Video virale direttrice banca Intesa SanPaolo di Katia Ghirardi: insultata dal web, i pericoli del cyberbullismo

E’ qualche giorno che sui social gira un video promozionale di una filiale della banca Intesa San Paolo in cui la direttrice Katia Ghirardi presenta il suo staff e con loro canta una canzoncina: “Io ci sto, ci metto la faccia, ci metto la testa, ci metto il mio cuore” che dire sta spopolando è un eufemismo. La Lucarelli passa poi all’attacco di chi sta selvaggiamente sfruttando questo video per fare ironia accostando il caso della banca SanPaolo a quello della ragazza napoletana morta suicida in seguito agli insulti ricevuti su Facebook Tiziana Cantone. E’ il video realizzato dai dipendenti di una filiale di una banca di Castiglione delle Stiviere per un contest aziendale.

Un video che non era destinato al pubblico ludibrio. Protagonisti la direttrice e i dipendenti di una filiale bancaria di Castiglione delle Stiviere. Nelle ultime ore un video ha praticamente catalizzato su di sè l’attenzione dei social.

Di episodi di cyber bullismo, ne è pieno il web, e ogni volta gli haters sembrano aumentare in numero e perfidia. Milioni infatti le visualizzazioni per il team della provincia di Mantova, e migliaia i commenti fra chi si chiede se il video non sia una geniale mossa di marketing, più o meno volontaria, e quanti condannano invece l’iniziativa bollandola come ‘imbarazzante’ e ‘controproducente’.

P.s. Vorremmo unirci anche noi ai saluti rivolti a Fabio che non ha potuto prendere parte a qualcosa che ha fatto la storia… a modo suo! Immaginate, per un istante, cosa significa, essere Davide contro milioni di Golia senza volto.

E’ qualche giorno che sui social gira un video promozionale di una filiale della banca Intesa San Paolo in cui la direttrice Katia Ghirardi presenta il suo staff e con loro canta una canzoncina: “Io ci sto, ci metto la faccia, ci metto la testa, ci metto il mio cuore” che dire sta spopolando è un eufemismo.

Sul web non si parla d’altro e sembra proprio che, in un modo o nell’altro, la signora Ghirardi abbia raggiunto il suo obiettivo tanto è che lo “spot” della filiale ha raggiunto migliaia di visualizzazioni su YouTube e sui Twitter l’hashtag #IntesaSanPaolo ha spopolato.

Sulla vicenda è intervenuta anche Selvaggia Lucarelli, che ha criticato poi l’atteggiamento dei sindacati per non aver tutelato i dipendenti. La condivisione pubblica di un video privato, l’esposizione di persone che probabilmente non avevano nessuna voglia diventare dei “meme” o di essere giudicati da estranei, riportano ancora una volta a galla il tema del cyberbullismo. :

“Il problema della rete però è diventato che la vitalità si porta dietro insulti e dileggio senza una misura che non umili il prossimo, per cui la direttrice è diventata lo zimbello del web in due ore al massimo. Con commenti che coprono tutte le sfumature, dal divertente all’offensivo.  Comincia a girare anche voce che la direttrice sia stata sospesa dal suo posto di lavoro ma a me risulta sia ancora in filiale. Che sta male per l’accaduto è cosa certa. Detto ciò, la cosa incredibile è che interviene il SINDACATO e anziché difendere questa poveretta manda una lettera a tutti in cui sì, chiede alla banca di evitare questo contest, ma parla di video fantozziani e, nella sostanza, percula pure lui la direttrice.
Ora la domanda è: sei il sindacato. Dovresti tutelare i dipendenti. E’ il caso di infierire su una dipendente che ha fatto una cazzata e che è nel mezzo di una presa per i fondelli mediatica?”.

