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Malaria, scoperto il suo odore: annusando la pelle è possibile riconoscere la malattia


Un gruppo di ricercatori del Politecnico di Zurigo pare abbia scoperto l’odore che è prodotto dalla malaria, effettuando Alcuni testi su dei gruppi di bambini nel Kenya. Così dopo la mappa genetica della malaria adesso È anche possibile riconoscerla annusando le molecole liberate dalla pelle, quando ancora non compaiono i sintomi. Si tratta di una ricerca piuttosto importante che sarà la base di test futuri per la diagnosi precoce dell’infezione perlopiù nei paesi in via di sviluppo, dove Purtroppo questa malattia sembra essere ancora molto diffusa. Questa scoperta davvero è molto interessante ed è stata effettuata dal Politecnico di Zurigo e pubblicata sulla rivista dell’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti Pnas e potrà essere sviluppata e utilizzata per futuri test per la diagnosi precoce della malattia.

E’ Emerso che l’odore della malaria è stato riconosciuto nei topi Ed in seguito è stato rilevato in una ricerca condotta in Africa su dei gruppi di bambini in Kenya alcuni dei quali con i sintomi della malaria ed attribuisce allo stadio iniziale. I ricercatori condotti da Consuelo de Moraes pare abbiano raccolto i composti volatili questi dalla pelle incanalandoli attraverso delle Correnti d’aria verso dei Nasi chimici molto speciali, ovvero i gas cromatografici, in grado di assegnare a ciascuno di questi una firma specifica.

Quindi la novità vera e propria il fatto che l’odore della malaria dopo essere stato riconosciuto nei topi è stato rilevato in alcuni bambini africani e alcuni presentavano i sintomi della malaria mentre altri si trovavano allo stadio iniziale dell’infezione. “L’odore della malaria non è dovuto alla presenza o assenza di specifiche molecole, ma a cambiamenti nella concentrazione di composti presenti anche nelle persone sane”, ha spiegato l’autrice principale dello studio, Consuelo De Moraes. n base ai dati dell’organizzazione Mondiale della sanità che sono stati aggiornati al 2016 la malaria continua ad essere una malattia piuttosto presente e infetta ogni anno nel mondo circa 200 milioni di persone, causando centinaia di migliaia di vittime per lo più tra i bambini con meno di 5 anni. Per i ricercatori i cambiamenti associati alla malattia rende le persone infettate ancora più appetibili al plasmodio favorendo quindi la trasmissione della malattia. De Moraes, ha aggiunto “Individuarne l’odore potrà quindi aiutare a ridurre la diffusione della malattia”.

Nello studio si è osservato che l’odore è stato individuato tanto in bambini che già presentavano i sintomi della malaria, quanto e soprattutto in altri che viceversa erano ad uno stadio iniziale della malattia.Intervenuto anche Giovanni D’Agata ovvero il presidente dello sportello dei diritti, il quale ha detto che questa scoperta potrà essere la base di futuri test per poter effettuare una diagnosi precoce della malattia.

La trasmissione della malaria può avvenire anche in seguito alla trasfusione di sangue o di globuli rossi provenienti da soggetti malarici e contenenti plasmodi nella fase infettante. In Italia, esistono norme di legge che escludono dalla donazione persone che abbiano soggiornato in zone malariche e/o che abbiano effettuato chemioprofilassi antimalarica.

