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Napoli shock, quindicenne pestato da branco di coetanei: milza asportata


Ora un caso di violenza a Napoli dove un giovane di soli 15 anni è stato aggredito all’ingresso della stazione metro linea 1 di Chianino, nella periferia settentrionale del Capoluogo proprio nel pomeriggio di venerdì. Il giovane si chiama Gaetano ha 15 anni e come abbiamo già detto è stato brutalmente aggredito da un branco di una quindicina di ragazzi nel pomeriggio di venerdì. Portato immediatamente in ospedale dove ancora si trova ricoverato, è stato già sottoposto ad una operazione nel corso della quale gli sarebbe stata asportata la milza lesionata. Intorno alle 18:30 di venerdì, il giovane si trovava in compagnia di due cugini e pare stesse andando a Qualiano quando improvvisamente sarebbe stato preso di mira da un gruppo di giovani molto probabilmente coetani, i quali lo hanno gravemente ferito.

Secondo una prima ricostruzione è emerso che il branco abbia preso di mira il gruppo di adolescenti per futili motivi. I cugini della giovane vittima sarebbero riusciti a scappare evitando il peggio, mentre Gaetano sarebbe rimasto in balia degli aggressori che hanno infierito su di lui con pugni e calci, lasciando a terra ferito. Fortunatamente subito dopo Gaetano avrebbe incontrato il papà di un suo amico che lo ha accompagnato in ospedale, dove le sue condizioni sono apparse tanto gravi da richiedere l’intervento dei Medici.

Secondo quanto riferito dal Questore, sembra che nessuno dei componenti del branco fosse armato e dunque non avrebbero avuto coltelli ma tutto sarebbe accaduto per caso. Il questore di Napoli Antonio De Iesu ha condannato il gesto parlando di una assurda e immotivata violenza aggressiva di un branco e ha assicurato di essere sul pezzo e di continuare a indagare da venerdì ovvero quando è accaduto ciò, estrapolando immagini e ricostruendo i fatti. Il questore ha anche aggiunto di avere già abbastanza elementi investigativi sui quali poter orientare le indagini. Parlando del branco invece, sempre il questore, ha aggiunto che secondo il suo parere si tratta di branchi che si mettono insieme, che eludono anche la sorveglianza dei genitori molto probabilmente assenti, e si rendono protagonisti attivi vie di inaudita violenza.

Chi ha visto qualcosa che può servire alla forze dell’ordine ci aiuti e sporga denuncia“,è questo l’appello disperato della madre dopo aver appreso la notizia del ferimento del figlio Aggiungendo che tutto questo deve finire.  “Mio figlio ha dovuto subire l’asportazione della milza ma poteva capitargli anche qualcosa di peggio. Non è possibile che episodi del genere si ripetono con tanta frequenza“, dice la donna riferendosi al caso di Arturo, giovane 17enne accoltellato sempre nel centro di Napoli a dicembre.Purtroppo episodi del genere nella zona che si verificano con molta frequenza ai danni sempre di minorenni. “Si sono verificati in aree diverse, con modalità diverse. Sono minorenni deviati, il problema è andare a fondo e capire perché alcune aree generano questa devianza”, sottolinea ancora De Iesu.

L’appello è a tutte le mamme e in particolare a quelle dei tre minorenni ancora a piede libero che lo scorso 18 dicembre, in pieno pomeriggio, senza ragione e con violenza inaudita, hanno accoltellato un diciassettenne invia Foria, Arturo, rimasto in vita per miracolo. A rivolgersi direttamente ai genitori di quei “delinquenti bambini” è Filomena Albano, magistrato, giudice del tribunale di Roma e autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza: «Denunciate i vostri figli – dice la Albano – e affidateli al sistema della giustizia. Solo così li aiuterete a evolvere in modo positivo, altrimenti sarete stati voi ad averli condannati».

Parole forti, quelle del garante per l’infanzia, che scende in campo all’indomani di una serie di atti di violenza messi a segno da bande di giovanissimi che giocano a fare Gomorra sulla pelle di coetanei costretti a soccombere sotto i colpi di una criminalità che mai ci si aspetterebbe a quella età. «Madri e padri – aggiunge il magistrato – devono sapere come agire nei confronti di figli che hanno commesso fatti di rilevanza penale. Proteggerli e coprirli servirà solo a peggiorare la situazione. Denunciare significa invece compiere un atto di coraggio e offrire a quei ragazzi una occasione per riflettere, riscattarsi e riparare agli errori commessi».

