Veronica Sogni, 28enne ex finalista Miss Italia e X Factor morta per un tumore al seno e metastasi al fegato

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Grande commozione per la morte della giovanissima Veronica Sogni, l’ex reginetta di bellezza che lo scorso 2009 aveva partecipato a Miss Italia, conquistando la fascia di Miss Sasch Modella Domani e poi aveva anche tentato la strada del successo e della musica nello specifico, partecipando alle selezioni di X Factor, arrivando proprio ad un passo dal programma nel 2015, quando Elio non la scelse per il suo team all’ultimo step delle selezioni.

Veronica Sogni, la giovane 28enne è morta a causa di un brutto male, ovvero di un tumore al seno.L’annuncio della sua morte è stato dato dal sito del concorso Miss Italia che ha ricordato la miss milanese Veronica Soni con queste parole: “Un angelo dai capelli corti, con la testa piena di sogni, come il suo cognome, è volato in cielo. Il concorso di Patrizia Mirigliani e la stessa patron piangono la scomparsa di una ragazza dolce e sfortunata e si stringono alla sua famiglia e ai suoi amici”.

Una malattia, quale il tumore al seno, scoperto nel 2012 e da allora purtroppo la giovane non ha fatto altro che combattere contro questo terribile male, ma come abbiamo anticipato, nel 2015 aveva anche trovato la forza di partecipare alle selezioni di X Factor arrivando ad un passo dal programma. La diagnosi di tumore al seno arriva nel mese di dicembre del 2012, un brutto colpo proprio a pochi giorni dal Santo Natale, e sin da subito Veronica cominciò la chemioterapia, e cominciarono purtroppo a cadere i primi capelli, cosa che era solita commentare con grande ironia. “Io non mi sono mai vergognata, anzi mi sono piaciuta: in passato avevo provato tutti i tagli e i colori possibili e questa era una novità”, raccontava Veronica. Purtroppo il male non si fermò al seno e ben presto venne interessato anche il fegato. “Quando mi hanno detto delle metastasi mi sono sentita ancora peggio perché credevo di stare finalmente bene. Qualche anno fa mi avrebbero dato sei mesi di vita. Adesso non è più così”.

La sorella ha voluto ricordare Veronica, scrivendo queste parole: “Veronica era una ragazza che aveva una vita davanti, era bellissima, intelligente, aveva una voce meravigliosa. Un talento unico. Purtroppo oggi Veronica non c’è più e con lei se ne è andata un’altra parte importante legata a mia sorella. Veronica era la modella di punta di mia sorella. Quante volte durante gli shooting fotografici abbiamo parlato della sua malattia, dei suoi sogni del suo talento nel canto. Buon viaggio guerriera, abbraccia forte forte la mia sorellina. Chissà se anche da lassù state creando delle splendide sfilate insieme”. Diplomata al liceo scientifico, lavorava come modella, ma era brava anche nel canto, nel ballo e nella recitazione. Ha preso parte anche al programma di Rai1 “I soliti ignoti”.

Test genetici per prevenire il cancro al seno

Nel 10% dei casi è presente una predisposizione genetica al cancro del seno. Nei casi in cui sono presenti tumori nella storia familiare, è possibile effettuare test genetici per valutare l’eventuale rischio di ammalarsi di tumore sulla base del corredo genetico. I geni BRCA1 e BRCA2 predispongono a questo tipo di cancro (e anche a quello dell’ovaio).

La presenza della mutazione, tuttavia, non significa essere certi di sviluppare il cancro. Piuttosto equivale ad avere un rischio più elevato rispetto a chi non presenta la mutazione.

Come si esegue l’autopalpazione al seno?

  1. 1) Nella doccia: usando i polpastrelli delle dita, muovere l’intera mammella, in modo circolare, dall’esterno verso il centro, controllando l’intera zona del seno e ascella. Controllare entrambi i seni ogni mese per ogni grumo, ispessimento, o nodo indurito. Notare eventuale cambiamenti che, in caso, vanno segnalati al medico curante.
  2. Davanti a uno specchio: ispezionare visivamente il seno con le braccia lungo i fianchi. Successivamente, sollevare le braccia in alto sopra la testa. Cercare eventuali cambiamenti nel contorno, qualsiasi gonfiore o fossette della pelle, o modifiche ai capezzoli. Quindi, appoggiare i palmi delle mani sui fianchi e premere con decisione, flettendo i muscoli del petto. Anche cambiamenti nella consistenza della cute (per esempio se la cute diventa a “buccia d’arancia”) devono essere presi in considerazione.
  3. Sdraiati: quando si sta sdraiati, il tessuto del seno si diffonde in modo uniforme lungo la parete toracica. Posizionare un cuscino sotto la spalla destra e il braccio destro dietro la testa. Usando la mano sinistra, spostare i polpastrelli delle dita intorno al seno destro delicatamente in piccoli movimenti circolari che coprono l’intera zona del seno e dell’ascella. Spremere il capezzolo; verificare la presenza di secrezioni e grumi. Ripetere questi passaggi su entrambi i seni.

