Sclerosi multipla, poca Vitamina D fatale per le donne

Le donne che hanno una carenza di vitamina D potrebbero avere il 43% in più di probabilità di sviluppare la sclerosi multipla (MS) rispetto a quelle con livelli normali della vitamina. Lo si legge in uno studio condotto da ricercatori di Harvard T.H. Chan School of Public Health, i cui risultati suggeriscono che la correzione di questa carenza, in particolare tra le giovani e le donne di mezza età, può ridurre il rischio. Lo studio è stato pubblicato il 14 settembre 2017 sulla rivista Neurology. “E’ necessaria più ricerca sulla dose ottimale di vitamina D onde ridurre il rischio di MS”, ha spiegato a Medical News Today, l’autrice principale dello studio Kassandra Munger, ricercatrice scientifica del Dipartimento di Nutrizione, “ma cercare di conseguire la sufficienza della vitamina D nel corso della vita di una persona – prosegue – avrà probabilmente molteplici benefici per la salute”.

Oggi parleremo di quali sono i rischi della carenza da vitamina D. Come forse saprai, il maggiore problema degli astronauti e la perdita molto consistente di massa ossea quando sono in orbita. Quindi, la vitamina D è stata presa con un certo interesse dei medici che assistono gli astronauti da ormai molti anni. Ma cos’è esattamente la vitamina D? Il primo punto da tenere presente, è che la vitamina D, non è una vitamina ma in realtà è un ormone. E come tale agisce in tutte le cellule tramite un recettore chiamato VDR che è presente in tutte le cellule dell’organismo. Quindi la vitamina D, ha un effetto molto più complesso e più ampio rispetto a quello esclusivamente osseo, anzi sull’osso la vitamina D a un’azione abbastanza in diretta. Quello che la vitamina D fa è ottimizzare l’assorbimento di calcio dall’intestino, ma la vitamina che fa sì che il calcio venga depositato nell’osso è la vitamina K2. La Vitamina D a un’azione indiretta. Un effetto molto importante della vitamina D, cura di potenziale sistema immunitario a tal punto che, ragione per cui noi tendiamo ad ammalarci di più di un patologie di tipo infettivo d’inverno, niente a che fare con la vitamina C, in cui tutti in genere fanno riferimento, ma in realtà è colpa di bassi livelli di vitamina D che abbiamo l’inverno, proprio perché la produzione della vitamina D è prodotta maggiormente con l’esposizione della pelle ai raggi solari.

Un recente studio ha messo in evidenza che la carenza di vitamina D aumenta il rischio, nelle donne, di ammalarsi di sclerosi multipla. Uno studio importante che ovviamente dovrà essere corroborato da altre ricerche. I ricercatori adesso si stanno impegnando per scoprire di più riguardo al legame tra vitamina D e sclerosi multipla e verificare se tale sostanza possa tornare veramente utile in sede di prevenzione della grave patologia. Il corpo umano necessita di vitamina D per assorbire vari nutrienti, specialmente il calcio. Si è sentito spesso parlare, riguardo alla vitamina D, di vitamina del sole. La sostanza infatti è prodotta dalla pelle umana in risposta alla luce solare (non è un caso che medici e nutrizionisti spesso raccomandano di trascorrere molto tempo all’aria aperta!). Ogni persona riceve molta vitamina D mediante i raggi solari. Chi, invece, per diversi motivi, non riesce a passare del tempo all’aria aperta deve assumere il nutriente con i cibi.

Gli alimenti che contengono vitamina D

Come assumere la vitamina D e quindi ridurre il rischio di sclerosi multipla? Stando all’aria aperta, mediante i raggi solari, e a tavola. Ci sono diversi alimenti, infatti, che sono delle vere ‘sorgenti’ di vitamina D, come uova, pesce grasso, latte, cereali, carne e yogurt. Perché spesso i ricercatori si sono concentrati sul presunto collegamento tra carenza di vitamina D e sclerosi multipla? Beh, perché è stato accertato che la patologia colpisce prevalentemente persone che vivono lontano dall’equatore. Gli studiosi, dunque, hanno sempre cercato di scoprire se, effettivamente, i raggi solari rappresentano uno strumento per contrastare la sclerosi multipla.

