Uova contaminate da fipronil, allerta in Italia: Ecco chi sono gli “untori” delle uova

L‘Agenzia per la sicurezza alimentare belga ovvero l’Afsca non ha organizzato controlli sistemici per rintracciare l’uso dell’insetticida Fipronil nella catena alimentare nonostante un rapporto del Consiglio Superiore della Sanità abbia messo in guardia sulla tossicità del prodotto già lo scorso anno ed esattamente nel luglio del 2016.

È questa la notizia che è stata pubblicata nella giornata di ieri su le Sawyer, il principale quotidiano belga lingua francese, citando fonti in merito allo scandalo delle uova contaminate che sta praticamente coinvolgendo oltre metà dei paesi dell’Unione Europea, ma soprattutto l’Olanda. Proprio nella giornata di venerdì, il ministro francese dell’agricoltura, aveva affermato che oltre 200.000 uova contaminate importate dal Belgio e Paesi Bassi sono state immesse sul mercato in Francia dallo scorso e aprile;  i maggiori supermercati britannici, pare abbiano ordinato il ritiro in massa dei prodotti che potrebbero contenere le uova contaminate in arrivo dal Belgio e dall’Olanda  perché sembra che nel Regno Unito ci sia una vera e propria psicosi nonostante nei giorni scorsi le autorità abbiano rassicurato sul fatto che i rischi per la salute, sono davvero molto bassi.

E in Italia?   Come dichiarato dal Ministero della Salute italiano le autorità sanitarie pare abbiano sequestrato nel nostro Paese alcuni prodotti provenienti da un’azienda francese che aveva utilizzato le uova di uno degli allevamenti olandesi coinvolti nel l’uso di fipronil e la segnalazione di questi prodotti che non sono mai stati messi in commercio nel nostro paese, era arrivata proprio dalla Francia lo scorso 8 Agosto. “Dai riscontri incrociati, effettuati dal ministero della Salute, tra le liste di aziende coinvolte e quelle che hanno spedito prodotti in Italia negli ultimi 3 mesi, risulta solo, da una segnalazione delle autorità francesi, pervenuta in data 8 agosto, che un’azienda di tale Paese ha acquistato uova da uno degli allevamenti olandesi interessati e le ha trasformate in ovoprodotti che ha poi venduto anche presso un’azienda italiana. Le autorità sanitarie locali hanno provveduto a porre sotto sequestro la partita, e quindi il prodotto non è stato posto in commercio”, fa sapere ancora il Ministero.

Intanto l’Unione Europea ha fatto sapere che al momento sono 15 i paesi coinvolti nel caso della contaminazione con il fipronil e fra questi paesi purtroppo c’è anche l’Italia. Sono state sottoposte a fermo le uova ed i prodotti con i quali sono stati preparati, perchè provengono probabilmente dalle zone coinvolte dal caso Fibronit e si tratterebbe di 3 lotti per i quali è stato predisposto un piano di campionamento e analisi che si svolgerà nei prossimi giorni. L’operazione è frutto della collaborazione tra Ministero della Salute, Nucleo antisofisticazione regione attraverso i servizi veterinari delle Aziende Sanitarie. La situazione più critica però è registrata in Olanda, dove 180 allevamenti sarebbero stati temporaneamente chiusi ed è stata avviata un’inchiesta penale per cercare di stabilire la portata del problema.

Secondo quanto riferito, da una portavoce della Commissione Europea le uova contaminate pare siano state tracciate, ritirate dal mercato e la situazione sembra essere sotto controllo. Nei giorni scorsi, l’azienda olandese sembra essere stata criticata per come ha gestito lo scandalo;  inizialmente alcuni funzionari avevano dichiarato che non vi era alcun pericolo per la salute, intanto però in Belgio l’Autorità per la sicurezza alimentare ha comunicato di essere a conoscenza di questa contaminazione da fipronil già dallo scorso giugno 2016.

