Elisir di lunga vita da record: sfatato tabù, si può vivere oltre 115anni

Al momento è impossibile prevedere quale sia la durata massima della vita umana: il famoso limite fissato intorno ai 115 anni da diversi esperti potrebbe in realtà essere superato nel prossimo futuro.

A indicarlo sono i dati relativi ai super-centenari raccolti dal 1968 a oggi tra Giappone, Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna: li hanno analizzati su Nature i biologi Bryan G. Hughes e Siegfried Hekimi della McGill University di Montreal, in Canada.

Secondo i due ricercatori, non esistono prove dell’esistenza di un limite massimo per la durata della vita umana: se questa soglia esistesse davvero, dovrebbe ancora essere raggiunta o identificata.

Sulla base della loro analisi statistica, i due biologi contestano dunque il limite dei 115 anni proposto da un recente studio, pubblicato su Nature ad ottobre dal gruppo di Xiao Dongclose dell’Albert Einstein College of Medicine di New York. “Non sappiamo quale sia il limite di età”, affermano Hughes e Hekimi. “Estendendo le linee che indicano le tendenze, si vede che la vita media e quella massima potrebbero continuare ad aumentare nel prossimo futuro”.

Sta cambiando profondamente la percezione e il modo di vivere l’anzianità: da tratto declinante e terminale dell’esistenza a fase con significati, contenuti e obiettivi specifici, originali, diversi da quelli delle altre tappe del ciclo di vita.
All’origine di questo processo sociale c’è, indubbiamente, un dato fisiologico legato all’innalzamento della speranza di vita e, al contempo, la possibilità anche in età più avanzata di beneficiare di uno stato di salute capace di garantire un grado di autonomia sufficiente a dedicarsi alle varie e diversificate attività di cui si ha voglia.
L’aspetto più interessante è che lo stile specifico di vita degli anziani non va valutato sulla base del grado di omogeneità/eterogeneità rispetto agli stili di vita di altri gruppi sociali e classi di età, ma nella sua originalità poiché è il portato dell’adattamento all’evoluzione delle proprie funzioni cognitive e delle proprie possibilità fisiche.
L’indagine rileva che non è in atto una corsa degli anziani a rendersi più omogenei ai giovani, o a moltiplicare attività che sono proprie di altre fasi della vita, ma una ricerca del benessere che, invece, è legata ad un set di modelli di vita e comportamenti adattivi che consentono agli agé di stare bene con se stessi e di fronteggiare positivamente i diversi ambiti.
Sul piano sociale, un primo aspetto di estrema importanza riguarda la percezione di libertà e nuova opportunità che la maggioranza degli anziani associa all’allungamento della vita ed alla fase della pensione.
Se dalle indagini degli anni scorsi era emersa soprattutto l’individualizzazione della percezione del momento d’ingresso alla fase anziana della propria vita, che la maggioranza attribuiva prevalentemente all’insorgere di una condizione di non autosufficienza o alla morte del coniuge, nell’indagine del 2005 emerge che allungamento della vita e fine della fase lavorativa significano, sostanzialmente, rottura degli obblighi, allentamento dei vincoli e libertà di sperimentare il nuovo e/o il desiderato.
Se allo sgretolamento di una visione standardizzata dell’anzianità emersa lo scorso anno si affianca l’idea di libertà di scelta che, invece, è al cuore delle

opinioni di quest’anno, risulta evidente che tra gli anziani si va radicando una visione molto positiva della propria condizione; declino fisico, contrazione delle capacità cognitive, marginalità rispetto al mondo produttivo e fragilità socioeconomica non sono certo il core della visione che gli anziani hanno di se stessi.

Libertà di scegliere, di sperimentare, di praticare attività lavorative o ludiche di cui si ha voglia, è questa la sostanza positiva captata dagli anziani nell’allungamento della vita e nella fase pensionistica della propria esistenza.
Infatti, il 60,6% degli anziani di 60 anni e più vede nell’allungamento della vita degli individui una opportunità perché permette di fare le cose che piacciono; è solo il 7,1% degli intervistati a ritenere inutile l’allungamento della vita perché pensa che essere anziani sia comunque penalizzante, mentre è l’ 11,5% a sentire soprattutto il danno legato al rischio della non autosufficienza.