Due delle domande che gran parte dei ricercatori mondiali si è posta sono: la carenza di vitamina D è associata alla sclerosi multipla?
gli integratori di vitamina D sono utili per prevenire la malattia?
Sebbene ancora non vi siano risposte chiare ed esaustive a tali domande, molti ricercatori hanno scoperto una certa influenza della vitamina D sulla sclerosi multipla. E’ stato riscontrato, ad esempio, che soggetti con un livello elevato di vitamina D rischiano meno di esseri colpiti dalla terribile malattia o recidive. Alcuni interrogativi, purtroppo, sono ancora senza risposte. Non si sa, ad esempio, quanta vitamina D bisogna assumere per tenere alla larga la sclerosi multipla.

Uno studio condotto nel 2015 ha scoperto che assumere quotidianamente una buona quantità di vitamina D aiuta a ridurre alcune cellule immunitarie che solitamente vengono associate all’insorgenza della sclerosi multipla.

La medicina ufficiale consiglia l’assunzione di vitamina D per chi soffre di osteoporosi. Sicuramente le quantità consigliate sono ben definite per la popolazione di età avanzata, delle persone ultrasessantacinquenni le quantità raccomandate sono di 800 /, 1000 unità giornaliere, questa dose può essere somministrata o giornalmente o settimanalmente oppure mensilmente. La carenza di vitamina D nella popolazione ultrasessantacinquenni non c’è bisogno di misurarla, mentre per la popolazione giovanile laddove ci siano delle gravi patologie come celiachia, uso di farmaci cortisonici, o persone che si fatturano bisogna tenere costantemente sott’occhio i valori della vitamina D.

La vitamina D esercita i suoi effetti anche al di fuori delle ossa, influenzando anche il metabolismo. Ernesto Maddaloni e colleghi, in uno studio presentato al congresso annuale dell’EASD in corso a Lisbona, sono andati a valutare l’effetto di una supplementazione di calcidiolo (una forma di vitamina D) sull’insulino-resistenza, sulla funzione delle cellule beta pancreatiche (quelle produttrici di insulina) e sui marcatori di infiammazione e di stress ossidativo nei soggetti con pre-diabete e bassi livelli di vitamina D.A questo scopo, 150 pazienti sono stati randomizzati in doppio cieco in 3 gruppi (ognuno di 50 persone) che hanno assunto ogni giorno per 6 mesi: 50 mcg di Calcidiolo (gruppo A), 25 mcg di Calcidiolo (gruppo B), o placebo (gruppo C). All’inizio e alla fine dello studio, gli autori sono andati a valutare l’insulino-resistenza (Indice ISogtt) e la funzione beta-cellulare (Indice ISSI-2), confrontandola nei tre gruppi di pazienti.

I ricercatori hanno analizzato ben 3.200  campione di sangue prelevati da donne, a maggior rischio di sviluppo della patologia rispetto agli uomini. Tra i campioni di sangue analizzati il 43% presentava una carenza di vitamina D, con il rischio maggiore di sviluppare la Sclerosi Multipla nei successivi 9 anni, rispetto alle donne con valori di vitamina D nella norma.

Questa ricerca potrebbe andare a spiegare le statistiche di casi di sviluppo della malattia più concentrato nelle zone nordiche, ossia nelle zone territoriali dove la luce solare è meno presente rispetto ad altri luoghi.

Il sole si presenta infatti come un alleato fondamentale per lo sviluppo della vitamina D. Attraverso la dieta alimentare è possibile integrare fonti di vitamina D come il latte, le uova, il pesce e la carne, contrastando gli effetti della malattia che conduce spesso ad uno stato degenerativo totale della mobilità motoria.

“l nostro studio, che coinvolge un gran numero di donne, suggerisce che la correzione della carenza di vitamina D nelle donne giovani e di mezza età può ridurre il rischio futuro di MS” ha evidenziato l’autrice principale dello studio Kassandra Munger.

Secondo la Munger ogni donna dovrebbe poter integrare la vitamina D attraverso specifici integratori sotto la prescrizione del proprio medico curante, al fine di evitare possibili e dannose carenze.

