Alzheimer, lo zafferano aiuta a prevenire e trattare il morbo

Una dieta bilanciata con zafferano potrebbe aiutare a prevenire e a trattare il morbo di Alzheimer. Un estratto della spezia riesce infatti a degradare la proteina beta-amiloide, il cui accumulo è ritenuto il principale responsabile della diffusa patologia neurodegenerativa.

Dallo zafferano un’arma contro l’Alzheimer. L’estratto di questa spezia, infatti, secondo uno studio italiano agisce un po’ come un abile spazzino, “favorendo la degradazione della proteina beta-amiloide, la proteina tossica principale indiziata di causare la malattia, almeno nel nostro studio condotto su cellule di pazienti in provetta”.

A spiegarlo all’AdnKronos Salute è Antonio Orlacchio, direttore del Laboratorio di Neurogenetica del Centro europeo di ricerca sul cervello (Cerc) dell’Irccs Santa Lucia di Roma e professore di Genetica medica all’Università di Perugia, autore di uno studio pubblicato sul ‘Journal of the Neurological Science’.

“Questo tipo di studio, effettuato per ora a livello cellulare, potrebbe essere alla base di nuovi farmaci mirati contro questa malattia che colpisce nel mondo una persona ogni tre secondi”, dice il neurologo e genetista. L’estratto “è risultato in grado di attivare uno specifico enzima degradativo, catepsina B, rendendolo più efficiente” nel contrastare la proteina beta-amiloide.

Ma perché si è scelto di indagare sulle virtù dello zafferano? “Precedenti studi ne hanno messo in luce l’enorme potenziale neuroprotettivo – spiega Orlacchio – Questo perché la spezia contiene potenti antiossidanti e molecole bioattive, quali crocine e crocetine. Così nel nostro studio abbiamo trattato cellule immunitarie di 22 pazienti, uomini e donne con la forma più diffusa di Alzheimer e un quadro di declino cognitivo, con un componente attivo dello zafferano, la trans-crocetina”.

Questa sostanza si è rivelata un ‘booster’ in grado di potenziare la degradazione della proteina tossica beta-amiloide, attraverso l’attività di un enzima di degradazione cellulare “chiamato catepsina B. Il tutto – continua Orlacchio – senza che a livello cellulare sia emersa alcuna forma di tossicità. I nostri dati suggeriscono che dallo zafferano si potrebbe dunque ricavare un farmaco anti-Alzheimer. Il prossimo step – spiega ancora –sarà quello di allargare lo studio a livello cellulare prima di passare, spero a breve, a un trial clinico sull’uomo. Un lavoro sui pazienti, per verificare l’effetto di questo approccio”. “Naturalmente occorrerà evitare anche i possibili effetti collaterali, ma i risultati visti a livello laboratoristico ci fanno ben sperare. Si tratta di un filone che viene esplorato anche negli Usa“, conclude il ricercatore.

Che cosa è la malattia di Alzheimer?

La malattia di Alzheimer è la più comune causa di demenza; ci sono, però numerosi. Tra il 50 e il 70% delle persone affette da demenza soffrono di malattia di Alzheimer – un processo degenerativo che distrugge lentamente e progressivamente le cellule del cervello. Prende il nome da Alois Alzheimer, neurologo tedesco che nel 1907 descrisse per primo i sintomi e gli aspetti neuropatologici della malattia di Alzheimer, come le placche e i viluppi neuro-fibrillari nel cervello. E’ una malattia che colpisce la memoria e le funzioni mentali (ad es. il pensare, il parlare, ecc.), ma può causare altri problemi come confusione, cambiamenti di umore e disorientamento spazio-temporale. All’inizio i sintomi – qualche difficoltà a ricordare e la perdita delle capacità intellettive – possono essere così lievi da passare inosservati, sia all’interessato che ai familiari e agli amici. Ma, col progredire della malattia, i sintomi diventano sempre più evidenti, e cominciano a interferire con le attività quotidiane e con le relazioni sociali. Le difficoltà pratiche nelle più comuni attività quotidiane, come quella di vestirsi, lavarsi o andare alla toilette, diventano a poco a poco così gravi da determinare, col tempo, la completa dipendenza dagli altri. La malattia di Alzheimer non è né infettiva né contagiosa. Può essere considerata a tutti gli effetti una malattia terminale, che causa un deterioramento generale delle condizioni di salute. La causa più comune di morte è la polmonite, perché il progredire della malattia porta ad un deterioramento del sistema immunitario e a perdita di peso, accrescendo il pericolo di infezioni della gola e dei polmoni. Nel passato, si tendeva ad usare l’espressione “morbo di Alzheimer” in riferimento ad una forma di demenza pre-senile, come contrapposto alla demenza senile. Oggi si ritiene, invece, che la malattia colpisca sia persone al di sotto dei 65 anni di età che persone al di sopra dei 65 anni. Di conseguenza, oggi, ci si riferisce spesso alla malattia come a una demenza di Alzheimer, specificando, eventualmente “ad esordio precoce”.

Quali sono le persone a rischio di contrarre la malattia?

Non esiste nessuna prova sicura che un particolare gruppo di persone sia candidato a sviluppare la malattia. Razza, professione, posizione geografica, livello socioeconomico non sono fattori determinanti. Sembra invece che le persone con un più alto livello di istruzione siano meno a rischio di ammalarsi. Confrontando le caratteristiche delle persone con la malattia di Alzheimer con quelle della popolazione sana, i ricercatori hanno prospettato un certo numero di fattori di rischio. Ciò significa che alcune persone hanno maggiori probabilità di contrarre la malattia di altre. Tuttavia, è improbabile che si possa far risalire la malattia ad un’unica causa: è verosimile che sia un insieme di fattori – con incidenza diversa da persona a persona – a determinarne lo sviluppo. • Età E’ affetta dala malattia di Alzheimer circa una persona su venti tra quelle che hanno superato i 65 anni di età, e meno di una persona su mille al di sotto di tale età. E’ importante rilevare che, anche se col passare degli anni le persone tendono a perdere la memoria, la stragrande maggioranza degli individui sopra gli ottant’anni è intellettualmente integra. Sebbene, quindi, le probabilità di contrarre la malattia di Alzheimer crescano con gli anni, la vecchiaia di per se stessa non è causa di tale malattia. Dati recenti sembrano, comunque, suggerire che problemi legati all’età come l’arteriosclerosi possano essere fattori di rischio importanti. Inoltre, poiché oggi si vive più a lungo che in passato, il numero di persone affette da malattia di Alzheimer o da altre forme di demenza sembra destinato ad aumentare. • Sesso Da alcuni studi risulta che il numero di donne affette da tale malattia è sempre stato superiore al numero degli uomini. Tale dato può essere, tuttavia, ingannevole, perché le donne vivono mediamente più a lungo degli uomini. Ciò significa che, a parità di durata della vita e in assenza di altre cause di morte, il numero di uomini affetti da malattia di Alzheimer equivarrebbe al numero delle donne. • Fattori genetici In un numero estremamente limitato di famiglie, la malattia di Alzheimer si presenta col carattere di malattia genetica dominante. I membri di tali famiglie possono ereditare da uno dei genitori la parte di DNA (struttura genetica) che causa tale malattia. Mediamente, la metà dei figli di un genitore malato erediterà la malattia, con esordio ad un’età relativamente bassa: di norma, tra i 35 e i 60 anni. Nell’ambito di una stessa famiglia, l’età d’inizio è discretamente costante. E’ stato scoperto un collegamento tra il cromosoma 21 e la malattia di Alzheimer. Poichè la sindrome di Down è causata da un’anomalia su questo cromosoma, i soggetti Down hanno maggiori probabilità di ammalarsi se raggiungono la mezza età, anche se non appaiono tutti i sintomi della malattia. • Traumi cranici Ci sono fondati motivi per ritenere che una persona che ha ricevuto un violento colpo alla testa possa essere a rischio di ammalarsi di Alzheimer. Il rischio è maggiore se al momento del colpo la persona ha più di cinquant’anni, ha un gene specifico (apoE4) e ha perso conoscenza subito dopo il colpo. • Altri fattori Non esiste nessuna prova sicura che un particolare gruppo di persone sia candidato a sviluppare la malattia. Razza, professione, posizione geografica, livello socioeconomico non sono fattori determinanti.

La malattia di Alzheimer è ereditaria?

La malattia di Alzheimer non è normalmente ereditaria. La causa non è quindi da ricercarsi nel proprio patrimonio genetico. Avere nella propria famiglia alcuni malati di Alzheimer non significa essere destinati ad ammalarsi, perché nella maggioranza dei casi non vi è un origine genetica. Il fatto è che si tratta di una malattia comune tra gli anziani e non è quindi infrequente che colpisca due o più persone nella stessa famiglia.Indipendentemente dalla familiarità, tutti possiamo ammalarci a un certo punto della vita. Tuttavia, è nota ora l’esistenza di un gene che può influenzare questo rischio. Questo gene si trova nel cromosoma 19, ed è responsabile della produzione di una proteina chiamata apolipoproteina E (ApoE). Esistono tre tipi principali di tale proteina, uno dei quali (l’ApoE4) – sebbene poco comune – rende più probabile il verificarsi della malattia. Non si tratta della causa della malattia, ma ne aumenta la probabilità. Per esempio, una persona di cinquant’anni portatrice di questo gene avrebbe 2 probabilità su 1000 di ammalarsi invece del consueto 1 per 1000, ma può nella realtà non ammalarsi mai. Soltanto nel 50 % dei malati di Alzheimer si trova la proteina ApoE4, e non tutti coloro che hanno tale proteina presentano la malattia. In un numero estremamente limitato di famiglie (alcune decine in tutto il mondo), la malattia di Alzheimer si presenta col carattere di malattia genetica dominante. I membri di tali famiglie possono ereditare da uno dei genitori la parte di DNA (struttura genetica) che causa la malattia. Mediamente, la metà dei figli di un genitore malato erediterà la malattia, che in questo caso avrà un esordio relativamente precoce: tra i 35 3 i 60 anni.

Esiste un esame che possa predire la malattia di Alzheimer?

Non esiste, e non è consigliabile sprecare tempo e danaro in esami inutili. Non esiste la possibilità di predire a un determinato individuo che un giorno o l’altro svilupperà la malattia. E’ possibile sottoporsi a un test per determinare la presenza del gene ApoE4, ma questo test non ci dice se ci ammaleremo o meno; segnala semplicemente un rischio teorico maggiore. Ci sono infatti, persone dotate del gene ApoE4 che sono vissute fino a tarda età senza ammalarsi, proprio come ce ne sono altre che non avevano l’ApoE4 e hanno invece manifestato la malattia. Perciò, sottoporsi a questo test può comportare il rischio di un inutile allarme o di una falsa sicurezza ed è considerzto clinicamente ed eticamente ingiustificato in soggetti asintomatici. Soltanto nelle rarissime famiglie in cui l’Alzheimer è una malattia genetica dominante, i congiunti non affetti dalla malattia possono sottoporsi all’esame diagnostico predittivo. E’ necessario che la persona che vi si sottopone sia assistita con professionalità prima, durante e dopo l’esame.

Come viene diagnosticata la malattia di Alzheimer?

