dal canto suo, consente a ciascun utente di impostare volontariamente il proprio account come “inattivo” – una sorta di “morte digitale apparente” – per un periodo massimo di diciotto mesi.
Le soluzioni tecnologiche adottate dai grandi operatori per gestire questi aspetti della morte e dell’eredità digitale sono spesso molto differenti tra loro e, soprattutto, sono in corso di costante aggiornamento.
Anche i notai italiani già si stanno interessando alla nozione di eredità digitale, soprattutto quando i beni digitali sono simili, dal punto di vista del valore, ai beni fisici.
Si cerca, anche in questo caso, di anticipare le volontà, o di suggerire un mandatario post mortem per il digitale: una persona cui consegnare tutti i codici e cui impartire istruzioni sui limiti d’azione quando verrà il momento. C’è, infatti, chi vorrebbe i dati tutti cancellati, chi preferirebbe trasferirli ai parenti, chi desidererebbe mantenerne in vita solo una parte, e così via.

La morte “in diretta” e la condivisione online del lutto

Altri temi molto dibattuti oggi, anch’essi assai suggestivi, riguardano la morte in diretta e la condivisione online degli ultimi momenti di vita, della malattia e del lutto, la commemorazione pubblica e social delle star e i selfie scattati durante eventi funebri.
Océane, la ragazza francese che si è suicidata in diretta su Periscope a diciannove anni nel maggio del 2016, filmandosi nell’atto di gettarsi sotto a un treno, ha aperto anche in Europa il dibattito su questo argomento, e ha sollevato aspetti assai spinosi sulla cosiddetta “dittatura del tempo reale”.
Sono sempre più numerosi, è noto, gli adolescenti che filmano il proprio suicidio, anche sollecitati da follower e da un pubblico di fan che, spesso, commentando in tempo reale, hanno molto più potere di convincimento di alcuni parenti, amici cari o gruppi di ascolto e di supporto che cercano di dissuaderli.
Analizzare che cosa spinga, sulle piattaforme digitali, alla condivisione della morte, della malattia e del lutto apre nuove prospettive che stanno, anch’esse caratterizzando la nostra epoca e che modificano radicalmente alcuni aspetti culturali che erano ormai comuni e, soprattutto, considerati pacifici.
La morte, se si riflette, si è sempre cercato di confinarla nei cimiteri, quasi sempre separati dal centro città tranne che in alcuni piccoli borghi di campagna o di montagna, spesso allestiti dietro chiesette. Le uniche eccezioni potevano essere mazzi di fiori, o oggetti-ricordo, lasciati ai margini di una strada in memoria delle vittime di un incidente.
Si è sempre preferito trattare la morte come una cosa privata, intima, da non esporre e da commemorare in luoghi separati da quelli della quotidianità se non, addirittura, da “disperdere” il più possibile per non mantenerla vicina.
L’era dei social network ha rivoluzionato questo aspetto e ha reso il lutto esposto, social, condiviso, globale e perpetuo, contribuendo anche a diluire la potenza e gravità del suo impatto nei confronti del più comune sentire umano. La morte è, ora, “in tasca”: su tutti i tablet e i telefonini.
In un ambito così delicato, com’è chiaro, generalizzare e cercare di individuare delle categorie o dei precisi pattern di comportamento è molto complesso, perché la reazione al lutto, alla malattia, alla morte è diversa per ogni individuo anche nel suo rapporto con il mondo digitale.
Non si può, pertanto, prevedere come reagirà una persona, davanti a una tragedia, nel suo rapporto con l’ambiente digitale che frequenta quotidianamente.
Di certo, è sempre più comune, oggi, l’esposizione della morte, che non è più un tabù, e il tentativo di combattere l’ansia, il senso di vuoto, la paura, il dolore anche grazie alle nuove tecnologie.

