YouTube: ogni giorno gli utenti trascorrono 1 miliardo di ore

0

Youtube, nuovo record per la piattaforma video di Google: 1 miliardo di ore di programmazione visualizzate al giorno.

Pensate a quello che succede nelle vostre case ogni giorno: c’è chi su YouTube guarda gli highlights della partita, chi un video musicale oppure l’episodio di Favij che parla di come creare una bottiglia di Coca-Cola in gelatina. Dunque, dal momento che queste sono scene di vita quotidiana che si ripetono in tutto il momento, non vi parrà strano se il colosso di Google abbia annunciato qualche ora fa di aver raggiunto il traguardo del miliardo di ore di programmazione visualizzate al giorno in tutto il pianeta. Negli USA c’è già chi è sicuro e parla ormai di “eclissi” della televisione, ma andiamo con ordine. Ieri sul suo sito il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo in cui ha affermato che gli americani guardano la TV per 1,25 miliardi di ore al giorno: si tratta di una tendenza in diminuizione, un dato che si sta comprimendo anno dopo anno. Invece i numeri di YouTube aumentano sempre: secondo OnePoll, che ha realizzato uno studio per conto di BuzzMyVideos, il 69 % di 500 giovani ragazzi italiani tra i 18 e i 35 anni guarda più di 6 ore di video sul “Tubo” ogni settimana. Non solo la musica, ma sono anche e soprattutto video con tematiche come la tecnologia, benessere, ricette e videogame a incollare gli occhi de ragazzi allo schermo del PC.

YouTube, è record: 1 miliardo di ore di video visualizzate al giorno, ma non è finita qui.

Perchè YouTube ha così successo? Semplice: i contenuti sono sempre più curati, sia per il messaggio che passa nei video sia per come essi vendono montati. Non solo: non possiamo dimenticarci che è una piattaforma completamente gratis e che può essere utilizzata sempre e dovunque. E’ comodo (tranne quando lo utilizziamo su mobile per strada, sarebbe utile se i telefoni si bloccassero e YouTube funzionasse ugualmente) e personalizzabile. Il Wall Street Journal insiste anche su un ulteriore aspetto: l’intelligenza artificiale. YouTube sa cosa cerchiamo e vogliamo, per questo ci sono i contenuti “Consigliati per te”. Questo è un elemento davvero fondamentale, una peculiarità della piattaforma (e più in generale del web) che la TV non potrà mai avere.  Inoltre YouTube è riuscito a creare dei personaggi laddove invece la tradizionale televisione non riesce più a fare: basta pensare all’Academy con cui l’azienda di Google aiuta a rendere i video dei suoi creativi più famosi ancor più interessanti. Ecco le parole di Cristos Goodrow in tal senso: “Non ci interessa che crescano il numero dei click sulla nostra piattaforma. Vogliamo che aumenti il tempo speso dagli utenti sul sito. Solo così YouTube può diventare uno spazio interessante per chi fa video e i loro fan”. Ovviamente questo discorso è quanto mai azzeccato per gli Youtuber, i veri divi che nascono e screscono all’interno del sito. Sono loro i veri miti di questa generazione.

YouTube, la TV potrà coesistere con l’azienda di Google?

A questa domanda si potrà rispondere sono in futuro, ma tutto dipenderà dalla TV e dalla sua voglia di mettersi in gioco ed adattarsi all’evoluzione di questi tempi. In alcuni casi il tubo catodico ci ha provato e c’è riuscito: basti pensare alla trasmissione di Favij su Cartoon Network, oppure al programma di Sky “SocialFace” in cui c’era anche lui come protagonista insieme ad altri vari colleghi Youtuber. I TheShow sono approdati recentemente al Festival di Sanremo, ma avevano partecipato in precedenza a programmi su Italia 1 e in Rai con Pechino Express. Addirittura la popolarissima Greta Menchi è stata chiamata per fare la giurata al Festival di Sanremo. Insomma, solo creando un collegamento continuo con Youtube la televisione riuscirà a salvarsi, altrimenti piano piano sarà probabilmente destinata a diventare un prodotto vintage e di nicchia. Anche perchè YouTube invece continua ad essere al passo coi tempi: il colosso statunitense ha previsto infatti dal 2018 che saranno eliminate le pubblicità di 30 secondi non “skippabili”: questi ads forzati saranno rimpiazzati da spot più asciutti (sei secondi) che non sara possibile ignorare, ma almeno appunto dureranno molto di meno. Questa mossa non piacerà molto agli inserzionisti, ma siamo pronti a scommettere invece che gli utenti festeggeranno. YouTube ha tutto l’interesse di andare incontro prima agli utenti e poi alle aziende, altrimenti Facebook – con le sue dirette e storie prese da Snapchat – attirerà sempre più persone prendendosi un’altra fetta di pubblico. Insomma, YouTube sta mostrando di sapersi continuamente trasformare ed adattare ai tempi, sapraà fare lo stesso la televisione?