La vitamina è più precisamente un gruppo di vitamine denominate D1, D2, D3, D4 e D5, risulta essere molto importante per la salute del nostro organismo e per questo motivo nella nostra dieta non devono assolutamente mancare gli alimenti fonte di questa importante vitamina. La vitamina D, come già anticipato, per chi non lo sapesse è composta da un gruppo di vitamine quali D1, D2, D3, D4 e D5 i quali hanno una caratteristica comune, ovvero quella di essere liposolubili e per chi non lo sapesse, si attivano alla luce del sole.

La vitamina D ha importanti funzioni e risulta essere un ormone fondamentale per lo sviluppo ed il mantenimento del tessuto osseo, oltre ad essere in grado di favorire una corretta risposta immunitaria dell’organismo e tra queste importanti proprietà della vitamina D,citiamo il colecalciferolo che regola la funzionalità del sistema immunitario e della produzione di alcuni neurormoni.

“È bene sottolineare che la vitamina D, a dispetto del suo nome, non è affatto una vitamina ma un vero e proprio ormone che regola il metabolismo del calcio”, è questo quanto dichiarato dal dottor Claudio Pagano, specialista in Endocrinologia e Malattie del Metabolismo e Professore Associato di Medicina Interna presso l’università di Padova.Sono davvero numerosi gli effetti benefici della Vitamina D, e nello specifico questa, contribuisce a fissare il calcio nelle ossa preservandole dalle fratture e per questo motivo è suggerita per gli anziani che spesso vanno incontro a stati di fragilità ossea, ma non finisce qui perché la Vitamina D previene alcune malattie degenerative come la demenza e il morbo di Parkinson e di alcune forme di tumore, quali quello della mammella, della prostata e del colon. Tra gli altri benefici, la Vitamina D è importante in gravidanza perché contribuisce al mantenimento della salute e delle ossa del nascituro ed ancora assume un ruolo primario nella crescita dei capelli in quanto va a stimolare il follicolo pilifero effettuando anche una importante azione di rafforzamento del bulbo e del fusto.

Sapevate che la Vitamina D previene alcune malattie importanti come la sclerosi multipla? E’ questo quanto è emerso da un recente studio effettuato da un gruppo di ricercatori della Harvard University, i quali hanno dimostrato che una carenza di questa vitamina potrebbe essere un fonte di rischio per lo sviluppo della malattia e viceversa l’assunzione della vitamina da parte di pazienti affetti dalla malattia può rallentarne la progressione in alcuni casi.

Che dose di vitamina bisogna assumere? Secondo quanto riferito da un gruppo di ricercatori, sembra che fino a 50 anni, la dose giornaliera consigliata è di 400-800 unità internazionali, ovvero circa 0,4-0,8 grammi di vitamina D3 o colecalsiferolo, la forma di vitamina D più utile all’assorbimento del calcio nelle ossa. Per capire il livello di Vitamina D presente nel nostro organismo basterà fare un esame del sangue, chiamato 25 idrossivitamina D nel sangue o 25 D.

L a vitamina D è costituita da un gruppo di cinque pro ormoni liposolubili: D1, D2, D3, D4 e D5, ma soltanto la vitamina D2, o ergocalciferolo, e la vitamina D3, o colicalciferolo, manifestano un’attività biologica molto simile e rappresentano le due forme più importanti per la vita. L’assunzione di vitamina D è possibile sia attraverso la dieta sia grazie all’esposizione solare; in entrambi i casi, essa si presenta in forma biologicamente inattiva e la sua attivazione passa attraverso due differenti reazioni di idrossilazione. La vitamina D nella sua forma attiva, il calcitriolo, permette sia il riassorbimento del calcio a livello renale, sia l’assorbimento dello stesso calcio e del fosforo nell’intestino; a livello cellulare, interagisce con gli ormoni calcitonina e paratormone. Il paratormone è un polipeptide prodotto dalle paratiroidi e permette di aumentare i valori del calcio e ridurre quelli del fosforo attraverso il riassorbimento del calcio a livello renale e intestinale. Questa azione è mediata dalla vitamina D. La calcitonina, al contrario, determina una riduzione dei livelli ematici di calcio, agendo in modo contrario al paratormone. A livello osseo, infatti, determina un aumento della deposizione di calcio da parte degli osteoblasti e blocca il riassorbimento causato dagli osteoclasti.