Come si previene
La malaria è scomparsa dal nostro Paese a partire dagli anni ’50. I casi di malaria attualmente registrati in Italia sono “di importazione”, sono cioè casi di malaria contratti all’estero, in zone malariche, da viaggiatori internazionali. Il rischio di contrarre la malaria può essere minimizzato ricorrendo ad una attenta combinazione di misure di prevenzione comportamentale e di misure di prevenzione basate sull’assunzione di farmaci adatti.
• Raccomandazioni per i viaggiatori diretti in aree malariche
L’adozione di misure di protezione personale, che da sole garantiscono un certo grado di protezione riducendo il rischio di contrarre la malattia anche fino a 10 volte, comprendono l’uso di zanzariere, l’impiego di repellenti cutanei ed ambientali e di indumenti adatti.
• Profilassi comportamentale
A causa delle abitudini notturne delle zanzare anofele, il rischio di trasmissione della malaria si manifesta principalmente nel periodo che va dal tramonto all’alba. Pertanto, per difendersi dalle punture di zanzare si consiglia di :
• evitare, se possibile, di uscire tra il tramonto e l’alba;
• indossare abiti di colore chiaro (i colori scuri e quelli accesi attirano gli insetti), con maniche lunghe e pantaloni lunghi, che coprano la maggior parte del corpo;
• applicare sulla cute esposta repellenti per insetti a base di N,N-dietil-n-toluamide o di dimetil-ftalato, ripetendo se necessario, ad esempio in caso di sudorazione intensa, l’applicazione ogni 2-3 ore;
• alloggiare preferibilmente in edifici ben costruiti e in buono stato di conservazione, in quartieri moderni e che offrano sufficienti garanzie dal punto di vista igienico;
• dormire preferibilmente in stanze dotate di condizionatore d’aria ovvero, in mancanza di questo, di zanzariere alle finestre, curando che queste siano tenute in ordine e ben chiuse;
• usare zanzariere sopra il letto, rimboccando i margini sotto il materasso, verificandone le condizioni e che nessuna zanzara sia rimasta all’interno. E’ molto utile impregnare le zanzariere con insetticidi a base di permetrina;
• spruzzare insetticidi a base di piretro o di permetrina nelle stanze di soggiorno e nelle stanze da letto, oppure usare diffusori di insetticida (operanti a corrente elettrica o a batterie), che contengano tavolette impregnate con piretroidi (ricordarsi di sostituire le piastrine esaurite) o le serpentine antizanzare al piretro.
Prodotti repellenti per gli insetti ed insetticidi a base di piretroidi possono essere spruzzati anche direttamente sugli abiti.
La possibilità, soprattutto in bambini piccoli, di effetti indesiderati dei prodotti repellenti per gli insetti, impone alcune precauzioni nel loro uso, ed una scrupolosa attenzione alle indicazioni contenute nei foglietti di accompagnamento.
In particolare, il prodotto repellente deve essere applicato soltanto sulle parti scoperte; non deve essere inalato o ingerito, o portato a contatto con gli occhi; non deve essere applicato su cute irritata o escoriata; deve essere evitata l’applicazione di prodotti ad alta concentrazione, in particolar modo per quanto riguarda i bambini; le superfici cutanee trattate vanno lavate immediatamente dopo il ritorno in ambienti chiusi o al manifestarsi di sintomi sospetti (prurito, infiammazione), per i quali è opportuno consultare immediatamente un medico.
• Chemioprofilassi
Alle misure di profilassi comportamentale può essere associata la profilassi farmacologica che riduce ulteriormente il rischio di infezione. Ad oggi non esiste un farmaco antimalarico che, a dosaggi diversi da quelli impiegati per la terapia, sia in grado di prevenire l’infezione malarica nel 100% dei casi e che sia del tutto esente da effetti indesiderati; inoltre, la resistenza dei plasmodi ai farmaci antimalarici è sempre più frequente e coinvolge già anche farmaci di impiego relativamente recente quali la meflochina. Nella scelta di un appropriato regime di profilassi antimalarica vanno considerati vari fattori tra cui l’itinerario ed il tipo del viaggio (altitudine, passaggio in aree rurali o permanenza esclusivamente in zone urbane); il rischio di acquisizione di malaria da P. falciparum clorochino-resistente; precedenti reazioni allergiche a farmaci antimalarici; le condizioni di salute e l’attività lavorativa svolta dal viaggiatore. In caso di soggiorni di breve durata (inferiori alla settimana) o per permanenze in zone urbane, può essere sufficiente la sola profilassi comportamentale.
La chemioprofilassi antimalarica deve essere iniziata 1 settimana prima della partenza, (nel caso di impiego di doxiciclina o di proguanil, la profilassi va iniziata 1 o 2 giorni prima della partenza), continuando l’assunzione dei farmaci, ai dosaggi e con la periodicità prescritti, per tutta la durata del soggiorno e per non meno di 4 settimane dopo il ritorno dalla zona malarica. I farmaci antimalarici vanno assunti a stomaco pieno ed con abbondante acqua. I viaggiatori internazionali, prima di effettuare la chemioprofilassi antimalarica, dovranno consultare il proprio medico di fiducia o le strutture sanitarie preposte alla prevenzione delle malattie dei viaggiatori, tra cui gli Uffici di sanità marittima ed aerea del Ministero della Sanità, di cui si riporta in allegato l’elenco; il medico di famiglia, oltre ad effettuare la prescrizione necessaria per l’acquisto in farmacia di tali farmaci, potrà anche valutare l’esistenza di controindicazioni o di situazioni che sconsiglino l’assunzione dei farmaci antimalarici.
• Gravidanza e allattamento
Sono sconsigliati viaggi in zone malariche, soprattutto quelle in cui vi sia rischio di malaria da P. falciparum clorochino-resistenti, in tutte le fasi della gravidanza, poiché se si contrae la malattia aumenta il rischio di prematurità, aborto, morte neonatale e morte della madre. Se il viaggio non può essere rimandato, oltre alla scrupolosa applicazione di misure di protezione personale, il medico curante prescriverà la profilassi farmacologica adeguata al periodo della gravidanza e alla sensibilità dei plasmodi presenti nell’ area del viaggio. In caso di sospetto di malaria in gravidanza è più che mai necessario cercare immediatamente una consulenza medica e cominciare un ciclo di terapia con farmaci antimalarici efficaci.
Le donne in età fertile possono effettuare la chemioprofilassi antimalarica sia con meflochina o con doxiciclina, avendo cura di evitare la gravidanza per almeno 3 mesi dal completamento del ciclo di chemioprofilassi con meflochina e per 1 settimana nel caso della doxiciclina. In caso di gravidanza non prevista, la chemioprofilassi antimalarica non va considerata una indicazione per l’interruzione di gravidanza.
I quantitativi di farmaci antimalarici che passano nel latte materno non sono considerati, alla luce delle attuali conoscenze, pericolosi per il lattante e sono insufficienti ad assicurare la protezione nei confronti dell’infezione e pertanto, in caso di necessità, la chemioprofilassi antimalarica deve essere eseguita con i farmaci ai dosaggi consigliati per l’età pediatrica.

