Whatsapp: in arrivo una nuova funzione sconvolgente: Tutto quello che dovete sapere

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La popolare applicazione di messaggistica istantanea whatsapp è pronta a lanciare ancora delle novità e dopo il ritorno allo stato originario, sembra che nelle prossime settimane possa introdurre un sistema di pagamento proprietario. L’indiscrezione sembra essere arrivata nei giorni scorsi dalla redazione del portale The Ken, secondo cui i responsabili della applicazione di messaggistica istantanea di proprietà di Mark Zuckerberg sarebbero al momento in trattativa con il governo indiano per la regolamentazione federale del sistema di pagamenti unificati Unified Payments Interface (UPI). WhatsApp, dunque, secondo quanto riportato, punta ad utilizzare UPI, ovvero un sistema di pagamento bancario sostenuto dal governo, per permettere agli iscritti di poter effettuare pagamenti tra di loro con il semplice invio di un messaggio, e come è facile capire, si tratterebbe di una novità non di poco conto, visto che per l’India con 200 milioni di iscritti è WhatsApp il principale mercato.

A breve, dunque potrebbe arrivare un nuovo aggiornamento con una nuova funzione pensata per lo più per i mercati emergenti; la novità dovrebbe arrivare entro i prossimi sei mesi e secondo quanto emerso, debutterà proprio in India dove il servizio di proprietà di Facebook conta circa 200 milioni di utilizzatori. La possibilità di interferire somma di denaro tra gli utenti esiste già ed è offerta da Messenger, anche se per il momento la funzione è attiva soltanto negli Stati Uniti, così come l’India potrebbe essere uno tra i primi paesi a sperimentare non solo il sistema di pagamento tramite WhatsApp ma anche la pubblicità all’interno delle chat.

Lo scorso mese di febbraio, secondo alcune indiscrezioni, sembra che Brian Action, ovvero uno dei fondatori di WhatsApp, nel corso di una visita effettuata in India aveva incontrato le autorità e ammesso che la compagnia stava cominciando ad esplorare nuovi modi per integrare dei servizi di pagamento nelle chat. L’introduzione di una piattaforma di pagamenti in WhatsApp rappresenterebbe un’ulteriore mossa per contrastare applicazioni competitor come Truecaller che in India vanta circa 150 milioni di utenti. No quello della Repubblica.

“L’India è un Paese fondamentale per WhatsApp e stiamo cercando di capire come contribuire alla visione di Digital India. Stiamo esplorando le possibilità attraverso le quali lavorare fianco a fianco con le compagnie che condividono questa visione e nel frattempo continuiamo a tenere in gran considerazione i feedback dei nostri utenti indiani”, è questo quanto dichiarato dal co-fondatore Brian Acton, i quale aveva già espresso il proprio interesse nell’includere una funzionalità simile in una visita in India risalente allo scorso febbraio. Come abbiamo anticipato, il progetto partirà dall’India ma sicuramente ben presto questo innovativo servizio che permette il trasferimento di soldi via WhatsApp, arriverà anche in Europa e di conseguenza anche in Italia.

I social network sono ormai lo strumento principale usato per comunicare con amici, parenti e conoscenti, ma sono anche il mezzo preferito dai criminali per adescare possibili vittime nelle proprie attività illecite. Facebook viene usato per capire le abitudini delle persone, scoprire quando sono in casa o sono in vacanza, per esempio. LinkedIn serve anche a contattare persone per proporre finti affari, improbabili investimenti e così via. Perfino WhatsApp può essere usato in maniera illecita per inviare catene di sant’Antonio, offerte truffaldine che si diffondono velocemente fra i nostri contatti e hanno in realtà il solo scopo di far scaricare virus, ransomware, programmi fraudolenti che spiano le nostre attività o rubano i dati e via discorrendo. Ma allora è così pericoloso usare questi strumenti che la tecnologia ci ha messo a disposizione? Non c’è una risposta semplice. Il buonsenso ci dice che, se nella vita reale non conviene spiattellare ai quattro venti che per 15 giorni saremo fuori casa, non ha alcun senso scriverlo su Facebook…

Perché dovrebbe essere più sicuro? Bisogna pensare che sui social valgono le stesse regole che tutti conosciamo bene: nel web si incontrano malintenzionati proprio come può accadere per strada, sui mezzi pubblici o in metropolitana. Non cambia nulla, dobbiamo sempre essere prudenti e pensare che Internet ci punta addosso molti più occhi di quanti possiamo immaginare.