Non esiste un test specifico per determinare se una persona è affetta dalla malattia di Alzheimer. Si arriva alla diagnosi per esclusione, dopo un attento esame delle condizioni fisiche e mentali e non grazie al riconoscimento di prove tangibili specifiche della malattia. • Anamnesi e visita medica Può darsi che ci venga chiesto di fornire informazioni sul comportamento del nostro congiunto; se ha difficoltà a vestirsi, lavarsi, gestire il danaro, mantenere gli appuntamenti, viaggiare da solo, fare il proprio lavoro e usare gli elettrodomestici. Il malato sarà probabilmente sottoposto ad una visita neuropsicologica, per valutare eventuali problemi di memoria, linguaggio, attenzione. Spesso viene impiegato un esame chiamato Mini-Mental State Examination (MMSE), che consiste nel sottoporre il malato a domande del tipo: “Che giorno è? In che città ci troviamo? Come si chiama questo?” (mostrando un orologio). Un’altra parte del test consiste nel far eseguire una serie di operazioni in base ad istruzioni semplici. • Esami di laboratorio Può essere opportuno effettuare una serie di esami di laboratorio (per es. esame del sangue e delle urine) per escludere l’esistenza di altre malattie che potrebbero spiegare la demenza, o di malattie che potrebbero aggravare un pre-esistente malattia di Alzheimer. Inoltre, sono stati sviluppati negli ultimi anni diversi strumenti per osservare l’encefalo, che permettono di fornire immagini del cervello in vivo, rivelando eventuali differenze tra il cervello delle persone sane e quello dei malati di Alzheimer. Questi strumenti permettono di esaminare in modo indolore e sostanzialmente innocuo il cervello di una persona in vita. Per quanto non garantiscano una diagnosi certa di malattia di Alzheimer, queste tecniche permettono di dare maggior peso a una diagnosi di possibile o probabile malattia. • Esami strumentali † Risonanza magnetica Questo esame consente di ottenere un’immagine della struttura del cervello molto particolareggiata. Sovrapponendo un’immagine ad un’altra eseguita ad alcuni mesi di distanza, è possibile riscontrare i cambiamenti di una determinata parte del cervello. † TAC (Tomografia assiale computerizzata) Questo esame misura lo spessore di una parte del cervello, che rapidamente si assottiglia nei pazienti affetti da Alzheimer. † SPECT (tomografia computerizzata ad emissione di fotone singolo) Questo esame può essere eseguito per misurare il flusso del sangue nel cervello; si è riscontrato che tale flusso è ridotto nei malati di Alzheimer, per effetto di una diminuita attività delle cellule nervose. † PET (tomografia a emissione di positroni) L’uso di questa tecnica è limitato ai centri di ricerca. Può evidenziare cambiamenti nel funzionamento del cervello del malato di Alzheimer; ad esempio un utilizzo anormale del glucosio da parte del cervello.

Come può essere la diagnosi?

Ci sono tre possibili tipi di diagnosi di Alzheimer: possibile, probabile e certa. • Malattia di Alzheimer possibile Una diagnosi di possibile malattia di Alzheimer è basata sull’osservazione di sintomi clinici e sul deterioramento di due o più funzioni cognitive (per es. memoria, linguaggio o pensiero) in presenza di una seconda malattia che non è considerata la causa della demenza, ma che rende comunque la diagnosi di malattia di Alzheimer meno sicura. • Malattia di Alzheimer probabile La diagnosi si qualifica come probabile sulla base degli stessi concetti detti sopra, ma in assenza di una seconda malattia. • Malattia di Alzheimer certa L’identificazione delle caratteristiche placche senili e dei gomitoli neuro-fibrillari nel cervello è l’unico modo sicuro per confermare con certezza la diagnosi di malattia di Alzheimer. Per questa ragione, la terza diagnosi, quella di malattia di Alzheimer certa, può essere formulata soltanto mediante biopsia del cervello, o dopo che è stata effettuata un’autopsia.

Si deve informare il malato?

Oggigiorno si tende sempre più ad informare la persona della diagnosi che la riguarda. Questo è forse dovuto ad una maggior consapevolezza della malattia. Alcuni però potrebbero desiderare di non essere informati. Ad ogni modo, si ritiene, in generale, che ognuno abbia la facoltà, e gli si debba dare l’opportunità di scegliere tra essere informato o rinunciare a tale diritto. Ci sono dei pro e dei contro questa teoria. Una volta presa questa decisione nasce il problema di come informare il malato. • Pro e contro. In molti casi, si arriva alla diagnosi in seguito a preoccupazioni espresse dai familiari. Sovente la persona affetta da demenza non si rende conto, o non crede di avere dei problemi; non ha perciò alcun interesse a chiedere una diagnosi. Alcuni possono sentirsi depressi da tale notizia, o ritenere comunque che sarebbero stati più felici senza saperlo. Tuttavia, il saperlo presenta notevoli vantaggi: quando una persona sa di essere affetta da demenza e che cosa essa comporta, può programmare al meglio gli anni di relativo buon funzionamento mentale che le rimangono. Può anche avere un ruolo attivo nel programmare la propria assistenza, stabilire chi dovrà prendersi cura di lei, prendere importanti decisioni finanziarie e persino partecipare alla ricerca sulla malattia di Alzheimer, o disporre per donare post mortem il proprio tessuto cerebrale per la ricerca. • Come comunicare la diagnosi al malato. Affrontare l’argomento può sembrare comunque difficile. C’è il malato che preferisce essere informato in un colloquio a quattr’occhi, mentre un altro può trovare più rassicurante che gli si parli in presenza della famiglia, per averne un supporto morale e affettivo. Un’altra possibilità è quella di incaricare il medico di fiducia di informare il malato. Il dottore potrà così rispondere alle domande sia del malato che del familiare. E’ estremamente importante che si tenga conto delle opinioni o dei pregiudizi che il malato ha sulla malattia, e che si prevedano le sue possibili reazioni, come pure che si valuti la sua capacità di intendere. Alcuni malati sono in grado di capire che cos’è la malattia, come evolve e quali ne sono le conseguenze sulla vita di tutti i giorni, altri possono essere in grado di comprendere soltanto che hanno una malattia che causa perdita di memoria. Un medico capace di adeguare la spiegazione al grado di comprensione del malato e della sua famiglia, come pure di prospettare eventuali soluzioni ai problemi, è di grande aiuto. Una volta informato, il malato può aver bisogno di aiuto per riuscire a convivere con i propri sentimenti di rabbia, paura, angoscia e depressione. Alcuni si avvantaggiano dell’aiuto fornito dai gruppi di supporto, purché la malattia non sia in uno stadio troppo avanzato.

Esiste una terapia per la malattia di Alzheimer?

A tutt’oggi, non esiste alcun farmaco in grado di prevenire o guarire la malattia di Alzheimer. Esistono dei farmaci che possono aiutare ad alleviare certi sintomi quali l’agitazione, l’ansia, la depressione, le allucinazioni, la confusione e l’insonnia. Sfortunatamente, questi farmaci tendono ad essere efficaci per un numero limitato di pazienti e per un periodo limitato nel tempo, e possono causare effetti collaterali indesiderati. Si consiglia perciò generalmente di limitare l’uso di tali farmaci ai casi di reale necessità. Si sono riscontrati nei malati di Alzheimer livelli ridotti di acetilcolina, un neurotrasmettitore (sostanza chimica responsabile della trasmissione di messaggi da una cellula all’altra) che gioca un ruolo nei processi di memoria. Sono stati recentemente introdotti dei farmaci che possono inibire l’enzima responsabile della distruzione dell’acetilcolina. Tali farmaci migliorano la memoria e la concentrazione in taluni pazienti. Si è osservato, inoltre, che essi hanno la capacità di rallentare temporaneamente la progressione dei sintomi; non esiste, invece, alcuna dimostrazione che questi farmaci fermino o facciano regredire il processo di deterioramento cellulare. Sono farmaci che curano i sintomi, ma non curano la malattia.

La causa della perdita di memoria, la malattia di Alzheimer, non va cercata nell’area del cervello deputata, appunto, a conservare ricordi e associazioni. Ma in quella che determina l’umore. Che regola i nostri alti e bassi e scatena la depressione.

Si deve ad un gruppo di ricercatori italiani del Campus Bio-Medico di Roma, con la collaborazione della Fondazione Irccs Santa Lucia e il Cnr, l’aver individuato la zona in cui vengono divorati e distrutti i meccanismi della memoria. Non l’ippocampo (la struttura del sistema nervoso centrale primariamente coinvolta nelle funzioni della fissazione degli eventi e delle immagini) ma l’area del cervello che produce la dopamina. Un neurotrasmettitore che è coinvolto anche nella motivazione e nell’equilibrio dell’umore. I neuroni, dunque, morirebbero dove è la centralina della serenità e della tristezza più cupa.

Proprio la morte dei neuroni, deputati alla genesi della dopamina, provoca il mancato arrivo di questo mediatore chimico che, a sua volta, diventa la causa della cancellazione dei ricordi. Oltre che la incapacità di riconoscere i parenti, andare indietro con il pensiero, rendersi conto dello spazio dove ci si muove, distinguere il giorno dalla notte.

Negli ultimi vent’anni i lavori in laboratorio (e quindi anche quelli in campo farmacologico) sono stati focalizzati sull’ippocampo. I risultati, però, non hanno mai fatto registrare all’interno di questa area dei significativi processi di morte cellulare. Da qui, lo spostamento di interesse, verso la zona deputata all’umore nonostante sia particolarmente difficile da indagare a livello neuro-radiologico. «È lategmentale ventrale – spiega Marcello D’Amelio associato di Fisiologia umana e Neurofisiologia all’università Campus Bio-Medico di Roma – rilascia dopamina anche nell’area che controlla la gratificazione. Per cui, con la degenerazione dei neuroni dopaminergici, aumenta anche il rischio di andare incontro ad una progressiva perdita di iniziativa».

La sperimentazione sui modelli animali ha dato buoni risultati: somministrando due terapie, una con L-Dopa, un amminoacido precursore della dopamina e una basata su un farmaco che ferma la sua degradazione, si è registrato un recupero quasi completo della memoria. In tempi anche relativamente brevi. Durante i test i ricercatori hanno anche assistito, negli animali, al ritorno di forza, motivazione e vitalità.

La scoperta oggi permette di spiegare meglio anche lo stato d’animo dei pazienti, in Italia sono circa 600mila soprattutto donne, nel periodo in cui i ricordi cominciano ad essere intermittenti. «Fin dalle prime fasi dello sviluppo dell’Alzheimer – aggiunge D’Amelio – accanto agli episodi di perdita di memoria i pazienti sentono un calo nell’interesse per le attività della vita, mancanza di appetito e desiderio di prendersi cura di sé». Come dire che la depressione sarebbe un segnale dell’Alzheimer e non il contrario.
I ricercatori non escludono che il risultato di questo studio possa diventare sostegno anche per la terapia di un’altra malattia neurodegenerativa, il Parkinson. Anche questa è causata dalla morte dei neuroni che producono la dopamina. È possibile ipotizzare, secondo gli studiosi, che le terapie prossime venture potrebbero coincidere. Obiettivo: lavorare in modo mirato contro la morte di questi neuroni.

I tempi per le cure ancora non possono essere previsti ma certo è che l’Alzheimer, vista l’età media che continua ad allungarsi, è diventata la malattia senile che preoccupa di più per i prossimi decenni. Da noi, oggi, l’età media del paziente, come riporta uno studio Censis-Aima (Associazione italiana malattia di Alz- heimer)è 78 anni. Cresce, però, il numero delle diagnosi in giovane età: fino al 5% delle persone con la malattia ha un esordio precoce. Vuol dire tra i 50 e i 60 anni.