Se da un lato il giudice Albano si rivolge alle famiglie, dall’altro chiama in causa le istituzioni e propone la creazione di un tavolo di lavoro permanente per individuare gli interventi da attuare contro le devianze minorili. Con una novità: «A quel tavolo – spiega – dovrà esserci anche una componente di minorenni, giovani adulti e rappresentanti di associazioni familiari» quale centro di osservazione e monitoraggio del fenomeno della devianza minorile e luogo di concertazione di politiche di intervento. «Il motore dell’iniziativa deve partire dal basso: i ragazzi dovranno essere coinvolti in prima persona nel superamento della perdita di valori a cui stiamo assistendo. Stesso discorso per i rappresentanti delle associazioni familiari che devono acquisire nuova consapevolezza se vogliono recuperare una piena capacità educativa». Su un punto poi la Albano vuole essere particolarmente chiara: «La repressione non può e non deve bastare, i ragazzi – aggiunge – sono personalità in evoluzione e vanno aiutati in maniera positiva. Ela comunità deve diventarne parte attiva altrimenti saremo perdenti».

Filomena Albano chiede inoltre che vengano acquisiti «dati e informazioni utili ad approfondire lo studio del fenomeno» e di conoscere «quali politiche educative, di prevenzione e di sostegno sono state o si intendono realizzare» al fine di promuovere la cultura del rispetto dei diritti. «Le notizie apprese in questi giorni dalla stampa in merito ai numerosi episodi di reati commessi da minorenni nel capoluogo campano – spiega meglio il garante per l’infanzia – richiedono una riflessione attenta e approfondita, non soltanto in termini di interventi tesi ad arginare il fenomeno ma anche e soprattutto con riferimento alle azioni di prevenzione e di educazione al rispetto della legalità da mettere in atto».

La Albano sottolinea inoltre «il fondamentale ruolo educativo svolto dalla scuola e, ancora prima dalla famiglia, che rappresenta il luogo deputato alla trasmissione dei valori della solidarietà e del rispetto delle regole e dell’altro». «Il mio intervento – conclude – vuole essere anche un segno di solidarietà alla madre di Arturo, il giovane accoltellato lo scorso mese di dicembre da un gruppo di coetanei, che con coraggio e determinazione ha sollecitato le mamme dei ragazzi coinvolti a denunciare i propri figli».

La violenza è nella società, prima che nelle gang

«Ci siamo interessati a questa problematica come università affrontando una ricerca che si focalizzava su un gruppo particolare di ragazzi, le cosiddette “baby gang”, cioè le aggregazioni dei giovani latino-americani immigrati in Italia. La situazione di partenza era fortemente legata all’immagine di criminalizzazione dei media rispetto a questo fenomeno. Qualunque fatto in qualche modo riconducibile a dei giovani latino-americani veniva automaticamente definito come frutto di baby gang con descrizioni basate su immagini fortemente stereotipate.
Era sufficiente essere un adolescente latino-americano con un certo stile o abbigliamento per essere etichettato come appartenente a una banda» ci dice Francesca Lagomarsino, Ricercatrice al Dipartimento Scienze Antropologiche Università di Genova.
Il termine gang, baby gang, nell’immaginario collettivo rimanda a una visione fortemente negativa, a film statunitensi, a un contesto diverso dal nostro, in cui anche il grado di violenza, si suppone sia molto elevato.

Possiamo tentare di definire il termine “baby gang”?

«Questi gruppi, che sono fondamentalmente i Nietas e i Latin King, sono sparsi sul territorio. Ce ne sono soprattutto a Genova, Milano e Perugia, con delle specificità. L’accento che veniva maggiormente sottolineato, in questa visione stereotipata da parte dell’informazione era il fine degli atti delittivi, come se queste fossero le finalità del loro stare insieme.
In realtà, abbiamo visto come questi atti fossero assolutamente marginali e non legati al fatto di far parte del gruppo. Questo ovviamente cambia completamente l’immagine sociale, e soprattutto la percezione di paura e di timore. L’idea iniziale era di decostruire lo stereotipo, e poi dargli voce. Tutte le descrizioni, infatti, erano sempre fatte tramite la polizia, come fonte principale, oppure educatori, insegnanti. Noi invece pensavamo che questi ragazzi avessero sicuramente qualcosa da dire».