Età pediatrica

I bambini sono ad alto rischio di contrarre la malaria poiché possono ammalarsi rapidamente e in modo grave, pertanto, la febbre in un bambino di ritorno da un viaggio in una zona malarica deve essere sempre considerata sintomo di malaria, a meno che non sia possibile dimostrare il contrario.
II viaggio in zone endemiche, particolarmente ove vi sia trasmissione di P. _ falciparum clorochino- resistente è sconsigliato per i bambini più piccoli. Oltre alla protezione nei confronti delle zanzare, essi dovrebbero seguire un regime chemioprofilattico appropriato secondo le prescrizioni del medico curante.
Soggiorni prolungati
Le raccomandazioni finora fornite sono applicabili a viaggiatori che soggiornino in zone malariche per periodi inferiori ad un mese.
Coloro che prevedono di soggiornare a lungo in zone endemiche dovrebbero attuare la chemioprofilassi per non meno di un mese e poi rivolgersi a sanitari locali per consigli sulle misure di prevenzione più adatte alla situazione epidemiologica del luogo.
Cosa fare in caso di malattia
Nel caso si sospetti la malaria è necessario rivolgersi immediatamente ad un medico o ad una struttura ospedaliera per effettuare immediatamente gli esami di laboratorio per conferma o esclusione della diagnosi.
La malaria dovrebbe essere sempre sospettata in caso di sintomatologia febbrile che si presenti a breve distanza dal ritorno da una zona malarica, particolare, questo, da riferire sempre ai sanitari.
Autotrattamento in caso di malaria
Nelle zone in cui siano presenti plasmodi clorochino-resistenti la clorochina può non prevenire la malaria e quindi, nei soli casi in cui non sia possibile consultare immediatamente un medico, i
viaggiatori, oltre ad osservare scrupolosamente le raccomandazioni circa la profilassi comportamentale, dovrebbero portare con sé farmaci antimalarici prescritti dal proprio medico di fiducia, che indicherà anche i dosaggi terapeutici da assumere al manifestarsi di sintomatologia sospetta.

Stiamo attendendo il referto dell’Istituto superiore di sanità perchè, a prima vista, si tratterebbe di zanzara da valigia. Ma adesso non farei allarmismo prima di avere i dati”. E’ quanto ha dichiarato il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, dopo aver partecipato alle celebrazioni del 25° anniversario del riconoscimento dell’Istituto di ricovero e cura, a carattere scientifico (Irccs) alla fondazione Santa Lucia.
Ed ha ancora aggiunto il ministro Lorenzin: ”Ovviamente a livello locale hanno lanciato un’allerta perchè in Francia ci sono stati due casi autoctoni da zanzare ‘Anopheles’ e quindi stiamo facendo tutti gli esami e gli accertamenti per capire. Non a caso -ha ricordato il ministro- faremo un G7 italiano legato all’impatto sulla salute dei cambiamenti climatici perchè questo è un problema che esiste”.
E riguardo ai possibili allarmismi il ministro della Salute ha poi spiegato: ”Lo ripeto, bisogna aspettare prima i dati perchè si tratta di indagini genetiche che hanno i loro tempi. I tempi sono un po’ lunghi ma stiamo lavorando sia con l’Istituto zooprofilattico, che con l’Istituto superiore di sanità. Appena avremo i dati li metteremo in campo”.
Ed ha ancora spiegato Lorenzin: ”Quanto accaduto, e spero siano dei falsi allarmi, devono far comprendere a tutti gli enti locali che il tema delle disinfestazioni delle zanzare non può essere lasciato alla volontà dei cittadini. Le zanzare possono essere vettori pericolosi e i cambiamenti climatici sono in atto. Quindi -ha concluso- vanno fatte le disinfestazioni in modo adeguato e secondo i calendari”.

Non prendiamoci in giro. In Italia è tornata la malaria ed è stata importata dai migranti. Nell’ospedale Moscati di Taranto, nel reparto infettivi, tre giorni fa sono stati ricoverati quattro braccianti di origine maghrebina e sudanese, che accusavano malori e sintomi da infezione, e le analisi ematochimiche e di laboratorio hanno confermato la diagnosi di febbre da Plasmodium Falciparum ed individuato i parassiti nel sangue.

I quattro pazienti lavoravano nelle campagne pugliesi di Ginosa, nel versante occidentale della provincia, e siccome risiedono in Italia da nove anni, ed erano operativi in quei campi da oltre due mesi, ne consegue che proprio in quelle zone hanno contratto la malaria, il cui tempo di incubazione non supera mai i 18 giorni. È quindi chiaro che i quattro braccianti non hanno importato la malaria dal luogo dal quale provengono, ovvero dal nord Africa, ma l’hanno contratta proprio in Puglia, da una o più zanzare portatrici del parassita che vivono e si riproducono in quelle campagne, e che sono la unica fonte di contagio e di trasmissione della malattia. I pazienti ricoverati sono tutti di sesso maschile, di età compresa tra i 21 e i 35anni, ed in ognuno di loro è stata riscontrata la nota triade diagnostica, ovvero la febbre terzana, la piastrinopenia e la splenomegalia, oltre, naturalmente, alla notevole presenza del Plasmodium nelle loro vene.

Questi quattro ammalati inoltre, potrebbero a loro volta aver trasmesso la malaria, tramite una puntura di zanzara, a conviventi che abbiano dormito con loro sotto lo stesso tetto, o a colleghi di lavoro nei campi, perché una qualunque anofele che li abbia punti, e che abbia aspirato dal loro circolo sanguigno il parassita, è poi perfettamente in grado di trasmetterlo nella sua prossima vittima, innescando in tal modo un corto circuito difficile da arrestare;per tali motivi quasi sicuramente arriveranno presto altre segnalazioni di questa malattia africana alla Asl di Taranto, perché nel frattempo le persone che potrebbero essere state infettate, attualmente hanno la malattia in incubazione, mentre le zanzare portatrici del parassita continuano indisturbate il loro lavoro su altre vittime inconsapevoli.