Le principali caratteristiche della malattia di Alzheimer

 Amnesia La perdita di memoria influenza in molti modi la vita di ogni giorno, in quanto crea problemi di comunicazione, di sicurezza e di comportamento. Per capire come la memoria è colpita nella malattia di Alzheimer è utile considerare i differenti tipi di memoria. † Memoria episodica Questa è la memoria di tutti gli avvenimenti della nostra vita. A sua volta la memoria episodica può essere classificata in memoria a breve termine(che conserva le informazioni dell’ultima ora) e memoria a lungo termine. Sembra che i malati di Alzheimer non abbiano difficoltà a ricordare eventi del passato ma possono dimenticare cose che sono successe cinque minuti prima. Il ricordo di eventi lontani nel tempo possono interferire con la vita di ogni giorno: ad esempio il malato può eseguire senza posa movimenti “professionali”, legati cioè al lavoro che faceva prima di ammalarsi. † Memoria semantica Questa è la memoria del significato delle parole. A differenza della memoria episodica, non è personale ma comune a tutti coloro che parlano la stessa lingua. Per stabilire un dialogo con gli altri è necessario che il significato delle parole sia comune a tutti. La memoria episodica e quella semantica non sono localizzate nella stessa area del cervello; di conseguenza non vengono colpite nello stesso momento. † Memoria procedurale Questa è la memoria di come si fanno le cose, come si usano gli oggetti. La perdita della memoria procedurale rende difficili attività quotidiane, come vestirsi, lavarsi, cucinare. Sembra, però, che venga mantenuta più a lungo di quella semantica; per questa ragione, si vedono malati che hanno difficoltà a trovare le parole, che non ne capiscono il significato e che riescono, invece, a cantare vecchie canzoni. • Aprassia E’ il termine usato per descrivere la perdita della capacità di compiere atti volontari e finalizzati, nonostante l’integrità della funzione motoria. Ad esempio, il malato non è capace di allacciarsi le stringhe delle scarpe, aprire una porta, accendere la televisione. • Afasia E’ il termine usato per descrivere l’alterazione o l’incapacità di parlare o di capire il inguaggio. Si può evidenziare in vari modi: ad esempio con la sostituzione di una parola con altra di significato diverso ma della stessa famiglia (ora invece di orologio), oppure l’impiego di una parola sbagliata ma dal suono simile a quella giusta zuccotto invece di cappotto), o di una parola completamente diversa e senza alcun legame apparente con quella giusta. Se si accompagna ad ecolalìa (la ripetizione involontaria di parole o frasi dette da un’altra persona) e alla ripetizione costante di una parola o di una frase, il risultato può essere una forma di discorso di difficile comprensione, o una specie di gergo. • Agnosia E’ il termine usato per descrivere la perdita della capacità di riconoscere gli oggetti e il loro uso appropriato. Ad esempio, il malato può usare la forchetta invece del cucchiaio, una scarpa al posto di una tazza o un temperino invece della matita, e così via. Per quanto riguarda le persone, può venire meno la capacità di riconoscerle, non a causa della perdita di memoria, ma piuttosto come risultato della mancata elaborazione da parte del cervello dell’identità di una persona in base alle informazioni fornite dalla vista. • Comunicazione I malati di Alzheimer hanno difficoltà sia a parlare che a capire il linguaggio e poichè gli esseri umani hanno bisogno di questo per comunicare tra di loro, diventa sempre più difficile comunicare con il malato; ciò causa a sua volta altri problemi. • Cambiamenti di personalità I malati di Alzheimer possono comportarsi in modo totalmente diverso da quello abituale. Una persona tranquilla, educata, amichevole, può trasformarsi diventando aggressiva. Sono comuni bruschi e frequenti cambiamenti di umore. • Disturbi del comportamento Un sintomo comune del malato di Alzheimer è il “girovagare” sia di giorno che di notte. Le ragioni possono essere numerose, ma, a causa dei problemi di comunicazione è spesso impossibile identificarle. Altri disturbi possono essere l’incontinenza, l’aggressività, l’insonnia.

Che tipo di ricerche si stanno facendo?

Chi assiste i malati è naturalmente sempre alla ricerca di informazioni su possibili terapie. Tuttavia, sebbene non sia disponibile a tutt’oggi alcun trattamento specifico per malattia di Alzheimer, sono in corso numerose sperimentazioni, allo scopo di individuare nuovi farmaci, possibili cause, fattori protettivi e di rischio. Elenchiamo di seguito alcune delle più attuali linee di ricerca nel campo della malattia di Alzheimer.

Alluminio – L’alluminio si può trovare nell’acqua potabile, negli antidiaforetici, nel té e nelle tavolette digestive. I ricercatori hanno studiato i possibili effetti dell’alluminio sulla malattia di Alzheimer per oltre trent’anni. Tuttavia, sebbene la ricerca continui, non esistono prove definitive che esista un nesso causale tra l’alluminio e la malattia di Alzheimer. Anti-infiammatori – Si è osservato che la malattia di Alzheimer è meno frequente negli individui che soffrono di artrite reumatoide. Queste persone tendono ad assumere farmaci anti-infiammatori per lunghi periodi. Si presume pertanto che tali farmaci possano ridurre il rischio, ritardare l’inizio e contrastare lo sviluppo della malattria di Alzheimer. La ricerca continua. Assistenza ai malati – Un settore della ricerca riguarda i problemi e i bisogni di chi assiste i malati, per es. il tipo di supporto necessario, le difficoltà relative all’assistenza vera e propria, i problemi per ottenere una diagnosi e per prendere una decisione difficile, lo stress e la depressione. Tale ricerca è estremamente importante se vogliamo fornire alle persone che assistono i malati il supporto, le indicazioni e i servizi di cui hanno bisogno. Estrogeni – Alcuni studi hanno dimostrato che, nelle donne che avevano assunto estrogeni dopo la menopausa, il rischio di contrarre l’Alzheimer era minore rispetto alle altre. Un altro studio su un numero limitato di soggetti ha segnalato notevoli miglioramenti della memoria e dell’attenzione in donne già malate di Alzheimer che assumevano estrogeni; tali miglioramenti peraltro diminuivano quando cessava la somministrazione del farmaco. La ricerca sta attualmente portando avanti uno studio approfondito e su vasta scala sugli effetti degli estrogeni nella malattia di Alzheimer. Fattori genetici – I ricercatori hanno studiato i fattori genetici che possono portare alla malattia di Alzheimer (o una deficienza, che sarebbe causa diretta della malattia, o anomalie, che aumenterebbero la possibilità di contrarre la malattia). Sono state identificate anomalie in quattro geni nei cromosomi 1, 14, 19 e 21, e la ricerca continua. Traumi cranici – Ci sono fondati motivi per ritenere che una persona che ha ricevuto un violento colpo alla testa possa essere a rischio di ammalarsi di Alzheimer. Il rischio è maggiore se al momento del colpo la persona ha più di cinquant’anni, ha un gene specifico (ApoE4) e ha perso conoscenza subito dopo il colpo. Farmaci – Le industrie farmaceutiche stanno conducendo ricerche su farmaci che possano rallentare il progresso della malattia o attenuarne i sintomi, quali la perdita di memoria. Fumo – Secondo studi condotti in Europa, sembrerebbe che, nelle famiglie dove la malattia di Alzheimer è ereditaria, fumare sigarette allontani almeno di qualche anno il rischio della malattia. Tuttavia, la ricerca canadese ha segnalato che i fumatori accaniti hanno un rischio più che doppio di sviluppare la malattia, mentre i fumatori leggeri hanno lo stesso rischio di chi non fuma.

Memoria ed emozioni: l’importanza di amigdala e ippocampo Potrebbe sembrare una cosa banale, ma molte persone ricordano esattamente cosa stavano facendo l’11 settembre 2001, mentre pochi ricordano cosa c’era per cena due sere prima. Perché è più facile ricordare un episodio che coincide con un forte momento emotivo rispetto ad uno che si compie abitualmente? La risposta – nell’aria già da parecchio tempo – sta rafforzandosi sempre più nel mondo delle neuroscienze. In un lavoro recentemente pubblicato sulla rivista scientifica PNAS, un gruppo di ricercatori americani dell’Università del Wisconsin, a Madison, è addirittura andato oltre. Utilizzando tecniche come la risonanza magnetica funzionale, hanno dimostrato come la sola aspettativa di andare incontro ad un’esperienza negativa o poco piacevole attiva due importanti aree cerebrali che favoriscono la memoria. Il nostro cervello anticipa continuamente il corso degli eventi, con lo scopo di garantire una continuità fra passato, presente e futuro; ovviamente tutto questo scorrere di pensieri è basato sulla propria memoria e teso – nell’incoscienza – al mondo dei sogni. Grazie a diversi test su volontari, Kristen Mackiewicz e colleghi, hanno identificato chiaramente due regioni del nostro cervello che sono molto attive durante un evento emotivo e nel pensiero dello stesso: amigdala e ippocampo sono due componenti di una delle parti più antiche del nostro cervello – quindi legate all’istinto, le più “animali”. Inoltre, l’amigdala è da tempo stata associata al consolidamento della memoria emotiva e l’ippocampo è essenziale nella memoria episodica a breve termine. Oltre a ciò, i ricercatori hanno notato che più intensa è l’attesa di un forte evento emotivo, maggiore sarà il ricordo dello stesso una volta che sia avvenuto; ciò va però a creare un circolo vizioso molto pericoloso per lo stato mentale di una persona. Quanto più è solido un brutto ricordo, tanto più esso si riproporrà continuamente, generando stati d’ansia e paura anche a distanza di molto tempo. Per quel che riguarda questi fenomeni, meglio noti col nome di disturbi da stress post-traumatico, da qualche anno le ricerche hanno portato alla scoperta nel 2004 di una sostanza che aiuta a dimenticare i brutti ricordi. I ricercatori dell’Università del Wisconsin hanno anche dimostrato che nei processi di anticipazione e ricordo esistono delle minime differenze sessuali nelle zone di attivazione; un passo in avanti per capire se le differenze nel modo di ricordare hanno delle precisi basi neurofisiologiche. Tutte queste informazioni prese insieme – sostengono gli scienziati – hanno un’importante funzione in chiave evolutiva, in quanto l’anticipazione di eventi pericolosi porta ad uno stile di vita più cauto. François de La Rochefoucauld si chiedeva però per quale strano motivo “dobbiamo avere abbastanza memoria per ricordare fin nei minimi particolari quello che ci è capitato e non per ricordare quante volte l’abbiamo raccontato alla stessa persona?”. Per ora la risposta non c’è, ma non sembra tarderà molto ad arrivare.

Attualmente si pensa che la progressiva degradazione dell’ippocampo sia la causa originaria dell’Alzheimer: l’idea è che questo deterioramento impedisca all’ippocampo di gestire la dopamina con un conseguente danno alle funzioni della memoria a lungo termine, di cui appunto quest’area del cervello è responsabile, che rappresenta il sintomo più evidente della patologia.

La ricerca ha messo in luce come la mancata comunicazione tra le cellule nervose provochi, nel tempo, la perdita di memoria; in particolare la morte delle cellule cerebrali che producono dopamina: il mancato arrivo di questa sostanza nell’ippocampo genera uno “scompenso” che provoca la perdita di memoria.

Non esiste infatti ancora una cura per l’Alzheimer, malattia che colpisce circa mezzo milione di persone oltre i 60 anni in Italia e 47milioni nel mondo.

È la scoperta di un gruppo di ricercatori italiani – Università Campus Bio-Medico, Centro Nazionale delle Ricerche e Fondazione Irccs Santa Lucia – pubblicata sulla rivista “Nature Communications”. Ripristinano, con due distinte terapie, i livelli di dopamina perduti i modelli recuperavano non soltanto i ricordi ‘perduti’ ma anche la motivazione. Abbiamo anche verificato che l’area tegmentale ventrale rilascia la dopamina anche nelll’area che controlla la gratificazione e i disturbi dell’umore, garantendone il buon funzionamento. Per cui, la degenerazione dei neuroni che producono dopamina, aumenta anche la possibilità di andare incontro a una progressiva perdita di iniziativa, indice di un’alterazione dell’umore. Tuttavia, diversamente da quanto finora ritenuto, i cambiamenti dell’umore non sarebbero conseguenza dell’Alzheimer, ma un ‘campanello d’allarme’ del suo inizio. “L’area tegmentale ventrale – spiega il docente UCBM – non era mai stata approfondita nello studio della malattia di Alzheimer, perché si tratta una parte profonda del sistema nervoso centrale, particolarmente difficile da indagare a livello neuro-radiologico”. In quest’ottica, anche disturbi come la depressione potrebbero essere considerati una spia della malattia di Alzheimer, e non il contrario.

La dottoressa Annalisa Nobili, prima autrice dello studio, sottolinea: “Questo ci ha indotto a ipotizzare che il decadimento cognitivo legato alla malattia di Alzheimer non dipenda da una degenerazione dell’ippocampo, bensì dal fatto che all’ippocampo non arrivi dopamina nella quantità giusta e necessaria, essendo la VTA in degenerazione”. Questi risultati confermano le osservazioni cliniche secondo cui, fin dalle primissime fasi di sviluppo dell’Alzheimer, accanto agli episodi di perdita di memoria i pazienti riferiscono un calo nell’interesse per le attivita’ della vita, mancanza di appetito e del desiderio di prendersi cura di se’, fino ad arrivare alla depressione.

Spiega il Professor Marcello D’Amelio: “La morte dei neuroni causa la riduzione della funzione della memoria e un disturbo dell’umore“. Con la morte di tutte le cellule dell’area, la dopamina smette del tutto di essere prodotta e il farmaco non è più efficace.