Quindi dargli voce disinnesca l’allarmismo?

«È uscita fuori in modo molto chiaro l’idea che sembrava fossero chissà quali criminali, quando di criminale non c’era proprio niente. Il problema è che i media non sono stati molto recettivi su questo: ragionano per categorie interpretative. Dal punto di vista, invece, di un micro-lavoro quotidiano, non solo nel quartiere, nelle associazioni, credo sia servito molto. Soprattutto perché i ragazzi si sono presentati come degli interlocutori credibili. Sono state realizzate, ad esempio, attività di prevenzione sull’abuso delle sostanze, sulla sessualità, e loro erano gli interlocutori privilegiati che andavano a parlare con gli educatori, con l’assessore per i finanziamenti, e che facevano da tramite con i loro pari».

Quali le problematiche legate alle dinamiche aggregative dei ragazzi?

«Tendenzialmente il bisogno primario, indipendentemente dalla classe sociale e dalla provenienza etnica. È sicuramente quello di aggregarsi in gruppi di pari. Si condividono le cose, che sia la passione sportiva, piuttosto che un interesse, e questo è trasversale a tutte le classi sociali.
Per cui una cosa che mi ha colpito è che alla fine le dinamiche di questi ragazzi non erano molto diverse da quelle dei coetanei. Su questo si innestano invece delle dinamiche più strutturali legate alle condizioni di vita, come la questione dei documenti, la precarietà del soggiorno, la disputa del lavoro che però è assolutamente condivisibile anche con ragazzi italiani. Per il problema della violenza è emerso abbastanza chiaramente che esso riguarda, e in forte misura, tutta la società, solo che si manifesta in modo diverso. Il problema è come questa viene percepita. La violenza di questi ragazzi è identificata come qualcosa di intrinseco, per età, classe sociale bassa, o perché sono stranieri, come se fossero ideologicamente violenti, pericolosi e niente fosse imputabile al contesto sociale in cui vivono.
Il dubbio-timore che adolescenti e giovani adulti, siano soggetti un po’ sul confine è sempre in agguato, e lo è ancor più per alcuni, in particolare se sono stranieri. L’unione di problematiche tende a costruire un’immagine negativa. Poi la “violenza” del politico che ruba dei miliardi passa quasi come normalità. La violenza del ragazzino che spacca una bottiglia in testa a un altro invece come qualcosa di inaccettabile, inconcepibile, animale».

Si può parlare di baby gang in Italia, alla luce di tutto questo?

«Con l’immaginario da film americano che possiamo avere noi: il contesto è assolutamente diverso. È vero, che, soprattutto per gli stranieri, ma non solo, c’è un grosso problema a livello di investimenti in attività sociali, rivolte ai giovani, che non siano a pagamento. Perché in realtà ce ne sono, ma spesso si rivolgono ad un target molto specifico e bisognoso di un particolare intervento sociale. E tutte le attività ricreative finiscono per essere o a pagamento, o legate al consumo, e questo è un grosso limite».

