Ultimo Record di trapianti: Donna muore, i suoi organi fanno vivere 9 persone

Il nuovo record per i trapianti della Città della Salute di Torino. Gli organi prelevati da una 48enne deceduta a Novara hanno potuto salvare ben nove persone.

Una vita muore e nove si riaccendono. Perché questo è successo dopo che una donna di 48 anni è deceduta a causa di una emorragia cerebrale. I suoi organi, come hanno disposto i suoi parenti più cari, sono stati donati. E quel filo sottile che separa Tesserci dal non esserci più, ha riacceso la speranza di una vita migliore a quanti l’aspettavano da tempo.
Ora, soltanto nel 2016 di trapianti in Italia ce ne sono stati quasi 4mila. Molti di più rispetto agli anni precedenti.

Segno che una certa sensibilità sul tema si va via via sviluppando. Ma quello che è successo mercoledì scorso alla Città della Salute di Torino ha dell’incredibile: alcuni organi sono stati “spezzettati” per salvare più persone. Una cosa mai avvenuta prima tanto che i medici delle Molinette hanno perfino fatto la spola tra più sale operatorie per trapiantare gli organi e vigilare affinché tutto funzionasse alla perfezione.

Una donna piemontese di 41 anni è rinata grazie ad un nuovo cuore, un sardo di 62 anni ha ricevuto il polmone sinistro della sfortunata donna, il destro è andato ad una 54enne, pure lei sarda. La parte destra del fegato è stata trapiantata su un 67enne campano, la parte destra a un bambino bergamasco che di certo mai dimenticherà questi giorni. Il rene sinistro è andato a una 47enne nigeriana residente in Piemonte, quello destro a un 47enne siciliano, che ha ricevuto un secondo trapianto di rene. Le due cornee, invece, sono state inviate alla Banca delle cornee, che provvederà a valutarne l’idoneità e ad assegnarle a 2 pazienti in attesa di trapianto.

Tutti i “miracoli” umani sono stati effettuati presso le sale chirurgiche dell’ospedale Molinette ad eccezione del lobo sinistro di fegato trapiantato nel centro trapianti epatici dell’ospedale di Bergamo ed il rene destro nel Centro trapianti di rene dell’ospedale di Novara. Si sono messi in moto quando dall’ospedale della Carità di Novara è stato segnalato il decesso della 48enne.

VITE SALVATE

Per il cuore: a beneficiare del trapianto è stata una donna di 41 anni piemontese, in attesa di trapianto a causa di una cardiopatia restrittiva. Polmone sinistro: un maschio di 62 anni della Sardegna, affetto da fibrosi polmonare. Polmone destro: una donna di 54 anni della Sardegna, affetta da bronco-pneumopatia polmonare cronica ostruttiva. Fegato sinistro: è stato trapiantato su un bambino, presso l’ospedale di Bergamo Fegato destro: un maschio di 67 anni della Campania, con una cirrosi epatica

E ancora, rene sinistro: una donna di 47 anni nata in Nigeria e residente in Piemonte, in dialisi a causa di una nefrosclerosi ipertensiva. Rene destro: un maschio di 47 anni della Sicilia, che ha ricevuto un secondo trapianto di rene in seguito alla perdita di funzione di un precedente trapianto, presso l’ospedale di Novara. Cornee: sono state avviate alla Banca delle cornee, che provvederà a valutarne l’idoneità e ad assegnarle a due pazienti in attesa di trapianto.

ÉQUIPE SOTTO PRESSIONE

Tutti i trapianti sono stati effettuati presso le sale chirurgiche dell’ospedale Molinette, ad eccezione del lobo sinistro di fegato trapiantato nel centro trapianti epatici dell’ospedale di Bergamo ed il rene destro nel Centro trapianti di rene dell’ospedale di Novara. Come se non bastasse, in contemporanea l’équipe dei trapianti di fegato ha eseguito un prelievo di fegato ad un donatore di 83 anni deceduto a Perugia per trapiantarlo a Torino su un ricevente piemontese di 57 anni, affetto da cirrosi epatica.

