Reddito di cittadinanza ultimissime, inizia il percorso del patto per il lavoro

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Vuoi vedere che aveva ragione Luigi Di Maio, che siamo davvero sulla strada di un nuovo boom economico? Una prima occhiata ai dati snocciolati ieri dall’Inps permetterebbe quasi di credergli. Nei primi 11 mesi del 2018 c’è stata una crescita robusta delle assunzioni, con un saldo positivo di 625mila contratti, di cui addirittura 231mila a tempo indeterminato. Grazie anche ad una trasformazione dei rapporti di lavoro precario che nel periodo è crescita del 69,3%.

Non basta, perché sempre da gennaio a novembre la cassa integrazione è crollata del 38% rispetto allo scorso anno, toccando un livello di 217 milioni di ore che non si vedeva dal 2007. Tiriamo fuori il servizio buono e stappiamo un prosecco? Meglio aspettare. Partiamo dal fondo. La cassa integrazione è sì scesa drasticamente, ma solo perché Matteo Renzi l’aveva quasi abolita, sostituendola con altre forme di sussidio. Basta cambiare tabella per rendersene conto. Se invece di quella che nel documento dell’Inps fotografa l’andamento della Cig ci spostiamo a quella sulle richieste di disoccupazione ci accorgiamo che le domande negli 11 mesi hanno raggiunto gli 1,9 milioni, con una crescita del 6,2% rispetto al 2017.

LA TAGLIOLA A spaventare, però, è il mese di novembre, quello in cui è diventato pienamente operativo il decreto dignità. In soli 30 giorni le domande del sussidio sono state 223mila, con un balzo del 5,2% rispetto a quelle dello scorso anno. Vediamo, adesso, quello che è successo realmente sul fronte dell’occupazione. Intanto, il saldo di 625mila occupati in più è un dato in frenata rispetto agli 807mila totalizzati nello stesso periodo del 2017. Entriamo un po’ nel dettaglio.

È sicuramente vero, e nessuno lo discute, che il decreto dignità è intervenuto pesantemente sui contratti a termine, scoraggiandone l’utilizzo da parte delle aziende fin quasi ad azzerarli. Il saldo netto tra rapporti cessati e avviati ad ottobre è stato di 15mila, contro i 44mila del 2017. Mentre a novembre le cifre sono state rispettivamente 16mila e 66mila. Il problema è che la diminuzione dei contratti precari non è compensata dai posti fissi. Ad ottobre, infatti, il tempo indeterminato è passato da -3mila unità a +35mila. Ma a novembre lo scarto è stato da -13mila a +22mila.

POSTI PERSI Facendo due conti si può vedere che nel mese in cui il decreto è entrato in vigore nello scambio tra fissi e temporanei si sono persi per strada 15mila posti. A cui se ne devono aggiungere anche altri 15mila persi sui contratti in somministrazione, anch’essi colpiti dal decreto dignità. Il risultato complessivo sugli 11 mesi è che in confronto al 2017 si sono guadagnati 282mila posti fissi, ma se ne sono persi 385 a tempo. Il fenomeno è ben visibile anche considerando solo le assunzioni. L’anno è partito con colpi di 350mila nuovi contratti al mese rispetto all’anno precedente. Da giugno inizia una discesa a precipizio che si conclude a novembre con un -2mila contratti rispetto allo stesso mese del 2017. Azzeramento che è stato bilanciato solo parzialmente dai 135mila posti fissi in più rispetto all’anno precedente registrati sempre a novembre. Un groviglio di numeri da far girare la testa.Mail senso è assai semplice. Come era stato previsto da tutti gli esperti il decreto dignità non ha sostituto il lavoro precario con quello stabile, di qualità. Ha soltanto affossato i contratti a termine, aumentando di fatto i disoccupati.

Reddito di cittadinanza è sicuramente una delle novità più attese del 2019. Come sappiamo si tratta di un aiuto economico che il MoVimento 5 Stelle aveva già pensato di attuare nel 2013 e che è destinato a 5,5 milioni di Italiani, che si trovano a vivere in condizioni di disagio e povertà. Nello specifico, il reddito di cittadinanza infatti è rivolto a quei nuclei familiari che si trovano sprovvisti di reddito oppure che hanno dei redditi troppo bassi. Parlando di reddito di cittadinanza, si parla anche di patto per il lavoro. Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza iniziando col dire che entro 30 giorni dal riconoscimento del reddito di cittadinanza è necessario presentare una dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro entro lo stesso termine il titolare del re cittadinanza e tutti i componenti maggiorenni del nucleo familiare vengono contattati poi dal centro per l’impiego.

È proprio in questo momento che inizia il percorso del patto per il lavoro, che rappresenta un punto essenziale di questa misura. Stando a quanto emerso, sono tenuti al patto per il lavoro non soltanto il titolare del reddito di cittadinanza, ma anche tutti i componenti maggiorenni del nucleo familiare che non hanno un lavoro e che non frequentano dei corsi di formazione o di studio. Sarebbero esclusi anche dal patto del lavoro, gli over 65, le persone che sono affette da disabilità, i componenti con carichi di cura di bambini fino a 3 anni o di persone che hanno una disabilità grave e che non sono autosufficienti.