PREMESSA Nella realtà italiana il disagio socio-relazionale, in età evolutiva, sta assumendo una rilevanza qualitativamente e quantitativamente significativa, manifestandosi sia a scuola che al di fuori del contesto scolastico. Di fronte a queste problematiche sempre più complesse, la scuola, in questi ultimi anni, sta rivalutando il suo ruolo educativo e formativo della persona nel suo complesso, cercando di dotare ogni alunno non solo di strumenti culturali ma anche di un bagaglio di competenze relazionali. Tali competenze sono più che mai necessarie in quanto i giovani di oggi dovranno domani non solo saper svolgere un lavoro, ma sapersi inserire in un gruppo ed adattarsi a situazioni sempre nuove, sapendo vivere e relazionarsi in modo positivo in una futura realtà lavorativa e più in generale nella società (4). QUALCHE DATO Dall’ottavo “Rapporto nazionale sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza” si evince che su un campione rappresentativo di 1680 bambini e 1950 adolescenti di 52 scuole italiane di ogni ordine e grado, il 25,2% degli alunni dichiara di subire brutti scherzi dai coetanei; il 27,5% afferma di subire provocazioni e prese in giro reiterate nel tempo, mentre il 23,2% viene offeso ripetutamente e senza motivo. Si presentano, inoltre, situazioni di maggiore gravità: l’11,5% dei ragazzi dichiara, ad esempio, di essere stato minacciato da coetanei o ragazzi più grandi, il 10,9% di aver subito furti dai compagni, mentre il 7,5% sostiene di essere stato vittima di percosse ad opera di coetanei (3). Il fenomeno, secondo il Rapporto, interessa più i maschi delle femmine, nonostante il bullismo al femminile si stia diffondendo sempre di più. Uno studio condotto nel 2002 dalla Regione Lombardia ha rilevato che, su un campione di 10.513 studenti (5426 maschi e 5087 femmine), dei quali 4.406 delle scuole elementari e 6.107 delle medie, il 64% degli alunni delle scuole elementari e il 50% di quelli delle scuole medie hanno avuto a che fare, come vittime o come aggressori, con il fenomeno del bullismo”. Secondo i ricercatori lombardi i “bulli hanno maggiori probabilità di una carriera deviante che li porterà in molti casi ad avere problemi con le droghe e la giustizia prima dei 24 anni” (Quotidiano on line di informazione, documentazione e ricerca socio-sanitaria, 2 ottobre 2007).

IL BULLISMO TRA DIFFICOLTÀ DEL SINGOLO E RINFORZO SOCIALE Il bullismo non è un fenomeno riconducibile alla sola condotta dei singoli, ma riguarda l’insieme dei pari. È facilitato in contesti ove esista una tacita accettazione o sottovalutazione del fenomeno. Nel bullismo si identificano diversi ruoli significativi. Oltre alla vittima e al bullo ci sono i sostenitori del bullo, coloro che difendono la vittima e gli spettatori che sembrano distanziarsi dal gioco perverso che si esplicita sotto i loro occhi. Le dinamiche relazionali distorte rafforzano i comportamenti disfunzionali dei diversi attori. Il bullo subisce una pressione dal gruppo: deve proteggere l’immagine da duro che si è costruita. La vittima umiliata, spaventata e insicura si vergogna di chiedere aiuto, finché la sofferenza e l’isolamento possono esitare in azioni distruttive. Alla base dei comportamenti aggressivi si riscontra soprattutto l’atteggiamento anaffettivo (mancanza di calore) delle persone che precocemente si sono prese cura del bambino, rinforzato da comportamenti che possono essere indifferentemente troppo permissivi o punitivi. Al contrario non si è dimostrata significativa l’appartenenza ad una particolare classe sociale. La recente ricerca connessa alla prevenzione dei rischi inerenti lo sviluppo dei comportamenti anti-sociali tra i giovani, ha identificato nel continuum caratterizzato dai due poli aggressività- prosocialità, la modalità attraverso cui si esprime il comportamento sociale di un individuo. L’azione educativa della scuola, nel promuovere comportamenti antitetici al bullismo, ovvero prosociali, favorisce non solo il successo scolastico ma promuove anche lo sviluppo dell’autostima, della socialità. Per favorire ciò gli insegnanti devono mirare a rafforzare alcune abilità individuali e interpersonali, quali la capacità di riconoscere le proprie emozioni, l’empatia, il problem solving e l’autoefficacia personale. Sono dunque chiamati a ricoprire il ruolo di facilitatori delle dinamiche relazionali di gruppo, integrando la funzione formativa ed educativa ad attività che incoraggino atteggiamenti collaborativi e cooperativi, al fine di creare un clima che favorisca l’apprendimento ed il benessere psicofisico degli alunni. Per fronteggiare il fenomeno non va comunque persa di vista la funzione rieducativa, e non punitiva, dell’istituzione scolastica, sottolineata anche al livello ministeriale attraverso le linee di indirizzo generali per la prevenzione e la lotta al bullismo del 2007.

