Vicenza: uccide moglie a coltellate mentre la figlia dorme, omicidio dopo lite per la figlia

L’ennesimo litigio con la moglie, segno di un rapporto ormai logoro: «Sei un fallito, un alcolizzato». Parole pesanti come macigni in un crescendo di rabbia e tensione. Lucia avrebbe anche minacciato di tornare in Colombia, suo Paese d’origine, e di portare con sé la figlia di tre anni. Avrebbe minacciato di non fargliela più vedere e questa sarebbe diventata la miccia che ha trasformato un uomo afflitto in un brutale assassino.

Così la Racconta Mirko Righetto, imprenditore 48enne, che mercoledì sera, nell’abitazione di Camisano Vicentino, ha chiuso la bocca alla compagna Nidia Lucia Loza Rodriguez, 37 anni, accoltellandola per almeno due volte all’altezza del collo. Fendenti profondi, mortali. Forse non i soli ma questo sarà l’autopsia a stabilirlo.

Di certo l’uomo ha lasciato la madre di sua figlia a terra in un mare di sangue, lo stesso di cui sono rimasti macchiati i suoi vestiti che avrebbe poi cambiato. Spostato il corpo per riuscire a chiudere la porta della cucina, l’uomo ha chiamato sua mamma perché venisse a prendere la piccola che dormiva nella cameretta al primo piano della casa di via degli Alpini comprata un anno e mezzo fa. «Abbiamo litigato e abbiamo problemi di lavoro, pensaci tu alla piccola» le avrebbe detto fornendole gli indumenti e il latte in polvere.

Quindi l’uomo ha chiamato il 112 per costituirsi: «Ho ucciso mia moglie, venite». Era passata da pochi minuti la mezzanotte. All’arrivo dei carabinieri della compagnia di Vicenza e del nucleo investigativo nella villetta alla quale si accede attraverso un cancello privato (nessuno tra i vicini ieri voleva parlare), Righetto, che indossava jeans e camicia puliti, aveva ancora le mani sporche di sangue.

È apparso calmo e disorientato, ma presente a se stesso. Ben cosciente di quello che aveva fatto, raccontano gli investigatori. È stato lui stesso ad indicare dove aveva lasciato i suoi abiti sporchi di sangue e dove si trovava il cadavere della donna, cittadina italiana, conosciuta come Lucia dai più, infermiera con un lavoro in una casa di riposo privata non lontano da casa.

Il corpo della 37enne con pantaloni della tuta e felpa addosso era riverso sul pavimento della cucina. La porta era ancora chiusa e per lei era già tardi: ogni tentativo di rianimarla dal personale del Suem si è rivelato inutile: «Ho fatto una grande sciocchezza, so che me ne pentirò per il resto della mia vita» ha confessato Righetto al comandante provinciale dei carabinieri, colonnello Alberto Santini, e al suo vice Alessandro Giuliani. Poi ha raccontato di come la donna sposata quattro anni prima dopo otto anni di convivenza l’avesse minacciato di portargli via la figlia.

E di come lui l’avesse aggredita con un coltello a serramanico. Uccidendola. Abbastanza per far scattare il fermo per omicidio volontario pluriaggravato: «Una tragedia familiare dovuta all’incapacità di gestire una situazione che si era fatta pesante – ha commentato il procuratore capo Antonino Cappelleri in conferenza stampa – dal punto di vista giuridico il quadro è sostanzialmente chiaro avendo l’uomo confessato».

Il rapporto della coppia pare fosse al capolinea, tanto che negli ultimi mesi del 2016 i carabinieri erano intervenuti nella villetta di Camisano in due occasioni, per accese discussioni tra i due, a cui però non erano seguite denunce. Non avevano ancora consultato un legale per affrontare il divorzio ma sembra si fossero rivolti a uno psicologo di coppia e a un consulente matrimoniale. Tutti tentativi di salvare un rapporto che aveva imboccato un piano inclinato, un piano che portava dritto agli inferi.

L’imprenditore nativo di Campo San Martino, Padova, ha detto fin da subito di essere l’assassino di sua moglie. Senza esitazioni. E lo ha ribadito anche nella tarda mattinata di ieri, quando è stato interrogato dal sostituto procuratore Paolo Fietta. Il 48enne arrestato ha ricordato come, messa a letto la bimba, mercoledì sera si erano messi a tavola per cenare. Uno di fronte all’altro, seduti allo stesso tavolo: «C’era una certa tensione dovuta al fatto che il giorno prima eravamo stati in consultorio per questa presunta dipendenza da alcol che lei mi addebitava – ha raccontato l’imprenditore, assistito dall’avvocato Roberto Pelloso (a cui subentrerà Marco Dal Ben) – lei allora ha ricominciato a dirmi che ero un alcolizzato, un fallito, un inaffidabile, ed ancora che ero un pessimo padre, e che se ne sarebbe tornata in Colombia con la bimba, senza farmela più vedere».