Gianni Rezza, direttore del Dipartimento Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità, ha sottolineato che non ci sono motivi di allarme, ed ha avviato indagini entomologiche, ma il recente caso della piccola Sofia, morta due mesi fa per la stessa patologia a Brescia, ad oltre mille chilometri di distanza dalle campagne pugliesi, ed in circostanze ancora criptiche, motivi di allarme ne suscita eccome. E siccome è impensabile che quella zanzara omicida abbia sorvolato la penisola, o sia stata trasportata in quelle zone da un camion di pomodori, il sospetto fondato è che ormai la malaria insista da mesi in diverse aree italiane, quelle a più alta concentrazione di immigrati, con distribuzione a macchia di leopardo, e soprattutto è al trettanto evidente che le nostre zanzare anofele sono ormai in grado di trasmettere il falciparum italiano. Il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ieri, a margine della celebrazione del 25mo anniversario del riconoscimento Irccs alla Fondazione Santa Lucia a Roma, ha escluso che vi sia un allarme malaria, affermando che in questo nuovo caso potrebbe trattarsi di insetti autoctoni, così come di zanzare trasportate in valigia, una ipotesi quest’ultima, mai dimostrata scientificamente da alcuno, ed obiettivamente difficilmente credibile.

Quindi la situazione sanitaria non è affatto sotto controllo, come vogliono farci credere, e non è vero che non desta preoccupazione dal punto di vista medico e sociale, perché se in soli due mesi arrivano alle nostre cronache diversi casi di una patologia che sembrava estinta sul territorio nazionale, vuol dire che invece essa è viva e vegeta, che viene importata a flussi stagionali, che non viene sospettata in tempo, che si sta silenziosamente diffondendo, e che soprattutto, in circostanze particolari, è attualmente presente e prolifica nel sangue di molti individui che risiedono nel nostro Paese, i quali contribuiscono a trasmetterla.
I casi di malaria segnalati in Italia non possono quindi essere più definiti rari, ma fortunatamente siamo vicini alla stagione fredda, quella nella quale gli insetti non sopravvivono, e comunque è necessario non abbassare la guardia ed utilizzare tutta la necessaria strumentazione utile alla ricerca di zanzare del genere anopheles nelle zone interessate, oltre alla individuazione preventiva dei parassiti malarici nel sangue dei soggetti a rischio, per tentare di isolarli e di arginare quindi una infezione che se non diagnosticata in tempo può divenire localmente endemica e avere conseguenze anche letali su ignari cittadini italiani, che ci lasciano la pelle per un’unica, ed apparentemente innocua, puntura di zanzara. Come è avvenuto appunto per la piccola Sofia.

La malaria è una malattia da infezione causata da un protozoo parassita, che si chiama plasmodio (Plasmodium), che vive e si riproduce alternativamente nel sangue umano e in diverse specie di zanzare appartenenti al genere Anopheles. L’uomo contrae la malattia in seguito alla puntura infettante della zanzara femmina, che rappresenta il cosiddetto vettore, che a sua volta si infetta pungendo (per il suo pasto di sangue) una persona nel cui sangue circolano i parassiti malarici. Ne consegue, dopo pochi giorni di incubazione, la malattia; malattia che tipicamente si presenta con febbre anche elevata e con altri disturbi sistemici simili a quelli che si osservano in individui con infezioni simil- influenzali. Dal momento che in Italia la malaria è scomparsa in quanto efficacemente debellata, soltanto gli individui che tornano da paesi in cui ancora la malaria persiste (centro-sud America, Africa sub-sahariana, estremo oriente e continente indiano, essenzialmente) possono ipotizzare di avere contratto questa malattia, purché punti dalla zanzara infetta (purché ci si accorga di essere stati punti).

IL PARASSITA E LA MALATTIA
I plasmodi malarici sono microscopici parassiti il cui sviluppo e la cui replicazione nell’uomo avvengono nelle cellule del fegato e nei globuli rossi del sangue. Questi parassiti sono prelevati dalle zanzare direttamente dal sangue, si moltiplicano all’interno di questi insetti e vengono poi inoculati in un nuovo ospite con la puntura successiva.
La diffusione della malaria si basa dunque su una catena continua di trasmissione del plasmodio: dall’uomo alla zanzara e dalla zanzara all’uomo.
Quale dei due, uomo o zanzara, sia stato il primo ospite del parassita è difficile saperlo. Probabilmente i plasmodi oggi esistenti discendono da antichi organismi che parassitavano, più di 40 milioni di anni fa, le cellule intestinali dei vertebrati.
Narra un’antica leggenda vietnamita che le zanzare nacquero dalla triste storia amorosa di un amante tradito. In un villaggio sulle palafitte due giovani sposi vivevano amandosi felici, quando la sposa si ammalò e morì in pochissimi giorni. Il “Genio della palude”, toccato dal dolore dello sposo, punse il suo dito e da una goccia di sangue trasse nuova vita per la fanciulla morta: la sposa tornò a vivere e vissero a lungo felici, dimenticando l’orribile passato. Ma una sera la sposa fuggì e insensibile alla disperazione e alle preghiere del consorte ripagò la vita ricevuta pungendosi un dito e restituendo la goccia di sangue. Improvvisamente il suo corpo divenne polvere, la polvere cadde nell’acqua della palude e si animò: nacquero così le larve di zanzara. Ancora oggi la sposa non si rassegnerebbe al suo destino ed ogni notte punge, nella sua veste di zanzara, con la speranza che una goccia di sangue possa restituirle la vita.