Tutto cominciò nell’estate del 2015 quando un piccolo bus arrivò in ima fattoria di un contadino molto conosciuto in zona, Theo Bos, che allevava pollame a livello industriale. In realtà non era il solo, in quanto il paese olandese Bame- veld, dove è cominciata la storia delle uove infette esportate in tutto il mondo, è interamente circondato da fattorie per la produzione e vendita su larga scala di polli ed uova. Ne scesero due ragazzi, Martin van de B. e Mathijs IJ, con le loro attrezzature per la disinfestazione delle stalle dove c’era stata ima moria di pollame colpito dall’influenza aviaria. Da poco avevano iniziato una loro ditta, la Chickfriends, proprio per questo scopo. Di strada ne hanno fatta, da allora e da quel loro primo cliente importante: un percorso che li ha portati direttamente in prigione.
Infatti sono proprio loro gli artefici della cosiddetta «crisi delle uova» contenenti una sostanza, il fi- pronil, che può provocare danni alla salute dell’uomo e sta mettendo in ginocchio un commercio su cui è basata una parte rilevante dell’export olandese. Ma chi sono questi «bravi ragazzi» che hanno avuto l’idea di disinfettare stalle ed aie con il fipronil? Entrambi provengono da famiglie riformiste della zona, di origine contadina. Martin ha 31 anni, Mathijs 24 . Come tutti i bambini di questi tipici paesi olandesi anche loro cominciarono a guadagnarsi la paghetta inseguendo e catturando polli destinati al macello o tenendo fermi i vitelli a cui il veterinario doveva fare un prelievo di sangue per i controlli sanitari. Dopo la scuola media entrambi si si iscrissero alla scuola agraria, compiendo uno stage in Canada e poi iniziando a lavorare presso altri allevamenti. È stato forse il desiderio di uscire dal loro ambiente ristretto e soprattutto di guadagnare facilmente a portarli a cercare un nuovo sistema per raggiungere velocemente la meta prefissa. La possibilità arrivò con la diffusione di un tipico parassita, chiamato «acaro rosso del pollo», che aveva cominciato a produrre seri problemi agli allevamenti di pollame. Già da tempo i contadini erano alla ricerca di rimedi efficenti: qualcuno usava il carboleum (una specie di vernice), ma con il tempo fu proibito. Addirittura ci furono contadini che sparsero la coca cola nelle stalle,
dopo aver sentito dire che in Israele la usavano per combattere le invasioni di formiche. In quel periodo il supermercato Aldi esaurì in poco tempo tutte le riserve di questa bevanda ma lo zucchero contenente in essa attirava nugoli di mosche: mentre le uova dei parassiti continuavano a proliferare. Si attendeva quindi un miracolo, che arrivò da ima ditta belga, la quale aveva acquistato in Romania un disinfettante veramente efficace.
Martin e Marhijs presero la palla al balzo e pensarono di introdurlo loro stessi in esclusiva anche nei Paesi Bassi, a cominciare da quel loro primo cliente di Barneveld. E fu il successo; un successo talmente grande da portare a guadagni inaspettati, ingenti (si parla di lOOmila euro), con cui Martin pensava di pagare i debiti accumulati a causa di una sua prima ditta di commercio di uova, fallita nel 2012. L’autorevole quotidiano olandese nrc, che ieri ha raccontato la loro storia ha rivelato, sulla base di alcune fatture provenienti dalla Romania e dal Belgio ( trovate nei loro uffici), che questo commercio va avanti da più di un anno. Ma come è possibile che nessuno si sia accorto di quello che stava succedendo?
Soprattutto da parte dell’ente statale NVWA, addetto ai controlli sanitari sugli alimenti e sulle regole ( spesso molto severe) a cui debbono attenenersi i contadini? I quali contadini adesso hanno denunciato sia la ditta Chicfriebd, sia quella belga, la Poultry Vision, e anche l’N- VWA, chiedendo i danni. I due giovani sono stati arrestati in attesa che vengano chiarite le loro responsabilità in questo scandalo che ha messo a repentaglio la salute pubblica, anche a livello intemazionale. Alcuni amici, conoscenti e parecchi clienti hanno dichiarato che sicuramente erano a conoscenza delle possibili conseguenze delloro disinfettante, che rispondeva al nome di DEGA 16. Infatti, quando questi ultimi gli chiedevano che cosa contenesse, loro tergiversavano, assicurando che era a base di sostanze naturali. D’altra parte, hanno aggiunto, «il mattino dopo la disinfestazione le nostre stalle profumavano di menta ed eucalipto (probabilmente diluiti nella sostanza usata), per cui ci fidavano ciecamente di questi bravi ragazzi, lavoratori ed ingegnosi imprenditori»… i quali però adesso potranno subire una condanna molto pesante.