L’espansione della medicina dei trapianti in questi ultimi anni sta comportando, insieme ad una innegabile crescita delle speranze di salute per tanti pazienti altrimenti minacciati nella loro sopravvivenza, anche l’acutizzarsi di questioni teoriche, legate all’universo della praticabilità tecnica e a quello dell’accettazione sociale della prassi dei trapianti. Sul piano del diritto come su quello dell’etica si pongono domande la cui soluzione non sempre appare facile e comunque non é possibile, senza il ricorso a un sistema più ampio di comprensione antropologica e a un paradigma più inglobante, nel quale si colloca la questione del senso del nostro vivere. A tali domande e al loro più ampio orizzonte vuole ricondurre la presente riflessione. Essa non pretende di fare altro che presentare introduttivamente una lista dei problemi aperti e dei loro rispettivi riscontri antropologico-etici.
1. Una chiave di lettura generale, tesa a disegnare il senso proprio della medicina dei trapianti, può

essere ricavata dalle suggestioni che, anche sul piano simbolico, vengono suggerite da recenti fatti di cronaca medica. In Italia, qualche mese fa, per la prima volta è riuscito un trapianto di mano. A un paziente è stata “data una mano” a vivere meglio, a colmare, cioè, lo spazio vuoto della sua menomazione. Il sospetto con cui molta parte della pubblica opinione accompagna la prassi dei trapianti deve essere smontato proprio alla luce di questa indicazione di fine e di senso: in gioco non è – come da qualche parte si è pensato e si è detto – un a sorta di volontà pionieristica della medicina, per glorificare se stessa, ma la reale necessità di intervenire con soluzioni adeguate, per dare risposta proporzionata alla precaria condizione di salute e di sopravvivenza di determinati soggetti. E’ per “dare una mano” a vivere, laddove le risorse endogene del paziente e quelle di supporto della medicina curativa non bastano più. L’orizzonte di senso e il tracciato antropologico che qui emergono riconducono inizialmente a una visione partecipativa e solidaristica della vita e del suo bene. Il fatto che il travaso di risorse vitali (organi, tessuti etc) sia tecnicamente in buona parte possibile non esaurisce tutto l’arco del problema.

Esso rimanda a una sorta di legittimazione antropologica e etica e questa può, anzi deve, essere trovata nell’indole fondamentalmente relazionale e sociale della persona. Quanto esplicitamente avviene sul piano della medicina dei trapianti – il “darsi la mano”, per rimanere nel linguaggio della metafora – sostanzia implicitamente e fondamentalmente il nostro essere al mondo. Senza apertura e solidarietà, senza esplorazione delle ragioni e delle modalità del vivere “con” e vivere “per” gli altri non fallirebbe solo una prassi medica, come quella dei trapianti, ma verrebbe messo fondamentalmente a rischio il nostro stesso quadro di riferimento antropologico, etico, giuridico. La solidarietà non è un additivo opzionale all’essere persone, ma il tessuto connettivo della nostra identità personale e sociale. Su questa linea esiste un cammino che costantemente va verificato e incrementato e al quale la medicina dei trapianti può apportare il suo fruttuoso contributo. Evidentemente tale cammino passa anche attraverso la strettoia – non tanto solo giuridica, quanto anche e soprattutto etica – di una
corretta educazione pubblica al senso della decisione solidaristica per la disponibilità al dono d’organi. Qui le prassi politiche e le campagne di opinione dovrebbero investire massimamente e sapientemente per far crescere la base del consenso e della consapevolezza della posta in gioco.

2. I sistemi giuridici che si sono occupati di regolamentare la prassi dei trapianti hanno individuato sin dal primo momento un ambito di problemi che non può essere trascurato: il problema della definizione di morte, come base di operabilità per l’espianto di organi da trapiantare. La discussione nei diversi ordinamenti non ha mancato di mostrare una certa evoluzione nella ricerca di modelli (morte cardiaca, morte cerebrale totale, cessazione dell’attività della corteccia), con il chiaro orientamento a una visione, oggi generalmente condivisa, secondo la quale la morte cerebrale va ritenuta come criterio sufficientemente sicuro per la definizione di morte del soggetto umano e quindi della disponibilità all’espianto. Senza voler qui entrare nella maglia dei dettagli neurologici, legati a questa questione, vogliamo solo rilevare il taglio antropologico di un simile problema e del suo orientamento attuale. Da una parte risulta chiaro un principio basilare su cui si fonda la nostra tradizione etica e cioè che la vita di un soggetto umano non è arbitrariamente disponibile nelle mani di un altro soggetto umano. Anche se le finalità di salvare una vita risultano del tutto chiare, non si può per tale scopo spegnere un’altra vita.

