WhatsApp, dal 30 giugno smetterà di funzionare su molti dispositivi

Da diversi mesi il team di WhatsApp ha iniziato ad informare gli utenti che utilizzano la popolare app di messaggistica su vecchi Nokia e BlackBerry che il prossimo 30 giugno terminerà il supporto per questi smartphone.

Purtroppo, bisognerà acquistare un nuovo smartphone se si vorrà utilizzare questa app specifica oltre il 30 giugno 2017. [.] Gli anniversari sono anche l’occasione per guardare al passato.

Come comunicato dai vertici di Whatsapp, la compagnia concentrerà i suoi sforzi nel migliorare il servizio alla maggioranza dei propri utenti, che hanno sistemi operativi più recenti. “I sistemi operativi mobili offerti da Google, Apple e Microsoft – che rappresentano il 99,5 per cento delle vendite odierne – erano allora presenti su meno del 25 per cento dei dispositivi mobili venduti“.

20 Giugno 2017, brutta notizia per i possessori di smartphone ormai datati, dal 30 giugno Whatsapp non sarà più disponibile, al bando milioni di apparati mobile esistenti. Ecco nello specifico la lista degli smartphone su cui terminerà il supporto WHATSAPP nei prossimi giorni: Nokia S40, Nokia Symbian S60, iPhone 3GS, BlackBerry 10, LG Optimus L3 Dual, Huawei Ascend Y201, Huawei Ascend Y100 e Ascend Y200, Alcatel One Touch 983 e alcuni smartphone con sistema operativo Android (precedente ad Android 4.0), come ad esempio Samsung Galaxy S Advance, Samsung Galaxy Ace, Galaxy Ace 2 e Galaxy Ace Plus.

Queste piattaforme non offrono il tipo di performance di cui avremo bisogno per espandere le funzionalità della nostra applicazione in futuro. Per continuare a utilizzare il software di instant messaging più famoso del mondo è però necessario aggiornare (prima della fine di giugno) il proprio smartphone, installando l’aggiornamento disponibile sul BlackBerry World (versione 2.17.1.2). Per noi questa è stata una decisione difficile da prendere, ma quella giusta per fornire alle persone modi migliori per tenersi in contatto con amici, familiari e persone care attraverso WhatsApp.

Un’altra criticità di WhatsApp riguarda la condivisione di informazioni con Facebook per motivi pubblicitari. Durante l’estate del 2016, l’app ha modificato alcune clausole della propria politica sulla privacy, richiedendo di accettare l’integrazione dei dati con il social network. Ad autunno, Garante della Privacy e Antitrust hanno dato il via a più indagini per verificare che questo passaggio fosse rispettoso dei termini previsti dal Codice del Consumo. A maggio 2017, le istruttorie si sono concluse con una sanzione di 3 milioni di euro per WhatsApp. L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha infatti ritenuto la società colpevole “di aver indotto gli utenti ad accettare integralmente le modifiche apportate ai Termini di utilizzo dell’applicazione, con, in particolare, pre-impostata l’opzione di condividere con Facebook alcuni dati personali del proprio account WhatsApp, per l’utilizzo dei medesimi da parte di Facebook a fini di profilazione commerciale e pubblicitari”.

I social network sono ormai lo strumento principale usato per comunicare con amici, parenti e conoscenti, ma sono anche il mezzo preferito dai criminali per adescare possibili vittime nelle proprie attività illecite. Facebook viene usato per capire le abitudini delle persone, scoprire quando sono in casa o sono in vacanza, per esempio. LinkedIn serve anche a contattare persone per proporre finti affari, improbabili investimenti e così via. Perfino WhatsApp può essere usato in maniera illecita per inviare catene di sant’Antonio, offerte truffaldine che si diffondono velocemente fra i nostri contatti e hanno in realtà il solo scopo di far scaricare virus, ransomware, programmi fraudolenti che spiano le nostre attività o rubano i dati e via discorrendo. Ma allora è così pericoloso usare questi strumenti che la tecnologia ci ha messo a disposizione? Non c’è una risposta semplice. Il buonsenso ci dice che, se nella vita reale non conviene spiattellare ai quattro venti che per 15 giorni saremo fuori casa, non ha alcun senso scriverlo su Facebook…

Ci sono invenzioni come radio, televisione, internet e automobile che hanno trasformato radicalmente le nostre abitudini, i modi di comunicare, muoversi, imparare e divertirsi. Sono pietre miliari del cammino umano, motori instancabili dell’evoluzione sociale e culturale. Pochi, però, sanno chi li abbia inventati. Discorso opposto vale per l’ultimo anello della catena, per il più acrobatico salto in avanti del progresso tecnologico: l’iPhone. È arrivato nei negozi il 29 giugno del 2007.