YouTube esiste dal febbraio 2005. Se fosse un bambino, non andrebbe ancora alla scuola materna, ma è diventato un gigante molto in fretta. Google l’ha comprato nell’ottobre del 2006 staccando un assegno miliardario. Per la semplicità d’uso e la quantità di funzioni è il più popolare dei siti in cui chiunque, gratuitamente, può inserire e mostrare il proprio video, o un qualunque brano che gli sembri degno di essere visto, purché stia dentro i 10 minuti e i 100MB. Ogni giorno vengono inseriti 65 mila nuovi video.

Ad ottobre 2007, dati Nielsen, era l’ottavo sito negli Stati Uniti, il nono in Italia. Nasce così una nuova forma di distribuzione dei contenuti audiovisivi. Le tecnologie digitali hanno abbassato la soglia della produzione video, rendendola largamente accessibile; resta però il problema di sempre, il monopolio della distribuzione, detenuto strettamente dall’industria cinematografica nella prima metà del Novecento e da un’accoppiata cinema-televisione nella seconda. Un prodotto amatoriale per arrivare nelle sale cinematografiche o sugli schermi televisivi domestici deve superare ostacoli così insormontabili che praticamente al cinema e in tv si vede solo quello che hanno realizzato i produttori o gli stessi enti televisivi, spesso anche in veste di produttori cinematografici. Il tuo video, il tuo corto, il tuo documentario puoi farlo vedere soltanto a qualche festival, in qualche circuito off, agli amici, parenti e compagni.

Questo monopolio, economico ed estetico ma anche politico, ha rappresentato un collo di bottiglia e spesso una forma di censura sulle possibilità di espressione delle singole persone, degli artisti e dei gruppi. Una prima incrinatura del monopolio si è avuta con l’abbondanza di canali della televisione digitale via satellite e con la web tv, ma il momento in cui va in frantumi è la nascita di YouTube: “Broadcast yourself”, manda in onda te stesso. Gli scettici che vanno a curiosare sul sito non nascondono la loro delusione: ci dicono di aver visto video banali e stupidini, e anche girati male, clip abusive di B movies degli anni 70 o altra paccottiglia su cui si abbatte inesorabile la mannaia del loro giudizio formale ed estetico. Certamente su YouTube ci sono migliaia di MB di robaccia, ma c’è molto altro, se si sa utilizzare il motore di ricerca interno per selezionare quello che ci serve, e che ordinato in canali, corredato da etichette (“tag”) ed esaurienti descrizioni paratestuali.

Non si tratta però soltanto di discettare della qualità dei prodotti, come nel dibattito di un cineclub: YouTube, come tutti i media digitali, è al centro di un sistema crossmediale, fatto non solo di rimandi intertestuali tra testi diversi, ma di una fitta circolazione dei prodotti da un medium all’altro. YouTube lo sa bene e vede con favore che i suoi video siano linkati su altri siti e blog. In realtà è un medium che “incastra” gli altri. Un esempio italiano recentissimo: la Bbc realizza un provocatorio documentario sulla pedofilia nella Chiesa. La Rai lo acquista, ma poi si prende paura, lo mette nel cassetto e non lo trasmette. Ma il video è su YouTube; un’emittente romana, Teleambiente, lo manda in onda seguita da molte altre. Opinionisti e giornalisti possono agevolmente vederlo e ne scrivono sui quotidiani.