La vita viene riconosciuta, così come un bene in sé e non come strumento funzionale per la riuscita di un’altra vita. La base antropologica della dignità insita nel soggetto umano viene sottolineata dalla faticosa ricerca di un criterio di accertamento della morte che faccia evitare definitivamente l’equivoco di funzionalizzazione di una vita per un’altra. Qui non vale – e subdolamente da qualche parte è stato troppo enfatizzato il contrario – il principio che si nega a una vita la sua sopravvivenza, per garantirla ad un’altra. “Mors tua vita mea” qui – come del resto anche altrove – non è il criterio di orientamento e di decisione morale. Ma c’è ancora un secondo sfondo antropologico su cui va richiamata l’attenzione: la convergenza sul criterio della morte cerebrale sta ad indicare anche una linea di comprensione dell’esistere al mondo
come “consapevolezza e coscienza”, nel disegno unitario del proprio essere. Il cervello assume una particolare collocazione nello sguardo che si ha sull’organismo vivente e in particolare su quello del soggetto umano. Esso garantisce l’organicità del sistema vita e permette le operazioni di consapevolezza e di coscienza riflessa che ne accompagnano il senso e la destinazione. E’ giusto, quindi, che sia da cercare proprio nel cervello la sede organica delle funzioni unificanti e coscientizzanti del vivere da soggetti umani. Orientandosi per tale criterio di accertamento di morte, la medicina dei trapianti (come per altro anche la medicina intensiva e in un certo senso anche la medicina pre- e perinatale) segue non un criterio di opportunità o, peggio ancora, di opportunismo per arrivare al suo scopo (accuse di tale portata sono state non di rado formulate), ma persegue una linea di pensiero antropologico e aiuta la messa a punto di un quadro di riferimento che si riflette sul piano etico e su quello giuridico.

3. Una terza area di problematiche messe in movimento dalla medicina dei trapianti andrebbe individuata nel riflesso che essa potrebbe avere a riguardo dell’accettazione del proprio limite di vita. Qualche volta si profilano dubbi sulla medicina dei trapianti, provenienti da chi pensa che essa induce le persone a credere che ci sia un “pezzo di ricambio” per ogni organo difettoso. Chi gioca con lo scenario fantastico immagina che così facendo, la vita non termini più, perché sempre essa si può rigenerare: una sorta di eternità per via di chirurgia dei trapianti. Così non è. Chi agita tali fantasie lo fa per discreditare, ma si serve anche di uno strumentario che banalizza i problemi e li volgarizza oltre misura. La medicina dei trapianti, al contrario, può educarci a un senso di responsabilità nei confronti della salute da curare, ma a partire dalla condizione di fondo, accettata e vissuta, che essa é e resta un bene limitato, perché legato alla nostra condizione di esseri calati nella storia, nella contingenza, nella finitudine.

Contro ogni accusa di smania di onnipotenza, la medicina dei trapianti va difesa e risituata nell’alveo originario di una vera e propria medicina curativa. La confusione su cui spesso si fa leva, tra compito terapeutico della medicina e spazio aperto della sperimentazione (sia di base che applicata) non tange la prassi dei
trapianti. Essa riconosce sempre più l’ambito mirato e ristretto delle risposte che è in grado di dare e, cosa che per altro vale e deve valere per ogni altra branca della medicina, non si estranea all’idea di autoregolazione e di auto limitazione. Il difficile momento di definizione della “indicazione medica” al trapianto è uno degli strumenti per operare miratamente e non ad ogni costo, limitatamente e non a spirale aperta.

Con ciò essa inculca anche nel paziente (e in definitiva nell’opinione pubblica, ampiamente intesa) che l’accettazione del proprio limite è condizione di riuscita e non di fallimento per la prassi curativa, anche a mezzo di trapianto.
4. Affacciandosi agli scenari futuri della medicina dei trapianti prendono forma due filoni che anche entrano nelle prospettive bioetiche e che conviene avere sott’occhio.

Essi appartengono sì al futuro, ma a un futuro che in certo senso è già iniziato. Da una parte va ricordata la ricerca e i progressi sul piano dell’impiego di organi artificiali, dall’altra va richiamata tutta la vasta area della medicina dei “xenotrapianti”. Non si vuole qui appiattire i due problemi l’uno sull’altro. Le diversità vanno riconosciute e risiedono sia sul piano medico-tecnico, immunologico, che su quello psi co-sociale, giuridico ed etico. Non è la stessa cosa ricorrere all’innesto di protesi, costruite con materiali inorganici o servirsi di tessuti ed organi ricavati da organismi viventi, dagli animali.

Ma in comune i due problemi hanno lo sfondo antropologico che qui vogliamo sottolineare: essi mettono in risalto la necessità che abbiamo, dal punto di vista filosofico, antropologico e etico, di ripensare al concetto di “natura” – in particolare di “natura umana” che fa da criterio di definizione per qualificare “artificiale” o “innaturale” procedimenti e oggetti. L’orizzonte di pensiero – soprattutto di quello occidentale – ci ha troppo abituati a fissare la natura e il suo concetto entro limiti rigidi e gerarchicamente ordinati. Non a caso si parla di “antropocentrismo” che influenza filosofia, teologia, etica e giurisprudenza. Tale antropocentrismo (il primato non solo funzionale dell’uomo, ma anche as- siologico, cioè valoriale) non si è molto curato della comprensione dell’uomo come di un essere appartenente alla comunità dei viventi, ma lo ha posto tanto al di sopra che poi ne è risultato al di fuori.

