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“Mangiamo italiano!”, subito dopo Matteo Salvini mangia un panino al Mc Donald


Bere italiano, mangiare italiano, comprare italiano!”. L’accorato slancio alimentare in difesa del made in Italy di Matteo Salvini, ripreso in diretta Facebook durante la visita a Vinitaly, dura il tempo di un morso. Esattamente quello all’hamburger addentato a fine giornata fra i tavolini del McDonald in attesa di un volo all’aeroporto di Verona. Una leggerezza, che però non è passata inosservata ai tanti che hanno commentato la foto ‘incriminata’ postata ieri su Instagram dal leader leghista, oggi sommerso da critiche e sfottò nei commenti.

“Anche oggi un applauso alla coerenza, Mattè”, “tutta salute”, “il Mc, proprio l’emblema del made in Italy..”, “salutaci il colesterolo a stelle e strisce” alcuni fra i tanti commenti di scherno al leghista, cui proprio non si perdona la scelta della nota catena di fast food targata Usa.

Il cibo italiano è il più amato al mondo: ecco perché VIP e non amano la nostra cucina Siamo italiani, di poche cose andiamo fieri come del nostro cibo! E non siamo i soli ad apprezzare quel misto tra alimenti tipici della dieta mediterranea e voglia di condivisione delle prelibatezze con familiari e amici. Sembra infatti che quello che all’estero chiamano “Italian way of fooding” ovvero il nostro modo di mangiare, dallo stile inconfondibile e difficile da imitare, sia a tutt’oggi il più amato al mondo.

Persone comuni ma anche star di Hollywood e politici apprezzano il cibo made in Italy e il nostro modo di cucinare, tra questi Robert De Niro, Catherine Zeta-Jones e Hillary Clinton (tanto per citarne alcuni) e ci sono poi riviste di tutto il mondo che ogni giorno ne decantano le virtù in fatto di bontà e salute. A decretare il nostro successo in campo alimentare è stato uno studio promosso dal Polli Cooking Lab che in occasione del Cibus 2016 (Salone internazionale dell’Alimentazione), ha valutato i pareri di più di 90 esperti tra nutrizionisti, chef e antropologi dell’alimentazione. Il 73% di loro ha infatti affermato che l’Italian way of fooding è lo stile alimentare più seguito al mondo. Ma cosa esattamente si apprezza dello stile alimentare degli italiani? Prima di tutto la convivialità (81%) seguita dai valori della dieta mediterranea (74%) e dai benefici per la salute (69%). Sembra quindi che il Bel Paese sia riuscito a mettere insieme gusto, cucina sana e modo di mangiare in allegria (note le tavolate delle occasioni e giornate di festa un po’ in tutta Italia). Cose non scontate in tanti altri paesi dove spesso si è carenti nell’una o nell’altra. Un successo che non ci stupisce più di tanto ma che secondo gli chef ha una motivazione ben precisa. Come ha dichiarato Chicco Cerea, executive chef del tri-stellato ristorante “Da Vittorio” di Brusaporto (BG): “L’Italian way of fooding ha così tanto successo sia in Italia sia all’estero perché non è una semplice dieta ma un vero e proprio stile di vita. È sano e gustoso e fa star bene con se stessi. Non dimentichiamo che può contare su prodotti che, dall’Alto Adige alla Sicilia, tutto il mondo c’invidia. Sapori e benessere fanno scaturire la convivialità tipica della tavola italiana, che poi si riflette sui commensali. Per quanto riguarda le ultime tendenze, i piatti più richiesti sono a base di verdure e formaggi freschi, prodotti tipici del Belpaese e amati da tutti”. Per spiegare il segreto di tanto apprezzamento e passione internazionale per il nostro stile alimentare gli esperti hanno poi stilato un vero e proprio decalogo dei valori dell’italian way of fooding:

MADE IN ITALY: perché la qualità dei prodotti italiani è un ’’valore’’ riconosciuto in tutto il mondo QUALITÀ: perché i prodotti di eccellenza made in Italy si inseriscono in sistemi di qualità per garantire una totale sicurezza alimentare TRADIZIONE: per capire e tramandare la storia, i territori, i valori che stanno dietro ogni buon prodotto italiano INNOVAZIONE: che caratterizza ’’il modo di fare’’ delle aziende italiane apprezzate a livello internazionale CONVIVIALITÀ: perché la gioia di stare insieme a tavola è un valore tipico dell’Italian style DEGUSTAZIONE: per non ridurre il pasto al solo consumo del cibo ma assaporare al meglio sapori e profumi STILE ED ELEGANZA: elementi che non possono mai mancare in una tipica tavola all’italiana CREATIVITÀ: perché cucinare bene all’italiana è saper stupire non solo con il gusto ma anche con la vista BENESSERE: perché gli studi scientifici hanno dimostrato che la dieta mediterranea è salutare per le persone e l’ambiente PATRIMONIO UNICO: da tutelare e diffondere in tutto il mondo.

L’OSSERVATORIO La Mappa del cibo a domicilio in Italia è il primo studio realizzato in 18 città italiane da nord a sud, con l’obiettivo di delineare le abitudini degli italiani in relazione al boom del fenomeno del digital food delivery nel nostro paese, identificando trend e scelte di consumo di chi ordina a domicilio. Realizzata da Just Eat, leader nel mercato dei servizi per ordinare pranzo e cena a domicilio, la mappa nasce per osservare più da vicino le dinamiche di una rivoluzione importante, quella del digital food – dalle scelte legate alle cucine, ai piatti più desiderati, esplorando in 18 città i comportamenti, la professione, l’età e l’approccio alla varietà in cucina e all’ordinazione a domicilio di un campione di oltre 16.000 utenti. Ad oggi secondo l’Osservatorio Just Eat – GFK Eurisko (2016) l’ordinazione “digitale” di cibo a domicilio rappresenta il 5% del totale del mercato. Il consumo di cibo a domicilio è tuttavia un fenomeno molto diffuso: il 51% e il 39% degli italiani ha provato almeno due modalità, ordinazione di persona e al telefono, almeno una volta negli ultimi 6 mesi. Ma qual è la propensione degli italiani al digital food delivery? Secondo la ricerca i soggetti orientati “certamente” o “probabilmente” al servizio sono oggi 10 ML della popolazione italiana adulta. La prima Mappa del cibo a domicilio in Italia nasce come studio comparativo per fotografare lo sviluppo del mercato, le logiche di consumo e i gusti degli italiani, delineando le cucine che dimostrano maggior successo, i piatti più amati città per città e nuove evidenze in grado di indicare trend di crescita e potenzialità.

METODOLOGIA La Mappa è stata realizzata analizzando le abitudini di un campione rappresentativo di 16.000 Italiani di ambo i sessi e di età compresa tra i 18 e i 54 anni. L’analisi è stata effettuata sulla base delle ordinazioni totali elaborate da Just Eat Italia in 18 città da nord a sud da oltre 4.000 Ristoranti Partner (attivo in 550 comuni italiani, il servizio è presente con un totale di oltre 6.500 ristoranti su tutta Italia). La ricerca ha indagato, anche tramite un questionario online, le consuetudini degli utenti in base all’età, al profilo professionale, sesso, alla tipologia di cucina e piatto preferito, ma analizzando anche la frequenza di utilizzo del servizio a domicilio e la tipologia di ordinazione, per capire come varietà e scoperta di sapori, piatti e cucine diverse, stia prendendo sempre più piede anche in Italia.