Il tumore della mammella si sviluppa dalla componente ghiandolare di questa, costituita da una serie di lobuli ghiandolari e di dotti che portano il latte fino al capezzolo: la tipologia più comune di tumore ha origine dalle cellule che rivestono questi dotti e prende il nome di “duttale”. Il tumore che origina invece dai lobuli è definito “lobulare” ed è assai meno frequente (circa il 10%). Questi tumori nella maggior parte dei casi sono “invasivi”, sono dotati cioè di potenziale metastatico, ma non è infrequente ritrovare la forma “in situ”, che ha uno sviluppo locale ma non può dare metastasi. Esistono poi forme più rare, come il carcinoma midollare o il carcinoma mucinoso, generalmente caratterizzate da una buona prognosi. Una forma rara di esordio del carcinoma mammario è il carcinoma “infiammatorio”: in questo caso la mammella è edematosa, gonfia, rivestita da cute calda e arrossata. Quando il tumore si diffonde, le cellule cancerose, oltre ad essere presenti nella mammella, invadono i linfonodi ascellari per via linfatica: la diffusione rappresenta un rischio anche per gli altri organi, in particolar modo le ossa, il fegato, i polmoni, che possono essere raggiunti attraverso il sistema ematico. Gli strumenti per effettuare la diagnosi di tumore al seno sono ormai noti: prima di tutto la mammografia, ovvero la radiografia della mammella utile per scoprire la presenza di noduli, microcalcificazioni o altri segni indiretti di una possibile neoplasia. L’ecografia, invece, usa gli ultrasuoni per rilevare la presenza e la natura di un nodulo, solida o liquida.

Occhio ai sintomi. È il momento di rivolgersi al proprio medico nel caso in cui alla vista o al tatto fossero presenti: • una o più formazioni nodulari della mammella • protuberanze o ispessimenti della mammella o della zona ascellare • variazioni di forma e dimensioni della mammella • secrezione di liquido dal capezzolo • infossamenti o rilievi sulla superficie • cambiamenti di aspetto della pelle, del capezzolo o dell’areola come gonfiori, arrossamenti, oppure sensazione di calore. È bene ricordare che il dolore al seno non è solitamente un sintomo di tumore al seno: è meglio comunque agire prontamente anche per ricevere al più presto rassicurazioni o soluzioni.

TUMORE ALLA MAMMELLA. UN PROBLEMA NON SOLO FEMMINILE. Accade naturalmente molto meno rispetto all’universo femminile: eppure il tumore alla mammella colpisce anche la popolazione maschile pur se in una percentuale molto bassa, solo 1% delle neoplasie mammarie totali, per un numero di circa 300 malati ogni anno in Italia. Può considerarsi un tumore della “maturità”, perché gli uomini che ne sono colpiti sono di età compresa tra i 60 e i 70 anni. Anche in questi casi la diagnosi precoce è fondamentale per garantire una buona prognosi: si presenta come una tumefazione mammaria che anche il medico di base deve saper individuare per consigliare al paziente gli accertamenti del caso. Gli esami sono praticamente gli stessi: per le prime indagini viene effettuata la mammografia, l‘ecografia e, se necessario, l’agoaspirato e la biopsia. Un ammonimento quindi anche agli uomini: riservare la giusta attenzione alla propria salute significa non trascurare alcun “segnale” anomalo. Solo così è possibile garantirsi un futuro di benessere per il maggior tempo possibile.