LA ZANZARA
Le zanzare esistevano già 150 milioni di anni fa. Ma solo circa 30-40 milioni or sono si sarebbe sviluppato in questi insetti (come in altri) l’adattamento alla ematofagia: non più continue assunzioni di sostanze zuccherine vegetali ma un unico pasto sostanzioso di sangue! Le zanzare oggi esistenti pungono l’uomo e diversi animali tra cui rettili, anfibi, uccelli, mammiferi: rimangono in contatto con il proprio “ospite” solo per il tempo strettamente necessario all’assunzione di sangue e svolgono gran parte della loro attività fisiologica nascoste, risparmiando energia e al sicuro da pericolosi predatori.
A differenza di molti altri insetti, le zanzare depongono le uova nell’acqua. L’ovideposizione avviene nelle prime ore della sera ed il luogo prescelto ottimale è l’ambiente paludoso (ma anche banali pozzanghere possono andare bene). In 7-10 giorni la larva si trasforma dapprima in pupa e quindi in insetto adulto alato. L’accoppiamento si verifica in volo e un’unica volta nel corso della vita adulta, con l’immagazzinamento degli spermatozoi nella spermatica femminile.
Solo la femmina si nutre di sangue (le serve per fare maturare le uova, mentre il maschio, dopo l’accoppiamento, non serve più e muore dopo brevissima vita. A pasto avvenuto (cioè dopo la puntura) la zanzara si riposa per fare maturare le uova, che verranno deposte in luogo idoneo, in numero da 100 a 300, dopo 2-3 giorni. E il ciclo continua.

L’ETIMOLOGIA DELLA PAROLA E DELLA MALATTIA
La trasmissione della malaria è dunque legata alla puntura di zanzare; per questo motivo l'”ambiente malarico”, in Italia (ma non solo in Italia), è stato da sempre associato alla presenza delle paludi. Non a caso questa malattia è stata anche chiamata “paludismo”, e, in lingua francese, è tuttora denominata paludisme.
La parola malaria deriva da “mal’aria” (nata a Venezia, nel 1571), ovvero all’aria malsana, ovvero l’aria “corrotta”, la cosiddetta “mal aere” o “mal aire” (locuzione peraltro già usata in precedenza, nel corso del ‘500, da tal M. Corsaro, veneto, che nelle sue Scritture della laguna voleva indicare la cattiva aria causata dalla formazione delle paludi alla foce dei fiumi che si immettevano nella laguna veneta, e che produceva “molte febre”).

Il termine “mal’aria”, in uso a Roma e nelle campagne laziali circostanti, veniva introdotto nella letteratura inglese da H. Walpole nel luglio del 1740 e, agli inizi dell’ ottocento, la parola “malaria” diventava ufficiale. Tale denominazione si affermò in quanto corrispondeva alla spiegazione della eziologia di questa malattia in termini di esalazioni palustri o “miasmi” dovuti alla decomposizione di materiali organici, la cui natura velenosa produceva le febbri intermittenti. Mentre nel corso di tutto il 19° secolo si cercava
di determinare l’esatta natura chimica del “miasma palustre”, il termine malaria cominciava a designare anche la malattia come tale, oltre che la sua causa.
Successivamente, nonostante la scoperta dell’agente eziologico (il plasmodio) e del suo ciclo completo, il termine rimase ufficialmente a indicare una precisa malattia da infezione.

LA STORIA

La malaria era con molta probabilità già presente e nota tra il IV e il III millennio a. C. Le prime tracce scritte di febbri stagionali o intermittenti si trovano in testi medici e religiosi di popoli di antiche civiltà: Sumeri, Assiri, Babilonesi, Cinesi, Egiziani, Indiani. Le febbri malariche erano in quei tempi attribuite essenzialmente all’ira di divinità offese o ai demoni che governavano il destino degli uomini e della natura, le cui maledizioni potevano essere placate con riti, sacrifici vari e con l’uso di pozioni a base di erbe particolari.
Già 2700 anni a. C. la medicina tradizionale cinese descriveva ingrossamenti della milza associati a diverse febbri ricorrenti attribuendo tali sintomi all’intervento di 3 demoni: quello del mal di testa, quello dei brividi e quello della febbre. Esse erano curate con esorcismi, agopuntura, cauterizzazione lenta della pelle mediante bruciatura di erbe specifiche, e con preparati a base di diverse piante medicinali; tra queste vi era probabilmente già il Qinghaousu (Arthemisia annua), descritto dai testi cinesi a partire dal 168 a. C.
I Greci e i Romani (e prim’ancora Volsci ed Etruschi) convissero con la malaria per tutta la loro storia. Con Ippocrate (V secolo a. C.) l’origine delle malattie iniziò a essere attribuita non più al volere delle divinità ma ad altre cause, soprattutto naturali. Così avvenne per la malaria, per la quale fu descritto un chiaro nesso tra malattia e ambiente paludoso malsano. Anche la medicina romana aveva chiaramente compreso il nesso tra la malattia e le paludi, tant’è che alcuni scrittori latini avanzarono l’ipotesi che esistessero “animali invisibili” all’origine delle malattie contagiose.
Di malaria parlarono Marco Porzio Catone, Orazio, Properzio, Giovenale, Tacito, Lucrezio Caro, Marco Terenzio Marrone e altri, via via sino ad alcuni secoli d. C. La malaria era presente, con alti e bassi. Inizialmente era probabilmente non grave, causata dai plasmodi meno pericolosi (Plasmodium vivax e forse Plasmodium malariae [vedi oltre]); in seguito, attraverso gli scambi con l’oriente, arrivò, forse dai paesi africani, la malaria perniciosa (causata da Plasmodium falciparum). Storici della medicina e mala- riologi hanno in tempi recenti riflettuto sul ruolo che la malaria grave potrebbe avere svolto nel declino dell’Impero Romano.