Continua

Che cos’è la demenza
La demenza è una sindrome clinica (insieme di sintomi) dovuta ad una malattia che colpisce il cervello, cronica e progressiva che comporta la degenerazione di:
> facoltà mentali quali la memoria, la capacità di ragionamento, il linguaggio e la capacità di riconoscere oggetti e persone;
affettività ed emotività quali depressione, ansia ed angoscia;
> comportamento e personalità quali agitazione, aggressività, reazioni paranoiche ed apatia.
Tali sintomi pregiudicano le normali attività sociali e lavorative del malato, con deterioramento della qualità di vita e perdita di autonomia.
Contrariamente al pensiero comune, la demenza non è una conseguenza inesorabile dell’invecchiamento, molte persone raggiungono i novanta o addirittura i cento anni conservando pienamente le funzioni cerebrali, testimoniando così che è possibile raggiungere un’età avanzata in salute.
In anni passati, quando una persona anziana perdeva la memoria o aveva atteggiamenti inconsueti, si riteneva che fosse colpa dell’arteriosclerosi oppure, come negli anni settanta, si parlava di demenza senile.
Negli ultimi anni la scienza medica ha potuto stabilire che i disturbi attribuiti all’arteriosclerosi dipendono dalla DEMENZA, la quale può essere demenza da Alzheimer o di altro tipo, mentre parlare di demenza senile è alquanto generico e non indica alcuna malattia.
Esistono diverse forme di demenza, la più frequente è la malattia di Alzheimer, che riguarda il 50% dei casi. Si tratta di una malattia progressiva che prende il nome da Alois Alzheimer, il neuropsichiatra tedesco che nel 1906 descrisse per primo la malattia.
La seconda in ordine di frequenza è la demenza vascolare, dovuta all’arteriosclerosi cerebrale ed in particolare a lesioni cerebrali multiple provocate dall’interruzione del flusso di sangue (lesioni ischemiche). È importante sottolineare che questa forma di demenza può essere prevenuta attraverso un corretto controllo dei fattori di rischio, in particolare ipertensione arteriosa e diabete.
Quando si presentano deficit di memoria, anche lievi, è importante una tempestiva valutazione da parte di uno specialista.
In Italia attualmente sono oltre 800.000 i pazienti con Malattia di Alzheimer e si stima che ci siano 80.000 nuovi casi ogni anno. Nella sola Lombardia sono stati stimati 70-80.000 casi.

Le cause
Le cause della malattia sono fino ad oggi sconosciute; probabilmente l’origine è plurifattoriale, legata cioè a fattori genetici, ambientali o anche allo stile di vita.
Il fattore di rischio più importante per lo sviluppo di malattia è l’età, soprattutto fra i 75 e gli 85 anni; tuttavia fra i centenari la malattia di Alzheimer sembra essere rara, al contrario possono esserne colpiti soggetti al di sotto di 75 anni.

La diagnosi
È di fondamentale importanza rivolgersi al medico quando si manifestano le prime avvisaglie di un deterioramento cognitivo; per avvistare i primi segni della malattia l’American Alzheimer Association nel 2005 ha pubblicato i 10 campanelli di allarme per la malattia di Alzheimer.

1. la persona va spesso in confusione ed ha dei vuoti di memoria;
2. non riesce più a fare le cose di tutti i giorni;
3. fatica a trovare le parole giuste;
4. dà l’impressione di aver perso il senso dell’orientamento;
5. indossa un abito sopra l’altro come se non sapesse vestirsi;
6. ha grossi problemi con i soldi e con i calcoli;
7. ripone gli oggetti nei posti più strani;
8. ha improvvisi ed immotivati sbalzi di umore;
9. non ha più il carattere di un tempo;
10. ha sempre meno interessi e spirito di iniziativa.
Chi si rende conto che sono suonati, per sé o per un parente, almeno quattro campanelli d’allarme, è bene che ne parli con il medico di famiglia. Questi, rilevato il peso dei sintomi e delle paure, potrà indirizzare ad un centro specialistico (Unità di Valutazione Alzheimer – UVA).
Il percorso diagnostico dell’UVA si basa su:
colloquio con il presunto malato e con un familiare (anamnesi); visita medica; esami del sangue;
> esami strumentali (TAC, Risonanza Magnetica-RM, Tomografia con emissione di positroni-PET);
> Test neuropsicologici.
Può succedere che al termine di questo iter il medico non sia ancora in grado di formulare una diagnosi precisa, ma che proponga di tornare dopo alcuni mesi per una rivalutazione. Ciò non deve creare ansie ed incomprensioni; può infatti succedere che la diagnosi di malattia si possa formulare solo paragonando i risultati a distanza di tempo.
La malattia si presenta in modo differente nel corso degli anni e l’evoluzione può essere diversa da caso a caso; dura mediamente 7-12 anni, con ampia variabilità individuale (dai 2 ai 20 anni).
Descrizione sommaria di alcune manifestazioni comuni nella persona affetta da demenza
È molto frequente trovare nel malato una serie di manifestazioni del comportamento che creano molta preoccupazione e fatica in chi gli sta accanto. I disturbi comportamentali più frequenti riguardano le autonomie personali, la gestione della vita quotidiana e le relazioni.
È importante ricordare che il comportamento adottato dalla persona malata è l’unico in questo momento che gli permetta di far fronte alle richieste che il mondo che lo circonda le pone.
Qualora tali manifestazioni diventino particolarmente forti e difficili da gestire, il consiglio primario è quello di consultare il medico specialista.
Di seguito sono elencati alcuni dei comportamenti che possono creare particolare disagio a chi assiste una persona affetta da demenza:
> Attività di tipo ripetitivo: la persona affetta da demenza può dimenticare ciò che ha detto o fatto già dopo pochi istanti compiendo azioni e facendo domande in modo ripetitivo. In molti casi è opportuno rassicurarlo invitandolo a fare semplici azioni cercando di mantenere un atteggiamento calmo e affettuoso. Ricordarsi che, a volte, l’azione ripetuta fa riferimento alle vecchie abitudini di lavoro che il malato aveva prima della comparsa della demenza.
> Attaccamento: il malato di Alzheimer può dipendere in modo estremo dalla persona che lo assiste e perciò non volere che questa lo lasci, nemmeno per un breve periodo. Tale comportamento può derivare dal timore del malato che la persona in questione possa abbandonarlo e quindi essere causato da un sentimento più generale di insicurezza. Ricordarsi che l’ambiente in generale può rappresentare motivo di angoscia perché non più riconosciuto come famigliare, quindi il rapporto stretto con un parente rappresenta un fattore altamente rassicurante.
> Perdite di oggetti e accuse di furto: il malato di Alzheimer dimentica spesso dove ripone gli oggetti e di conseguenza può accusare altri individui di averglieli sottratti. In tali circostanze è opportuno rispondere alle accuse della persona gentilmente, cercando di evitare conflitti, e aiutarlo a ritrovare l’oggetto perduto, tenendo presente che il suo comportamento dipende dalla malattia e non dalla sua volontà. È inoltre consigliabile avere un duplicato di oggetti importanti, quali chiavi e documenti, ed assicurarsi che non possa procurarsi oggetti di valore o preziosi.
> Deliri e allucinazioni: le persone malate a volte e a secondo della fase della malattia possono essere soggette a deliri e allucinazioni. Il delirio o le allucinazioni assumono forme di un pensiero vero e possono essere considerati, dalla persona affetta da demenza, come assolutamente reali creando uno stato di paura che può sfociare in comportamenti autodifensivi. Per abbassarne lo stato d’ansia si deve assecondarlo e non cercare di riportarlo bruscamente alla realtà, dandogli la possibilità di farlo parlare di ciò che lui crede stia accadendo.
> Comportamenti disinibiti: sebbene accada raramente, il comportamento del malato in pubblico può essere particolarmente inappropriato e disinibito; parla costantemente ad alta voce, saluta tutti, da manifestazioni di affetto anche a persone non conosciute, ecc… Il miglior modo per dissuaderlo è provare a distrarlo con dolcezza.
> Perdita dell’orientamento: il disorientamento può rappresentare uno dei problemi più difficili da gestire. La persona affetta da demenza può vagare e perdersi addirittura nei pressi della propria abitazione. Garantire la sua incolumità è di primaria importanza. Garantire al malato passeggiate frequenti in compagnia può comunque ridurre l’ansia legata alla voglia di uscire di casa autonomamente.

> Violenza e aggressività: in particolari circostanze il malato di Alzheimer può diventare irascibile, aggressivo e addirittura violento; ciò può accadere per svariati motivi come la perdita di autocontrollo in pubblico, il degenero delle capacità critiche, l’incapacità di esprimere con sicurezza emozioni e sentimenti sgradevoli e la difficoltà a relazionarsi con altri individui. L’aggressività può anche essere una reazione a: sensazioni e condizioni sgradevoli (es. rumore, confusione, posti troppo affollati..), a fattori fisici ( fame, freddo, caldo, sonno.), e fisiologici (infezioni alle vie urinarie, stitichezza, mal di denti.) manifestazioni che il malato non riesce ad identificare o ad esternare correttamente. L’aggressività è una delle principali difficoltà a cui la persona che assiste deve far fronte. L’unica strategia efficace, benché certamente sia anche la più difficile, è mantenere il controllo e la calma, non insistere, rispettare i suoi tempi, osservare ed imparare a prevenire i fattori scatenanti.
> Depressione e ansia: la persona malata può sentirsi depressa e triste, tendere all’isolamento, parlare, agire e pensare con particolare lentezza e difficoltà. Da ciò può derivare un’ulteriore alterazione del ritmo di vita quotidiano e delle abitudini come ad esempio una diminuzione dell’appetito. Bisogna cercare di indurre il malato a sentirsi amato, non chiedendogli mai più di quanto possa dare, gratificandolo, facendogli sentire l’affetto della famiglia ed evitando di rimproverarlo duramente davanti agli insuccessi.

2.Terapie
A tutto oggi la malattia di Alzheimer è inguaribile ma resta comunque curabile, in quanto è possibile prendersi cura del paziente affetto da demenza accompagnandolo nel suo percorso in modo da salvaguardarne il più possibile la qualità della vita. Ciò può essere fatto attraverso interventi sia farmacologici che non farmacologici.
Trattamento farmacologico
Nonostante i progressi in campo farmacologico al momento non esistono farmaci in grado di bloccare il progredire della malattia di Alzheimer. Attualmente sono disponibili farmaci detti “sintomatici”, cioè hanno dei benefici sui sintomi della malattia. Lo scopo di questi farmaci, insieme ai supporti non farmacologici è quello di ridare una vita dignitosa al malato e serenità all’ambiente familiare.
Trattamento non farmacologico
Per trattamento non farmacologico si intendono quegli accorgimenti relativi alla relazione con la persona malata e all’organizzazione dell’ambiente che lo circonda; ciò permette di accogliere al meglio i nuovi bisogni e le necessità del malato. I disturbi comportamentali (agitazione, irrequietezza, nervosismo crescente soprattutto nelle ore serali, angoscia, pianto, tendenza a scappare da casa e resistenza ai cambiamenti) sono di difficile gestione, creano molte difficoltà al malato e al suo benessere generale e, di conseguenza, anche alla persona che lo assiste e se ne prende cura. Alcuni atteggiamenti risentono dell’ansia, della stanchezza o delle difficoltà manifestate da chi cura, creando un circuito in cui più il malato “è difficile”, più chi assiste “perde la pazienza”.
La relazione con un malato d’Alzheimer, l’accompagnarlo nelle varie fasi della malattia richiedono soprattutto “pazienza” e saper stare nei momenti di bisogno. Le capacità più compromesse dalla malattia come il linguaggio, la memoria, le autonomie personali e di vita quotidiana richiedono un atteggiamento particolare di chi cura il malato.
Bisogna collocare le varie espressioni della malattia all’interno di un quadro più complesso: la persona colpita dalla demenza perde le capacità ma non perde la sua identità, rimane la persona che era prima di ammalarsi, con la sua storia di vita. Il presente comporta nuovi elementi: sintomi, difficoltà prima non affrontate, il tutto in un progetto di vita da ri-creare in famiglia che costantemente deve tenere insieme la nuova situazione del parente malato. Alcune tecniche di tipo relazionale (ad esempio il conversazionalismo e la conversazione possibile) aiutano a trovare nuovi canali comunicativi rispettosi della persona e della malattia, offrendo alla persona che cura nuovi modi di parlare, ascoltare e accogliere i nuovi atteggiamenti e comportamenti del parente malato.

