Omicidio Stefano Leo, Emergono dettagli clamorosi nella vicenda

L’assassino di mio  figlio doveva già essere in carcere, invece per un errore o una negligenza era ancora libero”. È indignato Maurizio Leo, il papà di Stefano, il commesso di 33 anni originario di Biella sgozzato sul lungo Po a Torino il 23 febbraio. Il suo spietato assassino ha confessato: si chiama Said Mechaquat, è nato 27 anni fa in Marocco ma ha la cittadinanza italiana. In questi giorni si è scoperto che Said avrebbe già dovuto essere in carcere. L’uomo, infilati, era stato condannato nel 2016 per le bolle all#ex compagna, che si chiama Ambra e di cui parleremo più avanti. La sentenza, nel 2018, era diventata definitiva.

Allora perché Said non era in cella? Perché il 23 febbraio è stato lasciato libero di sgozzare in pieno giorno un giovane che nemmeno conosceva? La risposta è inquietante e inaccettabile: la sentenza di condanna – lo ripetiamo ancora: definitiva – è rimasta in un casse!o della Corte d”Appello in attesa di essere trasmessa alla Procura. Proprio così, avete le!o bene: Said era libero per un intoppo burocratico. Qualcosa si è inceppato nei meccanismi che regolano l”attività giudiziaria. Ricostruiamo la vicenda. La sentenza di primo grado fu emessa il 20 giugno 2016.

Condannava Said a un anno e sei mesi di carcere per maltrattamenti aggravati, lesioni e minacce nei confronti della ex. Il pm aveva chiesto e ottenuto che la pena non fosse sospesa, cioè che Said andasse in carcere, poiché l”imputato aveva altri precedenti penali e nella vicenda dei maltrattamenti era coinvolto il meglio avuto dalla compagna. Il 18 aprile 2018 i giudici hanno respinto il ricorso della difesa, rendendo così esecutivo il verde!o. Ciononostante, la sentenza non è stata trasmessa alla Procura, che avrebbe dovuto ammettere un ordine di carcerazione. Insomma, quando ha ucciso Stefano Leo, Said avrebbe dovuto trovarsi in cella già da 9 mesi. A far luce sull”accaduto saranno ora gli ispettori del Ministero di Giustizia.Il più indignato è Maurizio Leo, il papà di Stefano. L”uomo non si dà pace. Ecco le sue parole: «Ho la nausea.

Questo Paese non tutela i suoi cittadini. Voglio andarmene. Non voglio più saperne niente. Mi sento svuotato. Mi sento tradito. Quell”uomo doveva essere in galera e invece per errore o sciatteria era libero. Io non voglio più stare qui, non ci resisto. Stefano oggi sarebbe vivo, mi avrebbe telefonato come faceva sempre. Mi avrebbe mandato le foto dal lungo Po per dirmi che si trovava nel posto più bello del mondo. Farò il possibile per dargli quella giustizia terrena che si merita. Poi cercherò di riprendere in mano quel che resta della mia vita». Edoardo Barelli Innocenti, il presidente della Corte d”Appello di Torino, è affranto. Ha detto: «Queste cose non dovrebbero succedere. C”è stato un problema, ma la responsabilità non è dei magistrati. È il sistema a essere malato. Ce la metteremo tu!a affinché una cosa simile non accada più».

Per il presidente, il mancato arresto di Said sarebbe la conseguenza dell’eccessiva mole di lavoro che grava sulle spalle del personale, troppo carente. Ha poi aggiunto: «È stata data priorità a procedimenti con pene superiori ai tre anni, mentre Said era stato condannato a 18 mesi. A ogni modo, come rappresentante dello Stato, voglio chiedere scusa alla famiglia Leo. Vorrei però chiarire che se anche fosse stato arrestato, non è de!o che Said oggi sarebbe ancora in cella, considerando che ogni sei mesi di pena si hanno diri!o a 45 giorni di sconto e che esistono misure alternative al carcere». L#avvocato Nicolò Ferraris, legale dei Leo, dice: «Andremo $no in fondo per arrivare alla verità. Se si è trattato di un errore, ci saranno delle conseguenza». La famiglia di Stefano potrebbe chiedere un maxi risarcimento.

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