L’altra faccia della medaglia

Ritornando al nostro discorso su social, tecnologia e sicurezza, cerchiamo di guardare la cosa da un punto di vista diverso. Se, da una parte, comunicare velocemente con tante persone può esporci a eventuali malintenzionati, può accadere anche il contrario. Ovvero, queste tecnologie possono essere usate per mettere in contatto gente onesta che può unirsi organizzando una barriera contro i criminali. Un ottimo strumento da usare a tale proposito è, per esempio, WhatsApp e l’uso che ne è stato fatto in un condominio di Sesto San Giovanni, alle porte di Milano. Da qualche tempo, all’interno del palazzo c’erano stati dei furti e i condòmini vivevano una situazione di forte disagio dovuta al clima di insicurezza che si era venuto a creare. In questo condomino vive Lorenzo Cipriani, perito tecnico presso un’importante Essendo un grande appassionato di tecnologia, un giorno ha un’idea, semplice quanto brillante: creare un gruppo WhatsApp del condominio.

L’idea del gruppo

A che cosa serve un gruppo WhatsApp del proprio condominio? Serve ad allertare tutte le persone dello stabile se si notano movimenti strani. Bisogna però partire da due presupposti: il primo è che un condominio non è mai completamente vuoto. Se noi non siamo in casa, nel palazzo c’è sicuramente qualcun altro, e si sa che i ladri non amano ritrovarsi in compagnia o essere scoperti mentre operano. Il secondo presupposto è che un servizio di messaggistica istantanea può diventare un’arma potente perché è in grado di mettere velocemente in contatto un gran numero di individui e, se sono tutte brave persone, l’unione fa la forza! Partendo da queste basi, Lorenzo crea il gruppo e inizia a invitare i suoi condòmini. Bisogna spiegare a tutti l’utilità di una strategia del genere, però Lorenzo è convinto dell’efficacia di questo strumento e in breve il gruppo si popola. Ma come funziona questo sistema? Eccolo spiegato:

1 Un ladro o uno sconosciuto si introduce in un appartamento o all’interno del palazzo.
2 Il primo che sente un rumore sospetto, scrive sul gruppo WhatsApp per avvisare gli altri.
3 Tutti i condòmini ricevono la segnalazione e, se sono in casa, si affacciano sulle scale e iniziano a fare rumore.
4 I ladri scappano perché si rendono conto di essere stati scoperti.

La prova del nove

A distanza di qualche tempo dalla creazione del gruppo WhatsApp, mentre uno dei condòmini si trova fuori a cena, una vicina sente degli strani rumori provenienti dall’appartamento vuoto. È il momento di mettere alla prova il gruppo. Parte il messaggio su WhatsApp e tutti vengono avvisati. La risposta è immediata: i condòmini presenti all’interno dell’edificio cominciano a fare rumore ed escono sui pianerottoli. Tutto il baccano prodotto dai vari piani, mette in fuga il ladro che scappa senza avere il tempo di portare via niente.

Non solo WhatsApp

Quello che abbiamo raccontato è un esempio di come la tecnologia, se usata in maniera corretta, può essere un aiuto preziosissimo. Ma non è solo attraverso un gruppo di condominio che ci si può difendere. In molte città italiane stanno nascendo dei gruppi che coinvolgono interi quartieri così come su Facebook ci sono pagine che i cittadini creano spontaneamente per tenersia ggiornati o per segnalare alle varie amministrazioni comunali se qualcosa non funziona all’interno della propria città. Insomma, questo modo di intendere i social network è di certo quello più salutare e costruttivo. Quando parliamo di sicurezza, però, non dobbiamo pensare solo ai ladri. Ultimamente, soprattutto le persone anziane e più deboli sono le prede preferite da una schiera di impostori che citofonano alle porte spacciandosi per impiegati della luce o del gas allo scopo di intrufolarsi in casa, raggirare o derubare. Il gruppo WhatsApp di cui abbiamo parlato prima aiuta i condòmini anche in questo. Se qualcuno vede personaggi strani davanti al portone del palazzo, avvisa immediatamente tutti gli altri di non aprire o prestare molta attenzione.