UN PO’ DI STORIA Risale al XVII secolo la descrizione che Whistler, uno studente inglese di medicina, fece del rachitismo, principale manifestazione clinica dovuta alla carenza di vitamina D. Questa malattia era diffusa specialmente tra la gente povera dei paesi del nord Europa, dove, oltre a un’alimentazione scarsa e poco variata, si osservava anche una carenza di luce solare per diversi mesi all’anno. Agli inizi del XX secolo, Mellanby e Huldschinsky osservarono che i bambini cresciuti in aree urbane situate in zone temperate sviluppavano rachitismo. I due scienziati correlarono il rachitismo alla mancanza d’aria pura e di luce solare, ed ipotizzarono la carenza di un non identificato fattore dietetico. Osservarono inoltre che l’aggiunta di olio di fegato di merluzzo nella dieta o l’esposizione solare prevenivano o guarivano la malattia. Nel 1929, Elmer V. MacCollum scoprì come responsabile della malattia la carenza di un fattore regolatore del meccanismo di fissazione del calcio nelle ossa.

VITAMINA D E ALIMENTI Soltanto pochi alimenti di origine animale contengono quantità significative di vitamina D. In particolare, l’olio di fegato di merluzzo ne contiene un’ elevata quantità (210 µg/100g), ma non viene abitualmente consumato. Tra i pesci, quelli grassi, quali salmone e aringhe, ne possono contenere fino a 25 µg/100g; tra le carni, invece, solamente il fegato ne contiene oltre il livello di tracce (0,5 µg/100g). Il burro rappresenta l’unico derivato del latte in grado di contenerne fino a 0,75 µg/100g, seguito dai formaggi particolarmente grassi che ne contengono fino a 0,5 µg/100g. Infine, le uova contengono circa 1,75 µg/100g di vitamina D.

VITAMINA D ED ESPOSIZIONE ALLA LUCE SOLARE Il modo più semplice per ottenere vitamina D è prendere il sole: il corpo umano è in grado di produrre vitamina D a partire dal colesterolo, attraverso un processo mediato proprio dall’azione dei raggi UVB solari. Il sole rappresenta quindi un prezioso alleato per la salute dell’intero organismo e un’esposizione di 10- 15 minuti alla luce solare può generare da 10.000 a 20.000 UI di 25-idrossivitamina D. Numerosi sono i fattori che possono influenzare la sua sintesi, quali la pigmentazione della pelle, la latitudine e la percentuale di pelle esposta al sole e ciò rende complesso valutare la quantità di vitamina D convertita dall’esposizione al sole. I bambini e i ragazzi con la carnagione più scura tendono ad avere bassi livelli di vitamina D a causa dell’abbondanza di melanina nella pelle e richiedono un’esposizione da 5 a 10 volte più prolungata per raggiungere gli stessi livelli di 25-idrossivitamina rispetto ai bambini dalla pelle più chiara. Alcune creme solari possono ridurre la capacità di produrre la vitamina D poiché schermano buona parte dei raggi UVB, tuttavia rappresentano un valido strumento per allontanare il rischio di scottature, quindi è necessario raggiungere un compromesso per massimizzare i benefici del sole riducendo i rischi connessi all’esposizione ai raggi UV.

VITAMINA D IN SALUTE E IN MALATTIA La vitamina D è essenziale per il metabolismo del magnesio e dei fosfati e stimola l’espressione proteica nella parete intestinale al fine di promuovere l’assorbimento del calcio e la mineralizzazione ossea. Adeguati livelli di vitamina D possono inoltre ridurre il rischio di sviluppare patologie autoimmuni, infezioni e diabete di tipo 2. Numerose evidenze derivanti da studi osservazionali hanno dimostrato l’importanza della vitamina D nel ridurre il rischio di sviluppare il diabete di tipo 1 nella prima infanzia. Bassi livelli ematici di questa vitamina, al contrario, causano il rilascio dell’ormone paratiroideo che, a sua volta, causa il rimaneggiamento del calcio nelle ossa. Nel tempo, un eccessivo riassorbimento osseo può causare l’insorgenza di rachitismo.