Estremamente importanti sono la creazione ed il mantenimento di ambienti (la casa, la stanza, l’arredamento) che possano favorire l’orientamento spaziale della persona malata e che la aiutino a proteggersi da rischi eventuali. È indispensabile la messa in sicurezza di ambienti che possano essere pericolosi per il malato (es. cucina…).
3.Cosa fare
Nell’assistenza ad una persona affetta da demenza ci sono alcune indicazioni relative al come comportarsi nei vari momenti della giornata per affrontare le diverse difficoltà che si presentano in ogni attività (alimentazione, vestizione e igiene, sonno, uscite, ecc…) cercando di mantenere un clima sereno e di accoglienza delle varie manifestazioni comportamentali.
È molto importante ricordarsi di alcune cose fondamentali:
> Non forzare mai la persona: di solito se il malato si rifiuta di fare qualcosa ci sono dei motivi, oppure non è arrivato ancora il momento, a volte basta aspettare cinque minuti, riproporre l’attività e la persona acconsente volentieri.
> Cercare sempre di coinvolgerlo nelle attività con consegne chiare e semplici, attraverso esempi come: “Riordiniamo il tavolo?”, “Aiutami a mettere le posate in questo cassetto (aprendo il cassetto e mettendo per primi gli oggetti)”.
> Anche se sembra capire e ascoltare tutto ciò che si dice, la persona affetta da demenza trattiene in memoria molto poco del contenuto di un discorso fatto perciò è utile formulare frasi corte con pochi passaggi.
> La malattia si manifesta in modi diversi; spesso succede che, il malato, nello stesso giorno, alterni momenti di “ lucidità” a momenti di confusione. La percezione è quella che ci stia prendendo in giro
Nel limite del possibile mantenere un ordine e una cadenza del ritmo quotidiano.
> Lasciare fare al malato le cose che è ancora in grado di svolgere. Mantenere una certa autonomia offre un buon stimolo e un buon segnale che aiuta molto la ormai fragile sicurezza in sé stesso. Inoltre, in questo modo, si posticipa la comparsa di alcuni bisogni di dipendenza nel compiere gli atti di vita quotidiana.
Di seguito si elencano alcune situazioni di vita quotidiana in cui si presentano più frequentemente difficoltà di gestione ed alcuni possibili consigli su come fare:
Igiene personale e abbigliamento
La persona malata può dimenticare di lavarsi, non rendersi conto di questa necessità o addirittura avere dimenticato le azioni da compiere. In questa situazione è importante rispettare la dignità della persona, senza forzarla e senza pretendere dal malato ciò che non può più fare. È importante mantenere le precedenti abitudini e permettere al malato di svolgere in autonomia le attività che è in grado di compiere. Qualora la doccia crei disagio il contatto con l’acqua a volte provoca molta paura si consiglia in alternativa di fare il bagno, o di aiutarlo a lavarsi per pezzi.
Per l’abbigliamento si consiglia di utilizzare qualcosa di semplice con tessuti morbidi ed elastici come pantaloni con elastico in vita senza bottoni; inoltre può essere comodo evitare scarpe con stringhe e preferire quelle con velcro.
È utile organizzare l’armadio per stagioni, in modo che la persona possa vestirsi in autonomia potendo scegliere tra capi di abbigliamento in accordo con la stagione dell’anno.

E’ sempre importante ricordarsi le abitudini precedenti la malattia, in quanto, gli atteggiamenti di rifiuto possono richiamare un particolare modo di vestirsi o di scelta dei capi di abbigliamento.

Servizi igienici e incontinenza
La persona malata può perdere la capacità di riconoscere gli stimoli fisiologici, dimenticare dove siano i servizi igienici o come ci si debba comportare in questa situazione. A volte può essere d’aiuto l’invitare il malato a recarsi in bagno prima di andare da qualche parte accompagnandolo di persona.
L’incontinenza è un sintomo che si presenta nella maggior parte dei casi con l’evolversi della malattia. Con l’aiuto del personale medico si può capire se serva l’utilizzo dei pannoloni o altro.
Cucina e Alimentazione
In molti casi le persone malate di Alzheimer perdono la capacità di cucinare e di provvedere alla propria alimentazione autonomamente, dimenticandosi di mangiare o di essersi già alimentato e ciò può creare gravi problemi in particolare se vivono da soli. È molto importante mettere in sicurezza l’ambiente cucina eliminando i possibili fattori di rischio (fornelli, forno, coltelli, forbici, alimenti freschi con scadenza ravvicinata che se consumati oltre la data possono provocare malattie, ecc…).
Servire una porzione di cibo alla volta può favorire l’autonomia del malato durante i pasti, il quale altrimenti potrebbe sentirsi confuso o manifestare ansia e agitazione. Cercare di rispettare i tempi e i nuovi modi di mangiare (anche con le mani) del malato è fondamentale. Se non vi sono controindicazioni, quali diabete o ipertensione, è consigliabile di lasciar consumare al malato anche piccole merende tra un pasto e l’altro, qualora lui lo gradisca. In casi particolarmente complessi è necessario rivolgersi allo specialista.
Sonno e veglia
Il malato può agitarsi durante la notte. È frequente che il ritmo sonno-veglia soffra qualche modifica con la malattia. La persona malata non essendo più in grado di riconoscere alcune sequenze logiche può non collegare la notte con il riposo e scegliere di camminare, fare degli spostamenti di oggetti, richiedendo un’attenzione particolare. Si dovrebbe con pazienza capire la richiesta che il malato fa e se possibile accontentarlo. Inoltre, è consigliabile favorire le attività durante il giorno ed aiutarlo a rilassarsi prima di andare a letto attraverso un ambiente tranquillo: una tazza di latte tiepido e musica rilassante (se gradita) possono essere d’aiuto. Bisogna anche assicurarsi che prima di coricarsi il malato non abbia bisogno di andare al bagno, mangiare o bere e che non senta caldo o freddo, poiché spesso i disturbi comportamentali vengono scatenati da bisogni fisiologici.

Il peso della cura
La demenza è una malattia che non soltanto affligge il malato, ma si ripercuote emotivamente in maniera pesante anche su coloro che l’assistono: il coniuge, i figli, i familiari. L’assistenza, come segnalato nei punti precedenti, può essere talvolta un compito estremamente difficile e gravoso. È necessario pianificare l’impegno che i familiari devono investire nell’assistenza del malato, che può anche durare per molti anni. È importante fare i conti con le proprie forze e con le proprie energie. Non pensare di essere da soli nell’affrontare le cure richieste ma accettare di aver bisogno di aiuto. Non è sempre semplice, come non lo è accettare la malattia del proprio caro, ma chiedere un aiuto non significa non essere in grado di assistere la persona, ma riconoscere e rispettare i propri limiti e progettare un tipo d’assistenza che veda coinvolti più soggetti.
Il carico emotivo personale è enorme, e chi assiste il paziente ha bisogno di sviluppare un insieme di strategie per far fronte all’evoluzione della malattia. Capire le proprie emozioni può essere di aiuto nella gestione del malato, così come può essere utile per se stessi. Alcune delle emozioni che si possono sperimentare in questi casi sono elencate di seguito:
> Depressione e angoscia: emozioni legate alla perdita, è naturale confrontare come era la persona cara prima e dopo l’insorgenza della malattia e avere la sensazione di aver perso un compagno, un amico o un familiare a causa della patologia. Particolarmente angosciante può essere soprattutto il momento in cui il malato non riconosce più le persone care. Molte persone che assistono questo tipo di malati hanno trovato grande supporto nei gruppi di auto-aiuto e negli Alzheimer Cafè.
> Senso di colpa: comune e naturale sentirsi in colpa per il fatto di provare imbarazzo per il comportamento del malato di Alzheimer, a volte addirittura rabbia nei suoi confronti. Il senso di colpa emerge anche quando, a causa della sensazione di non poter sostenere a lungo il gravoso compito dell’assistenza, si comincia a riflettere riguardo alle probabili nuove soluzioni quali un ricovero del caro in una struttura assistenziale.
> Rabbia: chi assiste prova rabbia nei confronti del paziente, di sè stesso, del medico, dei servizi o della situazione in generale. Importante cercare di distinguere tra la rabbia nei confronti della persona e irritazione verso il suo comportamento determinato dalla malattia. Può essere utile cercare pareri e consigli da familiari, amici e gruppi di supporto. Il sentimento di rabbia può essere talvolta così intenso, da perdere il controllo nei confronti della persona che si assiste: in questo caso è necessario chiedere aiuto ad uno specialista.
> Imbarazzo: il familiare si può sentire a disagio quando la persona ammalata si comporta in pubblico in maniera inadeguata; questa sensazione può tuttavia scomparire parlandone con altri, amici o familiari, che condividono esperienze analoghe. Occorre spiegare a parenti, amici, vicini e conoscenti che gli atteggiamenti del malato dipendono dalla malattia, così da accrescere la loro tolleranza nei suoi confronti.
> Solitudine: molte persone che assistono tendono ad isolarsi insieme al malato e a rimanere confinati in casa; il rischio è quindi di perdere i propri contatti sociali e le relazioni interpersonali, per accudire il malato. Questo isolamento, a sua volta, peggiora la situazione e rende ancora più gravosa l’assistenza della persona ammalata. Occorre, pertanto, cercare di mantenere una vita sociale e delle amicizie, cercando di condividere il carico dell’assistenza con parenti ed amici. Il malato non deve comunque essere abbandonato.
Ci si può trovare nella condizione di dover assumere gran parte delle responsabilità che erano prima del malato, come la gestione della casa, cucinare, pagare le bollette, determinando un aumento del livello di stress della persona che assiste. In questo caso può essere utile discutere di questi problemi con altri parenti e con gli operatori sanitari.
> Famiglia: è importante accettare il supporto che può venire da altri membri del nucleo familiare, affinchè il carico non pesi solo su di una persona. Se, al contrario, ci si sente stressati perchè non si riceve aiuto e comprensione, può essere utile convocare una riunione familiare per discutere l’assistenza da fornire al malato.
> Condividere i propri problemi: E’ necessario fare partecipi delle proprie esperienze e dei propri stati d’animo le persone a voi vicine. Se cercate di nascondere tutti i problemi può essere veramente difficile, quasi impossibile, assistere un’altra persona. Il confronto con altri che vivono gli stessi problemi aiuta a riconoscere come normali e naturali le proprie reazioni. La maggior parte delle persone capisce quali sono i propri limiti solo quando il carico dell’assistenza sta per sopraffarli. Se la situazione è prossima a diventare critica è d’obbligo accettare e richiedere aiuti esterni, rivolgendosi ai servizi sociali del proprio comune o alle organizzazioni di volontariato, così da evitare situazioni di crisi.
> Chiedere e accettare consigli: è utile cercare dei suggerimenti relativamente al proprio ruolo che cambia, e ai mutamenti che intervengono nella persona ammalata. Talvolta è difficile accettare aiuto, soprattutto se non si è abituati. Tuttavia, anche se familiari, amici o vicini hanno la volontà di aiutare, possono non sapere che cosa è utile o ben accetto. Dategli delle indicazioni, una parola, un suggerimento, consentendogli di essere e sentirsi efficaci. In questo modo condividerete il carico fisico ed emotivo dell’assistenza anche con altri, che potranno comprendere maggiormente l’impegno che comporta la cura di una persona affetta da morbo di Alzheimer.
Un gruppo di auto-aiuto può essere di supporto e rappresentare un’occasione di condivisione di problemi e soluzioni. E’ fondamentale conoscere le sedi presenti nel territorio in cui si risiede dove è possibile ottenere aiuto dal punto di vista medico, organizzativo, personale o finanziario. Il proprio medico, infermiere o assistente sociale può indirizzarvi verso le risorse necessarie.
I dieci principi della buona cura
Come abbiamo visto fino ad ora la demenza di Alzheimer causa in chi ne è affetto la compromissione delle modalità di pensiero, di percezione e di comportamento, prendersi cura di una persona affetta da demenza richiede notevoli capacità di adattamento e pazienza. I pazienti possono iniziare a presentare comportamenti del tutto insoliti, come l’aggressività, il sospetto o diventare estremamente dipendente sebbene questi atteggiamenti non siano mai stati parte della loro personalità prima della malattia. Nonostante le persone affette da Demenza non possano controllare o prevenire molti dei loro comportamenti questi non mancano di generare frustrazione e stress nei caregiver.
II cervello è l’origine di pensieri, emozioni, personalità e comportamento e dato che la Demenza è una malattia del cervello, automaticamente risulteranno compromesse alcune funzioni cognitive, quali il senso di identità, la percezione dell’ambiente e il modo di agire. La malattia colpisce diverse parti del cervello in modo ingravescente rendendo difficile capire quale sarà l’evoluzione dei sintomi. Disturbi comportamentali come l’aggressione, la tendenza al sospetto o a girovagare sono causati da danni cerebrali e difficilmente, se non producendo elevati livelli di stress nei caregiver, non possono essere messi sotto controllo, semmai gestiti. E’ importante ricordarsi di questo quando la persona che curiamo dice o fa cose che possono essere interpretate come offensive. La chiave per gestire questi comportamenti provocatori nel miglior modo è accettare la relazione cervello- comportamento in modo da filtrarli attraverso una lente compassionevole e un atteggiamento non giudicante. Proviamo a vedere ora quali sono i 10 principi da tenere presente per una buona cura della persona affetta da demenza:

> Riconosci le funzioni del cervello: ogni cosa che noi sperimentiamo nella vita, ogni decisione o azione che noi compiamo può essere ricondotta al nostro cervello.
> La demenza è un disturbo cerebrale: sebbene sempre più persone ne siano consapevoli, molti credono ancora che questa sia una malattia mentale, una debolezza psicologica o semplicemente una condizione dell’invecchiamento. Questi punti di vista sono fuorvianti perchè suggeriscono che l’Alzheimer sia qualcosa che le persone “si tirano addosso” o lasciano passivamente che accada.
> La demenza colpisce tutto ciò che il cervello controlla: non va sottovalutata la varietà di sintomi che possono essere ricondotti a un processo di deterioramento cognitivo.
> Non si deve sembrare malati per soffrire di una malattia fisica: sebbene l’Alzheimer sia una malattia organica spesso non modifica l’aspetto esteriore di una persona, almeno fino agli stadi più gravi. Ciò può indurre in confusione nonostante un aspetto di “facciata”. Il paziente evidenzia chiari segni che indicano che qualcosa non va. Si può essere affetti da Demenza senza sembrare malati nel vero e proprio senso della parola.
> L’imprevedibile è dietro l’angolo: l’Alzheimer affligge diverse parti del cervello con tempi e ritmi differenti. Mai avuto una lampadina che di punto in bianco funziona solo a tratti? E’ quello che accade nel cervello delle persone colpite da Demenza che attraverserà alcuni stadi prestabiliti anche se non sono chiaramente definiti e spesso si sovrappongono.
> Ogni obiettivo va diviso in piccoli obiettivi più semplici: compiti che a noi sembrano semplici possono apparire difficili alle persone di cui ci prendiamo cura. Per esempio, lavare i denti può sembrare una singola azione, ma in realtà può essere scomposta in diverse fasi: prendere il tubetto del dentifricio, togliere il tappo, porre il contenuto sulle setole dello spazzolino, aprire il rubinetto ecc… Se la Demenza ha colpito il cervello in modo tale da non ricordare tutti queste fasi o l’ordine in cui devono essere svolte, risulterà impossibile portare a termine la sequenza a meno che il compito non venga suddiviso in tante piccole azioni.
> Ricorda la causa dei comportamenti problematici: questa è probabilmente la cosa più importante da ricordare e si fonda sui primi sei punti di questa lista: i disturbi comportamentali sono causati da danni al cervello e non sono qualcosa che si può controllare o prevenire, semmai gestire minimizzando i costi in termini di stress. Se un paziente accusa il coniuge di avere una relazione amorosa è difficile non prenderla sul personale. Ma quella accusa è causata da un danno cerebrale, non da un ragionamento logico.
> Discutere è inutile: E’ estremamente difficile, se non impossibile, per ogni malato di Alzheimer imparare, capire, ragionare o ricordare. Dato che è possibile discutere solo con persone in grado di ragionare e usare la logica, cercare di convincere un demente sull’adeguatezza di azioni o idee è pressoché inutile. E’ più produttivo fornire conforto o tentare di instaurare attività piacevoli, come una passeggiata, guardare un film o ricordare i vecchi tempi con qualche oggetto o fotografia del passato.
> Comprendere segnali d’angoscia: le persone affette da demenza presentano una soglia di stress progressivamente più bassa e a ciò si associa una ridotta abilità linguistica a spiegare i motivi di disagio. L’andatura, per esempio, può indicare la necessità di urinare, continui dondolii avanti e indietro possono essere segno di fame o sete oppure gingillarsi può essere correlato a noia. Capire cosa scatena reazioni di stress serve per evitare che il disagio aumenti.
> Accettare la relazione cervello-comportamento: la chiave di svolta per fornire una buona assistenza non è solo capire la relazione cervello-comportamento ma anche accettarla. Ciò consente di prendersi cura del paziente con compassione e senza giudizio in merito all’adeguatezza di qualsiasi comportamento.

5.La rete dei servizi
Per orientarsi all’interno dell’offerta dei servizi sanitari e socio-assistenziali del territorio è necessario individuare le competenze specifiche dei vari Enti.
Per accedere ed attivare i servizi è necessario rivolgersi a:
1.il medico di medicina generale per i servizi sanitari e sociosanitari;
> 2.l’assistente sociale del comune di residenza per i servizi socio-assistenziali, la quale aiuta la famiglia nella scelta dell’assistenza più idonea alle sue esigenze;
> 3.il Centro per l’Assistenza Domicilare (Ce.A.D.) presso il Distretto sociosanitario.
Servizi Sanitari:
ADI: Assistenza Domiciliare Integrata
L’Assistenza Domiciliare è un servizio gratuito erogato dall’ASL rivolto a persone con patologie croniche in fase avanzata e con elevati livelli di dipendenza .Questo intervento consiste nell’erogazione di prestazioni mediche, infermieristiche, riabilitative e socioassistenziali al domicilio del paziente. Per attivare il servizio bisogna rivolgersi al proprio medico di medicina generale.
ADI: Voucher Demenze
Il Voucher demenza è una nuova tipologia di voucher introdotta dall’ASL in via sperimentale. È rivolto ai pazienti con diagnosi di demenza certificata da uno specialista in fase iniziale (quando si presentano principalmente problemi cognitivi e di comportamento e non ancora sintomi clinici) e alle loro famiglie. Può richiedere questo servizio la famiglia che si trova in difficoltà a gestire la situazione e che ha bisogno di aiuto per affrontarla. Pertanto devono essere pazienti che non ricevano già altri aiuti e che non siano ancora seguiti da altri servizi sul territorio. L’obiettivo del voucher è quello di aiutare la famiglia a muoversi adeguatamente ed a insegnare anche praticamente cosa si deve fare nelle diverse situazioni. Riceverà queste informazioni dall’Operatore socio-sanitario e, in caso di bisogno, anche il sostegno dello psicologo. L’attivazione del voucher è fatta sempre dal medico di famiglia e serve anche una relazione dell’assistente sociale del proprio comune. La richiesta della famiglia può essere presentata, oltre che al medico di medicina generale e all’assistente sociale del comune, anche direttamente al proprio distretto ASL (Centro per l’Assistenza Domiciliare).
Servizi Sociali:
SAD: Servizio Assistenza Domiciliare
Il servizio, riservato ad anziani con più di 65 anni (o disabili anche di età inferiore), è costituito dall’insieme di prestazioni esclusivamente di natura socio-assistenziale (non sanitaria) prestate al domicilio, al fine di consentire la permanenza nel normale ambiente di vita e di ridurre il ricorso al ricovero in strutture residenziali.
Le principali prestazioni erogate dal Servizio di Assistenza Domiciliare sono:
> 1.aiuto per la cura della persona (igiene personale)
> 2.aiuto per il governo della casa (pulizie, commissioni e spese)
> 3.sostegno per lo svolgimento delle attività quotidiane
> 4.aiuto per il mantenimento dei rapporti amicali e di vicinato.
Il servizio è gratuito per i nuclei familiari al di sotto di una certa soglia di reddito ISEE, mentre è prevista la compartecipazione alla spesa delle famiglie che eccedono dai parametri stabiliti dalle Amministrazioni comunali.
Buoni sociali
Sono contributi economici erogati per sostenere le famiglie che hanno a carico persone disabili o anziane e che svolgono lavoro di cura e assistenza. Vengono concessi sulla base di un tetto limite dell’indicatore ISEE.
Pasti a domicilio
Se presenti nel comune di residenza, il servizio consiste nella consegna a domicilio di pasti precotti ed è rivolto a persone che si trovano in situazione di solitudine e/o fragilità e sono impossibilitate a provvedere autonomamente alla preparazione del cibo.
Sportello Occupazione e Servizi alla Persona
Lo sportello offre un sostegno concreto alle famiglie che si trovano nella necessità di ricorrere ad un aiuto esterno per l’assistenza di familiari, offrendo servizi gratuiti di ricerca e pre-selezione di personale, adeguatamente selezionato e formato, di consulenza e di supporto per la regolarizzazione del rapporto di lavoro (adempimenti di assunzione, trasformazione, proroga e cessazione). c/o Centro per l’Impiego di Bergamo
Via Pizzo della Presolana, 19 – angolo via Monte Gleno, 2 – Bergamo – Tel. 035.387741
Ricoveri temporanei
Al fine di offrire un supporto alle famiglie che assistono una persona malata, vengono attivati dagli Ambiti Territoriali dei ricoveri di sollievo che prevedono periodi di permanenza, variabili tra i 15 e i 30 giorni, presso strutture residenziali (RSA). Tale prestazione non è sovrapponibile a quelli già esistenti, ma permette ai familiari che assistono continuativamente il malato di concedersi un tempo “di sollievo” in cui poter riprendere le energie necessarie per continuare a garantire l’adeguata assistenza al proprio caro. I ricoveri temporanei sono attivati, previo domanda al servizio sociale del comune di residenza, che valuterà il bisogno e, in accordo con i familiari e la RSA, organizzerà il periodo di permanenza dell’interessato.

Le forme di demenza più frequenti:
la malattia di Alzheimer e la demenza vascolare
Numerose malattie danneggiano le funzioni e le facoltà cerebrali. Questo quadro clinico è chiamato demenza. Solitamente la causa è dovuta a una degenerazione del tessuto cerebrale, come per la malattia di Alzheimer o di una demenza vascolare, che rappresentano circa due terzi di tutte le malattie da demenza.

La demenza è quello stato patologico del cervello in cui diverse facoltà risultano compromesse rispetto a prima. Questi disturbi interessano la memoria e almeno una delle seguenti facoltà cognitive: linguaggio, azioni, riconoscimento di persone e oggetti, nonché la pianificazione e l’organizzazione della routine quotidiana. Ne risulta spesso anche un cambiamento del comportamento e dell’umore: si diventa irrequieti, timorosi, depressi o si soffre di deliri. Si parla di demenza quando i disturbi limitano la persona interessata nello svolgimento delle sue attività quotidiane e le impediscono di essere autonoma.
La demenza è causata solitamente da un danneggiamento progressivo del tessuto cerebrale. In questo caso si parla di forme di demenza primarie o irreversibili. Il processo degenerativo ha luogo direttamente nel cervello e, allo stato attuale delle conoscenze, non può essere arrestato né guarito. Nel 50 per cento dei casi si tratta della malattia di Alzheimer e nel 20 per cento dei casi di una demenza vascolare. Spesso si tratta di una forma combinata di entrambe le malattie.
Nel 10 per cento dei casi la demenza è la conseguenza di un’altra malattia. In tal caso si parla di forme di demenza secondarie e reversibili, che spesso possono essere stabilizzate e guarite del tutto o in parte con un’adeguata terapia (si consulti il foglio informativo: Forme di demenza più rare).