 A difendere la direttrice della banca e a dare una lettura diversa di quello che il web sta creando intorno a questo video è stata Selvaggia Lucarelli che in un post su Facebook ha parlato del “bullismo” che sta colpendo brutalmente Katia Ghirardi. La Lucarelli infatti sottolinea il fatto che l’iniziativa della filiale in questione non è autonoma, ma anzi fa parte di un contest lanciato proprio dall’Intesa San Paolo “Fate un video per raccontare il bello della vostra filiale!”, dice l’invito a partecipare. “Non cerchiamo il nuovo Fellini, mixate allegria e coinvolgete i colleghi!, aggiunge. E infine: “Proietteremo i video più emozionanti durante gli incontri banca Intesa a settembre-ottobre!”.
Questo è quello che hanno fatto a Castiglione delle Stiviere, un video per dimostrare la coesione del gruppo e della serenità nella quale si lavora. Un famiglia, anzi, una grande famiglia come dice la direttrice Ghirardi. La Lucarelli passa poi all’attacco di chi sta selvaggiamente sfruttando questo video per fare ironia accostando il caso della banca SanPaolo a quello della ragazza napoletana morta suicida in seguito agli insulti ricevuti su Facebook Tiziana Cantone.  Un paragone forse troppo azzardato ma che rende l’idea di come, ancora una volta, il web possa essere brutale e spietato.

Cyberbullismo

Il termine “cyberbullismo” è una delle forme che può assumere il bullismo, e la sua evoluzione è legata all’avanzamento delle nuo­ve tecnologie, viene cioè perpetrato attraverso i moderni mezzi di comunicazione. Il bullismo è un fenomeno ormai noto a scuola e viene definito come il reiterarsi di comportamenti e atteggiamenti diretti o indiretti volti a prevaricare un altro con l’intenzione di nuocere, con l’uso della forza fisica o della prevaricazione psicologica.

La disponibilità e l’utilizzo crescente di internet e di telefoni cel­lulari rappresentano per le nuove generazioni nuovi mezzi per comunicare e mantenersi in contatto. Quella attuale è la prima generazione cresciuta in una società nella quale internet è parte integrante della vita quotidiana: stante questo cambiamento, si è studiato anche come si sono evolute le forme di prevaricazione e di sopraffazione fra i ragazzi. Se poi i bulli e i bulli cibernetici siano le stesse persone, non è ancora del tutto chiaro nella letteratura, ma non sorprende la crescente attenzione dei ricercatori per lo studio del ruolo di internet e delle altre forme di comunicazione elettroni­ca sullo sviluppo di bambini e adolescenti.

Le ricerche indicano che oltre il 90% degli adolescenti in Italia sono utenti di internet, e il 98% di questi dichiara di avere un profi­lo su uno dei social network più conosciuti e usati (Facebook, Twitter); il 52% dei giovani utenti di internet si connette almeno una volta al giorno, inoltre, l’utilizzo dei nuovi cellulari o smartphone consente una connettività praticamente illimitata. Internet rappresenta per gli adolescenti un contesto di esperienze e “social networkizzazione” irrinunciabile: si usa per mantenersi in contatto con amici e co­noscenti, cercare informazioni, studiare, etc. Le nuove tecnologie, quindi, sono in grado di offrire a chi ne fa uso grandi opportunità, specialmente nel campo comunicativo-relazionale, ma nello stesso tempo espongono i giovani utenti a nuovi rischi, quale il loro uso distorto o improprio, per colpire intenzionalmente persone indifese e arrecare danno alla loro reputazione.
I ragazzi quando usano internet o i cellulari in maniera inadegua­ta sono a rischio di commettere azioni che sfiorano la legalità, se non veri e propri reati, ma anche essere oggetto di aggressioni, prevaricazioni dirette o indirette.

Ad oggi, non esiste una definizione operativa di bullismo elettro­nico, o Online’, universalmente condivisa tra i ricercatori, si fa riferi­mento air’utilizzo di internet o delle altre tecnologie digitali come i cellulari e i personal computer come mezzo per molestare intenzionalmente altre persone”.

Smith  lo definisce come: “un atto aggressivo, intenzionale, con­dotto da un individuo o un gruppo di individui usando varie forme di contat­to elettronico, ripetuto nel tempo contro una vittima”. Questa definizione risulta simile a quella del bullismo tradizionale ma, in più, implica l’uso delle nuove tecnologie della comunicazione.
Secondo alcuni studiosi il criterio della reiterazione delle con­dotte è poco rilevante: la possibilità che un pubblico potenzial­mente planetario visioni il materiale pubblicato online, può essere considerata come “ripetizione”, in quanto un singolo gesto può oltrepassare, grazie alle tecnologie, ogni limite di spazio e tempo, quindi anche solo un gesto, mentre nel mondo reale non è sufficiente per parlare di bullismo, lo è nel mondo virtuale per parlare di cyberbullismo.