Riscoprire le radici comuni di ogni vivente è un compito a cui molte filosofie, teologie, etiche e antropologie non si sottraggono più. Il loro risultato, spesso ancora timidamente formulato e solo inizialmente trasferibile, potrà accompagnare la prassi degli xenotrapianti (e più in generale dei trapianti con organi artificiali), per rendere ragione dei suoi limiti e rischi, ma anche delle sue opportunità e aperture. Al fondo resterà una chance di rivalutazione del proprio destino comune nell’unica casa della vita.

Se con le presenti riflessioni non ci siamo addentrati in problemi specifici, nei riverberi di etica normativa e di ordinamenti giuridici particolari, ciò è stato intenzionale e voluto. Nella pluralità delle voci e delle prospettive, nell’attuale dibattito sulla medicina dei trapianti, la bioetica non deve pensare “corto”, ma sottoporre il tema a una considerazione ampia che trova le sue ragioni negli sfondi di visione della vita, dell’uomo e del mondo a cui ci si richiama, ma al tempo stesso entra in sinergia con altre visioni e non si chiama fuori (fosse anche per assumere i suoi compiti normativi) dalla fatica di “pensare per oggi”, cioè ripensare sempre nuovamente al senso e al valore della vita e alle modalità oggi rispondenti di viverla da uomini.

Un’iniziativa popolare per introdurre il modello del “consenso presunto” nella donazione di organi a scopo di trapianto. L’ha lanciata in Svizzera la Ong giovanile Junior Chamber International (Jci), con il sostegno di Swisstransplant (Fondazione nazionale svizzera per il dono e il trapianto di organi). Avranno tempo fino al 17 aprile 2019 per raccogliere le 100 mila firme necessarie.

Attualmente nella Confederazione elvetica il prelievo di organi destinati al trapianto è possibile solo in caso di consenso del donatore o dei suoi famigliari. Con il principio del consenso presunto, l’espianto sarebbe invece sempre consentito in assenza di un esplicito rifiuto. In una conferenza stampa a Berna, la sezione Jci della Riviera vodese, anima dell’iniziativa ‘Favorire la donazione di organi e salvare vite umane’ ricorda che ogni anno in Svizzera circa 100 persone muoiono in mancanza di organi disponibili. Oltre 1.480 pazienti, inoltre, sono in attesa di un trapianto.

Il presidente del Comitato d’iniziativa Julien Cattin ha sottolineato che il tasso di donazioni in Svizzera – 14,2 donatori per milione di abitanti – è 2 volte più basso rispetto a Francia, Austria e Italia, Paesi dove vige il modello del consenso presunto. Per rispettare la volontà di coloro che non desiderano donare i propri organi, il Comitato d’iniziativa propone la creazione di un Registro ufficiale nazionale. Se il nome del defunto non figurerà nell’elenco, si dovrà presupporre che questo fosse favorevole alla donazione. In ogni caso, i promotori tengono a precisare che consenso presunto non significa dono automatico: se la persona deceduta non figura nel Registro, ci sarà comunque una discussione con i parenti, ha puntualizzato Cattin.

Jci ha incassato il sostegno di Swisstransplant, che già in settembre aveva deciso di appoggiare l’iniziativa. Il suo presidente, il consigliere di Stato vodese responsabile della Sanità Pierre-Yves Maillard, ha affermato che con il modello attuale c’è la possibilità che gli organi di una persona favorevole alla donazione non possano venir espiantati, impedendo in tal modo di salvare diverse vite umane.

A tal proposito, Maillard ha ricordato la contraddizione tra il numero di persone favorevoli al dono di organi – l’80% della popolazione – e il tasso di rifiuto al momento del decesso: 60% nel 2016. Nella metà dei casi i parenti, infatti, non conoscono la volontà del defunto e per questo motivo rifiutano la donazione. “Noi vorremmo che nel dubbio dicano di sì”, ha detto. A livello politico, lo scorso maggio il Consiglio federale aveva spiegato di non voler cambiare per ora la prassi in materia di donazione di organi. Solo alla conclusione del piano d’azione ‘Più organi per i trapianti’, a fine 2018, sarà possibile valutare se sono necessarie misure, aveva affermato l’Esecutivo. In precedenza, nel 2015 le Camere federali avevano approvato una modifica della legge sui trapianti. Durante i dibattiti, il Parlamento aveva però bocciato l’introduzione del principio del consenso presunto. Modello che potrebbe ora tornare d’attualità.

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