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Guerra dell’Artico: battaglia fra Cina, Russia e Usa per controllo del Nord partecipa anche l’Italia


Nella conferenza stampa di fine 2017 Vladimir Putin ha voluto mettere le cose in chiaro sulle ambizioni di Mosca al Polo Nord: «La ricchezza della Russia crescerà con l’espansione nell’Artico». Putin ha anche detto che il potenziamento industriale russo in Artico avverrà in cooperazione con la Cina. Un monito a Washington colto da uno che di energia se ne intende, l’ex petroliere Rex Tillerson, il quale ha ribadito che l’Artico diventerà sempre più importante negli anni a venire. Il segretario di Stato ha però anche affermato che gli Stati Uniti sono diventati inseguitori rispetto alle altre cinque «Nazioni artiche» (Canada, Islanda, Groenlandia, Norvegia e Russia), e all’avanzata della Cina. Specie perché le rotte polari sono oggi più percorribili a causa dello scioglimento dei ghiacci.

La “guerra” ha come obiettivo l’accaparramento delle rotte marine (coi relativi dazi per il passaggio o veti a Paesi sgraditi) e l’accaparramento di risorse naturali, da quelle minerarie a quelle petrolifere e il gas. Con un potenziale illimitato e al quale si sta guardando con sempre più impazienza se è vero, come dichiara su La Stampa Davide Tabarelli di Nomisma Energia, che “tra due anni il petrolio nel mondo tornerà a mancare perchè la domanda cresce più dell’offerta di shale oil”.

«Il mio pulsante nucleare è molto più grande e potente del suo, e il mio funziona». La frase sarebbe degna di John Wayne ma The Donald l’ha scritta su twitter, il suo strumento di comunicazione politica preferito, in risposta al dittatore della Corea del Nord Kim Jong-un che nel suo discorso di Capodanno da Pyongyang aveva dichiarato che il bottone per il lancio di ordigni atomici è sempre ben pronto e visibile sul suo tavolo. In un mondo di damerini del politicamente corretto, Donald Trump coerente con il suo personaggio e con quello che si aspetta il suo elettorato, non ha paura di arrotolare le maniche della camicia e mostrare i muscoli. Il presidente americano ha testualmente scritto: «Il leader nordcoreano Kim Jong Un ha appena dichiarato che il pulsante nucleare è sempre sulla sua scrivania. Qualcuno di questo regime esaurito e alla fame lo informi per favore che anch’io ho il pulsante nucleare, ma è molto più grande e più potente del suo, e il mio funziona».

In realtà come si sono affrettati a chiarire gli esperti alla Casa Bianca non esiste alcun pulsante capace di attivare l’arsenale nucleare; esiste, invece, una valigetta portata da un alto ufficiale delle forze armate attraverso la quale, con una complessa procedura, che implica più verifiche, è possibile attivare il lancio di testate atomiche, quelle fisse intercontinentali e quelle dei sommergibili sparsi nei mari. Le vestali del politicamente corretto, di fronte alla frase diTrump, negli Stati Uniti come da noi, si sono affrettate a mostrare tutto il loro disappunto, esibendosi in sussiegose dichiarazioni, tra lo scandalizzato e il preoccupato. Molto spesso mettendo sullo stesso piano il presidente, legittimamente eletto, di una grande democrazia e il leader sanguinario di un comunismo ereditario che ha affamato il suo popolo e governa nel più assoluto disprezzo dei diritti civili.

L’isterismo mediatico contro Trump raggiunge forme paradossali, in queste ore, con l’imbarazzante silenzio dei paladini dei diritti delle donne, che non dicono nulla sulla repressione in Iran e la lotta che le giovani iraniane stanno conducendo per affermare i loro diritti di libertà. Questo solo perché Trump si è schierato dalla loro parte.
Proprio qualche giorno fa, in un’intervista rilasciata al quotidiano francese Le Figaro, Tom Wolfe, ritenuto uno dei maggiori scrittori americani viventi, ha dichiarato: «Il politicamente corretto è diventato uno strumento delle “classi dominanti”, l’idea di un comportamento appropriato per mascherare meglio il loro “predominio sociale” e mettersi la coscienza a posto».