IL CIMITERO DI LUGNANO IN TEVERINA (TR)
Nel 1989 gli scavi archeologici condotti in Umbria, nel comune di Lugnano in Teverina, hanno portato alla luce un antico cimitero collocato tra le rovine di una villa romana di 2.000 anni fa: tra le rovine erano stati sepolti, nel V secolo d. C., 47 tra neonati e bambini nati prematuramente. In base a rilievi effettuati da esperti il cimitero sembra essere stato riempito nell’arco di pochi giorni, settimane o mesi, plausibilmente in seguito all’esplosione di una improvvisa epidemia. Tra le ipotesi avanzate vi è quella di un’epidemia da Plasmodium falciparum, la cui infezione nelle donne in gravidanza è frequentemente causa di aborti e parti prematuri. Reperti testimonianti offerte particolari per questi morti potrebbero confermare questa ipotesi.
Nei secoli che seguirono il crollo dell’Impero Romano le conoscenze mediche accumulate empiricamente sulla malaria vennero perdendosi e le febbri malariche tornarono a confondersi con altre comuni febbri.
Mentre la Chiesa imponeva severe restrizioni alla pratica della medicina, l’origine delle malattie, spesso considerate fonte di redenzione dai peccati, era nuovamente ricercata soprattutto nella collera divina. E questo lungo tutto il Medio Evo. I sintomi erano curati nei modi più disparati, non ultime preparazioni a base di varie erbe ritenute medicinali. La scarsa attenzione a tale problema fu la causa del diffondersi della malaria anche in paesi meno caldi, centro Europa e Paesi est-europei. Attorno al XVI secolo, infine, verosimilmente esportata dai primi colonizzatori occidentali, la malaria si diffuse nelle Americhe.

MALARIA E PERSONAGGI STORICI FAMOSI
Nell’antichità e nel Medio Evo la malaria fu protagonista di eventi storici di rilievo, uccidendo re, poeti e
uomini di chiesa. Vittime illustri furono forse Alessandro Magno (323 a. C.; o morì di tifo?), probabilmente Alarico, re dei Visigoti (nel 400), S. Agostino (587 d. C.), Dante Alighieri (questi probabilmente morì di malaria contratta a Ravenna durante il suo esilio); ma morirono di malaria anche altri illustri personaggi, quali Francesco Petrarca, Guido Cavalcanti, e altri ancora.
Ma di questa infezione morirono pure, nel corso della storia, almeno 25 Papi e oltre una cinquantina di alti prelati della Chiesa.
Dall’incontro tra il Vecchio e il Nuovo Mondo sarebbe peraltro giunta in Europa la corteccia di un albero peruviano destinato a cambiare il corso della storia della malaria, grazie al suo prezioso contenuto: il CHININO.
La leggenda vuole che la corteccia dell’arbusto (Cin- chona officinalis) sia stata importata per la prima volta in Europa nel 1632 dalla Contessa di Cinchon, moglie del Vicerè del Perù, a seguito della sua miracolosa guarigione da una malaria contratta nelle Americhe. Contrariamente a quanto affermato dalla leggenda la Contessa morì sulla via del ritorno e la corteccia fu probabilmente introdotta in Spagna da un ignoto prete gesuita, ma si diffuse comunque con la mitologica denominazione di “Polvo de la Con- desa .
I clamorosi successi nella cura delle febbri, soprattutto di personaggi importanti, resero famosa in tutto il mondo la polvere di china, tuttora fondamentale per la cura della malaria.
Tra il 17° ed il 18° secolo vari studiosi od osservatori casuali intuirono il rapporto tra febbri malariche, zone paludose e insalubri, e “ver- metti” piccolissimi probabile causa della malattia.
Ma nonostante ciò la parola “mal’aria” (ovvero aria malsana) si affermava sempre più nelle letterature mediche per descrivere le febbri epidemiche ricorrenti, accettando quindi la credenza popolare che i miasmi della palude fossero la vera causa della malattia.

LA SCOPERTA DEL PLASMODIO DELLA MALARIA
Intorno alla metà del XIX secolo l’approccio sperimentale allo studio delle malattie infettive diveniva più concreto, grazie ai microscopi e a metodologie innovative nell’affrontare queste problematiche.
Sull’onda della nuova visione sull’origine delle malattie anche gli studi sulla malaria poterono orientarsi verso la ricerca di potenziali agenti responsabili del tutto.
L’enigma fu sciolto dal francese A. Laveran il 6 novembre 1880: medico militare in Algeria, egli scoprì i parassiti malarici studiando al microscopio il sangue di malati non trattati con chinino. Ma tale scoperta (e i suoi successivi approfondimenti) non trovò inizialmente grande credito; però i tempi erano “maturi”(tant’è che a Laveran fu poi assegnato il Nobel).
A fine Ottocento, grazie soprattutto agli italiani A. Celli, E. Marchiafava e C. Golgi, fu confermata in modo definitivo l’associazione tra malaria e parassiti, e vennero identificate le differenze morfologiche degli agenti responsabili delle febbri terzane “maligna” (Plasmodium falciparum) e “benigna” (Plasmodium vivax e Plasmodium ovale) e della febbre quartana, anch’essa “benigna” (Plasmodium malariae). Altri studiosi si aggiunsero, sia stranieri (inglesi, ma non soltanto) che italiani, quali Grassi, Bi- gnami e Bastianelli. Agli italiani si deve la descrizione delle fasi del ciclo di vita del protozoo malarico (il plasmodio, come detto) nell’uomo e della loro relazione con i sintomi della malattia.