La malattia di Alzheimer
La malattia di Alzheimer è stata descritta già nel 1906 dal neurologo tedesco Alois Alzheimer e alcuni anni dopo ha preso il suo nome. È la forma di demenza più frequente. La malattia di Alzheimer provoca la morte delle cellule nervose in determinate aree del cervello. Oggi i ricercatori ipotizzano che le due proteine tau e beta-amiloide siano responsabili di questo processo degenerativo. Queste sostanze proteiche nascono da processi metabolici difettosi nel cervello, dove si depositano provocando la morte delle cellule nervose.
▲ la beta-amiloide si deposita fra le cellule nervose dove forma delle placche. Inoltre la beta-amiloide si deposita anche sulle pareti vascolari peggiorandone la loro permeabilità. Ne conseguono disturbi a livello di trasporto di ossigeno e di sostanze nutritive al cervello.
▲ la proteina tau si conglomera all’interno delle cellule nervose, formando dei filamenti aggrovigliati, detti anche «grovigli neurofibrillari». Questo fenomeno comporta disturbi nei processi di stabilizzazione e di neurotrasmissione nelle cellule.
Nel corso della malattia di Alzheimer il volume del cervello si riduce fin del 20 per cento. Tecniche di diagnostica per immagini, dunque una tomografia computerizzata (CT) o una tomografia a risonanza magnetica (MRI) sono in grado di rivelare questi cambiamenti nello stadio medio e avanzato della malattia (si consulti il foglio informativo: Accertamento e diagnosi della demenza).
La degenerazione delle cellule nervose comporta l’avvio di tutta una serie di processi neurobiologici. Tra l’altro nel cervello si manifesta una carenza di acetilcolina, una sostanza trasmettitrice impiegata dal cervello per molte funzioni cognitive. Tali processi comportano una limitazione delle capacità intellettive.
Il decorso della malattia di Alzheimer
La malattia di Alzheimer si manifesta lentamente. I sintomi di un inizio di tale malattia possono essere:
▲ problemi di memoria o nel trovare le parole
▲ cambiamenti del comportamento e dell’umore, ad es. apatia, stati depressivi, trascuratezza nell’igiene personale, ritiro dalla vita sociale
Un accertamento medico tempestivo fa chiarezza sui sintomi e stabilisce se si tratta della malattia di Alzheimer o di un’altra malattia e aiuta a reagire in modo mirato ( si consulti il foglio informativo: « Accertamento e diagnosi della demenza » ).
Nello stadio intermedio della malattia le capacità intellettive della persona colpita continuano a peggiorare, con ripercussioni sull’autonomia nella vita di tutti i giorni: smemoratezza e problemi linguistici aumentano, e la persona colpita ha difficoltà ad orientarsi anche nell’ambiente abituale. Le attività quotidiane, come ad esempio lavarsi, vestirsi e svestirsi o mangiare, possono essere svolte solo se assistiti da qualcuno. Inoltre cambia il comportamento, ad esempio la persona malata di demenza diventa irrequieta o vaga senza meta.
Nello stadio avanzato della malattia le persone colpite sono del tutto dipendenti dalle cure e dall’assistenza, la perdita di memoria riguarda anche la
memoria a lungo termine. In questa fase terminale spesso i malati ammutoliscono o emettono solo suoni indistinti. Sono costretti a letto e le difficoltà di deglutizione causano loro difficoltà nell’alimentazione e nell’assorbimento dei liquidi. La debolezza fisica favorisce le infezioni, la causa più frequente di decesso nei malati di demenza.
Questa è solo una presentazione sommaria del decorso della malattia di Alzheimer, che a seconda dei casi può essere diverso. La durata media della malattia, dal manifestarsi dei primi sintomi, è di circa otto-dieci anni.
Cause della malattia di Alzheimer
Le malattie da demenza, fra cui anche la malattia di Alzheimer, sono molto complesse e il loro decorso è caratterizzato da una catena di processi patologici. I ricercatori ipotizzano che la malattia sia è causata da vari fattori, fra cui:
▲ età: le malattie da demenza prima dei 65 anni sono estremamente rare. Dopo di che aumentano nettamente con l’avanzare dell’età. Il numero di malati di demenza raddoppia ogni cinque anni: se a 65 anni solo lo 0,5 per cento delle persone sono colpite da demenza, per gli ultranovantenni la percentuale sale al 40 per cento circa. Siccome le donne raggiungono mediamente un’età più avanzata, ci sono più donne malate di Alzheimer che uomini.
▲ predisposizione genetica: oggi si parte dal presupposto che la malattia sia in parte dovuta a una predisposizione genetica. Fino ad oggi non si sa quali geni ne siano coinvolti e quale influsso abbia la predisposizione genetica sull’origine e il decorso della malattia. La malattia viene ereditata direttamente in casi molto rari. In tal caso si parla della forma ereditaria della malattia di Alzheimer. Questa forma ereditaria si riscontra nelle famiglie in cui la malattia si manifesta precocemente (fra i 35 e i 60 anni) e ha un decorso rapido.
▲ altri fattori: sono considerati altri rischi le lesioni craniche precedenti nonché tutti i fattori che pregiudicano la vascolarizzazione cerebrale, come l’ipertensione, il diabete, il sovrappeso, i disturbi metabolici e il fumo.
Trattamento della malattia di Alzheimer
La malattia di Alzheimer è cronica e progressiva. Oggi non esiste ancora una terapia in grado di impedire, fermare o guarire la malattia di Alzheimer. Ma esistono terapie mirate che aiutano a mantenere più a lungo l’autonomia delle persone colpite. Oltre ai farmaci, sono disponibili anche altre terapie:
▲ farmaci anti-Alzheimer: i medicamenti anti-Alzhei- mer («farmaci antidemenza») migliorano la trasmissione dei segnali nervosi. Possono ritardare il decorso della malattia, ridurre i sintomi concomitanti e migliorare la qualità della vita dei malati.
▲ altri farmaci: i sintomi concomitanti di una forma di demenza, come depressione, irrequietezza, disturbi del sonno o paure, possono essere attenuati o addirittura eliminati con farmaci o altre terapie.
▲ altri tipi di terapia: numerose terapie, come esercitazioni della memoria, terapia ambientale, artete- rapia e attività quotidiane specifiche migliorano o stabilizzano le capacità intellettive e l’umore delle persone colpite dalla malattia.
▲ assistenza su misura per la demenza: esistono forme di assistenza appositamente sviluppate per i malati di demenza che aumentano la capacità di restare il più possibile autonomi nella vita quotidiana.
Demenza vascolare
La demenza vascolare rappresenta circa il 20 per cento di tutti i casi di demenza. In una demenza vascolare le cellule cerebrali muoiono a causa di scompensi nell’irrorazione di sangue nel cervello. I disturbi di vascolarizzazione sono causati a loro volta
da lesioni dei vasi sanguigni, ad esempio da un restringimento vascolare, infiammazioni vascolari o emorragie. Si distinguono le seguenti forme secondarie di demenza vascolare:
▲ ictus o infarto cerebrale: un evento che interrompe l’irrorazione sanguigna comporta il danneggiamento di aree cerebrali.
▲ multi-infarti: numerosi piccoli disturbi di vascolarizzazione distruggono piccole aree del cervello.
▲ small vessel disease: lesioni di piccolissimi vasi sanguigni all’interno nel cervello. Questa patologia è nota anche con il nome di morbo di Binswan- ger.
Come si manifesta la demenza vascolare
Una demenza vascolare può manifestarsi in modo molto diverso. A seconda dell’area del cervello colpita, si manifestano vari sintomi neurologici, come ad esempio disturbi dell’equilibrio e difficoltà di deambulazione. Nel contempo spesso risultano pregiudicate le capacità intellettive. All’inizio di una demenza vascolare si manifestano i seguenti sintomi:
▲ disturbi cognitivi, in particolare difficoltà di eloquio, attenzione e pensiero. Diversamente dall’Al- zheimer, i disturbi della memoria non si trovano in primo piano.
▲ il ragionamento diventa più lento
▲ sbalzi d’umore e depressione
▲ stati di debolezza e paralisi
▲ crisi epilettiche
In una demenza vascolare i disturbi cognitivi e gli sbalzi d’umore spesso si manifestano improvvisamente, e sono connessi a un ictus cerebrale. La malattia ha solitamente un decorso fluttuante, vale a dire con peggioramenti netti ma intervallati. Le funzioni del cervello danneggiate dipendono dalla zona in cui si verifica il danneggiamento cerebrale. Nello
Sono a vostra disposizione per ulteriori ragguagli:
stadio avanzato il decorso della malattia è simile a quello di altre forme di demenza.
il medico di famiglia
Cause della demenza vascolare
All’insorgenza dei disturbi dell’irrorazione sanguigna del cervello e dunque di una demenza vascolare conuna
clinica della memoria (troverete gli indirizzi al sito www.alz.ch o potrete richiederli al telefono Alzheimer)
corrono vari fattori. I seguenti fattori aumentano il rischio:
▲ problemi di salute esistenti, non curati: ictus cerebrale, ipertensione, ipercolesterolemia, diabete (soprattutto di tipo II), cardiopatie e apnea notturna (interruzione della respirazione durante il sonno).
▲ stile di vita: esercizio fisico insufficiente, elevato consumo di alcolici, fumo, alimentazione ad alto tenore di grassi
▲ altri fattori: predisposizione genetica familiare, sesso maschile
Trattamento della demenza vascolare
Le aree cerebrali danneggiate dagli infarti non possono essere ripristinate. Le misure preventive, invece, se avviate tempestivamente, possono ritardare il decorso di una demenza vascolare. Fra queste rientrano:
▲ il trattamento dei problemi di salute, come ictus cerebrale, ipotensione e ipertensione, ipercolesterolemia, diabete e cardiopatie ▲ cambiamento dello stile di vita, come l’adozione di un’alimentazione sana, la limitazione del consumo di alcolici, l’abbandono del vizio del fumo, e un maggiore esercizio fisico▲ altre terapie, come la riattivazione delle funzioni dell’organismo danneggiate da un ictus cerebrale, il trattamento di disturbi concomitanti come ad esempio la depressione.

Lo zafferano (Crocus sativus) è pianta molto antica, probabilmente originaria dell’Asia Minore, ma era nota anche in India ed in Cina. Il più antico documento che ne attesta la conoscenza e l’uso è un papiro egiziano del XV secolo a.C.; la sua immagine appare nelle rappresentazioni pittoriche di Cnosso. È citato nel «Cantico dei Cantici» del Vecchio Testamento, da Omero, da Ippocrate, da Plinio.
Dall’Oriente, nelI’VIII secolo, lo zafferano venne introdotto in Spagna dai conquistatori Arabi (1), e fu da qui che

si diffuse in Europa. La massiccia diffusione della coltura si ebbe a partire dall’XI secolo.

LA COLTURA IN ITALIA
Lo zafferano giunse in Italia nel XIV secolo portato da un monaco abruzzese del Tribunale dell’Inquisizione. A questo punto le fonti storiche forniscono notizie contraddittorie.
Nell’Italia meridionale, Sicilia in particolare, la coltura sembra fosse già

presente. Un piccolo comune presse Catania trae appunto il suo nome dalla pianta, chiamandosi Zafferana Et-* nea; anche nella provincia de L’Aqu- la un piccolo paese posto al centro della zona di coltivazione, Tussio. sorge su di un colle chiamato Croco Nel Medioevo lo zafferano trovò larga diffusione in quasi tutte le regior meridionali, ma veniva coltivato anche in Toscana ed in Umbria. A tale proposito un umanista spoletino. P er Francesco Giustolo, vissuto fra la fine del XV secolo e il principio del XVI secolo, segretario del famoso Cesare Borgia, in un poema intitolato De Croci cultura (della coltivazione dello zafferano) trattò tale argomento con ampiezza tale come non fu mai trattato né dagli scrittori antichi né da quelli moderni.

Descrive quindi la bellezza del fiore e come sia incantevole ammirare un’ampia valle fiorita di croco mentre si colora e si avviva ai raggi tiepidi del sole nascente.
Finalmente, giunto il fiore a maturità, le schiere di fanciulle liete muovono per i campi ridenti a raccogliere il fiore cilestrino, e con le odorose spoglie delle aiole riempiono i capaci panieri nelle ore più fresche del mattino o in quelle del più tardo pomeriggio.
L’opera dimostra come sul termine del Medioevo la pianta venisse coltivata in Umbria su larga scala, costituendo un oggetto importante di lucroso commercio per Spoleto e per il territorio del Ducato. La coltura dello zafferano ha praticamente mantenuto la sua importanza, anche come superficie coltivata, fino alla fine del secolo scorso: 450 ha e 400 ha eranoJe su

peraci stimate in provincia de L’Aquila rispettivamente nel 1830 e nel 1900. Poi per lo zafferano è iniziata una lenta, ma costante, decadenza nonostante l’aumento progressivo dei prezzi al chilogrammo pagati alla produzione.
Le cause del declino della coltura vanno ricercate principalmente nelle mutate condizioni di vita nelle campagne; secondariamente nella diffusione di surrogati e di prodotti di sintesi usati dall’industria alimentare.
Nelle famiglie contadine composte da molte unità, la coltivazione dello zafferano rappresentava, in periodi di scarso impegno per la maggior parte dei lavori agricoli, un impiego di manodopera non qualificata, a cui far partecipare vecchi e bambini; una manodopera senza dubbio scarsamente remunerata, comunque senza impegni di capitali (lo zafferano potremmo definirlo l’orto dei poveri o dei montanari).
L’industria chimica è in grado di produrre coloranti di sintesi a costi irrisori rispetto a quelli dello zafferano, ed in una civiltà consumistica è sempre il mercato che condiziona la fortuna o il declino di un qualsiasi bene. Limitate prospettive però esistono sempre per lo zafferano.
Viviamo nel periodo dell’ecologia e sembra che nel prossimo futuro non si

debba parlare d’altro. Coltivazioni e prodotti agricoli biologici il più possibile senza impiego di pesticidi, la dieta mediterranea, la ricerca di cibi antichi apriranno nuove possibilità e prospettive per lo zafferano.