Come rilevato, è centrale in questo risultato la netta prevalenza di una visione positiva dell’allungamento della vita che apre nuove opportunità, crea i presupposti per dedicarsi a cose che sono considerate piacevoli; tale convinzione è condivisa trasversalmente da una maggioranza di uomini e donne e di residenti nelle diverse aree geografiche; è molto più elevata tra i laureati (84,1%) e nei residenti nei comuni di minore ampiezza (il 63,4% nei comuni fino a 10 mila abitanti ed il 65,4% in quelli tra 10 mila e 100 mila abitanti.
Conferma della visione positiva, proattiva della vecchiaia, che consente di vivere senza obblighi e godersi la vita, viene dall’opinione sull’andare in pensione che viene giudicata positivamente dal 58,2% degli anziani; idea condivisa trasversalmente nel corpo sociale e nelle diverse aree geografiche con punte del 66,1% al Sud-Isole e del 65,7% tra i percettori di reddito medio alto e alto.
Questo dato, indubbiamente, può sorprendere visto che è in contrasto con una letteratura pluridecennale che ha progressivamente associato all’ingresso nella pensione l’avvio di un circuito marginalizzante.

LUNGA VITA, SALUTE, MEDICINA

E’ evidente che la valorizzazione della longevità presuppone un buono stato di salute fìsica e soprattutto mentale. Oggi la preoccupazione maggiore riguarda le malattie degenerative neurologiche, come l’Alzheimer e il Parkinson, ma lo sviluppo della genetica e dell’epigenetica ci fanno ben sperare.
Le scoperte scientifiche più recenti hanno infatti radicalmente trasformato la prospettiva con cui guardare all’invecchiamento e alla longevità. Innanzitutto hanno introdotto il principio che la durata della vita può essere regolata dall’uomo stesso.
Se fino a poco fa pensavamo che gli unici strumenti a disposizione fossero essenzialmente il miglioramento dei risultati della medicina e delle condizioni di vita, oggi sappiamo che la durata dell’esistenza è geneticamente determinata. Ma è noto tuttavia che gli stili di vita adottati possono interagire con i nostri geni per modificarne l’azione e che disponiamo di farmaci in grado di intervenire sulla funzione dei geni dell’invecchiamento.
Quindi la domanda da porsi è la seguente: è giusto allungare “chimicamente” la durata della vita? La risposta è sì, se insieme alla durata ne prolunghiamo la qualità.
Non si può infatti parlare di longevità come fenomeno demografico senza partire dalla rivoluzione culturale della medicina moderna, che da “difensiva” – con l’obiettivo di guarire o comunque difendere le persone malate – è diventata “preventiva” – con l’obiettivo di impedire che le persone si ammalino -.

Come ha sottolineato nei suoi studi il professor Sergio Pecorelli, mio caro amico e fra i massimi esperti europei nei programmi di active healthy aging, è stato stimato che gli europei vivono in media fra gli 8 e i 10 anni della propria vita in malattia. Sappiamo inoltre che il 64% dei farmaci vengono assunti dopo i 65 anni, e che dopo questa età aumentano i ricoveri ospedalieri, creando una situazione diffìcilmente sostenibile, anche economicamente.
In realtà, quindi, ciò che interessa oggi non è la longevità in sé, ma la longevità sana. La medicina sta elaborando nuove strategie per risolvere il problema di una popolazione che vive sempre più a lungo, ma con qualità di vita scadente.
cosa si può fare dunque, come paese e come individui, per una longevità sana? Innanzitutto oggi la prevenzione deve iniziare all’interno dell’utero materno, con comportamenti corretti della madre – primo, non fumare – per poi arrivare al momento cruciale della scuola.
La scuola che chiamiamo dell’obbligo è il luogo ideale per imparare a non fumare, mangiare correttamente, stare lontani da alcol e droga, fare attività fìsica. Sono necessarie quindi visioni politiche a lungo termine – 20, 30 anni – che vadano ben oltre i singoli mandati politici, perché l’emergenza obesità, o fumo, e le malattie che ne conseguono, richiedono cambiamenti culturali che necessitano di tempi lunghi per sedimentarsi e consolidarsi. Questo tuttavia non significa che come individui adulti, e al di là del sistema pubblico in cui viviamo, non possiamo contribuire al raggiungimento dell’obiettivo di un buon invecchiamento. La ricerca scientifica ha scoperto che le malattie croniche tipiche della terza età sono dovute a processi infiammatori. Diabete, patologie cardiovascolari e neurodegenerative, cancro sono i big killer dell’anziano, ma sono soprattutto i responsabili di una vecchiaia senza salute. I processi infiammatori modificano il genoma, causando delle mutazioni ai geni che lo compongono, ma agiscono in combinazione con l’azione degli stili di vita che adottiamo e l’ambiente in cui viviamo. Quindi possiamo facilmente intervenire almeno su una delle componenti che modulano l’invecchiamento: come viviamo. Non fumare, mangiare poco, ridurre le proteine animali e fare movimento fìsico sono 4 scelte semplici che costano poco alla singola persona, e quasi nulla alla comunità.