Durante la campagna presidenziale qualcuno dei collaboratori di Trump scrisse sulla grande lavagna che campeggiava nell’open space del comitato elettorale: «Lasciate che Donald faccia Trump». Come a dire: non imbrigliatelo nelle maglie di un linguaggio formale. E lui sta continuando dalla Casa Bianca su questa strada che gli è congeniale. Per lunedì prossimo ha anche annunciato un premio, con varie categorie, per i grandi media che si sono distinti per le fake news. «Rimanete in contatto», ha twittato Donald.

Sulla Corea del Nord le cose sono molto complesse e implicano interessi geopolitici di grande consistenza. Kim Jong-un, forse, è meno stupido di quello che superficiali analisi vogliono accreditare. Il dittatore coreano è consapevole di essere seduto su un potere gracile e di argilla, mentre tutta l’Asia avanza a tappe forzate verso modelli di benessere occidentali, il suo paese ristagna nella miseria più assoluta. Cina prima, poi il Vietnam, il Laos e la Cambogia si sono aperti al mercato strappando milioni di loro cittadini all’indigenza. Negli anni Novanta, invece, la carestia, che persiste ancora oggi, uccise tre milioni di cittadini nordcoreani, il cui Pil è di 1.800 dollari pro-capite, contro i 36.511 di un coreano del Sud.

Un nordcoreano su quattro è disoccupato, nonostante un mastodontico quanto inutile apparato statale che assume persone, gli ospedali sono al collasso per mancanza di medicinali, le poche risorse disponibili vengono utilizzate quasi esclusivamente per il gigantesco apparato militare. Nelle scorse settimane un soldato è fuggito verso la Corea del Sud per fame, ad un primo esame medico è emerso che aveva nel suo apparato digerente una decina di parassiti e un verme cilindrico di quasi trenta centimetri. Secondo le stime delle Nazioni Unite, due nordcoreani su cinque sono denutriti e il 70% della popolazione, tra cui 1,3 milioni di bambini di età inferiore ai cinque anni, necessita di aiuti alimentari per sopravvivere.
In questo contesto la minaccia nucleare, condita di nazional comunismo, serve a Kim Jong-un ad estorcere aiuti all’Occidente. La verità, che pochi hanno il coraggio di affermare, è che la Corea del Nord non doveva diventare una potenza nucleare. Se si è giunti a questo punto è perché gli otto anni dell’amministrazione Obama hanno lasciato incancrenire il problema e la politica delle «belle anime» non è servita. Trump eredita un problema che non ha creato lui e lo affronta.

Steve Bannon ha perso il senno. Così il Presidente americano Donald Trump si è espresso nei confronti di quello che fino a pochi mesi fa è stato il suo stratega. All’origine delle accuse le dichiarazioni di Bannon, che hanno definito «sovversivo» e «antipatriottico» l’incontro avvenuto tra il figlio del presidente, Don Jr, e alcuni emissari russi tra cui l’avvocatessa Natalia Veselnitskaya.
L’incontro sarebbe avvenuto, stando a quanto scrive Bannon nel suo libro Fire and Fury in uscita la prossima settimana, senza avvisare l’Fbi, durante la campagna elettorale americana, nella Trump Tower. Per incastrare Hillary Clinton. Dalle anticipazioni del libro fornite dal Guardian sembra emergere un quadro desolante, dove lo staff presidenziale brancola nel buio più totale, senza avere un piano preciso e soprattutto senza coesione interna. E un Trump incapace di avere il polso della situazione.
Che Bannon abbia il dente avvelenato contro Trump è cosa nota ormai da agosto, quando gli fu dato il benservito, ma queste dichiarazioni creano non pochi problemi al presidente. Per questo Trump ha preso le distanze da quello che fino a pochi mesi fa è stato il cuore nero della sua scalata alla Casa Bianca ma che con la figlia Ivanka e il genero Jared non ha
mai legato, affermando che Bannon non ha nulla a che vedere con la sua presidenza.
Sullo sfondo si inserisce la corsa alla poltrona dello Stato dello Utah, mormone e da sempre repubblicano, che presto verrà lasciata vacante dal senatore Orrin G. Hatch, ormai 83enne. A contendersi la sua successione ci sono Mitt Romney e Steve Bannon. Viste le tensioni presenti e passate con entrambi per Trump non si prospetta un periodo facile dato che sia Romney sia Bannon non sono gli alleati più fedeli su cui contare e mai hanno avuto peli sulla lingua nei suoi confronti.

