mercoledì , 17 gennaio 2018

Verdini condannato a nove anni per bancarotta dopo il crac dell’ex Credito cooperativo fiorentino.È accusato anche di truffa

La montagna, alla fine, ha partorito la montagna. Dopo una settimana di camera di Consiglio (un vero e proprio record), nel corso della quale i giudici del collegio del Tribunale di Firenze hanno passato al «setaccio» le posizioni dei 45 imputati, di cui 43 persone e 2 società, protagonisti di 70 udienze e di oltre 3.600 pagine processuali, le toghe del capoluogo toscano hanno condannato Denis Verdini, oggi senatore di Ala ieri braccio destro di Silvio Berlusconi, a di 9 anni nel processo per il crac dell’ex banca Credito Cooperativo Fiorentino di Campi Bisenzio, di cui è stato presidente per 20 anni, fino al luglio del 2010.

La sentenza è stata emessa dal Tribunale di Firenze, presieduto da Mario Profeta, mentre la Procura era rappresentata dai pm Luca Turco e Giuseppina Mione. I due pubblici ministeri avevano chiesto una condanna a 11 anni per il senatore, assente in Aula al momento della lettura della sentenza da parte dei giudici. Verdini era imputato, assieme ad altre 33 persone, di associazione a delinquere, bancarotta e truffa ai danni dello Stato per i fondi dell’editoria andati alla Società toscana edizioni, che pubblicava il Giornale della Toscana e Metropoli. Il Tribunale di Firenze ha calcolato in 7 anni di reclusione la pena per la bancarotta e in 2 anni quella per la truffa ai danni dello Stato per i contributi pubblici all’editoria. Verdini, invece, è stato assolto dal reato di associazione a delinquere.

I giudici hanno assolto dallo stesso reato anche tutti gli altri imputati mentre Verdini, Fusi, Bartolomei e altri 12 condannati sono stati dichiarati «inabilitati all’esercizio di un’impresa commerciale ed incapaci di esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa per la durata di anni dieci». Verdini, Parisi, e altri nove condannati sono stati dichiarati «interdetti», in modo perpetuo «dai pubblici uffici», relativamente ai reati per la truffa ai danni dello Stato.
La palla, ora, passa al secondo grado di giudizio. «Non è finita, rispettiamo la sentenza ma siamo pronti a combattere e attendiamo le motivazioni per andare in appello», sostiene Ester Molinaro, legale di Verdini dopo, la condanna del coordinatore di Ala, «per ora abbiamo dimostrato che non esiste alcuna associazione tra Verdini e i suoi presunti sodali, in appello dimostreremo che non sussistono neppure le altre accuse. Forse bastava il cognome Verdini per attestare una cosa negativa».

Il dubbio che sia stato un processo molto mediatico e poco giudiziario era emerso anche in fase di dibattimento. «Ci aspettavamo ben altra sentenza, considerando quanto il processo aveva posto in luce in favore del senatore Verdini e non ci consola certamente la pur giusta assoluzione dalla accusa di associazione per delinquere», chiosa il professor Franco Coppi, avvocato difensore del senatore di Ala, «per fortuna, il nostro ordinamento prevede ancora il giudizio di appello e attendiamo con impazienza di leggere la motivazione della sentenza per proporre contro di essa impugnazione». Sulla stessa lunghezza d’onda anche il legale di Parisi. «Quando la sentenza riduce di oltre la metà la pena richiesta dal Pm, qualcuno dice meno male. Io, per Parisi, dico è inaccettabile», spiega Francesco Paolo Sisto, legale del parlamentare e deputato di Forza Italia, Massimo Parisi, «è evidente che una difformità così grave tra la decisione e la realtà, non può che lasciare fortemente perplessi sul corretto governo delle regole processuali».

E proprio sul filo del diritto potrebbe giocarsi l’intera partita processuale. Il tribunale fallimentare di Firenze ha dichiarato lo stato di insolvenza della Banca Credito Cooperativo Fiorentino nel marzo 2012. Da quel momento iniziano i tempi per la prescrizione, ovvero dieci anni. Se la giustizia dovesse andare a passo di lumaca, cosa che i diretti interessati non sembrano essere portati a credere, la tagliola potrebbe anche scattare, come ha fatto balenare il senatore Vincenzo D’Anna giusto qualche settimana fa. «Come andrà a finire? Nell’immediatezza della prescrizione Denis Verdini sarà condannato», sostiene l’esponente di Ala, «subentrerà la prescrizione e tutti saranno felici e contenti. Denis verrà esposto al pubblico ludibrio ma non si arriverà mai alla sentenza della Cassazione, che mi auguro invece ci sia». Nel Bel paese tutto è possibile. E se D’Anna confida in una Giustizia giusta la politica ne approfitta per emettere il proprio verdetto. In particolare gli esponenti del Movimento5Stelle, da Roberto Fico ad Alessandro Di Battista, usano la sentenza per attaccare Matteo Renzi, parlando di «pericolo scampato» dato che l’ex premier «aveva fatto diventare» Verdini «un padre Costituente». E siamo solo al primo grado di giudizio, non di fronte ad una sentenza definitiva. L’unica in grado di far scrivere la parola fine.