Risultato: la Rai – l’unica che aveva pagato per questo video! – per non fare la figura del censore è costretta a metterlo in onda, e l’inchiesta diventa l’argomento di una trasmissione di Santoro; che, non so se avete notato, continua a dare ai suoi programmi nomi di film neorealisti (prima Sciuscià, ora Anno zero). YouTube in questo caso diventa “incubatore” di un contenuto difficile e facilita il suo transito su canali più generalisti e mainstream. Per un giovane filmaker, un gruppo musicale, un comico, una beauty farm, un conferenziere brillante (e per molte università) una produzione su YouTube diventa il biglietto da visita indispensabile per farsi conoscere, creare e alimentare una propria community. I network televisivi e le case discografiche, trovando sul sito brani di loro programmi o videoclip, non avevano saputo fare di meglio che intentare cause per tutelare il copyright, tributando così a YouTube un gratuito alone di simpatia; poi hanno capito l’antifona ed hanno cominciato ad usarlo per la promozione dei loro prodotti.

Il sistema di controllo del sito è interamente wiki, con la cooperazione degli utenti: il contenuto “inappropriato” (osceno, violento ecc.) segnalato (“flagged”) dal pubblico viene rimosso in pochi minuti. La violazione del copyright deve essere invece denunciata dalla parte offesa. Con queste premesse, YouTube appare un colossale catalogo di tendenze estetiche di tante nicchie che si compongono in quel puzzle che impropriamente si chiama ancora massa. Quantità industriali di video di parcheggio, ripresi dall’alto, con utilitarie che cercano di posteggiare in spazi ristretti; autopresentazioni di biblioteche pubbliche con il volenteroso personale che spinge carrelli pieni di volumi: cani, gatti, canarini, windsurf, gruppi musicali in cantina o in garage, nonne, parenti, prime comunioni, arti marziali, campeggio, paperissime e scherzi a parte.

Ma anche webcam in cui non succede assolutamente niente, sottratte ad ogni trama e ad ogni pretesa di rilevanza (cioè di montaggio); videocamere di sicurezza che inquadrano un negozio, o un pianerottolo delle scale, albe e tramonti, migrazioni di uccelli, animali esotici, piante grasse, posizioni yoga, canti popolari e corse nei sacchi. Ma ci sono anche i ricordi collettivi. 80.200 video sul Vietnam. I funerali di Togliatti nel 1964. Pearl Harbour, Churchill, Coppi, Bartali, El Alamein, i papi, gli scioperi, le automobili, le città, la crisi energetica. Il sito ha fatto emergere infinite collezioni sotterranee di vecchi testi audiovisivi. C’è una quantità infinita di trailer, caroselli, vecchi spot, promo, ingialliti videoclip, cinegiornali, telegiornali, frammenti di film: Anita Ekberg nella fontana, la pistola gigante di Spellbound, Pippo Baudo, i Beatles, Madonna, Castellitto che fa Padre Pio, Iva Zanicchi ai suoi esordi prima della plastica al naso. Cartoline da un passato audiovisuale conservato in cantina con cura feticistica, talvolta remixato in compilation (inseguimenti di auto della polizia nei film) e remake (la scena della doccia di Psycho).

La contemporaneità è però prevalente, è la vera padrona di YouTube, guardato con attenzione dal marketing ma anche dalla comunicazione politica: ci sono 3.160 video di Beppe Grillo, un po’ di meno di Antonio Di Pietro che periodicamente fa uno strano mix tra comizio, cinegiornale e “Telecamere”, e soprattutto le elezioni presidenziali americane che hanno uno spazio enorme ed ufficiale (“Face the candidates”) con video di presentazione dei 16 candidati principali e altri video in cui ciascuno risponde sulle principali questioni: istruzione, energia, sanità, immigrazione, Irak, economia. YouTube mette in circolo anche la copertura dei fatti di cronaca fatta dai videofonini (dal 2002), così diffusi da essere ubiqui. L’attacco alle Twin Towers dell’11 settembre 2001 è probabilmente l’ultimo grande evento a non essere stato documentato dalle videocamere dei telefonini. Un video girato di nascosto con un telefonino – o che possa essere presentato come tale – e postato rapidamente su YouTube può contestare la versione ufficiale di un fatto: è quello che è accaduto con il video dell’esecuzione di Saddam Hussein, poi ripreso da tutti i media. Non siamo dunque di fronte a un repertorio di banalità o alla fiera delle vanità, a un repertorio di “piccole cose di pessimo gusto” per qualche moderno Guido Gozzano. YouTube è la forma certo non definitiva con cui una produzione (e rielaborazione) generalizzata di prodotti video trova prepotentemente nella rete i suoi canali distributivi relativamente indipendenti.

Rispondi o Commenta