Le opportunità economiche e commerciali offerte dallo sviluppo della regione a nord del Circolo polare artico hanno scatenato gli interessi sia dei Paesi rivieraschi che di quelli del resto del Mondo. Infatti, mentre i primi intendono rivendicare i propri diritti sovrani su porzioni quanto più estese possibili dell’Artico, i secondi, al contrario, sono propensi a mantenere un regime legale internazionale che consenta un più ampio e libero sfruttamento delle risorse e delle rotte commerciali. La prevalenza di una delle due posizioni dipende dall’applicazione delle norme della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (United Nations Convention on the Law of the Sea, UNCLOS), entrata in vigore nel 1994.

Tale trattato internazionale definisce i diritti e le responsabilità degli Stati nell’utilizzo dei mari e degli oceani, esplicitando le linee guida che regolano le trattative tra i governi, la salvaguardia dell’ambiente e la gestione delle risorse naturali. Nello specifico, l’UNCLOS stabilisce alcune categorie giuridiche fondamentali per sancire l’effettività e il livello di sovranità degli Stati rivieraschi: · Linea di base, ossia una linea spezzata che unisce i punti notevoli della costa e le isole ad essa attigue. Si tratta della linea convenzionale, tracciata dallo Stato rivierasco, a partire dalla quale si calcola l’estensione delle acque interne, del mare territoriale e delle fasce di mare includibili nella Zona Economica Esclusiva (ZEE) e nella Piattaforma Continentale;

· Acque interne, ossia lo spazio di mare compreso all’interno della linea di base. In quest’area vigono in maniera vincolante le leggi dello Stato costiero che regola l’uso delle risorse e il passaggio delle navi; · Acque territoriali, vale a dire lo spazio di mare compreso entro le 12 miglia nautiche dalla linea di base. In quest’area vigono le leggi dello Stato costiero anche se sussiste il diritto di passaggio inoffensivo per ogni imbarcazione; · Zona contigua, ossia lo spazio di mare compreso entro le 24 miglia nautiche dalla linea di base. In quest’area lo Stato costiero può punire e prevenire le violazioni commesse all’interno del proprio territorio o mare territoriale alle proprie leggi o regolamenti in materia doganale, fiscale, sanitario e di immigrazione;

  • Zona economica esclusiva (ZEE), consistente nello spazio di mare compreso entro le 200 miglia nautiche dalla linea di base. In quest’area lo Stato costiero esercita il diritto di sfruttamento esclusivo delle risorse naturali sia in mare che sul fondo sottomarino; · Piattaforma continentale, rappresentante il “naturale prolungamento” del territorio dello Stato al di là della sua demarcazione costiera ed estesa entro le 350 miglia nautiche dalla linea di base o entro 100 miglia nautiche dall’isobata9 dei 2.500 metri. In questo spazio di mare lo Stato costiero esercita i diritti di sfruttamento soltanto sul fondale e sulle risorse non viventi. I diritti sulla Piattaforma continentale possono essere reclamati dallo Stato Costiero soltanto se esiste una reale continuità territoriale tra la massa di terra emersa e il fondale sottomarino. Naturalmente, la geografia fisica del nostro Pianeta e la geografia politica possono sovrapporsi e creare situazioni conflittuali tra quegli Stati confinanti o separati da lembi di mare troppo esigui da garantire reciproche, eque ed identiche ZEE o piattaforme continentali. In questi casi, il diritto internazionale affida alla volontà politica dei singoli governi la possibilità di comporre le controversie in maniera pacifica e pattizia. In caso non sia possibile raggiungere un accordo concertato, gli Stati che rivendicano una stessa porzione di mare come ZEE o Piattaforma continentale possono rivolgersi alle autorità internazionali competenti per ottenere forme di arbitrato differenti. In caso contrario, alcuni Stati ricorrono alla politica del “fatto compiuto”, rivendicato in maniera unilaterale isole o porzioni di mare ed accrescendo il livello di conflittualità regionale. Se da un lato la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) stabilisce simili termini restrittivi per la definizione della sovranità statale, dall’altro il diritto Internazionale nel suo complesso statuisce come il Polo Nord e la Regione Artica, al di là delle rispettive ZEE degli Stati rivieraschi, costituiscono acque internazionali, appartengono al patrimonio di tutta l’umanità e, soprattutto, le loro risorse sono amministrate dall’Autorità Internazionale dei Fondali Marini. In base a queste considerazioni, appare evidente come gli Stati rivieraschi si appellino alle disposizioni della UNCLOS in materia di diritti sovrani per rivendicare le aree libere dell’Artico, mentre gli Stati non rivieraschi propendano per sostenere l’insieme delle norme che sanciscono la gestione internazionale delle risorse e delle rotte artiche. Appare evidente come la “corsa all’Artico” e le rivendicazioni incrociate dei Paesi rivieraschi della regione (Russia, Norvegia, Canada, Danimarca, Stati Uniti) possano assumere connotati conflittuali, soprattutto nella misura in cui, al di là del ricorso a strumenti legali, i diversi Stati provino a rafforzare le proprie posizioni e a tutelare i propri interessi mediante politiche muscolari ed una crescente militarizzazione della regione.

