Velletri, è morto Adrian il bambino caduto nel pozzo di 8 metri: si indaga

Erano abbastanza gravi le condizioni del bambino caduto in un pozzo salvato dal nonno, che purtroppo non ha retto e nel pomeriggio di ieri, è deceduto. Il piccolo di soli 23 mesi nella giornata di sabato e nello specifico nel pomeriggio, stava giocando insieme alla sorellina quando improvvisamente è caduto nel pozzo del giardino di casa a Velletri. Immediati i soccorsi, ed il piccolo era stato ricoverato all’ospedale Bambin Gesù dove i medici hanno fatto davvero tutto il possibile per salvarlo, ma purtroppo nel pomeriggio di ieri il cuore del piccolo ha smesso di battere.

Il piccolo come confermato da fonti sanitarie, è deceduto nel pomeriggio di ieri per arresto cardiocircolatorio e sulla vicenda stanno indagando i carabinieri, al fine di accertare l’esatta dinamica dell’incidente e stabilire eventuali responsabilità. Gli inquirenti hanno posto sotto sequestro il pozzo e l’aria antistante dove il bambino di 23 mesi è caduto nel pomeriggio di sabato, per consentire ai periti di procedere con ulteriori accertamenti.

“È successo tutto in pochissimi secondi, Adrian giocava in giardino con la sorellina e all’improvviso non l’abbiamo più visto. Il nonno Joan si è buttato subito nel pozzo, lo ha tenuto in braccio fuori dall’acqua per farlo respirare fino all’arrivo dei soccorsi”, aveva raccontato la mamma Marilena, casalinga di 34 anni.In base alla prima ricostruzione e nello specifico secondo quanto riferito dai familiari del bambino, a lanciare il primo allarme nella giornata di sabato era stata la sorellina di soli tre anni che stava giocando insieme al fratellino in giardino; i familiari pare abbiano fatto di tutto per soccorrere il piccolo, tanto che anche il nonno pare si sia gettato nella cisterna, un pozzo profondo ben otto metri che raccoglie le acque reflue dell’appezzamento di terreno che al momento del tragico incidente avevano raggiunto i 4 metri di altezza.

“Stiamo trasmettendo alla procura di Velletri i risultati delle perizie” hanno spiegato i carabinieri incaricati delle indagini: “Da quanto è emerso si è trattato di una tragica fatalità. Al momento non ci sono indagati. Ma sarà la procura oggi a decidere come procedere”. Al momento non sembrano esserci indagati, e l’ipotesi più accreditata è quella secondo la quale il piccolo mentre giocava in giardino con la sorellina abbia approfittato di un attimo di distrazione della madre per avvicinarsi al pozzo, distante circa tre metri dall’abitazione e sia caduto all’interno dal lato in cui la recinzione è più bassa.

Sul luogo del tragico incidente erano intervenute quattro squadre dei vigili del fuoco e gli specialisti del San, nucleo speleo-alpino fluviale, che avevano recuperato entrambi; il piccolo era stato rianimato per una ventina di minuti e poi trasportato in ospedale insieme al nonno, che come abbiamo anticipato, si era gettato nella cisterna per soccorrere il nipotino.

Bambino di due anni cade in un pozzo come Alfredino

Un bambino di due anni caduto in un pozzo a Velletri è stato estratto vivo dai Vigili del Fuoco ma le sue condizioni sono gravi. Tragedia per il momento sfiorata questa sera alle 19 a Velletri, in una zona rurale lungo via del Cigliolo, appena a nord dell’abitato sulle pendici dell’Artemisio, all’interno di una proprietà privata di una famiglia di origine romena. Il piccolo è finito in un pozzo profondo nove metri mentre giocava.

L’intervento dei vigili del fuoco

Erano da poco passate le 19. Poco dopo in via del Cigliolo, a nord di Velletri, nei pressi del monte Artemisia, sono intervenuti quattro squadre dei vigili del fuoco insieme con gli specialisti del San, il nucleo speleo-alpino-fluviale, che hanno recuperato nonno e nipote. Tutti e due sono stati trasportati all’ospedale di Velletri ma preoccupano le condizioni del piccolo, rimasto forse troppo tempo in acqua privo di sensi e non si esclude che nella caduta abbia sbattuto contro le pareti del pozzo. In nottata si è valutato il trasferimento al Bambino Gesù di Roma dal momento che le sue condizioni sono gravissime. Solo contusioni per il nonno interrogato dai carabinieri che indagano su quello che sembra un incidente anche se rimangono aperte tutte le ipotesi investigative, oltre a quella sull’omesso controllo del bambino, lasciato solo a giocare vicino al pozzo.