Righetto a quel punto, stando a quanto ricostruito anche in base alle sue ammissioni, ha reagito. In un raptus omicida ha afferrato il coltello a serramanico che aveva lasciato sul tavolo della cucina una volta rientrato a casa e svuotate le tasche. Quel coltello con lama di oltre dieci centimetri che, a suo dire, usava per lavoro. «Le sono saltato addosso e l’ho colpita, l’ho sentita urlare e l’ho vista cadere» ha confessato l’imprenditore, che però non è stato in grado di dire per quante volte avesse affondato la lama e in che punti. Quindi ha atteso sul divano i carabinieri senza più entrare nella stanza in cui si trovava il corpo.
La porta della cucina è infatti rimasta chiusa fino all’arrivo dei soccorsi: «Se potessi tornare indietro non ammazzerei mia moglie» ha detto al pubblico ministero.

Aveva un altro nome e un’altra vita scrittore e poeta dal passato maledetto

Esistevano due uomini nella vita di Lucia Rodriguez, la donna uccisa mercoledì notte dal marito. Una decina d’anni fa aveva conosciuto Mirko Righetto, rampollo di una famiglia di imprenditori con a capo papà Silvano, un capitano d’impresa vecchio stampo, di quelli che hanno passato la vita a lavorare. «Era in viaggio – ricorda Manlio, il fratello dell’omicida – e l’ha incontrata per caso, all’areoporto. Non si sono più lasciati…».

Pareva tutto perfetto: la convivenza a Camisano Vicentino, poi il matrimonio, e infine una figlia che tra poche settimane compirà tre anni. Ma forse Lucia ha capito troppo tardi di aver sposato, oltre a Mirko, anche il suo alter ego. Si chiama Marco Redde, e non è soltanto lo pseudonimo con il quale Righetto ama farsi chiamare. Perché la vita dell’uomo che mercoledì ha ucciso la moglie che lo voleva lasciare, si intreccia di continuo con il personaggio che si è creato.

Nella realtà c’è Mirko Righetto con un passato difficile segnato dalla droga, dal percorso di recupero a San Patri- gnano, e dalla morte della sorella in un incidente stradale nel 2004. «Ma poi aveva messo la testa a posto», assicurano gli amici. «Lucia era bellissima e gli aveva cambiato la vita, sembravano innamorati». Fino a mercoledì, i vicini di casa parlavano di lui come di un padre esemplare, uno che aveva passato metà della vita a lavorare nell’ufficio dell’azienda di famiglia, la «Nuova Vetro» che per quarant’anni ha prodotto serramenti a Camisano.

Poi la crisi e il fallimento. «Abbiamo perso molti soldi nel crollo della Banca Popolare di Vicenza – ammette Manlio – ed è come se ci fosse mancata la terra sotto ai piedi». Da qualche tempo, Righetto aveva provato a riscattarsi seguendo le orme paterne, aprendo una
ditta tutta sua. Ma gli affari non andavano bene e il suo rapporto con Lucia ne aveva risentito. «Tra loro c’erano alti e bassi. La coppia perfetta non esiste», riflette il fratello.

Lei era infermiera e di recente aveva raccontato a un’amica di «volersi rimettere in gioco» e trovare un lavoro adatto alla sua qualifica. Ma c’era di più: Lucia, che per amore aveva lasciato la Colombia ed era andata a vivere tra i capannoni del Vicentino, non ne voleva più sapere di quel matrimonio. Era decisa a tornare in patria portando con sé la figlioletta. O almeno così ha raccontato il suo assassino ai carabinieri: la donna che su Facebook definiva «la mia complice», stava per lasciarlo.

Se nella vita reale Righetto sentiva di aver fallito, almeno poteva rifugiarsi nel mondo di Marco Redde. E allora smetteva di essere un imprenditore in crisi economica e familiare per diventare un poeta, uno scrittore. La prima raccolta di versi, «La scatola Nera», l’ha pubblicata a proprie spese nel 2001. «Il libro è andato letteralmente a ruba», assicura nella biografia del sito dedicato al suo alter ego: www.marcoredde.it. Poi il romanzo «Anime col Rasoio» – il cui protagonista è lui stesso – e altri due racconti rimasti inediti.

Ma Marco Redde è molto più di alias. Ha una vita propria. Un «bello e dannato» che su Facebook dice di aver «subito più traumi io nei primi tredici anni della mia vita che l’intero genere umano dalla cacciata dal paradiso ai giorni nostri». Un personaggio da romanzo, appunto. Uno che veste sempre elegante, ha due figli e «non parla con sua moglie da almeno un mese e sa fare e celare molte cose».

