Vitamina D: come verificare la carenza senza analisi del sangue

Secondo una ricerca condotta dal Trinity College di Dublino e dal St James’s Hospital, pubblicata su “Nutrients”, in futuro sarà sufficiente un capello per misurare la quantità di vitamina D del corpo, evitando le analisi del sangue.

La carenza di vitamina D ha raggiunto proporzioni epidemiche nel mondo (si stima che siano colpite oltre 1 miliardo di persone): è connessa alla salute delle ossa, ma potrebbe anche essere un fattore di rischio per la depressione, le malattie cardiovascolari, il diabete e il cancro.

Attualmente per rilevare la quantità di vitamina D presente nell’organismo sono necessarie le analisi del sangue, che però registrano il valore in un momento ben preciso: i capelli invece, crescono di circa 1 cm al mese, e potrebbero rivelare lo stato di assunzione della vitamina D per diversi mesi.

La ricerca potrebbe avere applicazioni anche in campo archeologico: i capelli, insieme ai denti, sono alcuni dei materiali biologici che resistono maggiormente dopo la morte e la presenza di vitamina D potrebbe fornire dettagli sulla vita di antiche popolazioni.
Gli autori precisano che sono necessarie ulteriori ricerche per stabilire la relazione esatta tra la concentrazione di vitamina D nel sangue e quella dei capelli.

Alimenti che contengono Vitamina D

Il calcio è il minerale costitutivo delle ossa, queste tendono a demineralizzarsi e perdere densità durante l’età adulta per un processo fisiologico di invecchiamento. Le ossa per mantenersi salde devono poter assimilare il calcio dagli alimenti che ne sono ricchi e che introduciamo nella nostra dieta. Tenendo conto che è la vitamina D a permettere l’assorbimento del calcio a livello intestinale, ed ecco perché è così importante. Il latte, i latticini, soprattutto se associati ad altri alimenti acidificanti come la carne rossa, gli zuccheri, il caffé, i pomodori, l’aceto, hanno bisogno di essere associati alla vitamina D e a cibi alcalinizzanti per poter essere correttamente assunti dall’organismo con il calcio in essi presente. Inoltre l’attività fisica costante mantiene ben irrorate di sangue e ossigeno ossa e articolazioni, unitamente ad un’alimentazione ricca di minerali e di vitamina D, è indispensabile per prevenire le patologie osteo-articolari. Si ricorda che la vitamina D, o colecalciferolo, viene assorbita in due modi. Il primo è esporsi alla luce del sole (non necessariamente in spiaggia ma nelle nostre attività ordinarie in una giornata piena di sole) perché nella nostra pelle è presente una provitamina, detta deidrocolesterolo, che attraverso l’azione stimolante dei raggi UV si trasforma in vitamina D subito disponibile. La seconda fonte di vitamina D è l’alimentazione. I cibi che ne sono più ricchi e da non far mancare sulla nostra tavola (tenendo conto che il nostro fabbisogno giornaliero è pari a 10 mg al giorno) sono: Olio di pesce (olio di fegato di merluzzo), salmone, aringhe, pesce azzurro (sardine, alici, sgombri), uova, funghi, soia e derivati, caviale e uova di pesce, frutti di mare (cozze, ostriche, vongole), ricotta.