Il pozzo di Alfredino è rimasto come trent’anni fa

Un bimbo con la canottiera a strisce. Corre spensierato dietro la casa della nonna. Precipita in un pozzo minuscolo quanto lui, sembra di vederlo, dato che è rimasto uguale, solo più desolato e abbandonato, quel fazzoletto di terra che nell’81 era pieno di soccorritori e curiosi. L’erba alta, i rifiuti, la recinzione rotta. Rimosse la croce di marmo, la foto, il vaso di fiori.

Se Alfredino Rampi dopo trent anni è ancora nel cuore di tutti, la memoria del luogo che l’ha inghiottito non è rimasta. Non si è costruita la chiesa di cui si era parlato, non si è realizzato un monumento. Eppure il 10 giugno 1981 un Paese intero seguì i tentativi di soccorrere quel bimbo di sei anni caduto in un pozzo artesiano appena aperto in via S.Ireneo a Vermicino.
Ha fatto bene mamma Franca, che per tenersi in vita, non c’è più tornata.

«Purtroppo per un po’ gli abitanti del luogo avevano mantenuto il ricordo, poi il terreno è passato di mano, l’ultimo proprietario ha tolto tutto». Ha fatto bene mamma
Franca che non ha perso tempo, ha smesso di mettersi le mani in testa e ha dato vita al Centro Alfredo Rampi, «per non morire mi sono spesa per gli altri, col centro dedicato a mio figlio ho salvato tanti bambini come lui. E ho salvato me».

Vermicino, campagna sconosciuta trent’anni fa è ormai una succursale della capitale  a ridosso dei Castelli romani. Solo nell’area del pozzo maledetto, sulla stradina che la costeggia e la terra che la circonda, il tempo si è fermato, quasi il paese abbia preso le distanze in una sorta di rimozione che ha portato quel luogo simbolo all’abbandono. Ora il terreno è diventato edificabile, il pozzo è chiuso con un lucchetto, un ulivo è l’unica nota gentile. Per il resto solo sterpaglie, bottiglie, rifiuti, pezzi di bambolotti di plastica. Anche lo sbancamento laterale del terreno è fermo a trent’anni fa.

Un piccolo tubo rosso, dove si scorge il disegno di ima croce, copre il pozzo in cui cadde il piccolo. «Prima si vedevano arrivare i pullman dei turisti – ricorda Alfredo Vari che abita nelle vicinanze dal ’92 – quando scendevano si mettevano le mani nei capelli. Chissà che si aspettavano». Ricoperti tutti i pozzi, gli scavi laterali dei soccorritori. Mamma Franca è andata via da un pezzo. Vendette casa anche la nonna Lontane da quell’incubo, «come può vivere una mamma a un luogo che le ricorda l’urlo di suo figlio?».

Lei china sul pozzo col megafono, lei con le mani in testa in mezzo a politici e curiosi, il suo dolore offerto alle telecamere, lei per prima ha messo uno stop. E quando tutto finì, quando un vigile la informò che suo figlio non era più in vita, passò due ore nell’auto del presidente Per- tini. «Dovevo salvare mio figlio, avevo registrato per giorni errori troppo grandi, gli raccontai tutto. Mi disse che era costernato, sbigottito. Due mesi dopo telefonò perdimi: Signora, dopo quello che è successo e dopo la conversazione con lei, ho deciso di istituire il ministero della Protezione civile».

Ieri Franca Rampi assieme al marito è salita al Quirinale. E’ stata premiata con una medaglia d’oro dal presidente Giorgio Napolitano per il suo impegno con il Centro Rampi. Al temine ha precisato come allora «fu spettacolarizzata l’impreparazione del Paese e la sua disorganizzazione nei soccorsi. Furono commessi diversi errori. Il primo fu quello dei vigili del fuoco di Frascati, che calarono una tavoletta spessa 2 centimetri e che all’altezza di IO metri dalla superficie si bloccò.

Il secondo fu quello di realizzare un pozzo parallelo senza l’analisi di un geologo: generò un allagamento nel pozzo dove era finito Alfredino, fango e smottamenti, che lo fecero sprofondare a 60 metri». Una «madre coraggio», la definisce Tommaso Profeta, direttore della Protezione civile di Roma, «che ha dedicato la vita a un Centro che porta il nome del figlio, lavorando a fianco delle istituzioni per diffondere la cultura della Protezione civile e migliorare il sistema della prevenzione». Domani il Centro Rampi festeggerà i primi 30 anni di attività organizzando a Villa Gordiani un Villaggio della Prevenzione e della Sicurezza.