E se chiedete a chiunque sul pianeta chi lo abbia partorito, riceverete sempre una sola e immediata risposta: Steve Jobs, il fondatore della Apple. Da quel giorno di dieci anni fa (sì, sono solo dieci, anche se sembra di parlare di un’epoca giurassica) il telefonino ha cambiato nome, è diventato smartphone.

Uno strumento che ha stravolto il modo di interagire con la tecnologia. Chi è nato dopo quella data, quando si trova davanti a un display, resta stupito se non è touch, ossia in grado di rispondere a comandi tattili. I bambini provano a toccare anche lo schermo della tv in salotto. I gesti e i movimenti delle dita sul display sono diventati il nuovo modo di dialogare con la tecnologia, un linguaggio universale tanto quanto la parola e la scrittura.

Steve Jobs è l’uomo che ha inventato quello che non c’era. Ha trasformato il vecchio telefonino in un computer tascabile sempre connesso al web, in grado di riprodurre video e musica. Un oggetto del desiderio capace di fondere in un piccolo spazio i dispositivi rivoluzionari delle generazioni precedenti.

L’iPhone e tutte le successive declinazioni di altre marche sono diventati la bussola del mondo (chi si vuole perdere deve veramente impegnarsi), risposta a ogni domanda digitata su Google, estensione del corpo in grado di farci trovare un taxi, giocare e pagare, fotografare e condividere, comprare, commentare e litigare, immergerci con gli occhi e la mente in un altrove sterminato. Di ammanettarci a una nuova schiavitù frutto delle sue tante virtù lo maneggiamo 2.617 volte al giorno dati Dscout), più di un qualsiasi amuleto, utensile, feticcio; lo usiamo fino a quattro ore non consecutive ogni 24 ore; nell’87 per cento dei casi, lo accendiamo di notte almeno una volta a settimana. Preoccupati di perderci qualcosa, cruciale o marginale poco importa. Ansiosi di leggere l’ultima notifica, di rimanere dentro la «telepatia elettronica» (la definizione è di Edward Snowden): il flusso travolgente di pensieri altrui espressi da faccine e selfie, messaggi scritti e vocali, videochiamate e aggiornamenti sui social network.
Dal 2007 sono stati venduti 7,1 miliardi di smartphone, quanto la popolazione del pianeta, 1,5 miliardi solo nel 2016 (fonte Gartner). Di questa cifra enorme, 1,2 miliardi hanno la Mela scolpita nel guscio. Un successo senza eguali che ha trasformato la società di Cupertino in una compagnia con una capitalizzazione in Borsa da record, superiore agli 800 miliardi di dollari. Otto volte più del 2007, come ricorda il Wall Street Journal. In Italia, secondo la società di ricerca ComScore, i cellulari con la connettività e l’intelligenza di serie sono usati da 33 milioni di persone: il 19,2 per cento esibiscono il marchio Apple, il 71,6 per cento hanno un cuore Android. Ovvero il sistema operativo targato Google, lanciato nel 2008 dal motore di ricerca proprio per arginare lo tsunami della mela e adottato dai suoi principali rivali, in prima fila gli asiatici Samsung e Huawei, che a fine 2016 occupavano il primo e il terzo posto del mercato tricolore, rispettivamente con una quota del 40 e 12 per cento.
Gli smartphone rappresentano la quintessenza di una dinamica che è ricorrente e ricercata in Silicon Valley: sono «disruptive». Dirompenti, nel senso distruttivo e progressivo del termine. Hanno fatto stragi commerciali, strozzando per esempio il mercato delle macchine fotografiche: gli analisti dell’americana InfoTrends stimano che entro il prossimo dicembre l’85 per cento delle immagini globali saranno generate dai telefonini, quasi il 5 per cento dai tablet, pronte per essere pubblicate su Instagram e dintorni. Peggio è andata ai lettori musicali e al formato mp3, dichiarato ufficialmente defunto perché la musica si ascolta in streaming su YouTube, Spotify (30 milioni di canzoni a disposizione) ed epigoni. Anche gli sms sono stati assassinati, consegnando a WhatsApp e Facebook Messenger (oltre un miliardo di utenti per ciascuno) il compito di farci comunicare.