CARENZA DI VITAMINA D NEI BAMBINI La carenza di vitamina D nei bambini causa numerosi eventi avversi, quali ritardo nella crescita e rachitismo. Quest’ultimo insorge in età infantile e, da un punto di vista clinico, è possibile osservare una riduzione della crescita del bambino rispetto alla media, con presenza di morbidezza, spesso associata anche a dolore delle ossa, lassità delle articolazioni e deformazioni precoci degli arti. Fortunatamente, se trattato in maniera idonea, il rachitismo può essere guarito. Nonostante la vitamina D sia presente in determinati cibi e bevande, recenti evidenze scientifiche ne hanno dimostrato una carenza compresa tra il 12% e il 24%, dalla primissima infanzia fino al periodo adolescenziale. I neonati nutriti al seno, in particolare, rappresenterebbero i soggetti a più alto rischio di sviluppare patologie correlate ad una scarsa assunzione di vitamina D. I farmacisti e i medici di famiglia dovrebbero quindi favorire l’applicazione delle linee guida riguardanti l’assunzione di tale vitamina fin dalle prime settimane di vita.

CARENZA DI VITAMINA D NEGLI ADULTI Gli adulti che presentano una carenza grave di vitamina D manifestano ipomineralizzazione ossea e riferiscono osteomalacia, debolezza muscolare e dolore osseo. In particolare, l’osteomalacia o fragilità ossea viene riscontrata abitualmente nei pazienti anziani con diete povere in vitamina D, nei soggetti che presentano patologie epatiche o renali, un ridotto assorbimento di vitamina D o una carente esposizione ai raggi solari. Il trattamento per l’osteomalacia dipende dalla causa scatenante la malattia e solitamente include il controllo del dolore, un intervento chirurgico ortopedico, la somministrazione della vitamina D e di agenti leganti il fosfato.

LINEE GUIDA PER L’ASSUNZIONE GIORNALIERA DI VITAMINA D Nel corso degli ultimi anni si è assistito a un progressivo incremento dei livelli raccomandati di vitamina D. Nei primi anni del 2000, l’assunzione consigliata dal secondo mese di vita fino all’adolescenza era di 200 UI, di 400 UI in età adulta e di 600 UI dopo i 70 anni. Le attuali linee guida, invece, sottolineano come i neonati che assumono esclusivamente latte in formula siano in grado di mantenere livelli ematici di vitamina D più adeguati rispetto ai neonati che assumono latte materno. I neonati allattati esclusivamente o parzialmente al seno, i bambini e gli adolescenti che assumono meno di un litro di latte arricchito con vitamina D al giorno dovrebbero ricevere 400 UI di tale vitamina. Le linee guida raccomandano inoltre l’assunzione di 800-1000 UI al giorno di vitamina D per gli anziani. In condizioni di esposizione solare ridotta, di età molto avanzata, di osteoporosi, di precarie condizioni nutrizionali o di malassorbimenti intestinali e in caso di somministrazione di alcuni farmaci come anticonvulsivanti o glucocorticoidi, possono essere prescritte quantità ancora maggiori di vitamina D. Nonostante queste raccomandazioni, non ci sono studi che dimostrerebbero che l’assunzione di 400 UI di vitamina D al giorno possa migliorare alcune condizioni dei pazienti, quali la letargia, l’irritabilità e il ritardo della crescita, attribuite alla deficienza di vitamina D. Studi prospettici orientati sull’analisi degli outcomes dei pazienti, rispetto a quelli riguardanti lo studio dei biomarcatori, potrebbero chiarire il ruolo svolto dall’implementazione della vitamina D nella dieta della popolazione.

La mancanza di vitamina D in gravidanza risulta essere davvero pericolosa, sia per la mamma che per i bambini, è questo il risultato di un nuovo studio australiano, che ha scoperto il peso sulla salute della carenza di questa vitamina anche a livello di autismo. Precedenti studi avevano evidenziato come la carenza di vitamina D sia causa di schizofrenia, asma e ridotta densità ossea, mentre lo studio di cui abbiamo appena accennato pari si basi sul fatto che, non assumendo la giusta dose di vitamina D, possa aumentare il rischio di mettere al mondo una prole con tratti autistici verso l’età di sei anni. “Questo studio offre ulteriori evidenze che bassi livelli di vitamina D sono associati con disturbi dello sviluppo neurologico”, ha dichiarato il neurologo John McGrath nel corso di un suo intervento sul sito dell’Università.

