Matteo Salvini e Luigi Di Maio, comportamenti e ansie differenti

Partiamo dalla fine: «Per Matteo Salvini vedrei bene un posto di comando, dal quale guidare e convincere le persone direttamente. Per Luigi Di Maio invece penserei al marketing via web». Nel caso i vicepremier stessero pensando a un piano B dopo l’esperienza al governo sono avvisati. E da un’esperta: Jasna Legisa, analista comportamentale, fondatrice nel 2012 di Neuro- ComScience, che per Gente ha studiato dei due alleati di governo le espressioni facciali, i gesti e il linguaggio non verbale. «Di solito lavoriamo come consulenti per le risorse umane delle aziende», spiega la dottoressa, triestina d’origine, che ha alle spalle una laurea in comunicazione, dottorati in psicologia e docenze in università.

La tecnica è il risultato di un mix tra studi internazionali e l’esperienza sul campo. «In pratica osserviamo il linguaggio verbale, ma soprattutto non verbale di un soggetto. Ogni gesto, espressione o movimento delle mani ha un senso, diverso per ciascuno». E rivela fatalmente anche ciò che si vorrebbe celare. Stavolta l’analisi si è concentrata dunque sui due uomini politici del momento. Svelandone tic e strategie comunicative, che passano anche dal corpo. «Ogni gesto ha un impatto sugli elettori, gli americani lo sanno bene, gli italiani meno». In sostanza, nei politici ci sono due grandi tipologie di gesti. «Quelli affiliativi, che danno l’impressione di positività e di apertura.

E quelli dominanti, che sottolineano il comando e la forza del leader. Nelle democrazie occidentali, i leader alternano i due tipi di gestualità a seconda del momento ». Iniziamo dal “capitano” della Lega Matteo Salvini. «In lui la varietà dei gesti è ampissima. Per esempio, abbassa e avvicina le sopracciglia creando tra loro una ruga verticale: lo fa per sottolineare la gravità del tema di cui si discute. Lo stesso accade quando di colpo le alza, ma anche quando tende la palpebra degli occhi, mentre il resto del viso resta apparentemente disteso». Ma non si fa mancare neanche i gesti affiliativi. «Anzi, quando partecipa alle trasmissioni Tv parte regolarmente con un ampio sorriso e con una battuta distensiva: con questo tende naturalmente ad avvicinarsi al pubblico». Non sempre, però, il sorriso funziona nello stesso modo.

È il caso di Luigi Di Maio, leader dei 5 Stelle, che ne fa la sua cifra espressiva. «Fin troppo, verrebbe da dire», prosegue la dottoressa. «Il suo sorriso comprende la contrazione del muscolo zigomatico, in sostanza irrigidisce da metà guancia all’angolo delle labbra innalzando la pelle in modo obliquo verso l’alto». Niente di male. «Se non fosse che il leader in questione usa questo tipo di espressione a prescindere dal contenuto. E se il sorriso contraddice il contenuto del discorso, il rischio è una perdita di credibilità». Non è tuttavia una posa, quella di Di Maio. «È una contrazione che deve essere abituato a fare in modo involontario, che fa parte del suo modo di essere e del suo insieme di valori». Nel suo caso anche i movimenti delle mani sono molto significativi. «Usa i cosiddetti pittogrammi, ovvero i movimenti che illustrano la situazione a gesti: se usati con parsimonia servono ad aumentare positivamente l’impatto emotivo del discorso. In certe situazioni, Di Maio tende a esagerare con questo tipo di movimento, ma lo fa in modo spontaneo».

Talvolta utilizza altri movimenti affiliativi, «come per esempio le mani aperte, le braccia laterali e la testa inclinata. Tuttavia se vengono utilizzati in corrispondenza alle dichiarazioni dominanti l’effetto è stridente». Entrambi, fisicamente, sembrano essere un po’ rigidi. «Ciò denota controllo, freddezza e razionalità di fronte a eventi emotivi ». Sul loro abbigliamento – le felpe di Salvini, la cravatta perenne di Di Maio – sono stati versati fiumi di inchiostro. «Ma anche questa è comunicazione visto che a seconda del vestiario intercetti una porzione di pubblico differente. Salvini vuole comunicare una vicinanza con tutte le categorie, anche le più umili, mentre Di Maio, cui spesso si è rimproverata l’inesperienza, è costantemente abbottonato, il che potrebbe aumentarne l’apprezzamento presso un elettorato più adulto, che vede di buon occhio la formalità».

Le differenze non si fermano qui. «Salvini usa per esempio le mani in modo assai vario: alza l’indice per sottolineare fisicamente il concetto che sta esprimendo. Ma a volte sposta anche impercettibilmente la testa verso l’alto, in un moto di orgoglio». Un atteggiamento che «rafforza il consenso, crea una condivisione di valori in chi già la pensa come lui». Di fatto, il suo valore aggiunto è «comunicare come se avesse sempre davanti a sé un proprio elettore, creando un rapporto “carnale” con l’interlocutore, anche se immaginario. Il che lo porta fatalmente a semplificare troppo i concetti». Mentre Di Maio tende a essere «simpatico e comunicativo di natura, ma forse poco incisivo sui temi più forti». E da questa breve analisi si arriva alla destinazione professionale, qualora i due leader volessero un giorno lontano salutare i Palazzi del potere: «Salvini a contatto con la gente, Di Maio nel marketing via Rete». Uomo politico avvisato…

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