Il cyberbullismo coinvolge bambini e adolescenti sia come vitti­me che come perpetratori in attività violente, pericolose e minac­ciose nel cyberspazio… Il cyberbullismo, a differenza del bullismo tradi­zionale in cui il bullo si confronta faccia a faccia con la vittima, rinforza il danno alla cybervittima a causa della natura virtuale del cyberspazio; in esso, il bullo può nascondersi dietro uno schermo, umiliare la vittima e divulgare materiale offensivo ad un vasto pubblico e in modo anonimo, senza la paura di essere scoperto e punito.
Il bullismo elettronico è “l’uso di internet o altre tecnologie digitali fina­lizzato a insultare o minacciare qualcuno… Una modalità di intimidazione pervasiva che può sperimentare qualsiasi adolescente che usa i mezzi di co­municazione elettronici” e ancora, “volontari e ripetuti danni inflitti attra­verso l’uso del computer e di altri dispositivi elettronici”.

Quindi sinteticamente possiamo individuare nel cyberbullismo le seguenti caratteristiche:
⦁ Volontario: cioè frutto di un comportamento deliberato, non acci­dentale;
⦁ Ripetuto: questo tipo di bullismo rispecchia un modello di com­portamento che non è incidentalmente isolato. Anche il singolo episodio è tuttavia sufficiente per assumere le caratteristiche del­la diffusione online;
⦁ Danno: la vittima deve percepire che il danno è stato inflitto;
Dispositivi elettronici: è il modo con cui avviene il loro utilizzo, che differenzia il cyberbullismo dal bullismo tradizionale.

Un fenomeno sommerso

Se da un lato i casi – spesso solo i più gravi – di cyberbullismo scuotono l’opinione pubblica per la drammaticità degli insulti digitati (con leggerezza) da pre-adolescenti e adolescenti, dall’altro mettono in luce una realtà conosciuta da insegnanti e genitori solo nelle sue manifestazioni più conclamate, la cui mole rimane però latente e ancora troppo spesso avvolta da un’aura di silenzio.
Ciò che arriva agli adulti sembra essere infatti solo l’eco di un fenomeno che rimane in gran parte sommerso e sconosciuto,
spesso rafforzato dall’anonimato che le nuove tecnologie offrono ai cyber bulli.
Ne deriva che approcciandoci al tema cyberbullismo si debba necessariamente tenere conto, oltre che della sfera online, anche di quella sociale, relazionale ed affettiva che si dispiegano nel contesto scolastico e familiare in cui è inserito il minore.
In tale ottica, è auspicabile che vengano attuate innanzitutto azioni di sensibilizzazione che iscrivano il bullismo ed il cyberbullismo all’interno di una cornice più ampia e più articolata, che consenta di dare il giusto peso al contesto sociale allargato in cui gli episodi iniziano, e non solo a quanto accade online.

Diffusione del fenomeno

La letteratura scientifica intemazionale di riferimento, in tema di cyberbullismo (e sue declinazioni), nel corso degli anni ha analizzato diversi aspetti del fenomeno ed altri aspetti ad esso riconducibili.
Negli ultimi anni, in particolare, è stato registrato un aumentato interesse verso questa tematica, considerate le importanti implicazioni sia a breve (es.: sintomi fisici; drop-out scolastico; etc.; es. Due et al, 20050) che a lungo termine (es.: disturbi psicologici cronici; problemi relazionali; disadattamento) e relativi costi individuali e sociali.
Secondo una ricerca effettuata in contesto americano nel 2014, il 43% dei minori intervistati ha subito atti di cyberbullismo almeno una volta nella vita. 1 su 4 è stato vittima di comportamenti aggressivi o prevaricatori online più di una volta – In un’altra indagine condotta sempre nello stesso anno, il 61% degli adolescenti ha dichiarato di essere stato vittima di post cattivi o imbarazzanti sui social network
Se i dati USA tracciano un dilagare del fenomeno in modo particolarmente rilevante, i dati a disposizione per il contesto europeo appaiono meno allarmanti, anche se non marginali. Secondo una ricerca condotta nell’anno scolastico 2013-2014 dal National Center for Education Statistics and Bureau of Justice Statistics, emerge che il 7% degli studenti tra i 6 e i 12 anni sono stati vittime di cyberbullismo.
I risultati di un’altra ricerca del 2013, condotta dal Centers for Disease Control and Prevention, mostrano come 1 preadolescente su 6 (15% degli studenti delle scuole secondarie di primo grado – 9-12enni) sia stato buMizzato online nell’anno precedente.
II dato è confermato anche in Italia da una ricerca europea sul bullismo e la sua incidenza, svolta nell’ambito dell’ Europe Anti-BuMying Project (2013)0 su un campione di ragazzi provenienti da 6 Paesi EU, e svolta in Italia da Telefono Azzurro – su un campione rappresentativo a livello nazionale, composto da 5042 studenti (età 12-18 anni), che frequentavano diverse scuole secondarie di I e II grado – riporta che il 15,9% dei ragazzi italiani è vittima di bullismo online o offline.
Pur considerando le caratteristiche individuali, le dinamiche interpersonali dei singoli attori, i valori del sistema di appartenenza, è condivisa la visione del bullismo online così come quello offline come fenomeno cross-culturale, e l’uso del “potere” per porre sotto pressione o esercitare controllo verso l’altro è osservabile al di là di confini nazionali e sovranazionali.