Distinguere tra realtà e finzione, non è sempre facile. Di certo, anche prima di uccidere la moglie, quella di Righetto appariva come la parabola del rampollo della ricca borghesia veneta che si caccia sempre nei guai. L’adolescenza segnata dai soldi e dall’eroina. Poi la comunità di San Patrignano e la fedina penale che ora svela un vecchio arresto per rapina a una prostituta. Non solo: nel 2011, all’apice di una discussione condita da schiaffi e pugni, Righetto puntò un coltello alla gola del cinese che gestiva il bar sotto casa perché «il locale faceva troppo rumore».

La scorsa settimana, Marco Redde aveva pubblicato su Facebook la sua nuova poesia. «Sputo in bocca al destino e prendo l’oro che mi spetta», recita l’ultimo verso. Lucia, invece, non ha potuto sfuggire al destino che Mirko Righetto ha scelto per lei.

Due coltellate al collo Ammazza la moglie mentre la figlia dorme

«Ho appena ucciso mia moglie. Venite in via Alpini 62 a Camisano». È passata la mezzanotte di ieri da due minuti quando Mirko Righetto, 47 anni, chiama il 113 per confessare di aver ammazzato Nidia Lucia Loza Rodriguez, 37, all’interno della loro villetta mentre la figlia, di 3 anni, dormiva al piano di sopra. «Ci sono armi in casa?», chiede l’operatore. «No, l’ho uccisa con un coltello», risponde l’assassino. «Stia calmo, stiamo arrivando», lo esorta il poliziotto. La voce non tradisce alcuna emozione: «Non mi muovo. Non mi muovo», assicura Righetto prima di riagganciare. La questura mette al corrente dell’accaduto anche i carabinieri e chiede l’intervento del Suem. Quando le forze dell’ordine e i soccorritori arrivano nell’abitazione, il vicentino è seduto sul divano mentre la donna è riversa sul pavimento della cucina in un lago di sangue. Medici e infermieri provano a rianimarla, ma non c’è più nulla da fare. A quel punto, il marito viene arrestato e portato in caserma.

LA LITE. Secondo la ricostruzione dei militari del nucleo investigativo, l’omicidio sarebbe stato commesso tra le 23.40 e la mezzanotte. Righetto, nato a Campo San Martino nel Padovano, e la moglie, di origine colombiana ma cittadina italiana, erano sposati da 4 anni, dopo una convivenza di altri 8. Da qualche tempo, però, pare che il loro rapporto stesse attraversando una fase complicata. Lui, che in passato aveva avuto qualche problema di dipendenza e alcuni guai con la legge, aveva da poco aperto un’azienda che però non navigava in buone acque. Lei faceva l’infermiera in una casa di riposo a Villafranca
Padovana. I litigi tra i due erano diventati sempre più frequenti, tant’è che i carabinieri si erano già presentati una paio di volte in quella villetta in via Alpini per riportare la calma. Righetto, che ha un altro figlio di 12 anni frutto di un precedente matrimonio, e Loza Rodriguez hanno cominciato a discutere anche l’altra notte mentre erano in soggiorno, anche se i vicini affermano di non aver sentito nulla. A far precipitare la situazione sarebbe stata una frase pronunciata dalla donna, che avrebbe minacciato di portare la figlia con sé in Colombia per non farla più vedere al marito.

LE COLTELLATE. Sentendo quelle parole, Righetto ha dato in escandescenze. In preda a un raptus di follia, è corso in cucina, ha afferrato un coltello a serramanico con una lama lunga circa quattro dita e le è saltato addosso. Loza Rodriguez pare non aver avuto nemmeno il tempo per tentare di difendersi. È stata pugnalata due volte sul lato destro del collo ed è stramazzata sul pavimento.

LE TELEFONATE. A quel punto, sempre secondo gli investigatori, Righetto si è cambiato gli abiti sporchi di sangue. Dopodiché, ha telefonato alla madre, Anna Dagosti- ni, che abita in viale Spadolini poco distante, per chiederle di andare a prendere la bambina. Il vicentino non le ha spiegato quello che era successo. La pensionata, che aveva già ricevuto richieste del genere, non ha sospettato nulla e pochi minuti dopo si è presentata nell’abitazione del figlio. Ha preso in braccio la nipotina che stava ancora dormendo e l’ha portata a casa sua senza poter sapere che nascosto dietro alla porta della cucina, a pochi metri dall’ingresso, c’era il cadavere della nuora. Rimasto da solo, l’assassino ha quindi composto il 113 sulla tastiera del telefono per costituirsi e ha atteso le forze dell’ordine.