Lo zafferano (Crocus sativus L.) appartiene alla famiglia delle Iridacee, la stessa che comprende numerose piante coltivate e spontanee come il gladiolo e i vari iris.
Anche nel genere Crocus troviamo molte specie coltivate di altissimo effetto decorativo, diverse fra loro per le numerose colorazioni e variegature dei fiori. Sono stati gli olandesi, da circa

tre secoli, a diffondere nel mondo la loro coltivazione.
In Italia è presente inoltre la specie Crocus verrius, spontanea in quasi tutte le regioni, nei luoghi freschi, erbosi, nelle radure boschive, dove fiorisce da marzo a giugno. Crocus vernus è detto anche «zafferano selvatico» per la somiglianza con la specie coltivata; i fiori infatti ricordano molto per colorazione e sfumature il vero zafferano, tuttavia gli stimmi, pure giallo-aranciato, non hanno potere colorante e sono privi della droga tipica del Crocus sativus, per cui non esiste motivo per la raccolta.

LA PIANTA
Lo zafferano (Crocus sativus L.) appartiene alla famiglia delle Iridacee.

La pianta di zafferano si origina da un bulbo solido, compatto, di sostanza bianchissima, di forma circolare schiacciata e del diametro variabile dai 3 ai 6 cm; tale bulbo è ricoperto da tuniche filamentose di color cappuccino scuro, riunite superiormente a ciuffo. Sotto le tuniche sono presenti 2-3 gemme da cui si sviluppano foglie e fiori e che servono da embrione per i nuovi bulbi.
In autunno il bulbo presenta alla base una corona di radici bianche, filamentose, lunghe da 8 a 20 cm. Nell’inverno l’attività vegetativa è ridotta, ma riprende con particolare vigore all’inizio della primavera.
I nuovi bulbi si formano nel corso deN’inverno e della primavera, in parte a spese delle sostanze di riserva del vecchio bulbo e in parte per proprio accumulo di prodotti elaborati dalle foglie. Il bulbo madre viene progressivamente riassorbito fino a ridursi a un sottile cercine radicale.
Le foglie e i fiori, che sono avvolti in una spata bianca, spuntano da terra contemporaneamente.
La spata, foglia trasformata che avvolge il fiore e la sua base, è costituita da tre-quattro strati di tuniche bianche sottili, della consistenza di una pellicola, simile a quella che avvolge l’aglio.
Le tuniche si lacerano in punta e liberano le foglie (da 9 a 11), strette a mazzetto, lineari, quasi triangolari, allungate (15-20 cm), color verde carico con una linea mediana bianca, e i fiori di color viola-rosato, chiusi a tubulo, che al primo sole si aprono.
II fiore, a forma di campanula, è costituito da : 6 tepali saldati in un tubulo alla base; 3 stami con antera gialla; 3 stimmi filamentosi di color «rosso croco» con l’apice ingrossato a torma di tromba, i quali si riuniscono in uno stilo, incolore, che termina in un ovario situato sotto terra i cui semi abortiscono. Gli stimmi costituiscono la sola parte utile della pianta; lunghi 3-4 cm, elastici, aggrovigliati, di color rosso-vivo, se masticati tingono la saliva di giallo intenso; hanno sapore caratteristico amaro-piccante, dal forte odore aromatico quando vengono essiccati, e commercialmente assumono il nome di zafferano.

CLIMA E TERRENO
Lo zafferano è una pianta di grande rusticità, sopporta sia bassissime temperature (fino a —15°C), sia la calda aridità estiva. Non ha esigenze particolari per quanto riguarda il terreno: prospera su tutti i terreni purché opportunamente concimati e privi di ristagni di acqua. Logicamente l’ambiente influisce sulla vegetazione complessiva della pianta e, di conseguenza, sulle caratteristiche del prodotto.
Qualunque sia la natura del terreno, per la buona riuscita della coltura si richiedono tre condizioni.
1) Terreno profondo e ben lavorato. Occorre al proposito effettuare un profondo scasso (con la vanga nell’orto o con grosso aratro monovomere in pieno campo) di almeno 40 cm, la

sciando le zolle all’azione degli agenti atmosferici invernali il più a lungo possibile.
2) Terreno nuovo. Per terreno nuovo si intende un terreno che non sia mai stato coltivato a zafferano (o per lo meno un terreno che abbia ospitato lo zafferano molti anni prima). Nell’altopiano aquilano i vecchi coltivatori affermano che è necessario far intercalare un periodo di almeno dieci anni tra una coltivazione e l’altra e portare in superficie sempre del terreno vergine. Ciò è stato ampiamente dimostrato con le abbondanti produzioni ottenute in terreni dove lo zafferano veniva posto per la prima volta.
3) Concimazioni organiche. Circa le concimazioni organiche, lo zafferano beneficia soprattutto della forza vecchia, cioè di letamazioni effettuate 2-3 anni prima su altre colture (pertanto si possono escludere letamazioni alla coltura di zafferano in atto a meno che non siano necessarie, nel qual caso devono essere dati indicativamente 3 kg di letame maturo per m2 in autunno o primavera). Prove effettuate in terreni fortemente umiferi, con torba o humus di lombrico, non hanno dato buoni risultati. Le concimazioni chimiche non influiscono particolarmente sulla produttività.
Lo zafferano, come ogni altra pianta, vegeta più o meno bene a seconda delle condizioni atmosferiche. In genere sono ottime le piogge dopo il piantamento (luglio-agosto), che favoriscono l’entrata in vegetazione e lo spuntare delle radici, come sono necessarie le piogge all’inizio del mese di marzo quando si trova in pieno sviluppo il nuovo bulbo. Di contro, sono dannose le piogge eccessive e i ristagni di acqua sia autunnali che primaverili perché provocano la perdita dei bulbi per marcescenza; anche in periodi estremamente siccitosi non si deve intervenire con irrigazioni per non correre il rischio di perdere l’intera coltura per marcescenza dei bulbi. La siccità estiva o autunnale invece non provoca danno alcuno, al massimo si avrà un ritardo nella fioritura; pertanto la coltura non necessita di irrigazioni di soccorso.

Dire in poche parole a cosa serve lo zafferano risulta molto difficile; il suo largo impiego ad iniziare dalle civiltà greca e romana ne ha fatto, di volta in volta, il belletto, l’unguento, il profumo, la tintura, la bevanda, il cibo, l’eccitante, il calmante, ecc.
In pratica se ne sono impossessate, a fasi alterne, la cosmesi, la medicina, la cucina e l’industria tintoria.

COMPOSIZIONE
Chimicamente lo zafferano risulta interessante per la presenza, fondamentalmente, di tre principi attivi:
— la crocina che conferisce il colore rosso porpora;
— la picrocrocina che conferisce il sapore amaro e parte dell’aroma;
— il safranale che è l’aldeide che si forma durante l’essiccazione sul fuoco e durante la conservazione e che conferisce il caratteristico aroma.
La limitatissima produzione attuale, peraltro, non consente che del prodotto si interessi l’industria. I 50-70 kg di zafferano prodotti annualmente in Italia sono da considerarsi un bene per pochi che ne sappiano fare cauta incetta, idoneo uso e fantasioso impiego. È chiaro che, allo stato attuale, l’impiego dello zafferano dovrebbe esclusivamente ritenersi quello di ingrediente degli alimenti ed aromatizzante e colorante di alcune bevande di preparazione casalinga.
Tradizionalmente lo zafferano de L’Aquila è di qualità superiore, ma per dare una risposta basata su certezze scientificamente dimostrate occorre effettuare analisi specifiche su vari campioni e confrontarle.

ANTICHE CREDENZE SULLE PROPRIETÀ DELLO ZAFFERANO
Dalle citazioni storiche sembrerebbe che lo zafferano sia in grado di porre rimedi a numerose malattie o disturbi fisiologici. Veniva addirittura indicato come afrodisiaco e regolatore di moltissime funzioni dell’organismo. Più recentemente molti ricercatori moderni riconoscono allo zafferano numerose azioni terapeutiche: diuretico, analgesico, digestivo, per citarne alcune fra le più importanti.
La scienza medica tuttavia non ha mai confermato le sue proprietà terapeutiche o per lo meno, pur riconoscendogli talune indiscutibili azioni sull’organismo (ad esempio entra con l’oppio nella composizione del laudano, quindi effettivamente è dotato di proprietà antidolorifiche) ha ridimensionato le antiche credenze sull’uso di questa droga. Di certo si sa inoltre che trattandosi di una droga, a dosi elevate può creare seri disturbi o gravi danni all’intero organismo (azione emorragica e abortiva).
Indiscutibile è la sua efficacia tintoria e l’uso in cosmesi, entrambe azioni note sin dai tempi dei Greci e dei Romani; ma dato l’alto costo della materia prima colorante contenuta nello zafferano, l’impiego oggi da parte dell’industria non è conveniente.
In pratica gli usi della droga zafferano in cucina, quale componente di liquori e più recentemente come «colorante» naturale di preparati alimentari, sono gli unici certi e fidati che oggi si conoscono, purché la materia prima sia garantita per quel che riguarda la qualità e provenienza.

LE SOFISTICAZIONI
Vale subito la pena di ricordare che lo zafferano è prima di tutto un prodotto naturale, genuino, usato da sempre, che andrebbe maggiormente valorizzato e reclamizzato.
Il prodotto zafferano è troppo prezioso e disponibile in quantità troppo limitate per non indurre persone di pochi scrupoli a manipolarlo opportunamente, allettate dai possibili facili guadagni.
Comunque, per essere certi della qualità del prodotto, sarà sufficiente attenersi all’acquisto del prodotto tipico. Ricordo infatti che esiste un solo «Zafferano de L’Aquila» e nella quasi totalità viene prodotto e confezionato dalla Cooperativa dei coltivatori dell’altopiano di Navelli, con marchio registrato. Nomi di fantasia o con la dicitura «d’Aquila» o «Aquila» non garantiscono la provenienza del prodotto.
La fama dello zafferano italiano è dovuta alla purezza del prodotto, ma bisogna sempre considerare che la qualità è legata più che altro alla tecnica di essiccazione ed anche alla conservazione.
Tuttavia numerose sono le sofisticazioni che sono state adottate in passato, alcune molto ingenue, altre più raffinate e difficili da individuare.
Ricordiamo alcune «vecchie adulterazioni»:
— zafferano con stami e stili gialli del proprio fiore (C. sativus)\
— zafferano proveniente dal C. vernus (zafferano selvatico o croco);
— zafferano che ha già subito estrazione alcolica;
— zafferano mescolato ai fioretti del Carthamus tinctorius (falso zafferano o zaffranone);
— zafferano mescolato ai fioretti della Calendula officinalis (fiorrancio);
— zafferano mescolato ai fioretti della Saponaria officinalis (saponaria);
— zafferano mescolato ai fioretti del- VArnica montana (arnica);
— zafferano mescolato ai fioretti della Punica granatum (granato o melograno);
— stimmi, frammenti di stili, corolla, antere, polline di zafferano selvatico che viene poi mescolato a sciroppo ca- ramellizzato;
— polvere di radice di Curcuma longa (1) (curcuma) e polvere di legno di sandalo (Santalum album)] — polvere di legno di campeggio e di scotano (Rhus cotinus);
— zafferano spalmato di miele e glicerina;
— filo (fibra) di canape (Cannabis satina) tinto in giallo e in rosso;
— zafferano con fibre di carne sfioccata e affumicata;
— zafferano con fibre vegetali unte in una miscela di zucchero, miele, gesso e lacca carminata;
— zafferano con foglioline di piante monocotiledoni colorate con una soluzione di zucchero colorato con zafferano e poi misti a spato pesante colorato con carminio;
— filamenti d’un fiore, probabilmente di garofano (Dianthus caryophillus), colorati con fucsina, fissata per mezzo di glucosio.

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