Diffusione del fenomeno

Sebbene sia elevata l’attenzione riservata al fenomeno negli ultimi anni, il reale impatto ne è probabilmente sottostimato: numerosi, infatti, sono i casi “sommersi”, che non vengono alla luce e nei quali le vittime non riescono a sottrarsi alle prepotenze dei bulP.
In Italia infatti Telefono/e-mail/chat/social network/SMS sono usati sempre più spesso per minacciare o intimidire
qualcuno.
Per dare un inquadramento del fenomeno, secondo l’indagine condotta da Telefono Azzurro e Doxa kids (2014 1 adolescente su 3 ha trovato online proprie foto non autorizzate, 1 su 5 ha trovato proprie foto imbarazzanti; più di 1 su 7 ha trovato online propri video non autorizzati, più di 1 su 10 ha trovato propri video imbarazzanti.
Lo stesso trend viene riscontrato anche nel 2015.
Nell’ultima indagine (2015)  condotta da Telefono Azzurro e Doxa kids su un campione di 600 12-18enni italiani quasi 1 ragazzo su 10 (8%) di quelli intervistati ha dichiarato di aver diffuso informazioni/video che umiliano qualcuno.
Se più di 1 ragazzo su 6 (21%) ha dichiarato di essere stato vittima di bullismo, più di 1 su 10 (12%) individua in internet il contesto in cui sono avvenute queste violenze con maggiore frequenza.
Ciò che preoccupa è il silenzio che ancora troppo spesso permea le vittime di queste prevaricazioni.
Si stima infatti che solo 1 minore su 10 informi un adulto dell’essere stato vittima di bullismo offline o online
In Italia il dato sembra essere ancora più elevato: secondo l’ultima ricerca di Telefono Azzurro e DoxaKids  quasi il 23% dei bambini e degli adolescenti vittima di bullismo non ne ha parlato con nessuno.

Le vittime

Secondo i dati della ricerca europea condotta in Italia da Telefono Azzurro111, la vittima di bullismo o cyberbullismo è molto spesso un bambino o un adolescente molto sensibile, che non risponde alle offese.
La vittima subisce spesso prepotenze per una sua caratteristica particolare (es. disabilità fisica, peso corporeo, la religione, l’orientamento sessuale); inoltre gli studenti di origine straniera tendono ad essere maggiormente vittimizzati (30,46%), come confermano anche altre ricerche recenti.

I cyberbulli
II cyberbullo è il bambino o il ragazzo che mette in atto prevaricazioni, spesso rafforzato dal gruppo dei bulli gregari (o bulli passivi), che online possono essere ad esempio tutti quelli che contribuiscono a diffondere le offese o le discriminazioni o che semplicemente, anche solo con un like, confermano il cyber bullo nel suo comportamento discriminatorio.
Sono co-autori tutti coloro che offrono sostegno anche senza intervenire direttamente. Nella ricerca europea condotta in Italia da Telefono Azzurro, il 16,22% dei ragazzi ha ammesso di essere stato un cyberbullo occasionalmente o ripetutamente141.
Come nel caso delle vittime la percentuale di bulli/cyberbulli è più alta nel caso in cui ci siano problemi familiari151. Il 40% dei bulli/cyberbulli arrivano da famiglie con problemi di alcolismo.
A differenza delle vittime, molti bulli/cyberbulli provengono inoltre da contesti familiari nei quali vi sono problemi con la legge. Come per le vittime, la percentuale più alta di bulli/cyberbulli si osserva tra studenti che hanno dichiarato che la relazione con i genitori (51.28%) è pessima.
Oltre il 30% dei bulli/cyberbulli vivono in famiglie in cui discussioni e conflitti vengano risolti con comportamenti violenti, come diverse ricerche internazionali mettono in evidenza161.