Controllo del territorio

Da qualche tempo, in molti comuni italiani sono sorti gruppi di ogni tipo con l’unico scopo di difendersi dai criminali. In provincia di Udine, per esempio, ma anche in quelle di Pordenone e Gorizia, sono nati dei gruppi WhatsApp di gioiellieri che si tengono in contatto e, in tempo reale, si inviano segnalazioni su persone sospette che si aggirano intorno ai loro negozi. Ci teniamo a sottolineare che questi strumenti non sostituiscono assolutamente l’operato delle forze dell’ordine che sono da considerare sempre come la principale barriera contro la criminalità. Tuttavia, se queste “associazioni” di persone contribuiscono a rendere più difficile l’azione dei criminali, ben vengano.

La difesa del vicinato

Unirsi e fare fronte comune contro la criminalità non significa solo mandarsi dei messaggi con il telefono. I rapporti devono essere prima di tutto reali, bisogna pensare alle fasce deboli e conoscersi di persona per poter fare fronte comune a furti, truffe e raggiri. Per questo in tutta Italia sono sorti dei comitati di controllo del vicinato che stanno crescendo rapidamente e offrono supporto per la costituzione di nuovi gruppi. Sul sito www.controllodelvicinato.it per esempio, che fa capo all’Associazione Controllo del Vicinato, troviamo una lista di informazioni utili per comprendere meglio di cosa si tratta, mentre all’indirizzo http://bit. ly/2byafWX c’è una mappa di Google che viene aggiornata di continuo con i nuovi gruppi che si registrano. Ma qual è lo scopo dell’Associazione? È scritto proprio sulle pagine del sito: “La nostra Associazione è composta da una rete territoriale di soci volontari (Referenti di Zona) che forniscono consulenza e supporto gratuito alle Amministrazioni comunali, alle associazioni locali e a privati cittadini che intendono sviluppare nel proprio territorio programmi di sicurezza residenziale e organizzare gruppi di Controllo del Vicinato”. Sul sito leggiamo ancora: “Il programma prevede l’auto- organizzazione tra vicini per controllare l’area intorno alla propria abitazione. Questa attività è segnalata tramite la collocazione di appositi cartelli. Lo scopo è quello di comunicare a chiunque passi nell’area interessata al controllo che la sua presenza non passerà inosservata e che il vicinato è attento e consapevole di ciò che avviene all’interno dell’area”.

Insomma, si tratta di una catena umana che segnala con tanto di cartelli attaccati ai portoni dei palazzi, l’appartenenza del condominio a un gruppo più ampio di monitoraggio. Questo dovrebbe già rappresentare un forte deterrente ai comportamenti criminali e la proliferazione di gruppi e adesioni sembra confermarlo.

I gruppi di quartiere

Difendersi dai criminali non è l’unico motivo che spinge tante persone a unirsi in gruppi di quartiere. La solidarietà fra vicini può essere una valida alternativa alla solitudine che sempre più spesso affligge le persone nella società odierna. Le Social Street, ovvero le pagine Facebook che mettono in contatto comuni cittadini, sono un fenomeno nato in Italia e ormai diffuso in tutto il mondo e può essere utile per scambiarsi favori reciprocamente. Lo scorso anno, un incendio devastò l’appartamento di una giovane coppia sempre a Sesto San Giovanni e sulla pagina Facebook del quartiere i vicini organizzarono una raccolta fondi per aiutare quei ragazzi. Nei giardini pubblici della zona venne allestito un mega picnic
e ognuno portò qualcosa da mangiare, non solo i privati, ma anche i ristoranti della zona. I partecipanti versarono una quota simbolica di 5 euro e in quella giornata vennero raccolti circa 1.700 euro da offrire a quei ragazzi. Questo è solo un esempio di cosa possono fare delle persone per bene quando si mettono insieme e decidono di operare per un interesse comune, senza secondi fini.