Quindi colui che presenta la richiesta per il reddito di cittadinanza dovrà adempiere alla presentazione della dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro che potrà essere presentata o attraverso l’apposito sito web che però è ancora in via di realizzazione, oppure rivolgendosi ad un centro per l’impiego e patronato. Una volta riconosciuto il reddito di cittadinanza come abbiamo visto i titolari e i familiari abilitati al lavoro, ma disoccupati entro 30 giorni verranno contattati dai centri per l’impiego al fine di stipulare il patto per il lavoro e successivamente dai servizi comunali per il contrasto alla povertà per poter avviare un percorso che possa può sfociare nel patto per il lavoro oppure nel patto per l’inclusione sociale.

Nello specifico, saranno contattati dai centri per l’impiego, i disoccupati da più di 2 anni coloro che risultano essere di età inferiore a 26 anni, i sottoscrittori negli ultimi due anni di un patto di servizio in corso di validità con un centro per l’impiego e il beneficiario Naspi in corso o terminato da un anno al massimo. Al momento della convocazione, i beneficiari del reddito di cittadinanza che però non abbiano ancora reso la dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro, dovranno effettuare un adempimento al primo incontro con il centro per l’impiego, ed entro 30 giorni dovranno fare lo stesso anche tutti gli altri componenti del nucleo. E’ proprio in questo momento che viene stipulato il patto per il lavoro.

Savona di abitanti ne fa 60 mila e spiccioli. L’anno scorso sono arrivate 1.839 richieste di cambio di residenza. Tutte all’interno dello stesso Comune, da Savona a Savona. Un dato considerato elevato, sospetto. Anche perché i vigili urbani poi sono andati a bussare per vedere se al nuovo indirizzo vivesse davvero qualcuno. E una volta su quattro non hanno trovato nessuno. Cento di quei controlli andati a vuoto si sono trasformati in un esposto alla procura della Repubblica . A Palermo dati ufficiali non ce ne sono ancora ma agli sportelli del Comune sono arrivate diverse richieste di informazioni sul cambio di residenza

Stesso discorso a Napoli, dove l’assessore regionale al Lavoro Sonia Palmeri sembra quasi prepararsi al peggio, mettendo le mani avanti: «I controlli non spettano a noi». A sfogliare le cronache locali, il reddito di cittadinanza rischia di mettere in scena l’ennesimo sequel di un grande classico del nostro cinema, l’Italietta che si arrangia. Finte separazioni e cambi di residenza fittizi sono da sempre un terreno interessante per chi decide di aggrapparsi allo Stato e ai suoi sussidi. Anche quando non ne avrebbe diritto. Le graduatorie per gli asili nido, le borse di studio scolastiche, la mensa dell’università, l’esenzione dai ticket sanitari: trucchi e magheggi possono accompagnare tutta la carriera del cittadino italiano. Un dato per capire, che arriva dai controlli mirati fatti dalla Guardia di finanza sulle cosiddette prestazioni sociali agevolate: nella prima metà dell’anno scorso ogni dieci verifiche sono venuti fuori sei falsi poveri. Più della metà. Farà eccezione il reddito di cittadinanza?

«Ai nostri sportelli sono per ora arrivate molte richieste di chiarimento sulle procedure, anche sui cambi di residenza e sugli effetti di divorzi e separazioni» dicono dalla Consulta dei Caf, i centri di assistenza fiscale, primo avamposto del welfare di Stato. E questi per i Caf sono giorni caldi, perché si procede all’aggiornamento dell’Isee, il misuratore di ricchezza che poi viene usato per decidere il posto in graduatoria per tutti i servizi sociali pubblici, dall’asilo nido alle borse di studio. L’Isee servirà anche per il reddito di cittadinanza.

Per avere diritto al sussidio bisognerà avere un Indicatore della situazione economica equivalente, questo il significato della sigla Isee, inferiore ai 9.360 euro. Nasce da qui la tentazione dei furbetti del- l’anagrafe. Un divorzio è capace di dividere in due il reddito e il patrimonio di una famiglia. E può consentire, in teoria, di scendere sotto la soglia fatidica. Magari sia all’ex marito sia all’ex moglie, che invece insieme erano troppo «ricchi» per avere diritto al sussidio. Stesso discorso per un figlio che va a vivere da solo. Attenzione però. Il decreto che ha fissato le regole per la riforma bandiera del Movimento 5 Stelle stabilisce che chi dichiara il falso rischia la reclusione. Da due a sei anni. E le regole dell’Isee chiariscono che i coniugi restano nello stesso nucleo familiare anche dopo la separazione o il divorzio, se continuano a risiedere nella stessa abitazione. Quelle ispezioni dei vigili urbani di Savona andate a vuoto, potrebbero nascondere proprio questo. False separazioni.

Stesso discorso per i figli che vanno a vivere da soli. Continuano a far parte del nucleo familiare di mamma e papà solo se hanno meno di 26 anni e sono a carico dei genitori, cioè guadagnano meno di 4 mila euro l’anno. E qui arriviamo alla madre di tutti trucchi e di tutti i furbetti, il lavoro nero. Oltre a quello sull’Isee, il reddito di cittadinanza prevede un altro limite: un reddito massimo di 6 mila euro l’anno. Chi guadagna di più è fuori. Secondo gli ultimi dati dell’Alleanza cooperative italiane, in Italia ci sono 3,3 milioni di lavoratori in nero. Fra tasse e contributi il totale dell’evasione sfiora i no miliardi di euro, un ventesimo del nostro debito pubblico. La paga in nero non lascia tracce e quindi potrebbe essere sommata ai 780 euro del nuovo sussidio. Il reddito di cittadinanza è considerato una rivoluzione. Si può essere d’accordo oppure no. Ma se riuscirà a lasciare fuori i furbetti, impresa che al momento appare ardua, lo sarà di sicuro.

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