Alcune di queste azioni, inoltre, come il movimento fìsico, possono essere intraprese anche in età avanzata: è dimostrato che 30 minuti di camminata al giorno, a qualunque età, aumenta dell’1% all’anno lo spessore dell’ippocampo anteriore. Inoltre, se al moto aggiungiamo attività di brain training – esercizi di logica, di matematica, sudoku, rebus e così via – e una buona socializzazione, la percentuale di crescita aumenta in modo significativo.
Se l’ippocampo è ricco di cellule e ha uno spessore consistente – rilevabile con la risonanza magnetica – aumenta la nostra memoria a lungo termine e in generale le nostre capacità cognitive.
Anche l’alimentazione è un fattore di “buona vecchiaia” a qualsiasi età, e la restrizione calorica lo è in primis. Negli animali la riduzione drastica delle calorie assunte quotidianamente riduce l’incidenza di molte malattie e prolunga la durata della vita fino al 40%; i primi studi sull’uomo stanno confermando risultati simili. Informazione, educazione alla salute, responsabilità individuale sono quindi la base della ricetta per una longevità sana.
Viene spontaneo domandarsi a questo punto quanto incide sulla longevità la genetica e quanto invece lo stile di vita e l’ambiente in cui si vive. Io direi che incidono nella stessa misura perché oggi sappiamo che la longevità è il risultato dell’interazione fra fattori genetici e fattori che noi scienziati chiamiamo “ambientali”, cioè esterni alla cellula.
Questo significa che anche se il Dna determina geneticamente la durata della vita, modificando l’ambiente esterno alla cellula, attraverso appunto gli stili di vita, è possibile influire sulla loro azione nei confronti del nostro organismo. Quindi con comportamenti sani possiamo influenzare i processi di invecchiamento, riducendo il numero e la gravità delle malattie tipiche dell’età avanzata come diabete, malattie cardiovascolari, neurodegenerative e, non ultimi, i tumori.

Se c’è uno spettro che si aggira per la società, questo è, senza dubbio alcuno, la non autosufficienza, la riduzione del grado di autonomia delle persone nello svolgere le ordinarie attività quotidiane.
Infatti, dipendere da qualcuno per scendere dal letto, lavarsi, vestirsi, o anche fare la spesa rappresenta un fardello che spaventa, perché laddove compare è in grado di condizionare in modo decisivo la vita.
Non a caso gli italiani pensano che si diventi vecchi quando non si dispone più della propria autonomia in toto, mentre andare in pensione o raggiungere un’età veneranda tutto sommato è cosa non decisiva.
Risulta, pertanto, pienamente comprensibile, come la paura degli anziani si condensi fondamentalmente verso il rischio della non autosufficienza della quale dichiarano di avere paura quasi il 74% degli intervistati, percentuale che sale all’82,5% tra i 70-74enni e al 76,3% tra i 75-79enni.
In sostanza, la paura della non autosufficienza si concentra in misura maggiore nelle classi di età che più sono esposte alla sua insorgenza. Il rischio della non autosufficienza balza verso l’alto intorno ai 75 anni, per poi salire in modo deciso fino alle classi più elevate.
Molto meno rilevante è, invece, la paura della morte richiamata dal 31,6% degli intervistati; va notato che, quasi paradossalmente, tale paura ha una relazione inversa con l’età poiché risulta più forte tra le persone con età fino a 74 anni per poi ridursi drasticamente e attestarsi sul 24,6% tra gli ultraottantenni; inoltre, della morte hanno più paura i laureati (44,9%).
E’ da notare come le paure siano più forti nella classe di età 70-74 anni, per i quali sembra più difficile il rapporto con la non autosufficienza rispetto a quello con la morte (di cui ha paura il 34%).
Riguardo ai rischi che, secondo gli anziani, più negativamente possono impattare sulla loro vita, viene citato il sentirsi inutili (29,5%), il piangersi addosso (25,1%) e il farsi vincere dalla pigrizia (19,3%).