A Vernicino, c’è un uomo, sessantenne, che abita dietro la casa dove i Rampi passavano il fine settimana. «Conoscevo Alfredino, lo cercai tutta la notte poi mi dissero che era nel pozzo. Non mi sono mai avvicinato, per mesi nemmeno son riuscito a percorrere via S.Ireneo». Sua figlia era appena nata ma la sua casa divenne il quartier generale delle operazioni: «La Questura si prese la linea telefonica, i primi soccorsi li fecero usando
attrezzi miei. Alfredino? Si poteva salvare, qualcosa di meglio si poteva fare. Povera creatura, non mi piace ricordare».

Alfredino l’avevo afferrato, ce l’avevo quasi fatta, ma poi non sono riuscito ad imbragarlo e portarlo su con me. Stremato, dopo 46 minuti a testa in giù, sono dovuto risalire da quel pozzo maledetto…». È il ricordo commosso e pieno di rimpianti di Angelo Lichen, uno dei tanti soccorritori volontari che in quei giorni afosi del giugno 1981 tentarono di strappare alla morte Alfredino Rampi: un bambino di sei anni che a Vermicino, nel comune di Frascati, mentre giocava nei pressi di un cantiere edile era caduto da un terrapieno, scivolando in fondo a un pozzo artesiano. Prigioniero, a 36 metri di profondità. Soccorsi confusi e frenetici dei vigili del fuoco del comandante Elveno Pastorelli che si affidò alla collaborazione di tecnicCun esercito di volontari e la squadra degli speleologi di Tullio Bernabei. Ma l’inesperienza, per una situazione quanto mai anomala, giocò a sfavore. Una sagra delle ingenuità a guardarla a ritroso, a cominciare dal calo di una tavoletta di legno che sarebbe dovuta diventare l’altalena in cui il piccolo Rampi avrebbe dondolato risalendo fino alla cima del pozzo. La tavoletta si incastrò e da giocattolo salvifico divenne uno dei macabri scherzi di un destino avverso. Così come la trivella dalla vibrazione infernale che doveva scavare un canale d’accesso parallelo. Ad Alfredino quella sembrò il braccio rotante di Mazinga, il suo eroe dei cartoni, arrivato fin lì a salvarlo. L’Italia per quasi tre giorni, dall’ll al 13 giugno, durante quel disperato tentativo di salvataggio, rimase incollata alla tv, per quella che viene annoverata come la prima diretta no-stop a reti unificate o come ritengono molti massmediologi, l’inizio dell’era del “reality” . Ma forse sarebbe il caso di parlare di battesimo della “tv del dolore”. Una media di oltre dodici milioni di telespettatori – nelle diciotto ore di diretta continuata – con picchi massimi fino a trenta milioni che oggi
farebbero la gioia dell’imprescindibile auditel. «Trenta milioni in preda a un incubo dal quale non riuscivano a liberarsi», disse l’allora direttore de ”L’osservatore romano”, padre Claudio Sorgi. Una staffetta con inquadratura fissa e il commento accorato che arrivava in casa dalle voci dei giovani inviati Piero Badaloni del Tgl e Giancarlo Santalmassi del Tg2, affiancati parzialmente dalla neonata Rai3 e da una selva di telecamere e microfoni delle nuove, rampanti tv private. «A me non interessa la televisione.
La televisione è esibizionismo. A me interessa di aver sentito la sua voce… Alfredino è un ragazzo che ha’ un coraggio eccezionale», sbuffò
l’ottantacinquenne presidente della Repubblica, Sandro Pertini, facendosi largo nella ridda mediatica accorsa a Vermicino.
Con il solito piglio dell’ex partigiano,
Pertini arrivò profondamente scosso sul posto e per quattordici ore si strinse a quei due genitori, Ferdinando e Franca, che con dignità attendevano la liberazione di quel loro figlio in pericolo fin dalla’ nascita per via di una grave malformazione cardiaca. Due quarantenni vissuti fino ad allora nella quiete anonima di una normale famiglia italiana, di colpo assediata dal terrore di una celebrità involontaria, animati soltanto dalla speranza di riportare in superficie quel “passero” dalle ali imprigionate, laggiù nell’ombelico della terra in cui era finito. Gridava Alfredino con tutto il fiato che gli era rimasto in gola: «Mamma, mamma…». Un urlo microfonato che arrivò in tutte le case. Il presidente pianse ed erano le lacrime che si asciugava una nazione tremante. Un’Italia, più in bianco e  nero che a colori, aveva già tremato in quell’anno rosso sangue, per l’escalation dei blitz delle Brigate rosse che lo stesso giorno della tragedia di Vernicino avevano sequestrato e poi ucciso Roberto Peci, fratello di Patrizio, il primo terrorista pentito. Quel tonfo sordo di Alfredino in fondo al pozzo, seguiva quello dello sparo della pistola di Ali Agca che un mese prima, il 13 maggio, in piazza San
Pietro aveva attentato alla vita di papa Wojtyla. Palpitazioni collettive die in quei tre giorni di giugno vennero amplificate dall’isterica e strisciante rincorsa alla notizia, in quella contrada polverosa diventata il set naturale di una “Nashville de noantri”. Anche gli americani si appassionarono alla storia del bambino italiano finito nel “buco nero”.