Il fenomeno dei selfie funerari

Lo scorso anno è stato indicato da molti analisti tecnologici come l’anno dell’esplosione dei selfie scattati nei cimiteri, nelle camere ardenti e accanto alle bare.
Il rapporto tra fotografia e ambienti funerari non è nuovo, e vanta una tradizione secolare. È, allora, interessante riflettere, innanzitutto, se questi nuovi comportamenti abbiano qualcosa in comune con una simile, lunga tradizione o, al contrario, se siano mossi da fenomeni completamente nuovi e per nulla correlati.
La fotografia post mortem (per intenderci: quella ai defunti, quella ai cimiteri, quella nei cimiteri e quella durante i funerali) ha una storia antichissima, che si è sviluppata per diversi motivi spesso molto diversi da quelli alla base delle fotografie scattate oggi.
In estrema sintesi, la fotografia del defunto era, già verso la fine dell’Ottocento, l’unico modo abbastanza economico per cristallizzare su un supporto tangibile (e che si potesse rivedere) l’immagine di una persona di cui non si avevano, di solito, fotografie in vita. Le fotografie ancora non si erano diffuse e, al contempo, non tutti potevano permettersi il servigio di pittori che fissassero su tela ritratti di persone morte di cui avrebbero voluto celebrare il ricordo in futuro.
La personalizzazione della morte come fatto privato, tipica della cultura del Novecento, e la possibilità di scattare fotografie al soggetto anche in vita, fecero pian piano diminuire l’attenzione per questo genere di fotografia. Non diminuì, invece, l’interesse di professionisti che, ad esempio, fotografavano funerali di celebrità, allestivano set nei cimiteri e si specializzavano nei ritratti di cadaveri.
Il fine, a quell’epoca, era quello di commemorare, di “imbalsamare” tramite la fotografia una persona della quale sarebbe rimasto un ricordo per sempre; nell’ultima (e unica) fotografia, si pensi, le salme erano truccate e preparate sorridenti e festose, di solito attorniate dai parenti vivi o da cani e gatti, con set accuratamente allestiti nello studio del fotografo o a casa dei parenti.
L’epoca vittoriana è considerata l’età d’oro di tale tipo di fotografie. Basta scorrere le decine e decine di foto post mortem di quell’epoca presenti sul web per rendersi conto di molti particolari interessanti: si cercava di rappresentare il defunto di modo che apparisse vivo, truccato, di solito in compagnia di una persona viva (spesso è difficile distinguere tra vivi e morti, a meno che non s’intraveda un piedistallo mal nascosto dietro la salma). Nella maggior parte dei casi il soggetto è un bambino o un infante, dato l’alto tasso di mortalità infantile di allora.
Questa abitudine andò avanti sino a poco prima della Seconda Guerra Mondiale ed ebbe, per così dire, un’evoluzione grazie anche alle opzioni di fotoritocco e ad alcuni trucchi che, pian piano, si svilupparono per gestire un simile tipo di riproduzione: gli occhi venivano aperti (o disegnati aperti) e truccati, i corpi, che prima erano ripresi nelle bare, vennero spostati in contesti domestici più “conviviali”, poi in esterni, poi sui divani in posizione dormiente, e s’ingegnarono trucchi per fare apparire il defunto in piedi o seduto composto (piedistalli, un volontario che si posizionava dietro a una tenda, supporti sulle sedie, mani rinforzate da bende o bastoni per permettere di sorreggere la testa).
Oggi potrebbe sembrare un’usanza agghiacciante, ma allora era considerata normale. Era un comportamento motivato da esigenze connesse a fattori tipici di quel tempo, un modo per l’uomo di superare problemi (e costi) contingenti e i limiti delle tecnologie al fine di mantenere i ricordi. L’impatto visivo di simili fotografie è, ancora oggi, molto più violento e suggestivo di gran parte dei selfie cimiteriali che sono diffusi sui social network.
Roberto Cotroneo, nel suo libro Lo Sguardo Rovesciato, inquadra con grande precisione la “natura” del selfie nell’era dei social network, distinguendo nettamente tale tipo di fotografia dalla tradizione citata poco sopra, e dalla fotografia artistica in general «I fotografi di questo inizio millennio non guardano troppo alla qualità, pensano soprattutto a fermare quello che vogliono, e poi a pubblicarlo […] Le foto circolano, girano, si mostrano, non restano una visione privata per pochi amici come era un tempo.Il significato della fotografia non è più eternizzare un momento importante (la foto del matrimonio, o il battesimo di un figlio) ma è portare tutti gli attimi dell’esistenza, anche quelli che non hanno un particolare significato, in una dimensione eterna […] Franz Kafka diceva: “Si fotografano delle cose per allontanarle dalla propria mente”. Aveva ragione, ed è sempre più così. E se prima la fotografia era la vita quando assume un forte significativo emotivo e simbolico, ora la foto diventa qualcosa che prende significato in quanto condivisione, e non come scatto in sé.
Non c’è fotografia nel selfie, ad esempio. C’è qualcuno che si mostra su uno schermo retroilluminato. In una posa ferma. È importante il gesto, è importante la condivisione. […] Il selfie genera mostri ma non ha importanza. Ha importanza il fatto che te lo stai facendo, che mostri te stesso, magari accanto a una persona celebre che si mostra disponibile.
Il selfie è un gioco che non ha niente a che fare con l’immagine, solo con l’evento, con il momento in cui si decide di farlo».