Gli osservatori
E’ necessario prendere in considerazione, infine, gli osservatori, come sempre più spesso alcune ricerche internazionali evidenziano171: tutti quei bambini e ragazzi che assistono agli episodi di buNismo/cyberbuNismo o ne sono a conoscenza.
Gli osservatori giocano quindi un ruolo cruciale, poiché, a seconda del loro atteggiamento, possono favorire o frenare il dilagare delle prepotenze, tanto più poiché le ricerche mettono in evidenza come spesso le vittime tendano a chiudersi nel silenzio : a questo proposito alcune ricerche recenti mostrano come solo 1 vittima su 10 informa i genitori o un adulto di riferimento della situazione che sta subendo.
Gli osservatori quindi possono fare la differenza nel contribuire a rompere il muro che ancora troppo spesso avvolge le vittime di cyberbullismo nel silenzio e nella solitudine.
Da una recente ricerca in contesto americano, ad esempio, emerge come il 70% dei bambini riferisce di essere stato spettatore in situazioni di cyberbullismo.
Nel contesto italiano, la ricerca europea condotta da Telefono Azzurro mostra come 1 adolescente su 2 (51%) degli intervistati si è trovato ad assistere episodi di bullismo/cyberbyllismo.
Il 54% degli intervistati afferma di avere aiutato la vittima. Di contro, però, 1 su 4 degli osservatori dichiara di essere rimasto a guardare senza far nulla, mentre quasi 1 su 5 è andato oltre ignorando quanto stava accadendo.

Perché non intervengono?
Chi non interviene lo fa per
paura di diventare nuova vittima delle prese in giro o diffamazioni, per indifferenza o perché non sa cosa fare: nel 30,89% dei casi i ragazzi temevano le conseguenze dirette, mentre nel 22,74% perché pensavano che ciò che stava accadendo non fosse un loro problema. È importante però constatare che nel 35% l’aiuto non è stato offerto perché i ragazzi non sapevano come poter aiutare la vittima.

L’aura di silenzio che di frequente avvolge il cyberbullismo rende ancora più ragionevole affermare che la disperazione delle vittime si tradurrà successivamente in forme di disagio psico-fisico a lungo termine particolarmente gravose.
Vittime
– Disagio manifestato attraverso sintomi fisici (es. mal di pancia, mal di testa) o psicologici (es. incubi, attacchi d’ansia),
– Riluttanza nell’andare a scuola o a frequentare i luoghi in cui hanno occasione di incontrare coloro che li insultano o li prevaricano anche online.
A lungo termine, svalutazione di sé e delle proprie capacità, insicurezza, difficoltà relazionali fino a manifestare, in alcuni casi, veri e propri disturbi tra cui ansia e depressione.
Bulli
– Cali nel rendimento scolastico, difficoltà relazionali, disturbi della condotta.
L’incapacità di rispettare le regole può portare, nel lungo periodo, a veri e propri comportamenti antisociali e devianti o ad agire comportamenti aggressivi e violenti in famiglia e sul lavoro111.
Osservatori
Il contesto caratterizzato da difficoltà relazionali aumenta l’insicurezza, la paura e l’ansia sociale.
Il continuo assistere ad episodi di bullismo offline e online può rafforzare una logica di indifferenza e scarsa empatia, portando i ragazzi a negare o sminuire il problema.
I costi sociali
Questo fenomeno, potenziato dalla sua componente social, ha elevati costi per i singoli, ma anche per l’intera comunità.
Uno studio americano della National Association of Secondary School Principals (2014)[2], ha conteggiato i costi causati da questo fenomeno (calo nel rendimento scolastico, assenteismo, azioni disciplinari come sospensione ed espulsione, atti di vandalismo, abbandono scolastico), arrivando ad una stima di $ 2.314.600 per il sistema scolastico americano.
I dati delle ricerche nazionali ed internazionali, oltre che quelli a disposizione del Centro Nazionale di Ascolto che evidenziano come molte vittime abbiano bisogno di supporto a lungo termine prima di riacquisire piena fiducia in se stesse, mostrano come sia quindi importante non sottovalutare il fenomeno ed agire tempestivamente, garantendo al bambino/a o adolescente coinvolto in questi episodi una rete articolata di supporto multidisciplinare, preparata su questo tema ed equipaggiata per coinvolgere nell’intervento anche una realtà e un contesto più ampi.