Un esempio da copiare

Abbiamo incontrato Lorenzo Cipria- ni, fondatore di uno dei primi gruppi WhatsApp di condominio.
IMCI Quando ti è venuta l’idea di un gruppo WhatsApp per il condominio? Lorenzo L’idea di un gruppo di condominio nasce da un principio vecchio come il tempo “l’unione fa la forza”. Questo principio, unito alla tecnologia che semplifica la vita, mi ha fatto pensare ad un gruppo WhatsApp condominiale. Nasce per scambiarsi informazioni relative alla gestione del condominio, della sua sicurezza ma anche appelli di aiuto per un’aspirina, un’iniezione o una scatola di sale. Un po’ come facevano i nostri genitori e nonni in realtà diverse, ma con problemi simili, in case di ringhiera dove ci si conosceva tutti.
IMCI Come l’hanno presa i condòmini? Lorenzo Sono stati tutti molto interessati e disponibili, almeno quelli che utilizzano dei telefoni evoluti. I condòmini meno giovani sono supportati dai parenti che non vivono in condominio, ma che comunque vogliono far parte del gruppo per essere informati e sentirsi più vicini ai propri cari.
IMCI Sappiamo di alcuni episodi particolari nel palazzo…
Lorenzo Il gruppo è nato qualche tempo prima per i motivi descritti. In seguito, dopo un paio di furti in appartamento, una condòmina allertata da strani rumori mi ha avvertito e io, istintivamente, ho lanciato l’allarme al gruppo. Chi era in casa è uscito sulle scale facendo rumore. I ladri hanno fatto in tempo ad aprire la porta e sono scappati. La cosa ha destato molto interesse. Siamo finiti sul Corriere della Sera ed è venuto Giulio Golia delle Iene a farci un servizio.
IMCI Oltre a questioni di sicurezza, in che modo usate il gruppo WhatsApp? Lorenzo Gestiamo gli spazi comuni, discutiamo sull’operato dell’amministratore, informiamo su eventi che accadono in zona e nei condomini attigui.
IMCI Oggi il tuo condominio fa parte di una rete di controllo del vicinato, WhatsApp è usato anche per comunicare con altri edifici o le forze dell’ordine? Lorenzo Esatto. Volevo esportare le nostre esperienze ai condomini attigui. Ho contattato portone per portone i consiglieri dei condomini della zona. Ho proposto, qualora non già presente, di crearsi un loro gruppo condominiale. I soli consiglieri avrebbero poi fatto parte del gruppo WhatsApp dei consiglieri di zona. In questo modo, se accade qualcosa nel mio palazzo, avverto gli altri 15 attigui. A loro volta i consiglieri, se lo ritengono opportuno, informano il loro condominio. Non volevo creare nulla di nuovo ed ho trovato così l’Associazione Controllo del Vicinato già parecchio ramificata in Italia. Ho incontrato uno dei fondatori Gianfrancesco Caccia insieme ad altri consiglieri condominiali. Ha constatato che, come condominio, adottiamo la loro filosofia e così il nostro palazzo ora dispone della targa ufficiale del CdV sopra quella dell’amministratore. Il gruppo non è connesso alle forze dell’ordine, ma tutti siamo consapevoli che solo con una comunicazione tempestiva e capillare si può, prima di tutto, limitare i danni. Senza dimenticare di avvisare le forze dell’ordine. Quindi: “chi vede qualcosa segnala qualcosa” prima alle forze dell’ordine, poi a tutto il gruppo.
IMCI E Facebook? Usate anche quello? Lorenzo Sì. Ho creato una pagina Facebook dove consiglieri e condòmini possono iscriversi per condividere le problematiche di gestione amministrativa condominiale e scoprire cose altrimenti forse non potrebbero conoscere, come le pratiche poco corrette degli amministratori con le imprese, che ricadono poi sulle tasche dei condòmini. La pagina si chiama CCSSG (Consiglieri Condominiali Sesto San Giovanni).

Rischio sicurezza per WhatsApp e Telegram web basta una foto per rubare l’account: ecco come proteggersi

Un malintenzionato può ottenere il controllo totale dell’account attraverso un malware nascosto all’interno di immagini e video. I ricercatori della Check Point hanno scoperto un’importante vulnerabilità presente sulle piattaforme web di WhatsApp e Telegram: sfruttando questo exploit, gli hacker possono prendere il controllo completo degli account e accedere alle conversazioni personali e di gruppo degli ignari utenti, coprese foto, video, file condivisi, lista dei contatti e molto altro ancora.

Una volta individuata la falla, l’8 marzo scorso Check Point ha contattato i team di sicurezza di WhatsApp e Telegram, i quali hanno risposto “in modo rapido e responsabile“, sviluppando una patch grazie alla quale il pericolo è stato scongiurato.

“Questa nuova vulnerabilità espone centinaia di milioni di utenti WhatsApp Web e Telegram Web al rischio di vedersi sottrarre il proprio account”, ha dichiarato Oded Vanunu, head of product vulnerability research at Check Point.