La distinzione operata dall’art. 216 della legge fallimentare italiana, che prevede 3 distinte fattispecie di bancarotta (1), si affianca a quella esistente tra i fatti pre e post fallimentari commessi rispettivamente prima e dopo la dichiarazione di fallimento. Il secondo comma dello stesso articolo dispone, a riguardo, che le pene sancite in quello antecedente debbano applicarsi all’imprenditore dichiarato fallito che, durante la procedura fallimentare, commetta uno dei fatti previsti dal comma stesso. Le 3 ipotesi, accomunate dalla volontà di attentare le garanzie patrimoniali, appaiono unificate dall’intento di sottrarre i beni alla loro funzione di garanzia rispetto alle ragioni creditorie, pregiudicando l’ordinato esercizio delle attività commerciali. Ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta, non è necessario che le suddette condotte si pongano in rapporto di stretta conseguenzialità con la dichiarazione di fallimento, trattandosi di comportamenti che vengono considerati nell’implicita capacità di sottrarre i beni alla loro naturale destinazione di supporto economico dell’impresa. Poiché la dichiarazione di fallimento è un elemento costitutivo dei reati di bancarotta (e non una condizione oggettiva di punibilità), questi non possono configurarsi fino a quando la sentenza che lo dichiara non sia passata in giudicato. Una fattispecie analoga a quella italiana si rinviene nell’art. 260 del Codice penale spagnolo, dove viene punito il fallito che abbia dolosamente aggravato o causato l’insolvenza. Tale norma definisce in generale i concetti di insolvenza fraudolenta, all’interno del quale si trovano le diverse figure della bancarotta, del concorso dei creditori e della sospensione dei pagamenti, tutte accomunate dall’intento doloso volto a pregiudicare i diritti dei creditori. La norma si distingue tra crisi economica ed insolvenza, in quanto concettualmente differenti ed in grado di sussistere l’una indipendentemente dall’altra. Non tutte le crisi economiche possono però causare insolvenza; queste possono limitare le possibilità di crescita di un’impresa, causare licenziamenti o rallentare la produzione senza necessariamente, almeno in linea teorica, incidere sul corretto adempimento delle eventuali obbligazioni. Nell’art. 260 del Codice penale spagnolo viene sanzionata la condotta del fallito (o di chi agisce in suo nome) che causa o aggrava dolosamente una situazione di insolvenza o di crisi economica, mentre il successivo art. 261 disciplina lo specifico comportamento del debitore che, al fine di ottenere una diversa dichiarazione del suo stato di insolvenza, presenta dati falsi relativi ai documenti contabili. La bancarotta fraudolenta patrimoniale: l’art. 216, I comma, della legge fallimentare l’art. 260 C.p. Il reato previsto dal primo comma dell’art. 216 della legge fallimentare prende in considerazione l’atto di distrarre, occultare, dissimulare, distruggere o dissipare in tutto o in parte i propri beni, ovvero il riconoscimento di passività inesistenti, allo scopo di recare pregiudizio ai creditori (2). Nelle prime ipotesi si ha una diminuzione solamente apparente, alla quale si perviene mediante manovre ed artifici diretti a presentare una situazione diversa da quella effettiva ed una consistenza patrimoniale inferiore a quella reale. Quest’obiettivo viene raggiunto attraverso atti di distrazione, occultamento, dissimulazione di beni, nonché attraverso il riconoscimento di passività inesistenti, giacché la diminuzione del patrimonio può essere simulata sia facendo scomparire alcuni cespiti, sia facendo figurare passività fittizie. Altra conseguenza è una diminuzione reale del patrimonio che si verifica nei casi di dissipazione (i beni, anche se celati, continuano ad esistere ed il creditore può recuperarli per il tramite degli organi delle procedure concorsuali) e distruzione di beni (essendo la diminuzione effettiva, il creditore li ha realmente persi, perché sono usciti dal patrimonio del suo debitore in maniera definitiva). Ravvisando in entrambe un intento riprovevole, queste 2 forme vengono equiparate, nonostante nella prima ipotesi sia possibile recuperare i beni. Una distinzione potrebbe aversi piuttosto per il differente animus considerando che, nel caso di una diminuzione fittizia, l’agente agisce col fine di procurarsi un utile economico, con lo scopo di riservare, per sé o per coloro che sono a lui legati, alcuni beni sottraendoli all’azione dei creditori; nella seconda ipotesi viene, invece, mosso da ragioni di risentimento, poiché la condotta illecita non è utile a nessun soggetto ma è solamente fonte di danno per la controparte. La punibilità per detti atti deriva, quindi, dal semplice tentativo di sottrazione, mentre per la sua consumazione è sufficiente che l’agente abbia compiuto raggiri o artifizi diretti a tale scopo, non essendo necessario, per la sua esistenza, un danno concreto alla massa creditoria. Dalle disposizioni normative, si evince come la bancarotta fraudolenta in senso stretto possa ravvisarsi sia nel caso in cui il debitore cagioni il dissesto che sfocerà nel fallimento, sia nel caso in cui abbia solamente contribuito ad aggravarne uno già in atto. Nei casi di diminuzione fittizia del patrimonio, non è in alcun modo esigibile un rapporto causale tra l’azione del debitore ed il verificarsi o l’aggravarsi del dissesto, in quanto la ratio legis è quella di colpire non solo gli atti con cui il soggetto sottrae alcuni beni, ma anche il semplice tentativo di sottrazione. L’assenza del nesso causale tra l’azione del debitore ed il dissesto si ha anche nelle ipotesi di diminuzione effettiva del patrimonio, in cui il vincolo tra i comportamenti in esame (che, anche senza determinarlo, contribuiscono comunque ad aggravare il dissesto) ed il danno materiale, si ritiene implicito nella stessa modalità di condotta.