Il fenomeno delle baby gang nelle narrazioni mediatiche
Nel corso del 2003 e 2004, scrive Palmas, una martellante campagna giornalistica, ad opera soprattutto del principale giornale cittadino genovese (“Il Secolo XIX”), che racconta di una spartizione e di un controllo quartiere per quartiere ad opera di numerose bande di giovani latinoamericani e in particolare ecuadoriani, ha portato, nel volgere di due anni, l’immagine dei latinoamericani a Genova a subire una drastica trasformazione: da donne invisibili, docili, culturalmente a noi prossime, per vocazione dedite a lavori domestici o assistenziali, a maschi ubriachi e molesti che occupano spazi pubblici inutilizzati dai cittadini, a giovani criminali in erba, il cui abbigliamento diventa rivelatore e indice di pericolosità (Palmas e Torre, 2005). Le immagini oggi preponderanti, continua l’autore, producono effetti di realtà significativi in termini di discriminazione etnica, dato che essere giovane e latinoamericano può rappresentare un marchio, uno stigma, un indice di rischio sociale attraverso cui si è socialmente percepiti.

Sempre a proposito dell’influenza mediatica sul tema in analisi, nel Dodicesimo Rapporto sulle migrazioni di Fondazione ISMU del 2006, Di Nicola presenta uno studio sul tema delle baby gang straniere condotto a Transcrime (Centro interuniversitario di ricerca sulla criminalità transnazionale dell’Università di Trento e dell’Università Cattolica di Milano) (Di Nicola, 2007). Questo studio si è basato sull’analisi dei contenuti di notizie giornalistiche pubblicate online in ambito locale e nazionale nel corso del 2006. L’autore afferma infatti che è complicato studiare questo fenomeno sull’intero territorio nazionale, sia perché relativamente nuovo sia perché le fonti statistiche ufficiali non permettono di capire se un reato è stato commesso da una banda, né di ottenere informazioni sulle sue caratteristiche e su quelle dei suoi componenti. Inoltre, continua l’autore, il fenomeno delle gang straniere esiste ma è in parte costruito dai giornali e avvalersi delle notizie di stampa permette quindi anche di percepire la portata di questa costruzione mediatica. Anche da questo studio emerge come nel corso del 2006 i mass media hanno gridato all’emergenza bande giovanili straniere non solo a Genova, ma anche ad esempio a Milano e Firenze.

Mastropasqua sostiene che l’interesse mediatico per questo fenomeno trova conferma, ad esempio, nello speciale 2011 del gruppo L’Espresso-Repubblica, che titolava:
Le gang del Barrio Italia. Si chiamano Latin Kings, Los Diamantes, Mara Salvatrucha, inquadrano teenager ecuadoriani, colombiani, peruviani, argentini, sono dedite alle rapine, alle risse per il controllo del territorio, anche se non sono mancati gli omicidi. Quello delle bande latino-americane è un fenomeno nuovo che, soprattutto a Genova e Milano, ma un po’ ovunque nei centri storici e nelle periferie delle invecchiate città italiane sta seminando la paura. Latin Kings, Netas, Commando Allarme nelle prefetture del Nord. Le grandi città settentrionali, ma anche Roma e Napoli, stanno conoscendo la “conquista” di quartieri interi da parte di ecuadoriani, peruviani, portoricani e dominicani. Si riuniscono in bande e sono particolarmente violenti. Solo a Genova l’ultimo censimento dice che gli ecuadoriani in città sono quasi ventimila. A Milano le gang contano almeno duemila affiliati”.

Riflettendo sugli effetti della narrazione mediatica, Palmas sostiene che l’effetto alone che essa produce colpisce decine di migliaia di persone nelle loro vite (contando, Genova, una fra le più grandi comunità latinoamericane, specialmente ecuadoriane, in Italia), nelle loro relazioni sociali e nelle loro opportunità lavorative; preclude la comprensione delle tensioni reali così come delle risorse e delle differenze circolanti all’interno dei mondi giovanili e quindi rende doppiamente miopi le politiche di intervento sociale, costrette a navigare fra emergenza e notizie scandalo senza afferrare né la complessità dei problemi né le leve possibili di un’azione trasformatrice; infine tale narrazione rischia di divenire profezia che si auto- adempie, prefigurando per giovani e adolescenti inferiorizzati nei loro spazi di vita quotidiana un percorso perverso di visibilità, affermazione e riconoscimento.
Si riportano a tale proposito alcune parole di Palmas:

Ovviamente devianza e criminalità, a prescindere dai soggetti responsabili, sono fenomeni con dimensioni specifiche di realtà, a volte strutturati da network e organizzazioni illegali il cui operato non è riducibile o spiegabile solo come effetto di un pregiudizio o un’esclusione sociale; eppure nel caso genovese, la distanza di realtà fra pratiche situate di devianza giovanile e generazione ad opera dei media di un discorso pubblico stigmatizzante ci sembra abissale e dunque tanto più inscrivibile dentro una logica di circolarità orizzontale fra attori che si giustificano ed alimentano a vicenda le proprie ragioni. La rappresentazione sociale che così si istituisce agisce sui seguenti terreni:
a) la condizione di sudamericano, e in particolare di giovane ecuadoriano, diviene predittrice di comportamenti devianti;
b) la socialità fra i gruppi di latinoamericani viene riletta come un fenomeno associato alle bande e quindi ad attività devianti e potenzialmente pericolose per i cittadini. Tratti somatici, linguistici e di abbigliamento divengono a loro volta predittori di devianza e generatori di allarme sociale negli spazi pubblici;
c) si incrina la discriminazione positiva di cui godevano le donne latino-americane (ed ecuadoriane) nel lavoro domestico e nei servizi di cura;
d) le pratiche legate al fenomeno delle bande – piccole rapine, furti, risse, atti di vandalismo o di violenza gratuita – diventano per i membri delle stesse atti comunicativi attraverso cui affermare un potere simbolico nello spazio pubblico e nei mondi giovanili dei latinoamericani;
e) muta l’operare delle istituzioni e in particolare il lavoro di polizia nella sua quotidianità fatta di controlli, fermi, concessione di permessi, attraverso la generazione di nuovi soggetti bersaglio come forma di risposta alle campagne stampa in atto e come forma di allentamento dell’allarme sociale…
Tale rappresentazione mediatica, nelle sue forme e nei suoi effetti, costituisce il contesto principale, il frame, attraverso cui sono percepiti giovani e adolescenti latinoamericani; un fenomeno circoscritto e differenziato al suo interno, come quello delle pandillas generate nel seno dell’immigrazione latinoamericana, diviene così l’alfabeto attraverso cui decifrare, pensare, classificare migliaia di giovani grazie al continuo e pervasivo incorniciamento di pratiche ed eventi differenziati all’interno di un contenitore ricorrente, ed ormai auto-alimentato, che contribuisce ad associare un determinata nazionalità (o una provenienza geografica) a situazioni di reato, di devianza, di pericolosità sociale”
(Palmas e Torre, 2005).