INFORMARSI, CAPIRE, PREVENIRE, GUARIRE. Prima di tutto… 1 Effettuare con regolarità l’autopalpazione, un gesto semplice che può segnalare subito la presenza di formazioni anomale mai riscontrate nelle autopalpazioni precedenti. Per conoscere come deve essere effettuata correttamente l’autopalpazione è sufficiente chiedere al proprio ginecologo di fiducia, a uno specialista senologo oppure al medico di base. 2 Nel caso di formazioni sospette consultare subito il proprio medico di base che potrà consigliare e prescrivere gli esami diagnostici ritenuti più idonei per valutare il reale stato di salute. 3 In caso di diagnosi positive o di dubbi è importante scegliere la struttura specialistica più rassicurante per procedere con ulteriori esami di verifica: il sito www.corriere.it/sportello-cancro.it presente sul sito del Corriere della Sera è stato creato ad hoc per fornire una serie di informazioni utili per: • individuare uno specialista, un chirurgo, un centro ospedaliero con reparto dedicato presso il quale programmare interventi, terapie, etc. • conoscere le soluzioni scientifiche più all’avanguardia per una determinata patologia, i farmaci più innovativi, etc. • dialogare “a distanza” con professionisti rinomati ai quali fare domande e chiedere consigli.

È sempre bene… 1 Occuparsi personalmente della propria prevenzione effettuando gli esami di diagnosi precoce (mammografia ed ecografia al seno) secondo le indicazioni del medico di fiducia. Sempre sul sito www.corriere.it/sportello-cancro.it è possibile conoscere la struttura ospedaliera pubblica più vicina in grado di effettuare la stessa tipologia di esami. 2 Partecipare ad uno screening riguardante il tumore alseno: gliscreening sono esami diagnostici che le strutture sanitarie locali o regionali mettono a disposizione gratuitamente ad una parte della popolazione. Per il tumore al seno sono generalmente offerti alle donne con più di 40 anni di età. 4 Programmare uno stile di vita salutare, alimentandosi in modo sano, evitando fumo e alcool, facendo attività sportiva almeno due volte la settimana. Tutto questo si è dimostrato un incredibile “alleato anti-cancro”.

Ogni anno in Italia oltre 11.000 donne muoiono di cancro mammario. Le informazioni sull’incidenza a livello nazionale possono essere stimate indirettamente applicando modelli matematici ai dati di mortalità e di sopravvivenza. I dati d’incidenza forniti dai Registri tumori sono sicuramente più affidabili, ma la distribuzione disomogenea dei Registri sul territorio nazionale non consente valutazioni sicure. Dall’insieme di queste informazioni si può desumere che la distribuzione dell’incidenza nelle varie regioni italiane ha un netto gradiente Sud-Nord (rischio cumulativo da 0 a 75 anni: 5% al sud, 6% al centro e 7% al nord) a somiglianza di molte altre neoplasie legate agli stili di vita occidentali.

Un fenomeno analogo, ma molto più marcato, si rileva a livello internazionale: l’incidenza di carcinoma mammario è direttamente proporzionale al grado di occidentalizzazione di un Paese, inteso non solo come industrializzazione, ma anche come abitudini di vita (soprattutto dietetiche), con differenze fino a 810 volte tra Paesi come gli Stati Uniti e Paesi africani od orientali (inclusi Paesi sviluppati come il Giappone). Le differenze tendono però nel tempo ad attenuarsi, e sono più marcate nelle età postmenopausali, suggerendo la presenza di diversi andamenti generazionali. Il rischio di carcinoma mammario in Italia aumenta rapidamente con l’età, raggiungendo un tasso annuo superiore ai 150 casi per 100.000 donne in epoca menopausale, per poi continuare a crescere, più lentamente, fino a tarda età. Questo fenomeno è evidente in tutte le popolazioni ad incidenza e mortalità stabili, mentre nelle popolazioni in cui il rischio è in rapido aumento l’incidenza nelle donne in età premenopausale, appartenenti a generazioni più recenti e quindi esposte per tutta la vita ai fattori responsabili dell’aumento del rischio, può risultare uguale o addirittura superiore a quella delle donne in età postmenopausale.