“Inviando una semplice immagine alla parvenza innocente, un malintenzionato potrebbe ottenere l’accesso all’account, alla cronologia dei messaggi, a tutte le foto e persino inviare messaggi per conto dell’utente.”

Per essere sicuri di usare la versione più recente dell’app web consigliamo di riavviare il browser su cui utilizzate WhatsApp e/o Telegram web. Sembra in particolare che la questione riguardi i client Web dei noti sistemi di messaggistica. Poiché i messaggi vengono crittografati dal lato del mittente, WhatsApp e Telegram non potevano vederne il contenuto, ed erano dunque incapaci di impedire l’invio di messaggi malevoli. Questa configurazione impediva a WhatsApp e Telegram di bloccare i contenuti potenzialmente dannosi, ma ora il contenuto dei messaggi stessi viene convalidato prima della crittografia, permettendo così il blocco di file pericolosi.

Entrambe le versioni web sono una sorta di mirror di tutti i messaggi inviati e ricevuti dall’applicazione mobile e sono completamente sincronizzati con i dispositivi degli utenti.

Secondo Tobias Boelter, crittografo e ricercatore presso l’Università della California, l’implementazione della cifratura end-to-end, così come adottata, soffrirebbe di una grave vulnerabilità. Ma a quanto pare, un bug di programmazione – che WhatsApp ha conosciuto per qualche tempo e non ha fissato – teoricamente permette a Whatsapp a curiosare su eventuali messaggi cifrati inviati tramite la piattaforma. Questa backdoor potrebbe però, se individuata, anche essere utilizzata da hacker per estorcere notizie. Tale vulnerabilità è stata notificata a Facebook ad aprile 2016; ad oggi, però, è ancora presente.

Il rapporto ha verificato che la backdoor continua ad esistere anche nelle versioni più recenti delle applicazioni. Il mittente utilizza le nuove chiavi per cifrare i messaggi e quindi le invia di nuovo per ogni messaggio che non è stato segnato come consegnato. Le chat di Whatsapp potrebbero essere molto meno sicure di quanto saremmo portati a pensare. Il Professor Kirstie Ball, un sostenitore della privacy, ha detto al Guardian che “essere in grado di guardare a ciò che si sta dicendo è una enorme minaccia per la libertà di parola”. Dopo aver introdotto il protocollo di Open Whispers System, Facebook – casa madre di WhatsApp – ha assicurato che nessuno, nemmeno loro, potrebbe accedere ai file inviati, che siano messaggi di testo o foto. La falla consiste nel fatto che la backdoor interverrebbe prima della creazione di esse, concedendo la possibilità di entrare nella chat. Ma, attenzione, non si tratta di una backdoor, solo di un sistema adottato per migliorare l’esperienza d’uso dell’utente.

Il ricercatore ha dichiarato di aver già informato Facebook, proprietario del servizio dal 2014, della propria scoperta, e di aver ricevuto conferme circa la conoscenza da parte dei gestori del social network di questa anomalia.

Il Guardian, che ha seguito da vicino la questione, ha ovviamente contattato i vertici di WhatsApp e di Facebook chiedendo informazioni e nonostante molti esperti di security stiano definendo questa falla “una miniera d’oro per le agenzie di sicurezza” l’azienda minimizza: “Whatsapp è usato da un miliardo di persone perché è semplice e sicuro”. Quel tipo di crittografia consiste in una protezione dei messaggi con una chiave in possesso solo del mittente e del destinatario.

L’INTRODUZIONE DELLE VIDEOCHIAMATE

WhatsApp, l’applicazione di messaggistica istantanea è pronta a lanciare la prossima settimana e nello specifico nella giornata di lunedì un aggiornamento che permetterà agli utenti di effettuare le videochiamate criptate. La novità era stata già annunciata nelle scorse settimane, e sembra aver riscosso tanto successo. Al pari dei messaggi e delle telefonate, le videochiamate su WhatsApp saranno criptate, inaccessibili agli hacker ma anche alle agenzie governative. E’stato Jan Koum, ovvero il fondatore di WhatsApp insieme a Brian Acton ad aver annunciato che la funzione lunedì sarà attiva in ben 180 paesi nel giro di poche ore dopo un evento programmato in India. Nello specifico Jan Koum, ha dichiarato: “Noi cerchiamo di essere sempre in sintonia con ciò che i nostri utenti vogliono”. “Siamo entusiasti di poter offrire al mondo le videochiamate. A volte voce e testo non sono sufficienti: non c’è sostituto alla visione di un nipote che compie i suoi primi passi, o del viso di una figlia mentre è a studiare all’estero” si legge sul blog di WhatsApp, che adesso dovrà competere con le videochiamate di Skype, Facebook Messenger, Snapchat, FaceTime di Apple e Duo di Google.