Più in generale, il vivere bene degli anziani non è legato ad un residuale “contare qualcosa per qualcuno”, ma a un ben più rilevante “fare bene le cose che piacciono”: è, pertanto, un errore immaginare che la risposta ai rischi di marginalità degli anziani consista nell’offerta di un’attività qualsiasi con la quale impegnare il tempo o nella semplice collocazione in ruoli secondari, purché socialmente utili.
La soggettività degli anziani non accetta di essere residuale, secondaria, sopportata, come se fossero figli di un Dio minore da trattare secondo una logica da “quote per soggetti deboli”: in sostanza, emerge dai dati non solo un rigetto per la marginalità, una voglia di vivere pienamente le dimensioni relazionali, affettive, ma anche un esplicito rifiuto del pietismo che, spesso, traspare da visioni che vogliono legare il rispetto per gli anziani esclusivamente all’età.
Dall’incrocio dei dati con le variabili sociodemografiche emerge che i laureati richiamano maggiormente come rischi che possono avere un negativo impatto sulla salute, il sentirsi inutili (45,8%), il piangersi addosso, lamentandosi sempre della propria condizione (33,6%), mentre nei livelli di scolarità più bassi incombono, in misura relativamente maggiore, il dare troppa importanza ai problemi di salute (16,3%) e il farsi vincere dalla pigrizia (20,3%).
Interessante, poi, il rapporto con il progresso scientifico e tecnologico, relativamente agli aspetti medici e a quelli che rendono più facile la vita delle persone.
Se la maggioranza degli anziani dichiara di non avere un’opinione precisa sulla questione, quasi il 27% afferma di avere speranza e fiducia che la scienza dia un contributo fondamentale a vivere più a lungo e meglio (ad esempio, curando patologie sinora incurabili).
Tale percentuale, peraltro, balza addirittura ad oltre il 54% tra i laureati, mentre la paura risulta forte tra i soggetti che hanno titolo di studio più basso fino al diploma.

Vivere a lungo. Ma quanto?
Non ebbe una vita “brutale e breve” – tale venne definita da Hobbes la vita umana – Jeanne Calment, agiata negoziante, morta a Arles (Francia) il 4 agosto 1997. Il fatto, in sé, non sarebbe di grande interesse, se non fosse che Jeanne era nata, sempre ad Arles, il 21 febbraio del 1875 ed è stata, tra le persone la cui longevità è inconfutabilmente documentata, quella che ha vissuto più a lungo: ben centoventidue anni. Si potrebbe pensare che questo caso costituisca un fatto eccezionale, dovuto a una coincidenza straordinaria di eventi, con scarsa rilevanza per la società. Le cose, tuttavia, non stanno esattamente così.

Aumenta l’età massima al decesso
In tutti i paesi che hanno affidabili sistemi di registro delle nascite si nota un fatto assai interessante. Anno dopo anno, pur con oscillazioni dovute al caso, l’età «massima» alla morte (cioè, l’età della persona più vecchia deceduta in ciascun anno) si è spostata in avanti. Ciò è in parte dovuto a un fatto meramente statistico: la platea dei concorrenti è cresciuta, un po’ perché molte più persone sopravvivono a 90, 100 o più anni, e un po’ perché le popolazioni sono aumentate di numero. È quindi più facile che il caso, operando invece che su 100 persone, su 1.000, 10.000 o 100.000, determini circostanze eccezionali che innalzano il record.