La fotografia prende significato oggi solo grazie alla condivisione, precisa lo scrittore.
è quindi diventata personale, collegata allo smartphone che tutti hanno in tasca, e ha riportato d’attualità il tema per un motivo molto semplice: il desiderio di esibire un momento, di pubblicarlo online, alla base dei fenomeni dei selfie, ha toccato anche (di nuovo) il momento della morte.
L’essenza, quindi, di gran parte dei selfie scattati in contesti funerari è quella di condividere, di trasmettere online anche quell’esperienza, quel momento. Si tratta di un fenomeno molto diffuso tra gli adolescenti, che sono ormai “abituati” a condividere online, con fotografie, ogni momento della loro vita.

Le cerimonie funebri trasmesse in live streaming

La trasmissione in diretta televisiva della commemorazione di un
personaggio pubblico, di un funerale di Stato o di una messa a suffragio di
un potente non è, nella storia moderna, una novità.
Si pensi, tanto per fare qualche esempio celebre, alle esequie in diretta di Lady Diana Spencer e di Madre Teresa di Calcutta, ai funerali in broadcast dei fratelli Kennedy nel 1963 e nel 1968, a quello di Paolo VI nel 1978, a quello di Grace Kelly nel 1982, alla messa in suffragio di Aldo Moro
e ai funerali degli agenti della scorta di Paolo Borsellino e, più di recente, alle commemorazioni di Fidel Castro, di Dario Fo, di Carlo Azeglio Ciampi, dei morti di Amatrice e Accumoli, delle vittime dell’incidente ferroviario ad Andria, di Umberto Eco, di Marco Simoncelli e di Muhammad Alì, di Luciano Pavarotti, di Pino Daniele, di Valeria Solesin (vittima dell’attentato terroristico a Parigi) e di don Luigi Giussani.
Le televisioni, soprattutto la RAI, sono sempre state molto attente a trasmettere in diretta e, negli ultimi anni, anche in live streaming sul web le cerimonie funebri di persone che hanno toccato l’emozione di gran parte dei cittadini o che si sono meritate un posto nella storia: attori, sportivi, politici, vittime di attentati, personaggi di spicco della cultura e della televisione o del cinema.
Si è, invece, in presenza di un fenomeno nuovo quando, grazie all’installazione di webcam (ad esempio sul soffitto della cappella della Chiesa, orientate verso il basso) e di sistemi per lo streaming all’interno di crematori, si effettua la trasmissione di cerimonie funebri pensate non più per personaggi famosi, ma per la gente comune9.
Il fine, com’è intuibile, è leggermente diverso: di solito vi è la volontà di offrire al cliente un servizio in più, e a basso costo, che sia complementare alla cerimonia tradizionale e che possa venire in aiuto di quegli eventuali parenti o amici che sono lontani o malati e che vorrebbero essere presenti ma ne sono impossibilitati.
Se, quindi, la diretta dei funerali di una celebrità o di persone collegate a un evento clamoroso di cronaca ha il fine sia di onorare il defunto, cercando di raggiungere più persone possibile, sia di permettere a tutte le persone che hanno amato o ammirato quella persona di seguirla anche nell’ultimo momento, lo streaming di eventi funebri correlati a persone comuni ha più un’immediata utilità pratica.
Un recente sondaggio condotto in Regno Unito ha rivelato come già un quinto dei crematori in quel Paese (sono circa 281) abbia pensato di offrire un servizio di live streaming, e come quasi il 61 per cento dei funerali sia oggi celebrato anche in questo modo.