Come avvenuto in passato per i messaggi, le videochiamate su WhatsApp saranno protette dalla crittografia end-to-end, ovvero da estremità e estremità, che permette la fruizione del contenuto soltanto al mittente e destinatario ed impedisce a chiunque tenti di intercettare testo, audio e video nel percorso dall’uno all’altro smartphone.“Il nostro obiettivo a WhatsApp è sempre stato quello di aiutare il maggior numero di persone possibile a rimanere in contatto con amici, familiari e i propri cari. Ciò significa realizzare un prodotto semplice, facile da usare, e accessibile in qualsiasi posto. Abbiamo iniziato con la messaggistica e le chat di gruppo. Poi abbiamo aggiunto le chiamate vocali. E lo abbiamo fatto in modo che funzionassero sulle migliaia di combinazioni di dispositivi e piattaforme presenti in tutto il mondo”, con queste parole la società ha introdotto la novità.

Gli utenti, nello specifico, continueranno a vedere l’icona della chiamata in alto a destra nella finestra di conversazione, soltanto che adesso toccandola spunteranno due pop-up che proporranno due opzioni, quella relativa alla chiamata vocale e la videochiamata. Dunque, per poter effettuare le videochiamate basterà aprire una nuova chat, cliccare sulla classica icona chiamata e scegliere tra quella vocale e quella video; una volta scelta l’opzione video partirà una chiamata come quella Skype che utilizzerà la fotocamera per fare il video. Le videochiamate, prosegue la compagnia di proprietà di Facebook, saranno “a disposizione di tutti, non solo di coloro che possono permettersi nuovi e costosi telefoni o vivono in Paesi con le migliori reti cellulari”.La nuova funzione è in fase di attivazione in queste ore per la totalità degli utenti della piattaforma.