Dopo la Russia e il Canada, il terzo Paese a rivendicare i propri diritti sovrani sull’Artico sulla base della dorsale Lomonosov è la Danimarca, con le sue fondamentali propaggini regionali costituite dalla Groenlandia e dalle Isole Fær Øer. Infatti, secondo Copenhagen, la dorsale oceanica risulta essere direttamente collegata con la piattaforma groenlandese, elemento che le garantirebbe i diritti di sfruttamento sottomarino su un’area della superficie di circa 895.000 km², che ovviamente si sovrappone a quanto ugualmente rivendicato da Ottawa e Mosca. Infine, dei cinque Paesi artici maggiormente coinvolti nella definizione della governance regionale, la Norvegia e gli Stati Uniti sono quelli con meno interessi in gioco o con minori ragioni di contrasto con i partner regionali. Infatti, mentre la Norvegia ha avanzato rivendicazioni su tre aree (Il Loop Hole, il Banana Hole e il Bacino Occidentale di Nansen) che non incrociano in alcun modo le pretese di altri Stati, Washington non ha ancora ratificato UNCLOS, elemento che spinge il governo statunitense a risolvere le sue controversie territoriali per via bilaterale.

Ad onor del vero, occorre sottolineare come gli Stati Uniti, al contrario degli altri Paesi della regione, non considerino l’Artico come un’area di primaria importanza per l’interesse nazionale. Seppur le Nazioni Unite e la diplomazia bilaterale continuino a costituire i fora principali nei quali discutere e cercare di risolvere le controversie territoriali e marittime, negli ultimi anni il Consiglio Artico (CA) ha visto crescere e mutare in maniera esponenziale il suo ruolo, trasformandosi in una vera e propria camera di compensazione nella quale affrontare tematiche di comune interesse e provare ad elaborare strategie concertate per la governance della regione. Nato nel 1996 nel solco della Arctic Environmental Protection Strategy (AEPS, conosciuta anche come Iniziativa Finlandese) e della Dichiarazione di Ottawa, il CA aveva inizialmente lo scopo di promuovere riunioni cicliche tra i rappresentanti dei Paesi Artici per migliorare e coordinare le politiche in materia di protezione ambientale e tutela della bio-diversità. Tuttavia, con il passare del tempo, le materie poste a dibattito del forum sono aumentate, includendo settori di profonda rilevanza politica, come il riconoscimento dei reciproci interessi marittimi e la difesa dei diritti dei popoli artici.