In Italia il rischio è aumentato progressivamente nelle donne nate tra l’inizio del secolo ed il 1930, producendo un costante incremento nell’incidenza e nella mortalità. In quelle nate dopo il 1930, il rischio si è stabilizzato, per poi mostrare una tendenza alla diminuzione nelle generazioni nate alla fine degli anni cinquanta, per la verità ancora troppo giovani per permettere stime affidabili del rischio cumulativo. In conseguenza di questi fenomeni, si può prevedere che l’incidenza di carcinoma mammario continuerà a crescere ancora per 10-15 anni. Non si osserva quindi dai dati d’incidenza quell’aumento del rischio nelle donne giovani che viene spesso riportato a livello aneddotico. Fattori di rischio L’insieme dei fattori di rischio noti non è in grado di spiegare le ampie fluttuazioni geografiche e temporali nell’incidenza di questa malattia, che sono probabilmente da attribuire ad altri fattori. Tra questi ultimi è verosimile che abbiano un ruolo importante le abitudini dietetiche, ma le evidenze al riguardo sono del tutto insufficienti. In sostanza, i dati disponibili non permettono d’individuare, nella popolazione femminile generale, un sottogruppo a rischio all’interno del quale si verificherà la maggioranza dei casi di carcinoma mammario; di conseguenza, la maggior parte delle donne può essere considerata a rischio medio ed il rischio individuale è legato soprattutto all’età. Tra i fattori tradizionali, alcuni riguardano la storia mestruale e riproduttiva.

È noto che il rischio è tanto minore quanto più tardivo è il menarca e quanto più precoce è la menopausa: quest’ultimo effetto è abbastanza marcato, per cui un anticipo di 10 anni della menopausa dimezza il rischio di cancro mammario per tutta la vita. Una riduzione del rischio a lungo termine si osserva anche nelle donne che hanno avuto figli rispetto alle nullipare, e la protezione è tanto maggiore quanto più numerosi sono i figli e quanto più precoce è l’età al momento della prima gravidanza. Questa protezione sembra però preceduta da un breve periodo (alcuni anni), subito dopo una gravidanza, in cui si osserva un aumento nel rischio di cancro mammario. Esiste anche una correlazione tra rischio di cancro e obesità, presente solo dopo la menopausa. Per quanto riguarda i fattori di rischio esterni, va sottolineato l’effetto cancerogeno delle radiazioni ionizzanti, che è direttamente legato non solo alla dose cumulativa, ma anche all’età in cui ci si espone: l’effetto è massimo prima dei 20 anni, diminuisce progressivamente tra i 20 ed i 40, per poi diventare quasi trascurabile. Il fenomeno è legato, come dimostrato chiaramente dagli studi su animali da laboratorio, alla diversa suscettibilità del tessuto mammario agli stimoli cancerogeni: questa è massima prima della pubertà, per poi diminuire con la maturazione indotta dalle gravidanze o, in maniera più lenta ed incompleta, spontaneamente.

Considerando la lunghissima durata dell’effetto cancerogeno delle radiazioni sulla mammella (>40 anni), è chiara la necessità di mantenere un’estrema prudenza nella prescrizione di esami radiologici in sede toracica in donne al di sotto dei 20-30 anni. Un altro fattore di rischio esogeno, su cui inizia a esservi consenso, è il consumo di alcol; restano tuttavia ancora molte incertezze, specie in termini di relazione dose-effetto. Ancora incerta è invece la relazione con fattori di rischio dietetici, poiché gli studi finora condotti non sono riusciti a confermare in maniera chiara le indicazioni fornite dai confronti geografici e soprattutto dagli studi sugli animali: questi ultimi, infatti, avevano dimostrato che l’incidenza di cancro mammario è in diretto rapporto sia con la quantità di calorie sia con la quota lipidica (a parità di calorie) assunte con la dieta. Una possibile spiegazione per l’inconsistenza dei risultati degli studi epidemiologici potrebbe essere che la dieta, come le radiazioni ionizzanti (sia pure con meccanismi del tutto diversi), agisce nella prima parte della vita di una donna: il rischio di cancro mammario sarebbe influenzato precocemente da questi fattori dietetici (dieta iperlipidica? ipercalorica?) che potrebbero agire inducendo alterazioni sia sistemiche (ormonali, modificazioni quantitative o qualitative nel tessuto adiposo) sia nel tessuto mammario stesso. Non a caso, la distribuzione geografica delle lesioni patologiche mammarie associate ad un rischio aumentato è simile a quella del cancro mammario.