SUMMARY SULLE TAVOLE ITALIANE VARIETÀ DI CUCINE DAL MONDO E TRADIZIONE NOSTRANA Dalla Mappa del cibo a domicilio in Italia emerge la fotografia di una popolazione che ama mangiare a casa, e desidera farlo bene, seguendo le proprie esigenze, gusti e curiosità. Lo rivela anche la TOP TEN delle cucine più desiderate a domicilio nel Bel Paese che, dopo la pizza vede nell’ordine: Hamburger, Giapponese, Cinese, Italiano, Panini e Piadine, Indiano, Pollo, Greco e Dolci e Gelato. Viaggiando da Nord a Sud tuttavia ogni città mostra gusti diversi con cucine preferite differenti. Se a Milano vincono giapponese e hamburger con una rimonta dell’indiano, a Roma domina il cinese e cresce la cucina italiana. A Napoli si preferiscono panini, dolci e giapponese, mentre a Palermo si ordinano pollo, giapponese ma anche gelato. E poi ancora a Bari spopola il greco e a Cagliari medio orientale e hamburger. Nella scelta di ordinare a domicilio c’è tra gli Italiani la voglia di scoprire anche le cucine tradizionali tipiche di altre zone d’Italia come le lasagne e la cotoletta alla milanese sempre presenti negli ordini dei baresi, il pesto alla genovese a Cagliari, il pasticcio alla bolognese nella città di Padova, per finire con i bigoli alla matriciana romani particolarmente amati dai Veneziani. I trend di consumo di food delivery stanno trasformandosi in vere e proprie abitudini che coinvolgono l’intera popolazione, donne e uomini ordinano in egual misura. Esplorando infatti i trend generazionali, si evince un’intensa attività di digital food delivery da parte degli italiani compresi tra i 18 e 45 anni, due fasce di età che vedono primeggiare i Millennials (70%) seguiti dalla Generazione X (22%) – in particolare coloro che hanno tra i 36 ai 45 anni – resta ancora invece basso il numero di over 45 che fanno esperienza di cibo a domicilio (8%). E in fatto di cucine? Il gentil sesso ama piatti giapponesi (14%), mentre l’emisfero maschile oltre alla pizza che regna sovrana (55%) preferisce scegliere tra oltre 50 cucine di tipologie diverse (10%), in particolare hamburger, etnico, sudamericano e dolci. La mappa evidenzia come l’abitudine di ordinare a casa segua dinamiche e tempistiche differenti in relazione alla tipologia di professione. Dall’analisi emerge infatti che impiegati (40%) e studenti (34%) ordinano di più, seguiti dai liberi professionisti (14%) che sono però coloro che amano di più variare e scoprire cucine differenti. Emergono in particolare alcuni dati interessanti che confermano quanto il food delivery stia aprendo nuove abitudini di consumo, coronando la cucina orientale come la più ordinata da impiegati (62%), liberi professionisti (55%) e, a sorpresa, anche dalle casalinghe (54%), mentre tra gli studenti primeggia la nuova tendenza dell’hamburger (22%). Infine non mancano curiosità in linea con la tendenza e la crescita del settore, per esempio nel 2016 è stata ordinata una quantità di pizze che, se messe in fila, coprirebbero la distanza da Milano al Fidenza Village, ovvero circa 100 KM, e che, continuando su questo trend, permetteranno a breve di raggiungere la città di Parma, circa 130 KM. Inoltre il totale di pizze ordinate su Just Eat ha generato un impatto economico pari a 40 milioni di euro, ovvero il valore del Candyscape II, uno yatch di 60 metri.

LE EVIDENZE CUCINE – GLI ITALIANI AMANO SPERIMENTARE LE CUCINE DI TUTTO IL MONDO I dati elaborati da Just Eat svelano un approccio orientato alla varietà e alla voglia di scoprire da parte degli Italiani, che amano mixare la tradizione italiana con le cucine di tendenza e i piatti oltreconfine. Lo rivela la TOP TEN delle cucine a domicilio più desiderate nel Bel Paese, elaborazione basata sul totale complessivo delle scelte delle 18 città analizzate, che affermano la tendenza di sperimentare nell’ordinazione sapori nuovi e gusti diversi, appartenenti anche a culture lontane, così come quelle locali tipiche di alcune città italiane. I Milanesi e i Torinesi sono impazziti per l’hamburger che negli ultimi due anni ha conquistato i palati del 13% di entrambi, mentre tra i genovesi è comparsa nell’ultimo anno la cucina messicana e tra i veronesi è scoppiata la mania di fritto. Al centro i Fiorentini amano ordinare giapponese (12,6%) e hamburger (10,8%), cibi che hanno tolto spazio negli ultimi due anni a indiano e cinese, e i bolognesi sono tra i pochi a difendere la bandiera tricolore, prediligendo cibo italiano. Scendendo sempre più giù troviamo una Napoli appassionata di panini (23%) e hamburger (12%), una Bari dove si ordina cucina greca e una Palermo con il boom del gelato.