Telefono Azzurro si impegna ogni giorno con progetti concreti perché si superi l’idea del “controllo” e dell’imposizione di “limiti di utilizzo”, a favore dell’ascolto e della sensibilizzazione dei ragazzi, che hanno bisogno di essere aiutati a sviluppare senso critico e, ancor più, comportamenti prosociali in rete, proteggendo in questo modo se stessi e gli altri.
Anche alla luce dei costi individuali, relazionali e sociali che l’essere coinvolti in situazioni di cyberbullismo comporta, diviene fondamentale, implementare una strategia di formazione e di prevenzione, condivisa sia con i bambini e ragazzi, che con gli adulti, accanto al contenimento del fenomeno con misure che attivino il circuito penale. Per affrontare il fenomeno del cyberbullismo Telefono Azzurro promuove, da anni, attività di prevenzione, formazione, ascolto ed intervento.
Una politica dell’ascolto, permette prima di tutto di sintonizzarsi con i bisogni, le paure, le difficoltà dei bambini e degli adolescenti e di inquadrare di conseguenza il fenomeno del cyberbullismo come sintomo di un disagio giovanile più ampio. Attraverso il numero gratuito 1.96.96 e la chat presente nell’home page del sito www.azzurro.it, l’Associazione fornisce ascolto, consigli pratici ed intervento operativo.
Data l’esperienza maturata, a seguito del Protocollo d’Intesa siglato nel dicembre 2014 con il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR), a partire dal 1 febbraio 2015, Telefono Azzurro è operativo come “Linea nazionale di contrasto al fenomeno del bullismo anche online”.
Gli interventi formativi hanno l’obiettivo di responsabilizzare la cosiddetta maggioranza silenziosa degli spettatori, ma anche di guidare insegnanti e genitori ad una maggiore consapevolezza e a migliori strategie di intervento.
Telefono Azzurro realizza da anni laboratori antibullismo all’interno delle scuole primarie e secondarie:
l’obiettivo è quello di sviluppare una maggiore capacità di riconoscimento e comprensione delle emozioni altrui per agire in maniera positiva in difesa della vittima.
Telefono Azzurro è membro della commissione nazionale di contrasto al bullismo del MIUR. Nel 2010 ha siglato un protocollo di intesa con il Ministero dell’Istruzione con l’obiettivo di promuovere il benessere dei bambini e degli adolescenti nelle scuole, poi rinnovato nel 2013.
Il contrasto del cyberbullismo avviene poi anche con iniziative di studio, formazione e sensibilizzazione realizzate a livello europeo.
Safer Internet Program – Connected Generations. Telefono Azzurro è uno dei partner italiani del progetto europeo Generazioni Connesse, co-finanziato dalla Commissione Europea nell’ambito del programma Safer Internet, il cui obiettivo è promuovere un uso sicuro e responsabile di Internet da parte dei più giovani. Realizzato sotto il coordinamento del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, il progetto ha come promotori Telefono Azzurro e Save the Children Italia, e come partner l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, la Polizia Postale e delle Comunicazioni, la Cooperativa E.D.I. e il Movimento Difesa del Cittadino.
Partner del European Antibullying Campaign Project. 2009-2010 Daphne call (European’s ABC, Reference: JLS/2009-2010/DAP/AG/1391). Nell’ambito di questo progetto sono state sviluppate ricerche e strumenti educativi visitabili sul sito http://www.e-abc.eu/it/
Partner della European Antybullying Network (EAN), di cui fanno parte 17 organizzazione a livello europeo appartenenti a 12 Stati d’Europa. L’obiettivo di questo progetto, anch’esso finanziato dal bando Daphne III, è definire una strategia europea di contrasto del bullismo, disseminando buone prassi. http://www.antibullying.eu/it Sul tema specifico del rischi online, negli ultimi anni Telefono Azzurro si è trasformato, facendosi sempre più “tecnologico” ed adattando i suoi strumenti e le sue attività a questi cambiamenti. Diamo ascolto ai bambini, agli adolescenti e ai loro genitori che telefonano, ma anche a quelli che chattano con noi sul nostro sito (www.azzurro.it) o che interagiscono con noi su Facebook (SOS – Il Telefono Azzurro Onlus) e Twitter (@telefonoazzurro). Da diversi anni ci occupiamo di contenuti e di formazione per genitori, insegnanti ed educatori, (a questo proposito si possono consultare i consigli per genitori sul tema del cyberbullismo http://azzurro.it/it/informazioni-e-consigli.