Un foro gelido, largo appena trenta centimetri e profondo ottanta- metri, in cui, oltre al piccolo Alfredino, per transfert catodico ed emozionale, era scivolato un intero Paese che chiedeva di potergli parlare. Un popolo che tifava per lui come per gli azzurri di Bearzot e che voleva fargli ascoltare la sua voce dal megafono del vigile del fuoco Nando Broglio, che fino all’ultimo ha provato a distrarlo. «Ero già padre di quattro figli e il più piccolo all’epoca aveva sei anni.
Mi sono ritrovato a parlargli e non ho smesso più, anche perché se mi assentavo un attimo subito mi cercava. Voleva èontinuare a chiacchierare con il suo Nando. Quando è finita, è stato davvero come se tutte le nostre vite fossero scivolate giù con lui». Un dramma in cui tutti, grandi e piccoli, si sentirono attori non protagonisti di una tragedia in diretta. Una sceneggiatura che avrebbe meritato la regia poetica’di Pier Paolo Pasolini, per eternare le immagini dello psicodramma nazionalpopolare e soprattutto i ritratti della variegata umanità
che entrò in scena. «Non ce la facevo più a guardare e a sentire alla tv quel ritornello: “Ecco, siamo quasi vicini al salvataggio di Alfredino”, mentre questo ragazzino non saliva mai… Vado a prendere le sigarette qua sotto e torno, dissi a mia moglie. E invece salii in macchina e mi presentai a Vernicino», racconta Angelo Licheri dal Letto dell’ospedale di Velletri dove gli hanno da poco amputato una gamba. All’epoca Angelot sardo di Gavoi, altezza inferiore al metro e sessanta per quarantaquattro chili di peso, lavorava come autista e facchino per una tipografia romana. Di quella sera del 12 giugno ricorda ogni istante della discesa nel pozzo, cominciata poco prima di mezzanotte. «Legato come un salame arrivai a toccarlo.
Alfredino stava come seduto: aveva il braccio destro dietro alla schiena e il sinistro sotto al ginocchio. Cercai di non perdere la calma, gli pulii gli occhietti e la bocca che erano pieni di terra…». Si ferma un attimo Angelo, riprende fiato come se fosse tornato in apnea nel pozzo. Poi riaffiora la rabbia di chi era arrivato a un passo dall’impresa eroica e invece è tornato in superficie fisicamente distrutto e con il morale infangato dalla vergogna di aver lasciato Laggiù quella creatura a morire. «Avevo tagli dappertutto, perché il cunicolo era strettissimo e mi ero ferito sfregandomi alle pareti. Quando mi sono ripreso ho pensato che ormai non c’era più niente da fare… I giorni seguenti alla mojte di Alfredino non mi davo pace. Provavo perfino il rimorso di avergli fratturato il polso nel tentativo di liberarlo. Oggi invece penso che il rimorso dovrebbero avercelo tutti quegli “scienziati” che dirigevano i soccorsi. Invece di fare arrivare ruspe e trivelle da tutta Italia, sarebbe bastata una paletta da giardino per allargare lo spazio di quel tanto che serviva a imbragare il bambino e portarlo su. E invece, in quei momenti ha prevalso la logica perversa del business e dello spettacolo».
Spente le telecamere cominciarono i processi, della serie: tutti colpevoli, quindi tutti assolti. E i piccoli eroi di quella triste storia di Alfredino vennero presto dimenticati. «Isidoro Mirabella, il piccolo muratore che si era calato prima di me, è morto in miseria a gennaio – dice Licheri -. E io non me la passo affatto bene. Gli italiani che fanno tanta solidarietà in tutto il mondo, una volta tanto diano una mano a uno di loro». Dopo Vermicino, per un po’ ci siamo sentiti tutti più poveri, ma perdendo quel bambino questi piccoli eroi dimenticati è come se avessero perso tutto. Il “martirio” di Alfredino ebbe il merito di avviare la macchina organizzativa della Protezione civile. Oggi almeno una cosa è certa: una tragedia come quella di Vermicino non dovrebbe più ripetersi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.