Più in generale, interessanti sono anche alcuni studi condotti sui media televisivi che mettono in evidenza una sovra-rappresentazione del genere narrativo “criminalità comune e migrazioni” (Marchese, Milazzo, 2002). Un’indagine sull’informazione televisiva del 2002 sottolinea come “il difetto di comunicazione sugli immigrati si inscrive in un quadro più complessivo di inadeguata rappresentazione dei diversi soggetti sociali” e individua alcune dimensioni fondative di tale modo di fare televisione: la drammatizzazione, l’uso di un linguaggio emotivo, la superficialità nella verifica delle fonti, la carenza di funzione critica, il circolo vizioso con i supposti umori delle masse, la rappresentazione parziale (Censis, 2002). Questa distorsione si amplifica nel caso dell’immagine veicolata sui migranti: in generale l’immagine che si desume da quanto visto in televisione oscilla necessariamente dal povero immigrato, vittima di una gamma di possibili fatti negativi come atti criminosi, discriminazione, errori giudiziari, ritardi o malfunzionamenti burocratici, allo straniero violento e criminale. Sembra configurarsi come icona strumentale, si direbbe funzione narrativa, alla stessa stregua dell’immagine femminile o di quella del bambino, caratteri che fungono da stabili espedienti narrativi per condire e drammatizzare le notizie (ibidem).
Da un approfondimento sul tema a partire da una ricerca comparativa sui media (stampa e televisione) a cura dell’agenzia europea EUMC (European Monitoring Centre on Racism and Xenophobia), si legge, tra le altre cose, che è carente un approccio al tema in termini di contesti e background delle migrazioni mentre il lato emergenziale è messo costantemente in primo piano; spesso le fonti usate dai media sono a senso unico, ovvero si basano sulle dichiarazioni rilasciate o fatte filtrate dalle autorità di polizia; migranti e minoranze etniche godono di un diritto di parola molto limitato nei media dato che normalmente sono altri i soggetti incaricati di raccontarli e giudicarli; spesso la forma del racconto si basa su un modello in cui “loro sono il problema” e “noi siamo le vittime” e infine che le immagini in negativo dei migranti non sono compensate da immagini in positivo (EUMC, 2002).
Palmas sostiene che l’insieme degli effetti innescati dai media – in modo consapevole o inconsapevole, per finalità mercantili, per volontà politica o per indifferenza alle conseguenze delle procedure di definizione dei fenomeni – si definiscono cumulativamente nei termini di una progressiva stigmatizzazione, discriminazione etnica e violenza simbolica…e che i media, più che rispecchiare la realtà, contribuiscono a crearla, attraverso un potere di definizione e classificazione che produce conseguenze reali, in termini di opportunità sociali e lavorative, capitale sociale, simbolico e relazionale a disposizione dei soggetti (Palmas e Torre, 2005).

Verso una “decostruzione del fantasma delle bande”
La ricerca realizzata dal Centro Studi Medì nel 2004 sulla condizione degli adolescenti e dei giovani latinoamericani residenti nel contesto genovese nasce anche dall’intenzione di decostruire questo “fantasma delle bande”, procedendo in un percorso di approfondimento e conoscenza basato su una discesa sul campo, con l’obiettivo di confrontare le immagini veicolate dai media e la conoscenza pubblica che circola con le percezioni, i vissuti, le pratiche e gli spazi quotidiani attraversati dai giovani di origine latinoamericana (Palmas e Torre, 2005).
Nella prefazione al testo di Palmas e Torre del 2005, Ambrosini sostiene che si tratta di uno dei primissimi lavori dedicati nel nostro paese non solo alle seconde generazioni, ma più specificatamente agli adolescenti e giovani figli di immigrati, per lo più arrivati per ricongiungimento famigliare dopo aver trascorso l’infanzia nel paese d’origine e più in particolare su quel segmento di popolazione giovanile immigrata che nel 2005 ha campeggiato appunto nelle cronache dei giornali genovesi ed è stato etichettato come portatore di disordine e pericolosità sociale.
La questione cruciale che le seconde generazioni pongono, scrive l’autore, è quella del passaggio da immigrazioni temporanee a insediamenti durevoli e in molti casi definitivi, con la trasformazione delle immigrazioni per lavoro in immigrazioni di popolamento. La crescita e la socializzazione dei figli dei migranti, continua Ambrosini, anche indipendentemente dalla volontà dei soggetti coinvolti, producono uno sviluppo delle interazioni, degli scambi, a volte dei conflitti tra popolazioni immigrate e società ospitante: rappresentano un punto di svolta dei rapporti interetnici, obbligando a prendere coscienza di una trasformazione irreversibile nella geografia umana e sociale dei paesi in cui avvengono. Tra problemi reali e paure crescenti, la questione delle seconde generazioni diventa la cartina di tornasole degli esiti dell’inclusione di popolazioni alloctone. Essere giovani, di condizione popolare e di origine straniera sono tre caratteristiche tendenzialmente inquietanti, che alimentano dubbi e interrogativi circa l’adesione all’ordine costituito e la disponibilità a riprodurlo.
Fatta questa premessa, prima di affrontare le questioni legate alle problematiche dei giovani latinos, come sottolinea Torre, è utile ampliare lo scenario rispetto al tema dell’ immigrazione straniera in Italia (ibidem). Per l’Italia, l’esperienza dell’immigrazione straniera è un fenomeno relativamente recente, anche perché fino ai primi anni ’70 l’Italia è stato un paese di forte emigrazione. Il primo anno in cui l’Italia ha avuto un saldo migratorio positivo (più immigrati che emigranti) è il 1973, l’anno in cui i paesi europei di tradizionale accoglienza (Francia, Germania, Belgio) hanno iniziato a limitare gli ingressi di lavoratori stranieri.
Rispetto più in particolare alla presenza degli immigrati sudamericani nel contesto genovese, l’arrivo di migranti sudamericani a Genova risale ai primi anni ’90; questa immigrazione si è da subito caratterizzata per la forte presenza femminile: dall’America Latina, infatti, emigrano anzitutto le donne, spesso testa di ponte delle catene migratorie: Ecuador (le donne sono il 65%), Perù (67%), Repubblica Dominicana (81%), Brasile (75%), Cuba (79%) e Colombia (73%) (Torre, 2005). Dopo un’iniziale preminenza di cittadini peruviani, la presenza sudamericana a Genova si è via via caratterizzata per l’arrivo di donne migranti dall’Ecuador; nel 1999 la nazionalità ecuadoriana è diventata, per la prima volta, la maggiore componente a Genova e da allora la crescita è stata continua. Questo dato si riverbera, con ancora maggiore evidenza nell’ambito dei minori stranieri, con una crescita dei minori latinos più recente, grazie ad una forte accelerazione conseguente alla Regolarizzazione collegata con la legge Bossi-Fini (20022003) (Palmas e Torre, 2005).
All’interno di questo contesto, si evidenziano due transizioni essenziali, descritte da Ambro- sini nella prefazione.