L’Italia si colloca al decimo posto in termini di quota di mercato: ogni cento beni agroalimentari esportati nel mondo 3,1 sono italiani, in Europa fanno meglio solo Paesi Bassi (7%), Germania (6%), Francia (5,6%), Spagna (3,2%) e Belgio (3,2%). L’Italia, inoltre, presenta un numero decisamente elevato di imprese con dimensione media molto bassa rispetto ai paesi benchmark europei. La fotografia scattata dal 6° censimento dell’agricoltura svoltosi nel 2010 evidenzia però una tendenza alla crescita della dimensione media di impresa. Le aziende agricole e zootecniche diminuiscono del 32,4% rispetto al 2000, accompagnate da una contrazione della superficie utilizzata del 9%. Tale tendenza si osserva già dal 1982 e sottintende chiaramente un fenomeno di concentrazione dei terreni e degli allevamenti presso di dimensione media sempre maggiore.

Questa, infatti, nell’ultimo decennio a livello nazionale è passata da 5,5 ettari a 7,9 ettari per azienda. Crescono le aziende di dimensione medio-grande (con superficie superiore ai 30 ettari) e si contraggono le piccole imprese (con superficie inferiore a 2 ettari). Dall’analisi censuaria e dalle varie analisi annuali proposte dall’Istat appare, inoltre, sempre più rilevante, in termini di imprese coinvolte, lavoratori e valore creato, il peso delle attività connesse a quelle tradizionali di coltivazione e allevamento. Si osserva, quindi, una ricomposizione del contributo delle singole componenti alla formazione della produzione agricola: diminuisce il peso delle coltivazioni agricole a favore di un incremento degli allevamenti e delle attività dei servizi connessi e quelle secondarie (agriturismo, trasformazione del latte, della frutta e della carne). Tuttavia le coltivazioni vegetali rappresentano ancora la fetta più consistente della produzione agricola (53,3%) e al loro interno prevalgono le coltivazioni erbacee (cereali, legumi, ortaggi), contribuendo per il 55,4% alla formazione del valore. Il peso maggiore è dato da patate e ortaggi, cereali, prodotti vitivinicoli e frutta, settori che presentano tutti un calo del valore prodotto.

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Nel settore zootecnico prevale la produzione di carne (62,1%), con un restante 30% riguardante la produzione di latte. Entrambi i prodotti segnano nel decennio appena trascorso un dinamica crescente. Tra i diversi tipi di allevamento prevale quello bovino (21%), seguito dalla carne suina (17,3%) e dal pollame (16,1%). Nelle regioni del nord si concentrano gli allevamenti avi-cunicoli (nord-est), bovini e suini (nord-ovest); in quelle meridionali ovini e caprini (isole) e bufalini (Campania). Risultano in contrazione bovini, ovini, caprini e conigli, mentre aumenta la numerosità di capi allevati per suini, avicoli e soprattutto bufalini. Nelle attività dei servizi connessi e quelle secondarie nel 2010 le aziende coinvolte risultano 76.148 e rappresentano il 4,7% di quelle censite. Le attività più diffuse sono il contoterzismo e l’agriturismo, ma si stanno sviluppando altre attività: prima trasformazione dei prodotti che in molti casi si esplicita nella vendita diretta al consumatore (filiera corta), la produzione di energia rinnovabile e le fattorie didattiche. A queste attività si affianca una continua ricerca di miglioramento nella qualità e trasparenza della produzione (prodotti biologici e prodotti a denominazione d’origine) e di sostenibilità. Anche se molti sono i punti di forza di questo settore, permangono delle debolezze che ne rallentano e minano lo sviluppo. L’imprenditore agricolo spesso si è concentrato a raggiungere elevate quantità e meno frequentemente si è avvicinato al mercato con un approccio manageriale. Qualità, redditività, equilibrio tra prezzi-quantità e richieste di nicchia del mercato sono variabili raramente considerate dalle imprese agroindustriali.