L’Italia è una Repubblica fondata sul livore. Ognuno di voi può giungere a questa conclusione semplicemente scorrendo le vostre bacheche Facebook, In- stagram e Twitter, o quelle dei vostri amici, dove haters, moralizzatori, molestatori e chiunque abbia un accesso alla rete, riversano insulti e sproloqui di ogni genere, spesso con contenuti diffamatori.
I social network vengono sempre più percepiti, da una buona fetta dell’utenza, come un pozzo dove riversare il peggio di sé, un luogo virtuale dove, protetti da una maschera, manifestano vere e proprie dichiarazioni di odio, offese senza limiti e violenze verbali imbarazzanti verso l’additato di turno. Tutte cose che, per carità, esistono anche nel mondo reale, ma che attraverso i social media diventano pubbliche, esplicite, tangibili ed accessibili a tutti.
CORTO CIRCUITO
Lentamente, infatti, si è sviluppato un puro corto-circuito, il quale, se da un lato rappresenta la vera forza dei social-media, dall’altro ha un effetto collaterale che ha contagiato moltissimi utenti, i quali hanno radicato l’illusione di essere tutti sullo stesso piano, in una grande collettività quasi familiare, per cui si rivolgono a chiunque dandogli del tu, chiamandolo per nome, come se ci si conoscesse e ci si frequentasse regolarmente, e dove l’insulto diventa più facile,sgorga come una fonte naturale, e nello stesso modo viene rivolto apersone comuni, apolitici, a giornalisti, a personaggi mediatici od esponenti del mondo dello spettacolo, con una confidenza irrituale e falsamente personale, alimentata dalla assidua frequentazione virtuale sul web di colui che si segue. Il problema in realtà riguarda non solo i volti noti, ma soprattutto la gente comune, che vede riversarsi il livore online, il quale viene manifestato specialmente da quei soggettipiù deboli che in rete possono vedere applicate le proprie invidie e supportate le proprie vessazioni, per trarne intima soddisfazione. Inoltre i politici, soprattutto quelli più in vista, agli insulti sono abituati, se li sono sempre presi, fa quasi parte del loro ruolo, ma in questo caso restano turbati e colpiti, e spesso ricorrono alla denuncia presso la polizia postale, perché mentre prima la voce del popolo non arrivava quasi mai alle orecchie dei potenti, ora è pubblica, si sente e si legge regolarmente tutti i giorni, come un bollettino quotidiano.
Chiunque di voi disponga di un account su un social qualsiasi, avrà, almeno una volta, avuto modo di assistere a critiche feroci e volgari su vostre dichiarazioni, a teorie cospirazioniste per una vostra riflessione postata, e a turpiloqui di ogni genere da persone che non conoscete ma che vi seguono, che appaiono fidelizzare con voi, ed il cui profilo è zeppo di odio, di bufale e di bullismo, e queste persone agiscono indisturbate, convinte che le regole che governano il mondo reale non siano valide sul web. In realtà le norme che regolano il far west della rete esistono, e vengono sottoscritte nei termini di servizio a cui aderiamo con le singole piattaforme, e sono simili alle leggi che già regolano la vita offli- ne, per cui quello che è illecito fuori dal web lo è anche in rete, ma sono princìpi che non riescono a placare lo tsunami di livore che emerge sui social, e che non vengono assolutamente rispettate. Basti pensare che in Italia Facebook, secondo dati raccolti a dicembre 2016, ha rimosso appena il 3% degli hate speech, ovvero i proclami odiosi segnalati, incluse le istigazioni all’odio razziale, e le discriminazioni omofobe o misogine. La Germania lunedì scorso ha varato una legge che prevede multe salatissime, da 5 a 50 milioni di euro, per i social network che non eliminano i contenuti d’odio e le discriminazioni diffamatorie entro 24ore, e la nuova norma, che prevede tre me- siperadeguarsie sarà operativa da gennaio 2018, sarà sorvegliata da 50 dipendenti del ministero della Giustizia tedesco, che avranno il compito di vigilare sull’applicazione del decreto. Si tratta della prima legge di