La produzione, la vendita ed il consumo di preparati multivitaminici costituisce un mercato di diversi miliardi di dollari. Negli Stati Uniti, la maggior parte degli americani assumono regolarmente una qualche forma di supplementi con la convinzione di prevenire la malattia cardiovascolare. E’ stato infatti sostenuto che la vitamina A ritarda l’aterogenesi, la vitamina C per le sue caratteristiche di antiossidante la lesione dell’endotelio causata dai radicali liberi, la vitamina E si ipotizza influenzi la funzione di aggregazione delle piastrine ed inibisca la formazione delle cellule schiumose e, soprattutto, bassi livelli di vitamina D si pensa abbiano un impatto negativo sulla struttura del miocardio ed aumentano il rischio di eventi cardiovascolari. E’ stato segnalato che il rischio di ipertensione arteriosa, l’aumento della frequenza cardiaca e di infarto miocardio aumenta al diminuire del livello di Vit D: per altro la somministrazione di VIT D pur mostrando una tendenza alla riduzione non è così significativa. In una recente revisione vengono riportati i risultati del Comitato di Medicina che sottolinea come le evidenze siano insufficienti, particolarmente se si analizzano i dati dei trial randomizzati, che il trattamento con Vitamina D influenzi il rischio degli esiti di problematiche non scheletriche come il rischio di cancro, di malattia cardiovascolare, diabete, infezioni, malattie autoimmuni ed altri esiti extrascheletrici. Una revisione pubblicata recentemente si è posta l’obiettivo analizzare la letteratura disponibile sugli effetti dei supplementi vitaminici per quel che riguarda la prevenzione della malattia cardiovascolare. Sfortunatamente, le attuali evidenze suggeriscono che non sono dimostrabili benefici evidenti nella popolazione generale statunitense con la supplementazione di vitamine anche se conclude che sono necessari ulteriori studi per valutare se una qualche sottopopolazione possa trarre giovamento da questi preparati.

Vit D e Diabete Per quanto riguarda Il diabete di tipo 1 molti studi concordano nella riduzione di quasi il 30% del rischio di sviluppare questa malattia se si assumono supplementi di Vit D nei bambini. Nel diabete di tipo 2 elevati livelli di vitamina D non evidenziano la possibilità d’insorgenza; ed è attivo uno studio in tale senso per valutare gli effetti in pazienti già affetti da diabete supplementandoli con 1000 Unità di Vitamina D al giorno.

In particolare, il diabete di tipo I è una patologia autoimmune, provocata da un’anomala attività del sistema immunitario del paziente, che si rivolge contro le cellule beta del proprio pancreas, distruggendole. A differenza del diabete di tipo 2, che si manifesta in genere negli adulti, quello di tipo 1 si sviluppa più facilmente in bambini e adolescenti, sebbene negli ultimi anni si registri un aumento dei casi anche tra persone di età più avanzata. Perché proprio la vitamina D? Diversi studi hanno dimostrato un’attività immunomodulatrice della forma attiva della vitamina D, l’1,25-diidrossi vitamina D3 (calcitriolo), che si è rivelata in grado di aumentare la tolleranza del sistema immunitario. In topi cosiddetti NOD, che costituiscono il modello animale del diabete di tipo 1, inoltre, la somministrazione di calcitriolo si è dimostrata capace di ridurre notevolmente l’incidenza della malattia: in particolare, la protezione contro la distruzione delle cellule beta (?) del pancreas è risultata tanto più efficace quanto più precocemente avveniva la somministrazione.

Ma c’è di più: negli ultimi anni, infatti, vari studi epidemiologici hanno suggerito che l’assunzione di questa vitamina possa prevenire l’insorgenza del diabete di tipo 1 anche nell’uomo. Così, per esempio, uno studio multicentrico europeo ha dimostrato una diminuzione del rischio di malattia in paesi, come quelli del nord Europa, in cui è frequente l’integrazione dietetica di vitamina D durante l’infanzia. In più, altre ricerche suggeriscono una correlazione tra assunzione di vitamina D durante la gravidanza e ridotta attività autoimmune contro le cellule del pancreas negli anni giovanili. Negli Stati Uniti è già stato avviato il reclutamento di partecipanti per uno studio clinico, in doppio cieco e controllato mediante placebo, condotto allo scopo di indagare se l’assunzione di vitamina D, in particolare di vitamina D3 (colecalciferolo), risulti efficace nel prevenire o ritardare il diabete di tipo 2 negli adulti che sono ad alto rischio di sviluppare la malattia a causa di una condizione definita come “prediabete”. Lo studio, denominato D2d (Vitamin D and type 2 diabetes), è stato finanziato dal National Institutes of Health (NIH) e verrà svolto in 20 centri scientifici statunitensi.

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