Anche le scelte di più lungo periodo sono coerenti con questo schema imprenditoriale. La piccola dimensione aziendale e l’elevata età dell’imprenditore lo portano a rinviare le scelte di investimento, e quando avvengono sono materiali e mirati alla meccanizzazione, minori sono le innovazioni di prodotto, pochi gli investimenti immateriali che hanno lo scopo di creare marchi o gestire il mercato e la distribuzione. In una competizione globale questi elementi possono giocare un ruolo determinante nel successo aziendale e di tutto il sistema paese. La seconda parte si è basata su interviste in profondità ad attori che avevano ed hanno cose interessanti da dire sul tema. I colloqui sono stati realizzati a fine 2012 e risentono fortemente del clima del momento, caratterizzato da grandi difficoltà per il sistemapaese e da forti tensioni economico-finanziarie per le imprese ed i lavoratori. L’obiettivo è stato quello di raccogliere delle significative testimonianze a riscontro e qualificazione qualitativa per portare conoscenza diretta sulle dinamiche competitive e di filiera in cui queste realtà sono inserite. Un’indagine dunque che parte da casi reali specifici, mira in qualche misura a ricostruire “un vissuto” puntuale rispetto ai risultati di analisi attualmente disponibili. I casi naturalmente non forniscono una rappresentazione esaustiva di un contesto formato da numerosi operatori molto differenziati tra loro, di conseguenza gli aspetti rilevati non si debbono necessariamente ritenere esaustivi della realtà della filiera. L’impostazione dell’analisi, e quindi della narrazione, prende come ambito di riferimento lo “spazio di relazione” che si forma tra gli attori coinvolti. I motivi di tale impostazione prendono forza dall’idea che “le soggettualità relazionali” tra gli attori che compongono una filiera costituisca il patrimonio stesso della filiera, la sua forza e la sua capacità di consentire alle imprese di esprimere competitività sui mercati. L’approccio riprende alcuni spunti della letteratura sull’analisi teorica di filiera (Morvan, 1985), principalmente incentrata sullo “spazio di relazione” che si forma tra gli attori coinvolti in una filiera, e ne innesta una empirico-strumentale che, all’interno dei casi selezionati, vuole cogliere alcune dinamiche rilevate tra questi attori nella loro ricerca di competitività di impresa che si riverberano poi sulla filiera. Il tentativo, quindi, di trovare chiavi di lettura interpretative utili a costruire uno “schema di analisi” per leggere l’azione degli operatori, non isolati, ma al contrario in relazione tra di loro all’interno della filiera. L’obiettivo è quello di riportare i risultati dell’indagine, senza però cercare di individuare una modellazione teorica interpretativa, ma cercando di dare una strutturazione minima di “categorie di letture comportamentali”, chiaramente non esaustive, in grado di facilitare dei raffronti. L’indagine struttura la propria attenzione su aspetti cardine per la singola impresa riletti nell’impatto che le scelte aziendali conseguenti hanno o possono avere rispetto alla filiera di riferimento. I punti di analisi specifici esaminati sui casi indagati riguardano: 1) le strategie di posizionamento competitivo rispetto ai mercati di riferimento; 2) l’organizzazione dell’approvvigionamento; 3) i processi produttivi e gli impianti di produzione; 4) l’organizzazione dell’area commerciale.