Infine, ne è uscito azzoppato il settore dei computer da scrivania e portatili, che circa due lustri dopo l’iPhone vendono 55 milioni di pezzi in meno l’anno: 219 milioni nel 2016, 264 milioni nel 2007. Fino al 29 giugno 2007 il mondo viaggiava ancora sulle ali della visione di Bill Gates. Il fondatore della Microsoft, 30 anni fa, aveva preconizzato: «Nel futuro vedo un computer in ogni casa e uno su ogni scrivania». Ma al rivale Steve Jobs è bastato un discorso di 14 minuti per mandare in pensione le teorie di Gates. «Ogni tanto» disse il padre dell’iPhone dal palco di San Francisco «arriva un prodotto in grado di cambiare tutto. Noi abbiamo reinventato il telefono. Siamo cinque anni avanti agli altri». È stata questa capacità di muoversi in anticipo l’arma vincente di Apple, che per almeno due anni non ha avuto concorrenti seri.

Un vantaggio strategico favorito e ingigantito da un errore di valutazione, da un clamoroso autogol di Steve Ballmer, allora amministratore delegato di Microsoft. In un’intervista al quotidiano Usa Today disse: «Non c’è alcuna possibilità che l’iPhone possa ottenere una quota di mercato significativa». Ma nei primi tre mesi dall’uscita, il «melafonino» raggiunse 1,4 milioni di pezzi venduti e il magazine Time lo elesse prodotto dell’anno. Il resto è storia: il tentativo di Microsoft di recuperare goffamente terreno comprando Nokia per 5,4 miliardi di euro nel 2013; la scomparsa di BlackBerry; il pensionamento della tastiera fisica; gli schermi che diventano sempre più grandi e definiti; i chip sempre più veloci e performanti.

Oggi uno smartphone ha più potere di calcolo di tutti i computer usati dalla Nasa per sbarcare sulla luna, macchinari da 3,5 milioni di dollari l’uno, grandi quanto un’automobile.
L’estrema miniaturizzazione e il galoppo della tecnologia sono la chiave di volta per lo sviluppo delle applicazioni (i programmi che fanno funzionare i telefonini). È la consacrazione di una nuova economia: le app per il solo mondo-Apple a fine 2016 avevano generato 1,2 milioni di posti di lavoro nel Vecchio continente, distribuendo dal 2008 quasi 10 miliardi di euro di profitti. C’è un software per qualsiasi esigenza: trovare l’anima gemella o solamente vivere un’avventura, in base alle preferenze sessuali; saltare la fila alla posta, prenotare le vacanze. Un elenco anche lunghissimo risulterebbe troppo parziale. Se in molti Paesi, dice ComScore, nei settori del banking e del turismo l’esperienza da mobile ha sopravanzato quella da pc, in altri è già accaduto per il consumo dei video.

Ce n’è abbastanza per generare dipendenza. «Ci sentiamo nudi senza telefonino» ha dovuto ammettere Larry Page, fondatore di Google e artefice dell’acquisizione di Android. È un sintomo della nomofobia, patologia ormai riconosciuta che si manifesta con ansia e stress, attacchi di panico nei casi estremi, quando scatta la paura di non essere raggiungibili, senza credito o con la batteria in rosso. Impossibile stimare il numero degli «infetti», facile riconoscersi nei sintomi: «Ne siamo così ossessionati da non vedere nulla intorno a noi» rimarca Martin Lindstrom, autore bestseller, esperto di nuovi media. Lo smartphone sta rovinando il piacere di godersi il mondo in diretta, un concerto o un paesaggio, perché si preferisce fotografarlo e postarlo anziché viverlo.

Può ucciderci: secondo l’Aci è tra le principali cause di morte sulle strade italiane. Può rovinarci: gli affidiamo tutti i dati personali e se finisce nelle mani sbagliate possono esserci conseguenze devastanti. Di sicuro, minacce degli hacker a parte, ci spia costantemente. Sa dove siamo, conosce le nostre abitudini, tenta di venderci prodotti tagliati su misura sui nostri gusti e sulla nostra posizione.