Questa progressiva trasformazione ha fatto sì che gli Stati Uniti, uno degli otto Paesi fondatori nonché membri permanenti assieme a Danimarca, Russia, Norvegia, Stati Uniti, Finlandia, Svezia e Canada, cominciassero a trattare con sempre maggiore disinteresse il CA, poiché contrari al coinvolgimento eccessivo in istituzioni internazionali o inter-governative che potessero limitare la propria indipendenza in politica estera. Ad oggi, oltre ai membri permanenti, il Consiglio Artico accoglie anche un elevato numero di osservatori, sia statali (Cina, Francia, Germania, India, Italia, Giappone, Corea del Sud, Olanda, Polonia, Singapore, Spagna e Regno Unito) che non governativi (International Union for Conservation of Nature, Federazione internazionale della Croce rossa, Consiglio nordico, Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, Association of World Reindeer Herders, University of the Arctic e World Wide Fund for NatureArctic Programme). Tra le candidature al seggio di osservatore spicca quella dell’Unione Europea, al momento pendente. Infatti, anche se per ragioni geografiche l’UE può essere annoverata a tutti gli effetti tra i Paesi Artici, alcuni membri permanenti quali Canada, Stati Uniti e Russia non vorrebbero invitare al tavolo del Consiglio Artico un attore potenzialmente così influente. Tuttavia, oltre alle reticenze indicate, uno degli ostacoli maggiori all’ingresso di Bruxelles nel Consiglio Artico attiene alla difficoltà di formulazione di una politica unitaria sulla regione artica e al rischio di un deleterio conflitto di interessi tra i suoi membri.

Ad oggi, i due principali punti di penetrazione dell’influenza cinese nell’area sono Groenlandia ed Islanda, che, per ragioni politiche ed economiche sono maggiormente aperti ad un dialogo con Pechino rispetto a Paesi quali Canada, Danimarca o Norvegia che guardano con sospetto all’interesse della Cina per la regione. In Groenlandia, dopo l’affossamento del progetto di sviluppo della miniera di ferro di Isua16, lo scorso settembre una controllata del gruppo cinese Shenghe Resources ha acquisito una quota pari al 12,5% dell’australiana Greenland Minerals and Energy (GME), proprietaria del progetto Kvanefjeld, deposito di uranio e terre rare nella parte sud-occidentale del Paese.

Secondo gli accordi, se il progetto dovesse ottenere i permessi di esplorazione da parte del governo groenlandese, la Cina si aggiudicherebbe di fatto il 60% delle risorse a disposizione, rafforzando la posizione di Pechino quale leader mondiale nel settore. Poiché il più grande azionista della Shenghe è il Chengdu Institute for the Multipurpose Utilisation of Mineral Resources, afferente al Ministero della Terra e delle Risorse, l’acquisizione mette in evidenza come la Cina abbia gettato le basi per assicurarsi una fetta delle cospicue risorse naturali presenti nella regione, indispensabile al gigante cinese per mantenere la propria economia nel prossimo futuro. Allo stesso modo, la necessità di trovare risorse energetiche con cui soddisfare il crescente fabbisogno della propria macchina produttiva e di consumo ha portato Pechino a consolidare il rapporto con l’Islanda, attore chiave nel settore sia per le riserve di idrocarburi presenti onshore e offshore sia per la produzione di energia verde (in particolare geotermica). La China National Offshore Oil Corporation (CNOOC) detiene il 60% della joint venture con Eykon Energy and Petoro Iceland per l’estrazione di petrolio dal giacimento offshore di Dreki (a nordest del

Paese) e potrebbe essere uno dei maggiori investitori per l’esplorazione del giacimento gasiero di Gammur (sulla piattaforma continentale islandese). La disponibilità finanziaria e le dimensioni del mercato cinese abbinate alla disponibilità di risorse naturali e alla tecnologia islandese, infatti, rendono il rapporto Pechino-Reykjavik una variabile di grande interesse per entrambi i Paesi. Suggellata dalla firma dell’Accordo di Libero Scambio nel 2013, la sinergia tra i due Paesi potrebbe rivelarsi una carta fondamentale in mano a Pechino per assicurarsi l’accesso alla futura rotta marittima che fa da capello ideale tra il continente euroasiatico e quello americano e di cui l’Islanda rappresenta un punto importante. Fino ad oggi la Cina appare interessata ad assicurarsi la possibilità di transitare attraverso il Passaggio a Nordest per garantire un più agevole scambio con i partner dell’arco settentrionale.