questo tipo mai messa a punto su scala globale, varata in stato di necessità, poiché i crimini legati all’odio in rete sono aumentati del 300% negli ultimi anni, ed i post “hate speech” sono lievitati del 500%, al punto che migliaia di persone hanno abbandonato i social networkper manifesta intolleranza a tale deriva.
SFOGATOI VIRTUALI
Proteggere la libertà di opinione, da sempre è l’obiettivo di ogni democrazia, ma non sempre risulta facile farlo su piattaforme che hanno iscritti ognuna più di tre milioni di utenti, e che risultano spesso incontrollabili nella loro totalità numeri ca. I social network sono diventati quasi degli spazi dedicati al disincanto dell’animo umano, degli sfoghi di insoddisfazioni represse, dei luna park per i frustrati dai toni altezzosi, dove vengono intrecciate relazioni ambigue da bellicosi personaggi aggressivi che lanciano iloro slogan pubblicitari, le loro fake news e le loro autopromozioni per restare nel “flusso”, per moltiplicare gli “amici” in un mondo, quello della rete, che ha reso le loro possibilità amplificate alTinfinito. Glihaters digitano alla velocità della luce per fotografarsi e dimostrare che esistono, per distinguersi dalla massa che li evita, creando connessioni che superano in quantità tutti gli scambi che hanno nella vita reale, cercando attentamente tra i follower coloro da colpire e contestare. Spesso agiscono sotto mentite spoglie, con identità di comodo, ed a nulla serve ignorarli e non rispondere alle loro provocazioni, poiché queste persone trovano sempre il modo, diretto o indiretto, di disturbare le nostre vite virtuali come dei veri e propri professionisti della molestia.
IL CASO MENTANA
Enrico Mentana è stato il primo dei personaggi famosi, tre anni fa, ad abbandonare ed uscire da Twitter, lamentando pubblicamente la violenza verbale alla quale era regolarmente sottoposto da quelli che lui ha definito webeti, ma da allora in Italia non è cambiato nulla, anzi l’odio ed il livore risulta centuplicato, e soprattutto impunito. Dai social vengono a galla tutte le frustrazioni più nascoste e le invidie sociali, che i sociologi definiscono “l’inconscio digitale”, che è il comune denominatore e motore ditale fenomeno, il quale si alimenta insieme alla incapacità di queste persone di crescere culturalmente, affetti come appaiono da mancanza di cultura, ignoranza e maleducazione dilagante. Basta pensare agli insulti ed alle minacce di lesioni traumatiche, anche fisiche, che abbiamo letto postate in rete da coloro che erano contro il decreto vaccini, e che sono arrivate alle promesse di morte rivolte al ministro della Salute. È certamente riduttivo incolpare di tutto ciò il governo ladro del momento, ed imputare alle sue riforme contestate o disprezzate questo fenomeno, ma fino a quando ingiustizie e disuguaglianze sociali saranno così evidenti, come accaduto in questi ultimi anni, i social continueranno ad essere la valvola di sfogo prediletta delle persone frustrate, infelici, invidiose ed appunto livorose.

3 commenti

  1. In parte siete complici che riportate il video nella testata.
    Saluti

  2. Gianmaria Italia

    Considero il filmato del tutto simpatico e la genuinità dei suoi interpreti dimostra la bintòà degli intenti.
    Depreco tutti i messaggi che lo denigrano.
    Alla direttrice e ai suoi collaboratori assoluta solidarietà
    Gianmaria Italia, Milano

  3. MOLTO meglio il filmato “RUSPANTE” che le IMMANI IDIOZIE del marketing “blasonato”!

    sinceramente QUALSIASI cliente preferisce PERSONE VERE ai bambocciotti gonfiabili “fighettati” che in gran parte sono le “pubblicità” di banche… che DIMENTICANDO CHE SONO AZIENDE DI SERVIZIO, CIOE’ DOVE IL RAPPORTO CLIENTE “E’ ” TUTTO SU FIDUCIA spesso PERDONO clienti ancora prima di averli “fidelizzati”….

    QUINDI… BRAVA KATIA !!!

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