Ma questo continuo innalzamento suggerisce anche che una durata «limite» della vita umana non può essere identificata e che l’età massima alla morte si sposta in funzione del miglioramento del grado di salute della popolazione. Il caso della Svezia – con statistiche secolari affidabili e precise – è stato studiato con accuratezza: negli anni Sessanta dell’Ottocento l’età massima al decesso fluttuava, anno dopo anno, attorno a 101 anni; questi valori sono andati gradualmente aumentando, fino a toccare 109 anni (circa 108 per gli uomini e 110 per le donne) all’inizio di questo secolo. L’aumento più forte si è toccato negli ultimi tre decenni: l’età massima alla morte si è accresciuta ad una media di circa 1,1 anni ogni decennio; si potrebbe ipotizzare che – mantenendo questo ritmo -il «tetto» record dei 122 anni eccezionalmente toccato da Jeanne Calment nel 1997 potrebbe diventare l’estremo limite (con un ossimoro: l’estremo «normale» limite) della vita nei paesi ricchi verso la fine di questo secolo.

Esiste un limite biologico alla durata della vita?
La massima durata di vita, comunque, riguarda una persona, e non una parte significativa della collettività, e che essa si innalzi sembrerebbe fatto di poca rilevanza. Ma non è così, perché assieme alla crescita della durata massima della vita, si verifica anche un aumento molto forte dei sopravviventi a età molto anziane – a 90 o a 100 anni, per esempio. Nell’esperienza italiana, fino agli anni ’50 del secolo scorso, di diecimila neonate ne sopravvivevano meno di dieci all’età di 100 anni; oggi ne sopravvivono 300. In Giappone, attorno al 1950, su diecimila neonate ne sopravvivevano, come in Italia, meno di dieci, oggi ne sopravvivono più di 600. La tavola di mortalità dell’Italia del 2013 indica che più di un terzo delle neonate arriva a compiere 90 anni, ed è nel novantesimo anno che avvengono i decessi più numerosi in una generazione di donne (in Giappone i rispettivi valori sono 47% e 92).

Fino a quando, e con quale gradiente, continuerà ad aumentare la longevità? Se appare prossima, per le donne, una durata media della vita di 90 anni (gli uomini restano qualche anno indietro, ma anche loro hanno progredito di buon passo), cosa dobbiamo attenderci per il resto del secolo? Molti studiosi si sono impegnati nell’indagare quale possa essere la speranza di vita media “limite” per una popolazione non selezionata, una nozione che può servire da guida per formulare possibili scenari futuri. Ma i limiti estremi individuati sono stati via via superati nella realtà a poca distanza di tempo: Per Dublin, nel 1928, il limite era di 65 anni (già superato, all’epoca dalla Nuova Zelanda); Bourgeois Pichat, nel 1951, poneva i limiti a 76 per gli uomini e 78 per le donne (raggiunti in Italia nel 1999 dai primi e nel 1982 dalle seconde); per Olshansky, nel 1990, il limite si poneva a 85 anni (raggiunto dalle donne italiane nel 2013 e da quelle giapponesi nel 2002).

Continua il declino della mortalità alle età molto anziane.
Esistono seri studiosi che ritengono che le conoscenze genetiche, biologiche, mediche e farmacologiche permetteranno in futuro di arrivare a durate di vita oggi impensabili (del resto, mezzo secolo fa, nessuno avrebbe ritenuti possibili 1 livelli attuali). Se si osservano i tassi di mortalità alle varie età anziane, troviamo che guesti sono andati diminuendo nel tempo, fino ad oggi.

L’andamento dei tassi di mortalità maschili e femminili a 80-84 e 9094 anni e, per le sole donne, 100-104 anni, tra il 1950 e il 2012: nel corso del sessantennio i tassi si sono ridotti tra la metà ed un terzo. Si tratta di andamenti discendenti praticamente rettilinei, che non mostrano (per ora) segni di un rallentamento. La speranza di vita a 90 anni, nella media dei paesi con più alta sopravvivenza (Giappone, Francia, Italia, Spagna, Svezia), era pari a 2,8 anni per gli uomini e a 3,2 per le donne nel 1950-54; trent’anni dopo, nel 1980-84, era cresciuta a 3,3 e 3,8, e nel 2012-13 era pari 4,0 e 4,9, con un aumento del 50% circa rispetto al dopoguerra.