Si può pertanto affermare che una diminuzione dell’attivo (effettiva o apparente) consegue sempre alle condotte elencate nell’art. 216, I comma, legge fallimentare che presentano modalità di esecuzione fungibili, equivalenti ed alternative tra loro, tanto che non vi è utilità alcuna nel tracciare un confine preciso tra le singole ipotesi, delle quali occorre piuttosto evidenziare la comune concreta pericolosità per la massa creditoria. Seguendo l’ordine normativo, l’analisi delle singole condotte incriminate parte dalla distrazione con cui si esprime sia l’estromissione di un bene dal patrimonio dell’imprenditore sia la destinazione dello stesso ad uno scopo diverso da quello dovuto. Inoltre, la semplice destinazione dei beni ad altro scopo non è di per sé sufficiente a costituire reato nel caso in cui il curatore fallimentare, a conoscenza della diversa destinazione, possa in ogni modo agire per recuperarl. Il recupero o la possibilità di recupero sono, infatti, ininfluenti sulla sussistenza dell’elemento materiale, in quanto la fattispecie si perfeziona al momento del distacco del bene dal patrimonio, anche se il reato viene ad esistenza giuridica solo dopo la dichiarazione di fallimento, mentre il recupero della res rappresenta solo un posterius, equiparabile alla restituzione della refurtiva dopo la consumazione del furto. La Suprema Corte ha affermato che «nel concetto di distrazione deve ritenersi compreso qualunque atto, diverso dalla dissipazione e dall’occultamento, mediante il quale l’imprenditore distacca determinati beni dal proprio patrimonio, impedendo l’apprensione dei medesimi da parte degli organi fallimentari con conseguente sottrazione allo scopo di garanzia cui erano destinati», o ancora «si ha distrazione nel caso di estromissione dal patrimonio senza alcuna contropartita o senza una contropartita reperibile». L’elemento oggettivo di questo reato si concretizza perciò ogni qual volta vi sia un ingiustificato distacco di beni o di attività, con il conseguente depauperamento patrimoniale in danno alla massa dei creditori. Il novero delle ipotesi di distrazione appare sufficientemente ampio e variegato, arrivando a comprendere il caso di un imprenditore che abbia sottratto all’esecuzione concorsuale una somma riscossa a titolo di risarcimento del danno alla persona, oppure quello di un contratto di locazione stipulato per finalità estranee all’azienda, in previsione del fallimento ed allo scopo di trasferire la disponibilità di tutti o dei principali beni aziendali ad altro soggetto giuridico. Non va dimenticato che per distrazione si può intendere anche la diminuzione del patrimonio dell’impresa attuata con condotte delittuose (quali, ad esempio, attività corruttive).

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