Possiamo dire addio a carte di credito, bancomat e denaro contante e fare shopping con il cellulare? Nei negozi semplicemente avvicinando il telefonino al Pos? Sui siti di ecommerce con un touch? È possibile trasferire denaro da un cellulare a un altro? A tutte queste domande possiamo rispondere che pagare col cellulare è già possibile e che nel prossimo futuro diventerà una realtà acquisita. Alla fine del 2014 sono stati lanciati numerosi prodotti che vanno in questa direzione e anche gli operatori telefonici, come Vodafone, Tim e Poste Mobile, sono entrati nel mercato con le loro offerte. D’altro canto l’amore che lega gli italiani al cellulare è così totalizzante che l’opportunità di usarlo anche come borsellino virtuale non potrà che essere un successo. Basti pensare che nel 2014 il mercato italiano degli smartphone è stato l’11esimo nel mondo e che sono ben 45 milioni gli italiani con un telefonino collegato a internet. Già il 9% degli acquisti online avviene col cellulare. Purtroppo, però, nei negozi fisicii Pos contactless necessari per poter pagare con lo smartphone sono pochi: appena 250 mila su un milione e 600mila Pos e le Sim NFC, dotate cioè della tecnologia che permette di pagare via cellulare sui Pos, sono appena 500mila (dati 2014). Il portafoglio nello smartphone Vodafone Wallet, Tim Wallet Mediolanum Wallet e Postemobile Nfc e Ubi Pay sono tutti sistemi di pagamento con il cellulare che sono stati lanciati nel 2014. In comune hanno la stessa tecnologia, cioè il sistema di comunicazione NFC (Near Field Communication – comunicazione in prossimità), che consente lo scambio di dati in modalità wireless a corto raggio (a 4 cm). Si basa su una rete bidirezionale per cui entrambi i dispositivi sono in grado di ricevere e inviare dati: in questo caso lo smartphone e il lettore Pos del negozio. In pratica, il cellulare diventa un Pos mobile legato alla carta di credito. Oltre alla tecnologia, questi sistemi hanno in comune il fatto che c’è sempre un partner bancario accanto agli operatori di telefonia. Infatti, nei wallet sullo smartphone vengono dematerializzate le carte di pagamento (carte di credito, prepagate o di debito). Il meccanismo è spiegato nell’infografia che trovate a pag. 22. Quello che si sta delineando, però, è un mercato frammentato, dove ogni banca e ogni operatore telefonico ha un progetto rivolto solamente ai propri clienti (della banca o dell’operatore). Il che significa che se il cliente cambia carta di credito disattiva la possibilità di pagare col cellulare nei negozi. Il che non fa certo bene alla concorrenza e quindi all’accesso ai servizi più convenienti e richiede anche costi iniziali di investimento enormi per le infrastrutture, difficilmente sostenibili dal singolo operatore. Pagare col credito telefonico Un altro sistema che si sta sviluppando nel campo dei pagamenti via cellulare è quello che ricorre al credito telefonico. In questo caso gli operatori di telefonia si sono messi tutti insieme per offrire il servizio senza la presenza di banche o istituti di pagamento. Il risultato è Mobilepay (www.mobilepay.it), la piattaforma di pagamento unica e condivisa, realizzata da Fastweb, PosteMobile, TIM, 3 Italia, Vodafone e Wind, che consente ai clienti dei sei maggiori operatori mobili italiani di acquistare contenuti e servizi digitali di piccolo importo usando il credito telefonico. Il singolo acquisto non può superare i 15 euro (Iva inclusa) per un massimo 200 euro al mese. Il costo dell’acquisto sarà addebitato direttamente sul credito telefonico in caso di sim ricaricabile o sul conto telefonico in caso di abbonamento. Per esempio, si possono pagare così i contenuti digitali di corrieredellosport.it, la gazzetta.it, internazionale.it, lastampa.it, ilsole24ore.com… Soldi da un cellulare all’altro Uno dei modi per fare pagamenti col cellulare è il cosiddetto “peer to peer” cioè il trasferimento di denaro da un soggetto registrato su una app a un altro sempre registrato, usando i contatti della propria rubrica telefonica. In pratica anche il trasferimento di denaro diventa “social” e avviene con uno scambio tra “amici”, come i messaggi e i contenuti su una chat. Addirittura, si possono scambiare somme di denaro con i propri contatti Facebook: in Italia con la app Homebanking Sella.it. Tra i più diffusi Paypal Mobile, che permette di inviare e ricevere denaro dal proprio cellulare attraverso la app Paypal. Basta digitare il numero di cellulare o l’email della persona a cui inviare il denaro. La transazione è gratuita se si usa il saldo Paypal, mentre se si usa la carta di credito collegata a Paypal l’invio costa 3,4% del denaro inviato più una commissione fissa di 0,35 euro. Le app più diffuse e il loro funzionamento sono riportate nella tabella qui sotto. Al sicuro da furti e frodi Se ci rubano il cellulare che usiamo per fare i pagamenti e ha quindi la nostra carta di credito dentro? Se passo col cellulare accanto a un Pos Nfc e parte un pagamento per sbaglio? Dubbi e timori diff usi. Una ricerca del Politecnico di Milano ha evidenziato che gli italiani sono molto più attenti al loro cellulare piuttosto che ad altri documenti, anche perché lo tengono quasi sempre in mano. Infatti, un italiano in media ci impiega un quarto d’ora per accorgersi di aver perso il cellulare, mentre ci mette due ore per il portafoglio. Il che riduce la possibilità per il ladro di fare acquisti illegittimi. La sicurezza è comunque garantita dal fatto che per pagare col cellulare bisogna comunque accedere alle app di pagamento con un pin e una password e così i pagamenti per caso sui Pos sono impossibili. Se il cellulare viene usato per accedere al proprio conto corrente o alla propria carta di credito per fare un pagamento diventa, per la legge, uno strumento di pagamento e come tale è sottoposto alle stesse norme su furto e smarrimento deelle carte di pagamento. Quindi, la responsabilità del titolare si limita a 150 euro prima del blocco dello strumento di pagamento e nulla dopo per gli eventuali utilizzi illegittimi fatti da terzi. La prima cosa da fare in caso di furto o smarrimento del cellulare è quindi bloccarlo: dal pc accedete alle app messe a disposizione da Android e Apple. In caso di problemi, dovete reclamare con la banca o l’istituto di pagamento che cura le transazioni. Resta la strada dell’Arbitro bancario e finanziario (www. arbitrobancariofi nanziario.it) se il reclamo non va a buon fine.

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