Teorie sulla longevità
Semplificando al massimo linee di pensiero molto complesse, si ritiene che le principali malattie che conducono alla morte siano strettamente dipendenti da fattori di rischio che possono essere modificati, ridotti o addirittura eliminati cosicché – con modi di vita adeguati e una disponibilità ottima di conoscenze, tecnologie, farmaci e servizi medici – i progressi potrebbero continuare ancora a lungo. Una speranza di vita di 100 anni (o più) potrebbe essere alla portata di molte popolazioni nel corso del secolo. Questa ipotesi sarebbe in linea con la longevità propria di taluni gruppi selezionati, con stili di vita impeccabili sotto il profilo della salute (buona alimentazione, esercizio fisico, niente fumo, poco alcol, accurati controlli medici e ottime cure questi studiosi “

Lasciamo fuori discussione le dichiarazioni dei ciarlatani di turno che vedono a portata di mano una longevità di 120, 150 anni o più, in genere senza fondamento scientifico alcuno.
C’è una linea di pensiero diversa, assai più cauta, e che parte da un ragionamento di natura evoluzionista. La selezione naturale avrebbe operato con efficienza per potenziare la riproduzione, affinando le capacità di mantenimento e di riparazione dell’organismo. In contesti favorevoli tutti, o quasi tutti, sopravvivono fino al termine del periodo riproduttivo (in Italia il 98% delle neonate sopravvive fino a 50 anni, contro appena un terzo delle nate all’epoca dell’Unità d’Italia e la metà per le nate nel 1900). Oltre l’età riproduttiva la selezione naturale non avrebbe operato con altrettanta efficienza: come se la Natura non abbia interesse ad evitare il decadimento, la senescenza, la morte. Questa teoria riposa più su un astratto ragionamento che su prove concrete, ma ha una sua forza logica, anche se occorre ricordare che la cooperazione tra generazioni è un fattore importante per sostenere la sopravvivenza di bambini ed adulti. Naturalmente il controllo dei fattori di rischio associati alle varie patologie ha potuto migliorare considerevolmente la sopravvivenza anche alle età anziane, rinviando l’insorgere delle malattie proprie della senescenza. Ma nel frattempo malattie nuove o poco frequenti si affermano, e non esistendo un programma genetico per una vita molto estesa, è da attendersi che la lotta alle malattie della vecchiaia divenga più difficile, e con rendimenti decrescenti, man mano che la mortalità si abbassa. Chi segue queste linee di ragionamento non esclude ulteriori progressi della longevità, ma ritiene che ci si stia avvicinando ai limiti naturali della vita.

Una posizione pragmatica
Un’opinione più pragmatica ritiene che l’aumento della longevità sia avvenuto a causa di una molteplicità di fattori che hanno agito simultaneamente o in sequenza, nessuno dei quali è stato singolarmente determinante, come si evince dal progresso (quasi) lineare e continuo della speranza di vita durante l’ultimo secolo e mezzo nelle popolazioni con maggior benessere. Nemmeno le scoperte biomediche rivoluzionarie, come la conferma della teoria microbica delle malattie infettive a fine ‘800, la scoperta di farmaci antibatterici negli anni ’30 e ’40 del secolo scorso o lo sviluppo di nuove terapie per le malattie cardiovascolari nell’ultimo mezzo secolo, hanno impresso accelerazioni visibili alla longevità. Ed è presumibile che nessuna nuova scoperta “rivoluzionaria” sia capace di farlo nel futuro. Ed è proprio a causa della molteplicità di fattori (alimentazione, stili di vita, risorse economiche e materiali, condizioni ambientali, disponibilità di farmaci, tecnologie, accesso alle cure) della longevità, che gli esperti incaricati di “prevedere” il futuro preferiscono innestare sulle tendenze passate modelli matematici estrapolativi che incorporano fattori frenanti man mano che la mortalità decresce. Le proiezioni demografiche delle Nazioni Unite, ad esempio, ipotizzano che la speranza di vita alla nascita del Giappone, paese più longevo, passerebbe da 83 anni (maschi e femmine) nel 2013 a 89 nel 2050 e a 94 nel 2100, con incrementi decrescenti.

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