Sequestri in Emilia Il 66% degli italiani teme perla salute

Tre lotti di prodotti alimentari derivati da uova provenienti da Germania, Belgio e Olanda sono stati sequestrati in via cautelativa a Bologna e Parma. A dame notizia è la stessa Regione Emilia- Romagna, che parla di «massima collaborazione con ministero e Nas» e si dice «pronta a mettere in campo tutti controlli e le azioni necessarie». La vicenda è collegata a quelfia delle uova contaminate dal Fipronil, sostanza che può essere dannosa per l’uomo: dall’Olanda, doVè avvenuta la contaminazione, centinaia di migliaia di uova sono poi state esportare soprattutto in Belgio, Germania e Francia e da lì in tutta Europa.
Nel frattempo, cresce fa paura: due italiani su tre (66%) sono preoccupati dell’impatto di quello che mangiano stilla salute anche per effetto del ripetersi di emergenze sanitarie che hanno caratterizzato l’ultimo secolo, dalla mucca pazza fino allo scandalo delle uova contaminate. È quanto emerge da una analisi Coldiretti/Ixè divulgata dopo che sono stati fatti i primi sequestri anche in Italia.
L’inizio del secolo – riferisce fa Coldiretti – è stato segnato dall’emergenza mucca pazza (BSE) del 2001 che dall’Inghilterra si è diffusa in tutta Europa per l’utilizzo di farine animali nell’alimentazione del bestiame. A seguire c’è stato l’alfarme aviaria partito dal sud est asiatico che si è riproposto in maniera diffusa anche nel 2005 con un calo dei consumi che in Italia ha superato il 60% nella fase più critica e danni valutabili complessivamente in quasi un miliardo di euro.
Nel 2008 è stata invece fa volta della carne alla diossina dall’Irlanda a seguito della contaminazione dei mangimi con una sostanza pericolosa. Tre anni più tardi (2011) – continua fa Coldiretti – a rovinare Testate è stato il batterio killer, che fece salire ingiustamente i cetrioli sul banco degli imputati.

Altre 1500 tonnellate di pesche e nettarine saranno ritirate dal mercato, per sostenere i produttori e fronteggiare fa crisi del settore. È questa fa prima immediata risposta del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, che arriva dopo l’incontro del Tavolo di co- ordinamento ortofrutta. La decisione sarà formalizzata nei prossimi giorni, nel quadro delle azioni previste dal regolamento sull’embargo di prodotti verso fa Russia. La crisi del mercato di pesche e nettarine risente infatti in modo particolare dell’embargo russo imposto dal 2014. La riduzione delle esportazioni e un andamento produttivo fortemente influenzato da caldo e siccità,
con produzione di frutti di piccole dimensioni e una maturazione anticipata e diffusa, ha determinato una crisi dei prezzi e l’esaurimento, già al 31 luglio, delle quote di ritiro previste dal regolamento europeo. Per Tltalia tale quota ammontava a 2.380 tonnellate che si aggiungono ai ritiri ordinari previsti dai programmi operativi dell’Ocm ortofrutta.
Sempre nell’ambito delle decisioni assunte dal Tavolo ministeriale per l’ortofrutta, si aggiunge l’impegno a chiedere alla Commissione
Europea di rivedere fa distribuzione tra i Paesi europei, e all’interno degli stessi, delle quote di ritiro per le diverse tipologie di frutta, modificando il regolamento comunitario attualmente in vigore.
Ma per i produttori italiani le brutte notizie non sono finite e c’è un’altra rogna. La speculazione. «Nonostante le ottime condizioni per fa commercializzazione i prezzi della frutta estiva si mantengono irrisori: manovre irregolari che spingono al ribasso le quotazioni».
Questa fa denuncia del presidente
della Cia – Agricoltori Italiani, Dino Scanavino, sottolineando che «il caldo ha sostenuto i consumi, i raccolti sono in calo in Europa mentre noi assicuriamo ancora produzioni di qualità, eppure fa frutta estiva – pesche e nettarine in primis, ma anche a meloni e cocomeri – non viene pagata adeguatamente, anzi i prezzi sono irrisori e al di sotto dei costi produttivi».
Già ad inizio campagna, aggiunge, «abbiamo assistito ad un crollo dei prezzi di albicocche e pesche, solo in parte spiegabile con una abbondante
offerta sui mercati di prodotti esteri e nazionali e a causa del caldo anticipato e prolungato che ha portato fa frutta a maturare contemporaneamente in tanti areali produttivi europei».
Ora, però, sottolinea Scanavino, «abbiamo superato da tempo quella fase, ma siamo al punto di partenza. È chiaro che ci sono manovre speculative che vanno oltre queste considerazioni. Inoltre non si può nemmeno attribuire solo all’embargo russo e a competitori come fa Turchia, che produce a costi inferiori dei nostri, un mercato con quotazioni che si avvicinano ai minimi storici».

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