Accusati senza colpa di essere la baby gang adolescenti ripuliscono tutta la strada

«Non chiamateci baby gang», e in segno di protesta ripuliscono una via di Cellatica invasa dalla sporcizia. Questo è il lodevole gesto compiuto da un gruppo di ragazzi di Cellatica in risposta alle accuse di molti concittadini, arrivate a seguito degli episodi di vandalismo registratisi nella zona delle Poste. Una questione spinosa, quest’ultima, che era passata addirittura in Consiglio Comunale. Sulle scalinate, aperte al pubblico, della struttura condominiale denominata «Il Centro», tra via Trebeschi e via Marconi, in pieno centro storico e accanto all’oratorio, si sono registrate, negli ultimi mesi, situazioni particolarmente spiacevoli come l’abbandono di bottiglie, mozziconi, danneggiamenti delle strutture pubbliche, schiamazzi notturni e molto altro. Nel mirino è finito un gruppo di ragazzi che si sarebbe anche reso protagonista di minacce ai passanti. Episodi che hanno innescato l’ira di molti cellatichesi; episodi, però, causati da un ristretto numero di giovani. Il gesto. Ecco il motivo del gesto responsabile e maturo di un altro gruppo di adolescenti: «Abbiamo deciso di pulire e mantenere pulita questa strada, vogliamo rispondere così a chi, in questi ultimi mesi, ha sempre puntato il dito contro tutti i giovani in generale, quando invece non sanno che vi è la presenza di più gruppi distinti di adolescenti», ha spiegato Daniele, uno dei ragazzi che in queste ore ha ripulito un tratto del viale pedonale nei pressi dell’oratorio. Le fotografie della stradina, invasa dalla sporcizia, erano state pubblicate su Facebook e la colpa per tale azione incivile era ricaduta su quei ragazzi che, si legge nel post, «stanziano di giorno e di notte lungo il vialetto». «Prima di tutto la stradina é una strada pubblica quindi non ci passano solo i giovani – si difendono i volenterosi ragazzi di Cellatica -. Noi comunque ci impegneremo a mantenerla pulita sperando che tutti facciano lo stesso, ma non si può pretendere un’adeguata pulizia vedendo un numero limitato di cestini dell’ immondizia; per questo chiediamo oltre ad una pulizia più cospicua la possibilità di avere a disposizione un cestino della spazzatura presso il cancello che costeggia il campo dell’oratorio». Le famiglie. I ragazzi, inoltre, ci tengono a difendere le rispettive famiglie, accusate di non aver impartito loro una corretta educazione. «Sono insinuazioni che ci hanno dato molto fastidio», spiegano giovani che, con ironia, si congedano così: «Grazie da, come ci definite voi, la baby gang».

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