Siamo dunque ben oltre il piano della vastità dei contenuti, il cellulare intelligente < è un’irrinunciabile supporto. Oramai maneggiamo con destrezza il touch, alfabeto di gesti e movimenti, linguaggio ecumenico, un rito in perenne evoluzione: da pochi giorni, con Apple Pay, possiamo saldare il conto nei negozi facendoci riconoscere dallo smartphone tramite l’impronta digitale, valida anche per pensionare le vecchie password alfanumeriche, puntando in parallelo sulla scansione dell’iride e sul riconoscimento facciale dalla fotocamera del telefono. Nuove modalità d’interazione, che al centro mettono anche la voce: Siri ha la metà degli anni dell’iPhone (è stata lanciata nell’ottobre 2011) e solo adesso la sua capacità di comprensione supera i suoi proverbiali, irritanti equivoci. Ma è grazie al continuo supporto dell’intelligenza artificiale, che arriverà a sorprenderci, rispondendo con coerenza a un ventaglio immenso di domande, conversando con noi con disinvoltura. Lo stesso intendono fare Google Assistant, Cortana di Microsoft e Alexa di Amazon, cancellando l’intermediazione del display, funzionando come instancabili concierge virtuali al ritmo delle parole anziché dei tocchi.

E Facebook già guarda oltre: lo scorso aprile ha mostrato un modo per interagire con il social network tramite il cervello: dettando testi semplicemente pensandoli, senza muovere un dito o pronunciare una vocale. «Sembra impossibile, ma ci siamo vicini» ha assicurato Regina Dugan, vicepresidente delle attività ingegneristiche di Facebook ed ex direttore della Darpa, l’agenzia che sviluppa i progetti d’avanguardia del Dipartimento della difesa americano, il luogo dove sono state messe le basi di internet.

Alla prossima generazione degli smartphone, alle loro funzioni di bordo, lavorano alcuni tra i migliori cervelli del pianeta. Puntando a traguardi oggi impensabili, come conferma a Panorama Carlo Barlocco, presidente di Samsung Electronics Italia, l’azienda rivale numero uno della mela morsicata, in grado di vendere 44 mila telefoni nel mondo ogni ora. «Pensate» spiega Barlocco «come potrebbe cambiare l’esperienza di fruizione dei contenuti se uno schermo grande come quello di un tablet fosse capace di arrotolarsi e diventare poco più grande di una penna da mettere nel taschino. E non è fantascienza».

Il display, che così tanto rapisce e distrae, ne uscirà marginalizzato, accartocciato su se stesso, stimolato da parole e pensiero. Più avanti ancora, il cellulare potrebbe finire condensato in un auricolare, strizzato in un chip sottopelle: protesi invisibile del nostro corpo, non più solo sua figurata estensione tascabile. Il nuovo numero uno della Apple, Tim Cook, d’altronde, non vede i primi dieci anni dell’iPhone come un traguardo, ma come un punto di partenza. «Abbiamo appena cominciato» ha detto poche settimane fa. «Il meglio deve ancora arrivare». (Twitter: @HoBisognoDiTech; @MarMorello).

WhatsApp si appresta a rilasciare nuove funzionalità che serviranno a consolidare il ruolo di leadership tra le app di messaggistica.
Al momento queste novità sono disponibili solo nella versione beta: bisognerà pazientare ancora prima di effettuare l’aggiomamento dell’applicazione sul proprio dispositivo.
Grazie a WABetalnfo, fonte piuttosto affidabile per quanto riguarda le novità in arrivo su WhatsApp, siamo comunque venuti a conoscenza delle nuove funzionalità.
COSA CI ASPETTA
Alcune “features” sono già state rilasciate nell’ultima release, in particolare la possibilità di fissare in alto le chat che ci interessano e la risposta veloce; per le altre invece occorrerà attendere ancora ed in particolare la tanto richiesta “revoca dei messaggi” ed il meno popolare “tracciamento in tempo reale della posizione”. Se queste ultime sono già state annunciate ufficialmente, per la nuova interfaccia dedicata alla ricerca delle GIF, che ritroveremo suddivise in categorie con la possibilità di visualizzare le recenti, sul ritorno degli adesivi e sul nuovo editor che trasformerà in GIF i nostri video, c’è ancora del riserbo e non è ben chiaro quando e se verranno rilasciate insieme alla tanta vociferata nuova interfaccia. Di sicuro pochi avranno notato la marcia indietro sulle storie, uno dei flop più clamorosi dell’app di Zuckerberg, mentre tra le funzionalità che si attendono ancora con ansia c’è quella dei videomessaggi che Telegram ha già introdotto nella scorsa release.

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