Da un punto di vista tecnico, di solito la trasmissione in streaming di un evento così intimo è protetta da username e password, di modo che non possa essere vista da utenti non invitati o, peggio, sia trasmessa sul web visibile a tutti. Sono, inoltre, previsti sistemi di ridondanza della banda di connessione al fine di evitare che, proprio in quell’istante, la linea cada, il video subisca dei rallentamenti o la trasmissione possa avere dei problemi. Si tratta, com’è intuibile, di un evento che non si può ripetere, per cui occorre garantire in ogni momento l’efficienza massima del servizio.
Come in altri casi citati poco sopra, è normale che anche un simile sistema, che va a fondere le ultime tecnologie e il web alle modalità tradizionali di commemorazione e di celebrazione, possa generare diffidenza nelle persone. Tali approcci diffidenti sono stati chiaramente rilevati nel sondaggio citato.
Da un lato, in particolare, in molti sono concordi nel ritenere che un simile servizio possa permettere a chi non può viaggiare di far parte, comunque, della cerimonia ma, dall’altro, vi è il timore che si possa generare la possibilità di addurre scuse, per i più pigri o per i meno motivati, per non partecipare all’evento di persona.
Il non partecipare di persona, pur potendo farlo, preferendo la comodità dello streaming, toglierebbe ai parenti il calore dei familiari e, soprattutto, annullerebbe il rito delle condoglianze, che è ancora considerato un aspetto essenziale delle commemorazioni.
Un dato di fatto è, però, che, a causa degli attuali fenomeni migratori e con un gran numero di persone che lasciano il Paese d’origine e si stabiliscono all’estero, le richieste in tal senso aumentano quando vi sono difficoltà (anche economiche) nel far riunire le famiglie.
Molti sostengono che uno dei rischi di tali sistemi sia, anche, quello di arrivare a mascherare il dato di fatto che il corpo fisico sia la prova della morte, l’evidenza tangibile che la persona che si ama se ne è andata e che tutti gli uomini un domani se ne andranno.
Il trasferire questa fisicità della morte in un sistema di commemorazione online porterebbe via, in altre parole, quella fondamentale prova tangibile, e non lascerebbe più nulla idoneo a mostrare come la morte sia qualcosa di reale.
L’interpretazione opposta, soprattutto caldeggiata dagli entusiasti tecnologici, vede alcuni studiosi sostenere che, in realtà, le tecnologie e il webcasting sono in grado di rendere la morte più visibile, portandola direttamente all’interno delle case tramite il computer e i dispositivi ormai divenuti personali.
Ciò permetterebbe di liberare la morte dai luoghi chiusi rendendola sempre meno nascosta e sempre più pubblica nella nostra società, più quotidiana, alleviando anche, così, il suo impatto sulle persone.