LA POLEMICA GRASSI-ROSS
Nel 1902 R. Ross fu premiato con il Nobel per la scoperta del meccanismo di trasmissione della malaria (da zanzara ad uomo). A Ross si deve senz’altro la prima descrizione del ciclo del plasmodio degli uccelli, trasmesso dalle zanzare del genere Culex. Sebbene Ross avesse compreso anche il meccanismo di trasmissione della malaria umana, furono Grassi, Bi- gnami e Bastianelli a dimostrare che solo la zanzara del genere Anopheles poteva trasmettere i parassiti della malaria all’uomo. L’assegnazione del Nobel a Ross avvenne all’insegna del tentativo di far apparire inessenziale il contributo dei malariologi italiani (“mah!”). Grassi reagì “de brutto” e tra lui e Ross scoppiò un’intensa controversia, che continuò per parecchio tempo anche dopo la morte di entrambi. “Che peccato”!

LA MALARIA PITTORESCA
Sicuramente la malaria ha avuto una sua “storia”, una sua “fama”. Nella letteratura, nella poesia, nell’arte ed anche nella musica (e in altri campi non strettamente scientifici) fu abbondantemente citata e ripresa, e le motivazioni furono varie. Affreschi, miniature e dipinti vari riguardanti la malaria sono presenti già dai primi
secoli d. C., sino lungo tutto il Medio Evo, fino alle epoche più recenti.
Ciò che la malaria doveva rappresentare nella vita quotidiana delle popolazioni colpite è stato ritratto da diversi artisti italiani e stranieri, che a partire dalla metà dell’Ottocento dipinsero le immobili campagne romane e pontine e i volti rassegnati dei loro abitanti. Ecco i nomi di alcuni autori: E. Herbert (tra cui il dipinto “Mal’aria”), G. A. Sartorio (“Malaria”), G. C. Raggio, A. Bocci, D. Cambellotti (quest’ultimo con pitture su mobilio, ceramiche ed altro ancora). Per quanto riguarda la letteratura mi preme ricordare soltanto l’interessante citazione fornitaci dallo scrittore e traduttore Maurizio Ferrara riguardante il romanzo “Daisy Miller” di H. James: la protagonista (Daisy) muore perché è andata a un appuntamento notturno nel Colosseo che è invaso dall’acqua della vicina cloaca, che è pantanoso, e dunque sprigiona “aria cattiva”. La popolarità, perché vissuta dal popolo, della malaria è soprattutto nella musica, nei canti popolari italiani, nelle canzoni di risaia, nei canti di maremma, nelle canzoni della bonifica della “pi- scinara” (Agro Pontino) colà portati dai forzati emigranti veneti nel periodo fascista (le nefandezze al riguardo di quel tetro periodo storico del nostro Paese è ben “raccontato” nel libro di Eraldo Baldini “Mal’aria”, edito da Frassinelli). Ricordo soltanto l’emblematico canto di “Maremma Maremma”, la Maremma Amara ove “L’uccello che ci va perde le penne ed io ci ho perduto una persona cara”. E’ del 1860 e il riferimento è agli emigranti stagionali in cerca di lavoro, toscani, umbri, marchigiani, laziali, romagnoli, e poi veneti. La Maremma era malsana e non bonificata; la malaria la faceva da padrona, per cui, nel canto, dolcissimo e straziante (un lamento), “le preoccupazioni dell’amante erano tutt’altro che infondate”.

LA LOTTA E LA SCONFITTA DELLA MALARIA IN ITALIA

L’eradicazione della malaria in Italia fu il risultato di un concorso di fattori legati sia alle modificazioni del contesto ambientale sia allo sviluppo di nuove strategie di lotta antimalarica integrata. Le strategie già messe a punto dai malariologi italiani dopo la scoperta del meccanismo di trasmissione avrebbero in ogni caso portato prima o poi alla eradicazione di questa malattia. Mi preme ricordare soprattutto Giustino Fortunato che, assieme ad altri medici malariologi ed in parte deputati progressisti nel Parlamento italiano (vedi sopra la Scuola Italiana), riuscirono agli inizi del XX secolo a fare legalizzare (l’ultima legge fu del 1904) la vendita del chinino negli spacci di sale e di tabacchi: “Il vantaggio … è che degli 8.262 comuni del regno forse poco più di 5000 posseggono farmacie, mentre le rivendite di privative sommano a ben 27.000”. In quegli anni la malaria manteneva incolti due milioni di ettari o più, erano coinvolte oltre 60 province e quasi 3.000 Comuni, la popolazione a rischio era stimata in almeno 11 milioni di persone, ogni anno “avvelena due milioni circa di abitanti e ne uccide 15 mila”.