Tuttavia, non è possibile escludere che l’apertura di nuove e più sicure vie marittime dovuta allo scioglimento dei ghiacci potrebbe spingere il governo cinese a guardare con sempre maggior interesse alle linee di comunicazione marittima che attraversano l’artico, non solo per guadagnarsi un accesso più veloce al mercato europeo rispetto alla rotta tradizionale (attraverso il Mediterraneo) ma anche per svincolarsi dalla dipendenza dalle vie che attraversano il Mar Cinese Meridionale, la cui stabilità potrebbe essere messa in discussione nel prossimo futuro a causa delle dispute marittime che contrappongono Pechino agli Stati rivieraschi. A differenza di quanto accade in queste acque, in cui Pechino porta avanti una politica assertiva anche in contravvenzione al diritto internazionale, l’assenza di rivendicazioni territoriali e la necessità di non creare presupposti per la formazione di un’opposizione politica alla propria presenza nell’Artico, hanno condotto Pechino ad invocare non solo l’applicazione della UNCLOS per sancire il libero sfruttamento delle risorse in alto mare ma anche una gestione concertata a livello regionale di ogni eventuale cambiamento dello status quo nell’area. L’interesse cinese per gli sviluppi nell’Artico è condiviso anche dagli altri due attori dell’ Asia Nordorientale, Giappone e Corea del Sud, entrambi osservatori del Consiglio artico dal 2013.

A differenza di Pechino, sia Tokyo sia Seoul hanno elaborato una strategia strutturata per delineare le linee di policy prioritarie da adottare in quest’area. Dopo aver elaborato una prima bozza (Basic Plan on Ocean Policy) nell’ottobre del 2013, il governo giapponese ha ufficialmente pubblicato il documento “Arctic Policy” nell’ottobre 2015, per delineare le aree di maggior interesse e le iniziative da portare avanti per conseguire gli obiettivi di interesse nazionale nella regione. Tra questi spicca tra tutti la necessità di assicurare una gestione intergovernativa e unanime delle relazioni tra gli Stati direttamente coinvolti nelle dispute territoriali e, soprattutto, la de-militarizzazione delle acque e delle coste per scongiurare l’insorgere di future tensioni che potrebbero creare dei pericolosi riverberi nel Pacifico settentrionale.

La predilezione per un approccio diplomatico trova conferma nell’interesse giapponese di portare avanti una serie di progetti di cooperazione economica e scientifica con gli Stati dell’arco settentrionale, indirizzati, da un lato, allo studio dei possibili effetti climatici delle evoluzioni ambientali nella regione e, dall’altro, allo sfruttamento delle risorse energetiche e minerarie. Importatore netto di energia, il Giappone da ormai un quinquennio guarda con sempre maggior interesse al gas naturale liquefatto (LNG) proveniente da Europa e Nord America, per diversificare le proprie fonti di approvvigionamento. In questo contesto, Tokyo rivolge un grande interesse alla possibilità di usufruire delle nuove linee di comunicazione marittima che, attraverso l’Artico, permetterebbero un collegamento diretto con i mercati europei, usufruendo di quei vantaggi logistici e temporali già accennati che rendono la Rotta del Mare del Nord più vantaggiosa per i collegamenti Asia-Europa rispetto all’attuale rotta Indiano-Mediterraneo. Interesse per il potenziale energetico e minerario del sottosuolo e per la navigabilità della rotta artica sono le principali ragioni alla base anche dell’interesse della Corea del sud per quest’area.

Come sancito dal “Arctic Policy Master Plan”, Seoul mira a presentarsi come un interlocutore affidabile a disposizione dei partner artici per iniziare una cooperazione strutturata con la quale inserirsi a tutti gli effetti nelle dinamiche di sviluppo della regione. In particolare, l’Artico è uno dei corridoi preferenziali su cui l’ormai ex Presidente coreana GeunHye Park aveva puntato l’attenzione per realizzare il progetto Eurasia Initiative, piano di rilancio dell’interconnessione tra Asia ed Europa per la realizzazione di un unico grande continente collegato da reti energetiche, di trasporto e infrastrutturali. In questo contesto, la Rotta del Mare del Nord dovrebbe rappresentare una nuova dorsale di collegamento tra la Penisola Coreana e il centro Europa, incentivando così gli scambi commerciali, economici e, auspicalmente, culturali tra i due continenti.

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