L’evoluzione del lutto: da offline a online
Il processo del lutto è sempre stato interpretato, nella letteratura, nella storia e nel vivere sociale in genere, come un lungo viaggio, un percorso complesso da affrontare che si dipana nella vita e nella mente delle persone con modalità sempre originali.
Il filosofo Davide Sisto traccia con grande cura, in un passaggio del suo saggio Digital Death, questo momento della scomparsa della morte dalla vita quotidiana delle persone:
«Ora, se la morte scomparisse dalla vita o se i vivi riuscissero, in qualche modo, ad aggirarne l’ostacolo, cosa succederebbe alla narrazione e alla tramandabilità del sapere? Benjamin, già nel 1936, coglie un nesso profondo tra la crisi della tramandabilità del sapere e la scomparsa della morte dalla vita quotidiana delle persone. Non c’è il pensiero dell’eternità senza la presenza della morte; se sparisse l’idea della morte, si ridimensionerebbe il pensiero dell’eternità, si ridurrebbe radicalmente la comunicabilità di ogni esperienza e, infine, l’arte del narrare si farebbe – senza ombra di dubbio – più misera. […] L’epoca in cui Benjamin vive rappresenta, d’altra parte, l’inizio di quel percorso sociale e culturale che mira ad allontanare la morte dallo sguardo degli individui, rimuovendola dagli ambienti in cui ciascuno svolge le proprie attività quotidiane. Fenomeno, quello della sua rimozione, che diverrà dominante nella seconda metà del Novecento […] Attraverso pratiche igieniche, sociali, private e pubbliche, il cui scopo consiste nell’isolare i morenti in ospedali e strutture lontane dalla vita di tutti i giorni, la società occidentale rende la morte – via via – inopportuna, inadatta ad essere un argomento di conversazione pubblica e culturale. […] Al punto che, osserva Benjamin, “i parenti più stretti circondano il morente come una retroguardia che copra la fuga dei vivi”».
Le prime tesi moderne, negli anni Sessanta del secolo scorso, proseguirono nel sostenere che la morte fosse da tenere nascosta, che non ci dovessero essere rituali pubblici per esprimere il lutto ma che la commemorazione dovesse rimanere, tranne casi eccezionali, un qualcosa che sedimentasse nell’intimo.
Al contempo, l’annuncio pubblico della morte, tramite necrologi e, in molti paesi, l’affissione di manifesti spesso in ogni angolo della realtà urbana, divenne il modo per comunicare alla comunità l’avvenimento della morte.

Simili considerazioni, se contestualizzate nell’attuale società iperconnessa, appaiono, nella maggior parte dei casi, non più valide.
Il lutto così come si manifesta in Internet e sui social media sembra testimoniare, al contrario, una costante ricerca di nuovi rituali volti sia a rendere esibito, e non più intimo, il dolore, sia a creare delle reti, dei veri e propri network sociali, che possano supportare le persone in lutto.
Questo punto delle reti è molto discusso da tutti quegli studiosi che, invece, individuano il computer e i social network come mezzi che isolano le persone nella modernità, che favoriscono una cultura individualistica.
Il fenomeno, a nostro avviso, è ben più complesso: spesso le persone, nella gestione di un lutto o di un grande dolore, cercano di fare il meglio che possono, per stare bene, con tutte le risorse, anche tecnologiche, che hanno a disposizione. E le tecnologie odierne riescono con grande facilità a mettere in contatto persone e ad attivare dialoghi al di là di isolamenti e individualismi.
Ciò che è evidente è che, sino all’avvento delle tecnologie, la morte e il lutto erano trattati con la stessa pruderie che si dedicava agli impulsi sessuali nell’Ottocento: gli “uomini buoni” dovevano mantenere tutte le reazioni emotive connesse al lutto completamente sotto controllo grazie solamente alla forza di volontà e rafforzando il carattere, al fine di non darne una pubblica espressione e mantenerle riservate. In privato.
L’aspetto interessante è cercare di comprendere se le manifestazioni tradizionali del lutto abbiano subito un processo di integrazione e di adattamento alle nuove tecnologie, nel momento in cui le tecnologie hanno mutato completamente le nostre vite. In particolare, non ci si riferisce solo alle modalità di commemorazione del lutto elettroniche (sui social o sui blog), sempre più diffuse, ma anche a come i dispositivi connessi permettano di mutare l’essenza stessa del lutto e della percezione dello stesso.
Un momento di svolta e di passaggio su questo punto specifico, una prima unione tra tradizione e ambienti telematici, è avvenuto negli Stati Uniti d’America dopo gli attentati dell’11 settembre. Subito dopo quella tragedia, un servizio sul web, Legacy.com (http://www.legacy.com), iniziò a commemorare in maniera esemplare, social e diffusa le vittime. Pian piano quel sito web divenne il primo, grande “cimitero virtuale” che attirò le visite di milioni di persone e che fu, poi, imitato da tantissime altre iniziative.
Il web iniziò così a popolarsi di luoghi virtuali di commemorazione – persino per animali da compagnia – dove iniziava a diventare un comportamento normale l’allestire uno spazio, visibile a tutti, per un cordoglio che, per la prima volta, era in grado di raggiungere un’audience mondiale grazie a nuove tecniche per preservare il ricordo.

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