Secondo gli esperti, bisognerebbe stare molto attenti a non scendere sotto il livello di rischio per il bambino, soprattutto nelle ultime 20 settimane di gravidanza, considerando che per carenza di vitamina D si considera il valore al di sotto dei 25 nmol/L. Qualora dovesse verificarsi ciò, e dunque che i livelli di vitamina dovessero scendere al di sotto dei 25 nmol/L, si presenterebbe il rischio di tratti autistici nel bambino.

Lo studio in questione è stato effettuato dai ricercatori del Brain Institute dell’University of Queensland e dell’Erasmus Medicla Centre in Olanda su 4200 campioni di sangue di donne incinte e dei loro rispettivi bambini. Correlato ai rischi e di conseguenza alla possibile riduzione del livello di vitamina D in gravidanza, gli esperti raccomandano l’esposizione del sole, evitando le ore più calde certamente, ma pare che la vitamina D di solito si assorbe meglio con l’esposizione al sole, ed ancora mangiare cibi arancioni come carote, melone e zucca, mangiare cibi di origine animale come pesce, latte, uova ed alimenti fortificati con ben indicata in etichetta la presenza di vitamina D, mangiare i funghi ed infine affidarsi ad integratori ad hoc.

Il rischio? Come abbiamo anticipato, tutte le raccomandazioni sopra elencate sono correlate alla vitamina D o meglio ai rischi relativi ala mancanza di questa importante sostanza nel corpo di una donna in gravidanza, e di conseguenza al fatto che mancando questa importante vitamina nel corpo di una donna in attesa, il bambino può andare in contro a problemi di salute piuttosto seri; la vitamina D è infatti nota per i suoi benefici nel mantenere le ossa sane e vi sono solide evidenze che la collegano alla crescita cerebrale. Si è parlato anche di correlazione tra la mancanza di vitamina D ed autismo, ma su questo aspetto prima di poter affermare con certezza questo legame, bisognerà approfondirlo.

E’ allarme vitamina D per i bambini in Italia e non solo in quanto trattasi di un problema globale che riguarda tutti i Paesi del mondo. In particolare, nel nostro Paese 6 bambini su 10 sono carenti di vitamina D in accordo con l’allarme lanciato in merito dalla Società italiana di pediatria.

E’ fondamentale che i bambini e gli adolescenti prendano il sole a mani e gambe almeno per tre volte la settimana, ed invece se sei su dieci sono in uno stato di ipovitaminosi D è perché durante la giornata stanno per troppo tempo chiusi a casa.

La carenza di vitamina D spazia dalle forme meno gravi e fino ad arrivare al deficit severo che può causare una patologia che al giorno d’oggi è rara, e che è rappresentata dal rachitismo carenziale. D’altronde è nelle prime due decadi di vita che si viene a formare completamente lo scheletro di un individuo con un picco di massa ossea che si raggiunge attorno ai 20 anni.

Quindi, da bambini e da adolescenti l’esposizione al sole è fondamentale per accumulare quel tesoretto di vitamina D che permette di modellare la corporatura. Questo perché solo il 10% di vitamina D di cui si ha bisogno viene assunto attraverso l’alimentazione, mentre tutto il resto è frutto dell’azione della radiazione UV.

E così, in collaborazione con la Fimp, Federazione Medici Pediatri, la Società di pediatria preventiva e sociale e la Società italiana di pediatria hanno messo a punto un documento per i pediatri, il primo del genere, che fornisce ogni raccomandazione utile sulla prevenzione dell’ipovitaminosi D da 0 a 18 anni.

Vitamina D e neoplasie
Il deficit di Vitamina D è stato documentato in pazienti affetti da varie forme di neoplasia incluso il carcinoma della mammella, del colon e della prostata19. Nonostante la plausibilità biologica che la Vitamina D possa avere un ruolo nell’oncogenesi, le evidenze che la supplementazione di Vitamina D possa ridurre l’incidenza o la mortalità per neoplasia sono ancora limitate e controverse20.