Se le bonifiche e il chinino di stato abbassarono drasticamente la malattia nei primi 50 anni del XX secolo, soltanto con l’impiego del DDT, nell’immediato dopoguerra (con la II guerra mondiale la malaria era riesplosa in alcune aree geografiche della Penisola), la malaria fu definitivamente debellata e l’Italia fu dichiarata ufficialmente esente da tale parassita nel 1970 da parte dell’OMS. In Italia circolava P. vivax nel nord; nel centro-sud ed isole vi erano P. vivax e P. falciparum; P. malariae, raro, era presente soprattutto in Sardegna (ancor meno al Sud).
In definitiva la lotta alla malaria fu formulata dagli italiani sulle seguenti linee di intervento:
– cura tradizionale dei malati col chinino;
– bonifica idraulica, igienica e agraria delle aree paludose, per ridurre le zone adatte alla riproduzione delle zanzare;
– lotta contro l’insetto vettore: contro le larve e contro le zanzare alate;
– protezione meccanica dalla puntura delle zanzare: reti a porte e finestre, protezioni personali;
– “profilassi con chinino” ai soggetti sani “a rischio”;
– educazione e propaganda contro la malaria.

LE SCUOLE RURALI NELLA LOTTA ALLA MALARIA
Dagli ultimi anni dell’Ottocento A. Celli e la moglie A. Fraenzel si dedicarono alla lotta contro la malaria identificando fra le cause principali della diffusione della malattia la mancanza di una educazione sanitaria nelle popolazioni rurali. Iniziarono così a farlo nell’Agro Romano. La loro strada incrociò quella del poeta G. Cena, impegnato nelle stesse zone in un programma di alfabetizzazione delle popolazioni rurali. Dal loro incontro nacquero le “Scuole per contadini” che dal 1904 avrebbero assicurato l’istruzione elementare nell’Agro Romano, diffondendo al tempo medesimo le nozioni indispensabili per la prevenzione
della malaria. Queste scuole si diffusero poi nell’Agro Pontino e si stabilì una stretta collaborazione con la CRI che sosteneva le attività antimalariche.

IL DDT: LUCI ED OMBRE
Il DDT (di-cloro-difenil-tricloroetano) esisteva già da molti anni prima del suo impiego sul campo. Sintetizzato da un chimico tedesco, la sua efficacia insetticida era, però, rimasta sconosciuta fino al 1939, anno in cui venne scoperta dallo svizzero P.H. Mueller che era alla ricerca di un prodotto da usare contro i pidocchi. Tre caratteristiche rendevano il prodotto particolarmente interessante per la lotta contro l’anofele: la lunga persistenza, l’elevata tossicità per gli insetti (e relativa innocuità per l’uomo), la non volatilità (e quindi facile contatto permanente con la superficie dell’insetto). Grazie al DDT, abbondantemente e razionalmente impiegato nel dopoguerra, in pochissimo tempo la malaria scomparve dal suolo italiano. La storia del DDT ha però parecchie ombre (vere o false?). Per farla breve, nonostante il danno causato dall’uso indiscriminato del DDT nell’ambiente esterno, la sua applicazione nella lotta contro gli insetti vettori di malattie (zanzare, pidocchi e altro), non ha mai evidenziato effetti nocivi dimostrati nell’uomo. Sta di fatto che ancora potrebbe essere utilissimo per eliminare la malaria anche altrove, ma…

MA COME SI PRESENTA LA MALATTIA?

Poche note per dire cosa è la malaria come malattia che colpisce un individuo che decide di “andarsela a prendere”.
Innanzitutto va premesso che la malaria è tutt’ora diffusa pressoché esclusivamente nelle zone equatoriali, tropicali e subtropicali del globo terrestre. In tali aree va però precisato che sopra i 2000 metri la zanzara non ce la fa a sopravvivere per cui la malaria non c’è.
Di volta in volta ci si dovrà informare se nel Paese in cui si vuole (o si deve) andare la malaria è presente, onde prendere i provvedimenti relativi e cautelarsi dalla medesima: precauzioni generali e d’abbigliamento, repellenti, piretro (gli “zampironi”), reti, retine, zanzariere, eccetera eccetera; profilassi: sì o no? Se sì, quale e come. Ma basta così, per ora.

Invece, quando sospettare una malaria?
Se un soggetto rientra da un Paese “a rischio” di malaria (e lo si dovrebbe sapere prima) si deve ipotizzare la presenza di una malaria se lo stesso presenta febbre (ma a volte la febbre non è sempre “evidente”) con almeno uno di questi “disturbi”: mal di testa, disturbi articolari/muscolari (come nell’ “influenza”), anemia, milza ingrossata, dolori addominali, diarrea. La febbre, tranne che all’inizio, è “ricorrente”, ovverosia vi sono attacchi di febbre ogni 3 o 4 giorni (febbre terzana e febbre quartana rispettivamente).
La cosa principale è comunque escludere la malaria terzana maligna (da Plasmodium falciparum, presente ovunque, in quella aree calde citate sopra), perché in pochissimi giorni (se non alcune ore) ci si può “lasciare le penne”.
Vorrei concludere, come ho cominciato, con un altro testo, questa volta in poesia e non in musica, di un grande personaggio del secolo scorso, e quindi a buon diritto contemporaneo, per ricordare a tutti che ancora oggi dobbiamo lavorare molto, ciascuno con le proprie forze, i propri mezzi, la propria conoscenza, per aiutare a vincere questo flagello che ancora “uccide” tantissime persone, soprattutto bambini, in quei Paesi, cosiddetti in via di sviluppo ma soltanto tecnologico, e per i quali le potenze del mondo tecnologicamente avanzate ben poco fanno senza ipocrisia ed arroganza.

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