Quattro aspetti che incidono sull’articolazione della filiera e sulla configurazione di interazione che gli operatori esaminati hanno con gli attori della filiera e sull’eventuale ruolo che vanno ad assumere come agente di filiera. La terza parte si pone in ascolto della associazioni di rappresentanza e delle istituzioni, che rispetto alle attività produttive della filiera si collocano trasversalmente e intervengono a sostegno e a regolamentare le attività della filiera. Accanto quindi alle storie e alle testimonianze di sviluppo e trasformazione raccolte presso le imprese intervistate del mondo agricolo italiano, si è approfondito il concetto di filiera, in termini sia teorici che pratici, con i rappresentati delle principali associazioni di rappresentanza. In particolare, si è approfondito con tali soggetti in cosa si caratterizzi una filiera tracciandone sia gli elementi di criticità, che i punti di forza in grado di generare nuove occasioni di crescita. Si innalzano una selezione di argomenti più attinenti alle filiere che vengono schematicamente ricondotti in quattro macro aree tematiche: la visione generale dell’agricoltura; l’individualismo e la ridotta dimensione aziendale; visione di filiera e la sua organizzazione; la filiera corta e la multifunzionalità dell’agroalimentare; l’innovazione in agricoltura; altre questioni emergenti: il ricambio generazionale, la burocrazia e la concorrenza sleale. Lungo le analisi della ricerca emergono alcuni temi forti alcune volte trasversali alle filiere, altri le caratterizzano. Lo strumento di analisi prescelto (la filiera) permette di affrontare la relazione tra produzione e territori. Recentemente è cresciuta l’importanza della filiera corta, come reazione alla globalizzazione e al peso della distribuzione organizzata. Ne segue la possibilità di far convivere più modelli di sviluppo agricolo, che si pongo nello spazio teorico che va dal “Km zero” alle global value chain, dove si possono trovare il grosso del valore del Made in Italy: nicchie, filiere distrettuali, agricoltura basata sui volumi etc. Far coesistere e fare crescere questi modelli significa premiare e valorizzare le differenze che creano valore, lasciando da parte l’idea che tutti possano farcela e concentrando le risorse, spendendole in maniera più efficace. Ciò non significa abbandonare l’agroalimentare, o parte di esso, al suo destino, ma si intende porre le basi di contesto per far emergere l’imprenditorialità, intesa come capacità di ricercare, identificare e sfruttare nuove opportunità a livello internazionale. Possibili leve si muovo in diverse direzioni che tra loro vanno orchestrate. Favorire la crescita delle imprese sia in maniera tradizionale, per crescita interna e per acquisizioni, ma anche in maniera innovativa, attraverso la cooperazione tra piccole e medio-grandi imprese a livello territoriale o settoriale, mirando all’espansione internazionale. Agevolare i rapporti di filiera, tenendo conto della recente formazione, spesso troppo spontanea e non sostenuta, degli organizzatori di filiera, determinanti nel garantire la qualità e l’efficienza dei processi e dei prodotti tra le diverse fasi. Arricchire il made in Italy come marca ombrello, cercando da un lato di creare contesti esperienziali per i consumatori, dall’altro come vetrina in grado di raccontare la storia, tradizioni locali, qualità, poteri evocativi di una terra che all’estero è vista con occhi diversi da quelli con cui viene osservata e vissuta da noi stessi. Prevedere l’ibridazione delle conoscenze ed il trasferimento delle innovazioni. Attività che già avviene in misura rilevante nell’agricoltura, basti ricordare allo stretto legame che intercorre tra università-ricerca scientifica e settore primario. Ma è necessario andare oltre, favorendo gli enti di ricerca, le strutture di formazione tecnica e i fornitori di servizi ad alto contenuto di conoscenza, sia pubblici che privati.

Una lunga fase recessiva per l’Italia L’Italia è ormai in recessione da cinque anni. La crisi economica, iniziata a fine 2007, ha segnato il suo picco negativo nel 2009 con una contrazione del Pil pari al 5,5%. Il 2010 e il 2011 sono risultati anni di parziale recupero dell’attività che è ritornata bruscamente a ridursi dalla fine del 2011. Il 2012 e il 2013 saranno anni di diminuzione della ricchezza per il paese. Il ritorno ad una fase di flessione avviene prima che siano stati recuperati i livelli pre-crisi per i maggiori indicatori economici (Pil, produzione, occupazione e tasso di disoccupazione tra tutti) e appare principalmente connesso alle manovre di finanza pubblica adottate dal governo nel corso del 2012. A questo si aggiunge l’effetto esogeno del rallentamento degli scambi mondiali e la crisi della moneta unica.

La domanda interna (sia dal lato delle imprese che delle famiglie con investimenti e consumi) nel quarto trimestre 2012 ha toccato i valori minimi dal 2007, penalizzata dalla contrazione del potere d’acquisto delle famiglie, dal deterioramento del mercato del lavoro, dalla restrizione dei prestiti, dall’elevata capacità produttiva inutilizzata. Le esportazioni costituiscono l’unico traino in positivo del Pil, anche se il loro ritmo di crescita è sensibilmente diminuito nel 2012 ed è destinato a rimanere su un ritmo basso anche quest’anno. L’agroalimentare, trainato dall’export, resiste alla crisi La crisi economica si è propagata, con intensità più o meno elevata, in tutti i settori dell’attività economica. Il comparto industriale, più aperto ai mercati esteri attraverso il canale del commercio, ha risentito in misura maggiore della congiuntura sfavorevole, accumulando nel 2012 un gap di ricchezza rispetto ai livelli pre-crisi del 14,7% e del 21,8% rispettivamente per l’industria in senso stretto e per le costruzioni. Il terziario ha risentito meno della recessione, ma ha tuttavia segnato una contrazione del valore aggiunto, che nella media del periodo 2007-2012 ammonta a -2,7%. L’agroalimentare, rappresentato dal settore primario e dall’industria alimentare, mostra una buona tenuta, evidenziando una tendenza sì negativa, ma molto contenuta rispetto al quadro nazionale.