Vitamina D e neoplasie cutanee
La possibile relazione tra deficit di Vitamina D e aumentato rischio di neoplasie cutanee è stato oggetto di molti studi nel corso degli ultimi anni. La Vitamina D ha un ruolo importante nel modulare il ciclo cellulare, l’apoptosi, riparare il DNA e sopprimere l’oncogenesi cutanea agendo sul suo recettore che è espresso dalle cellule neoplastiche dei carcinomi baso- e spino-cellulare. È stato osservato che il calcitriolo topico, un derivato della Vitamina D per uso topico, può reprimere il meccanismo di trasduzione del segnale legato al pathway Hedgehog nelle cellule neoplastiche di basalioma nel topo, esercitando quindi un’attività oncosoppressiva. Diversi studi epidemiologici hanno documentato deficit di Vitamina D sia nei pazienti con melanoma, sia in quelli affetti da neoplasie cutanee nonmelanoma (NMSC). Questi studi sono stati generalmente condotti in Paesi caratterizzati da elevate incidenze di neoplasie cutanee quali Australia, Stati Uniti ed Europa settentrionale, anche se non mancano studi condotti in Italia. Il limite di tali studi è dato dalla difficoltà di tenere in opportuna considerazione un importante fattore di confondimento rappresentato dall’esposizione al sole, che è la principale fonte di Vitamina D e allo stesso tempo un fattore di rischio per le neoplasie cutanee. L’effetto della supplementazione di Vitamina D nella prevenzione delle neoplasie cutanee non sembra clinicamente rilevante. Il trial clinico randomizzato “Women’s Health Initiative” condotto su un campione di 36.282 donne di età compresa tra 50 e 79 anni in follow-up per 7 anni ha escluso che la supplementazione giornaliera di 1.000 mg di calcio e di 400 UI di Vitamina D3 possano ridurre la incidenza di melanoma e il cancro della pelle senza melanoma (NMSC).

Vitamina D e malattie autoimmuni
Il deficit di Vitamina D è stato riportato anche in associazione con molte malattie autoimmuni, quali la sclerosi multipla, il diabete mellito tipo 1, la tiroidite di Hashimoto, le malattie
Deficit di Vitamina D in Dermatologia  infiammatorie croniche dell’intestino, l’artrite reumatoide, il lupus eritematoso sistemico e la sindrome di Sjogren’s.

Vitamina D e artrite reumatoide
Il deficit di Vitamina D è stato riportato in pazienti affetti da artrite reumatoide (AR)28. È stato osservato che il rischio di ammalarsi di AR è inversamente correlato all’esposizione solare, all’introito alimentare di Vitamina D e ai suoi livelli sierici. L’ipovitaminosi D in pazienti affetti da AR è frequente in Italia anche nelle regioni del Sud esposte a una maggiore insolazione. Si ipotizza che il deficit di Vitamina D possa essere la conseguenza della disabilità fisica, che causa una ridotta mobilità e, di conseguenza, una ridotta esposizione solare. È stata osservata anche una correlazione positiva tra livelli sierici di Vitamina D e probabilità di remissione e/o di risposta favorevole alla terapia. La supplementazione di Vitamina D nei pazienti carenti con AR può essere indicata anche per la prevenzione dell’osteoporosi secondaria in chi è in terapia cronica cortisonica.

Vitamina D e Lupus Eritematoso Sistemico
Il fatto che l’ipovitaminosi D sia piuttosto comune nei pazienti affetti da Lupus Eritematoso Sistemico (LES) non sorprende considerando che l’esposizione solare è notoriamente controindicata in questi pazienti perché è un fattore di rischio per la riacutizzazione del LES. A sostenere l’ipotesi di un possibile ruolo patogenetico della Vitamina D nel LES vi sono le associazioni con alcuni polimorfismi dei geni del recettore per la Vitamina D. Come per l’AR, anche nel LES vi sono studi che correlano inversamente i livelli di Vitamina D con l’attività di malattia, anche in pazienti pediatrici. È stato anche osservato che riacutizzazioni di LES possono essere associate a riduzioni stagionali dei livelli sierici di Vitamina D.

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