Per quanto riguarda i contraccettivi orali, il loro uso su larga scala è troppo recente per permettere conclusioni definitive, specie sugli effetti a lungo termine: per ora è stato possibile stabilire che, nel breve termine, si può avere un incremento di rischio che, se presente, è comunque di dimensioni molto limitate. Gli scarsi dati disponibili sugli effetti a lungo termine non sembrano indicare alcun aumento del rischio, e anzi qualcuno ipotizza un possibile effetto protettivo: è evidente che una stima del rapporto complessivo tra rischi e benefici sarà possibile solo con una valutazione accurata degli eventuali effetti in età postmenopausale, in cui il rischio di base è maggiore. Al momento, comunque, non esistono seri motivi di preoccupazione. Non dissimili sono le valutazioni degli effetti di preparati ormonali utilizzati nelle donne in menopausa: la maggior parte degli studi su donne che avevano preso preparati contenenti solo estrogeni (di solito estrogeni coniugati, per via orale) non ha mostrato un incremento di rischio, o lo ha mostrato solo dopo un uso molto prolungato.

L’aumento (di circa il 20-30%) sembra presente solo dopo 15 anni di assunzione, in studi in cui i dosaggi giornalieri erano generalmente superiori a quello standard di 0,625 mg. Non sono disponibili dati sull’effetto delle preparazioni parenterali (transdermiche), anche se studi sugli effetti ormonali delle due vie di somministrazione danno sostegno all’ipotesi che l’effetto sul rischio di carcinoma mammario possa essere più marcato. Gli studi sugli effetti dei preparati contenenti progestinici in aggiunto agli estrogeni hanno fornito risultati discordanti. La ragione di questo disaccordo potrebbe essere ascritta al diverso tipo di progestinico contenuto nei preparati utilizzati nelle aree dove si sono condotti questi studi. Se ciò venisse confermato, alcuni dei preparati estroprogestinici sarebbero associati a un aumento del rischio di carcinoma mammario. 1.2 La familiarità Tra i fattori utili a definire il rischio individuale di carcinoma mammario la storia familiare ha molta importanza, come è stato confermato da recenti studi di biologia e genetica molecolare.

A questo proposito bisogna però evitare la confusione: circa il 10-15% delle donne che sviluppano un carcinoma mammario ha una parente di primo grado che è già stata colpita dalla stessa malattia. D’altra parte, la malattia è cosí frequente (una donna su 10-15 ha tale diagnosi entro i 75 anni, se non muore prima per altre cause) che anche molte donne senza tumore mammario hanno parenti di primo grado con un carcinoma della mammella. In effetti, è stato ripetutamente dimostrato che quando una donna ha una parente di primo grado con cancro della mammella il l suo rischio è doppio o triplo. Nella maggior parte degli studi non viene però fatta alcuna distinzione tra le familiarità “sporadiche” e la vera aggregazione, all’interno di una stessa famiglia, di più casi di cancro mammario, spesso in età giovanile. Queste aggregazioni sono verosimilmente legate a fattori genetici ereditari, ed i progressi nel campo della biologia molecolare hanno già in parte permesso di caratterizzarle, e ancor più dovrebbero permetterlo in un prossimo futuro (vedi paragrafo successivo). Per ora appare importante riconoscerle, per poter identificare le situazioni in cui il rischio è molto elevato, anche se il comportamento successivo rimane problematico.

A tale scopo può essere necessaria la competenza di genetisti clinici specializzati. Queste situazioni sono però abbastanza rare: nella maggior parte dei casi, invece, la presenza di un parente di primo grado (o anche di secondo) comporta un incremento di rischio relativamente modesto, inferiore per esempio a quello che si ha passando dai 35 ai 55 anni di età. Non sembrano perciò giustificati eccessivi allarmismi. Anche quando due casi di cancro mammario si verificano nella stessa famiglia, non necessariamente si è in presenza di una sindrome neoplastica ereditaria: l’associazione può essere dovuta semplicemente al caso (circa un terzo-metà dei casi) o a fattori ambientali presenti all’interno della famiglia. È anche possibile che alcuni casi di aggregazione familiare siano dovuti a particolari varietà costituzionali (ereditarie) che determinano una diversa suscettibilità ai fattori ambientali, ma questa è per ora solo un’ipotesi di ricerca. In generale, le strategie che mirano all’identificazione dei soggetti con familiarità di primo grado per cancro mammario da avviare indiscriminatamente a protocolli di screening clinico e mammografico intensivo non sembrano giustificate, in assenza di un’accurata valutazione del rapporto tra rischi e benefici. Sembra invece necessaria la definizione, con la collaborazione di specialisti di varia estrazione, di protocolli per identificare le famiglie dove è presente un rischio molto alt

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