Migrante massacra donna italiana perché vuole passare per primo alla cassa del negozio

«Ero in fila alla cassa, il tempo di allontanarmi di pochi metri per prendere l’acqua e un altro cliente si era messo al posto mio, pronto per pagare. Sorridendo gli ho detto che c’ero io, lui mi ha risposto che aveva fretta. Ma anche io ne avevo, perché erano le otto passate e dovevo tornare a casa dai miei figli».

È iniziato in questo modo, ome racconta la diretta interessata Barbara Forlani

Il brutla pestaggio: «Prima la gomitata sotto al seno e poi un pugno in faccia e un calcio. Sono finita contro il muro, tramortita». Protagonista della vicenda, insieme alla malcapitata, è un giovane africano che, nella fuga, è stato poi inseguito e fotografato dalla stessa Forlani, poi soccorsa dall’ambulanza del 118.

«Ero talmente sconvolta», riprende lei, «che, anche se dolorante, non sono voluta neanche andare in ospedale. Ci sono andata il giorno dopo (ieri ndr) per il forte dolore alla testa. Fortunatamente era tutto a posto, ma il problema grave resta: quello che è successo è la prova che ormai siamo tornati all’età della pietra. O decidi di subire, di abbassare la testa, oppure, anche nelle piccole cose, sei a rischio, può succedere qualsiasi cosa. Anche di prendere un pugno in faccia alla cassa di un supermercato».

Come tiene a precisare la vittima dell’aggressione, «il punto non è che l’aggressore fosse di colore. Il punto è che questo signore, che poteva essere di qualsiasi nazionalità, mi ha aggredito solo perché non sono rimasta zitta di fronte alla sua prevaricazione. Voglio precisarlo», va avanti la donna, «perché siamo arrivati al paradosso che l’altra sera c’è stato chi, invece di intervenire, si è affrettato a dire che queste cose le fanno anche i bianchi. Invece ripeto, il razzismo non c’entra proprio niente. È il livello in cui siamo finiti a fare paura».

Ora sono le vittime a doversi scusare se l’aggressore è un africano.

«Non è che aveva una cosa sola, altrimenti l’avrei fatto passare come faccio sempre», riferisce Forlani, «ma avevo fretta di tornare a casa per preparare la cena e gli ho detto che quello era il mio posto, e che comunque era passato davanti anche ad altre due persone, a cui avrebbe dovuto chiedere il permesso di passare avanti. Ma niente, lui continuava a dire che aveva fretta, ha iniziato a sgomitare, mentre la cassiera, che pure avevo avvertito quando sono andata a prendere l’acqua, continuava a dire che ci dovevamo mettere d’accordo noi. A quel punto ho tirato fuori il telefono, dove ho la scheda del supermercato, ma mentre la mostravo alla cassiera l’altro ha cercato di togliermelo dalle mani. Gli ho detto che non mi doveva toccare e intanto ho iniziato a mettere la mia roba davanti alla sua. E lui ha preso un panino e l’ha scaraventato. Poi, mentre proseguivo, spostando le sue bottiglie dell’acqua, mi ha dato una gomitata sotto al seno fortissima e istintivamente gli ho dato una spinta. A quel punto mi è venuto contro, faccia a faccia. Io l’ho spostato con la mano e lui mi ha colpito con un cazzotto, o forse uno schiaffo, in faccia. Forte. E sono finita contro il muro. Solo un ragazzo, un dipendente del supermercato è intervenuto, e ci ha preso anche lui un pugno. Erano tutti terrorizzati. Un signore ha chiamato la polizia, mentre quello si allontanava. Come mi sono ripresa gli sono andata comunque dietro, gli ho fatto delle foto prima che scappasse su una bicicletta».

Lo racconta tutto d’un fiato Barbara Forlani, che aggiunge: «Che cosa provo? Tanta rabbia. Non è possibile che per aver detto la mia ci ho preso un pugno. Vuol dire che non abbiamo più diritti, e non si può accettare. E poi tanta tristezza per il livello a cui siamo arrivati. Basta guardarsi intorno. Lavoro a contatto con il pubblico, vedo scene allucinanti, a volte si deve aver paura anche di ragazzini di 13 anni. Il colore della pelle non c’entra. Qui in centro ad esempio, ci sono ubriachi, tossicodipendenti, ormai siamo tutti impauriti. E allora si preferisce lasciar andare, subire, piuttosto che rischiare quello che è successo a me».

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