L’ARRESTO. In via Alpini si sono precipitati carabinieri, poliziotti e il personale del Suem. «Righetto era disorientato, ma è rimasto calmo per tutto il tempo», racconta il colonnello Alberto Santini, comandante provinciale dei carabinieri. L’assassino reo confesso ha mostrato loro il corpo senza vita della moglie, sospirando: «So che me ne pentirò per tutta la vita». Vedendo i giocattoli, i militari gli hanno chiesto dove fosse la bambina e lui ha spiegato che si trovava dalla nonna. I militari hanno quindi caricato l’imprenditore sull’auto di pattuglia per accompagnarlo alla caserma di via Muggia. Al termine dell’interrogatorio, durato alcune ore, l’arrestato è stato portato in carcere con l’accusa di omicidio aggravato. Ieri mattina, Righetto ha ammesso le proprie responsabilità anche davanti al pubblico ministero Paolo Fietta durante l’interrogatorio di garanzia.

L’INDAGINE. «Siamo di fronte all’ennesimo episodio di crisi familiare che si acuisce fino a sfociare in effetti tragici e il quadro giudiziario è sostanzialmente chiaro», afferma il procuratore Antonino Cappelleri. Che attribuisce il movente «all’affidamento della figlia in un contesto in cui si andava verso una separazione dei coniugi». Un’eventualità che non era percepita all’esterno della coppia, almeno a sentire le testimonianze di vicini e parenti. Il parroco, don Claudio Zilio, riferisce che appena 11 giorni fa la vittima era andata a colloquio da lui manifestando l’intenzione di rafforzare le nozze civili con un matrimonio cristiano. Le prossime ore consentiranno probabilmente di collocare tutti i tasselli al posto giusto.

«So che me ne pentirò per tutta la vita»

«Quando mia moglie mi ha detto che avrebbe portato la bambina in Colombia e che non l’avrei più vista, ho preso il coltello da lavoro che avevo lasciato sopra al tavolo e l’ho uccisa». Mirko Righetto ha confessato l’omicidio nell’interrogatorio reso davanti al sostituto procuratore Paolo Fietta nella caserma di via Muggia. «Quante volte l’ha colpita? In che punti?» lo hanno incalzato gli inquirenti. «Non ricordo, so solo che lei è caduta a terra e che è morta. E che me ne pentirò per tutto il resto della mia vita».

Sconvolto, a tratti assente, Righetto non si è comunque sottratto alle domande del pubblico ministero. «Voglio rispondere, so quello che ho fatto, ho chiamato io i carabinieri» ha ribadito all’inizio dell’interrogatorio, assistito da un avvocato d’ufficio, Roberto Pelloso, dato che il suo legale di fiducia Marco Dal Ben si trova all’estero. Solo sui dettagli non ha saputo fornire informazioni precise: «Eravamo di fronte, l’ho colpita, ma non ricordo altro». Secondo i primi riscontri dei carabinieri a uccidere Lucia sarebbero stati due colpi al collo, testimoniati da due ferite profonde; ma sarà l’autopsia a confermarlo. Di sicuro all’interno dell’abitazione i militari non hanno trovato segni di lotta.

Il racconto del reo confesso inizia con una lite dopo cena.

«Sono arrivato a casa intorno alle 19.15. La babysitter che era rimasta con la bimba se ne è andata. Mia moglie è rientrata più tardi. Avevo ordinato una pizza. Lei era su di giri, ha cominciato a offendermi come aveva già fatto in passato, dandomi del fallito, dell’alcolizzato. Mi ha detto che avrei mandato in rovina l’azienda, che sono un fancazzista, insomma un poco di buono». Ma la frase scatenante sarebbe stata la minaccia di portargli via la figlia.
«Mi ha detto: “Giuro su Dio che ti tolgo la bambina, la porto in Colombia e tu non la vedrai più”. È stato allora che ho perso il controllo. Ho preso il coltello che avevo lasciato sopra al tavolo in soggiorno, dove stavamo discutendo, e l’ho colpita. È un coltello che uso durante il mio lavoro per montare serramenti: quando ero tornato a casa avevo svuotato le tasche e lo avevo appoggiato sul tavolo, come d’abitudine».

Qui i ricordi di Righetto si fanno confusi, come se facesse fatica a rielaborare l’accaduto. «Ho l’immagine di lei che cade a terra. Ho chiamato prima mia madre, che abita poco lontano, e poi il 113. A mamma ho detto che venisse a prendere la bambina perché io e Lucia avevamo dei problemi di lavoro. Ho chiuso la porta della sala perché lei non vedesse il cadavere. Quando è arrivata, sono andato a prendere mia figlia, l’ho avvolta in una coperta e l’ho affidata alla nonna. Le ho dato una borsa con dei vestiti e del latte in polvere».
Righetto ha negato che tra lui e la moglie fosse in corso una separazione. «Litigavamo, ma come succede a tante coppie. Non abbiamo mai parlato di divorzio. È stato un gesto d’impeto, se tornassi indietro, non lo rifarei». Al termine dell’interrogatorio, Righetto è stato trasferito in carcere, in attesa dell’udienza di convalida.

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