L’agricoltura ha visto un calo della ricchezza del 5,5%, frutto della congiuntura negativa, ma anche di un andamento strutturale che sta interessando il settore da qualche decennio. L’industria alimentare mostra, tra il 2007 e il 2012, una contrazione del valore aggiunto del 4%, inferiore al dato dell’industria nel suo complesso. Se da un lato la gravità della recessione viene evidenziata dal calo consistente della spesa interna per consumi, soprattutto per quelli alimentari; dall’altro l’andamento delle esportazioni danno un’immagine positiva di un settore tutt’altro che in difficoltà. È vero che il commercio ha risentito della crisi nel 2009, segnando una flessione a due cifre negli scambi in volume, ma la ripresa è risultata molto vivace, tanto che nel giro di un anno sono stati raggiunti e superati i livelli massimi raggiunti nel 2007-2008. Nel bilancio degli ultimi sei anni le esportazioni e le importazioni agroalimentari sono cresciute rispettivamente del 31,8% e del 16,6%, ad un ritmo decisamente più elevato rispetto all’economia nel suo complesso (+6,8% e +1,5% rispettivamente). A trainare i flussi di merci verso l’estero sono i prodotti derivanti dalla trasformazione industriale (+36%), che rappresentano l’81,8% dei prodotti agroalimentari esportati. L’Italia è il sesto paese europeo per esportazioni agroalimentari e si caratterizza per una forte dipendenza dall’estero Gli Stati Uniti sono il primo paese, nel panorama mondiale, per valore delle esportazioni agroalimentari (circa 116 miliardi di euro nel 2010 per un peso di circa il 10%).

L’Italia è al decimo posto nel complesso (pari ad una quota di mercato del 3,3%) e in sesta posizione all’interno dei confini europei, preceduta da Paesi Bassi, Germania, Francia, Spagna e Belgio. Nel confronto europeo, la bilancia commerciale italiana appare negativa, anche se attenuata nell’ultimo anno, vista la contrazione dei volumi di importazione. Le esportazioni agroalimentari si concentrano per il 60% in quattro regioni: Emilia Romagna, Lombardia, Veneto e Piemonte; le stesse aree occupano i primi posti della classifica anche per valore esportato nel complesso dei settori economici. Il peso di ciascuna delle quattro regioni oscilla tra il 13 e il 16%. La principale area di sbocco per i flussi commerciali italiani è rappresentata dai paesi dell’Unione europea. Nel 2012, la quota delle esportazioni con destinazione Ue27 ammonta a 66,5%, leggermente in calo rispetto al 2011 ma sostanzialmente stabile nel decennio. I mercati extra Ue27 rappresentano il 33,5% del valore esportato e si concentrano attorno a tre principali aree di sbocco: America settentrionale (10,6%), altri paesi europei (9,1%) e Asia (8,1%). Vino, pasta, frutta e formaggi sono i principali prodotti esportati, carni bovine e suine fresche, frumento e pesce quelli importati. Il vino rappresenta il 14,7% del valore delle esportazioni agroalimentari verso l’estero. Il settore riporta un saldo commerciale nettamente positivo e una crescita, tra 2007 e 2012, del 32,4%. Tra i primi 20 prodotti esportati vi sono anche acquaviti, liquori e acque minerali. Altro settore made in Italy è quello della pasta, del pane e dei prodotti di pasticceria che rappresenta l’11,7% del valore agroalimentare esportato, in crescita del 37,5% nel medio periodo. Al terzo posto la frutta commestibile, con la mela a farla da padrone; seguono ortaggi, tra cui spiccano i pomodori preparati e conservati, e formaggi (Grana Padano e Parmigiano Reggiano). Tutti i principali settori dell’export presentano inoltre un saldo positivo della bilancia commerciale, mentre, come naturale attendersi, il saldo appare profondamente negativo per il pesce, la carne e i cereali.