Barbara Palombelli: “Per adottare mia figlia ho dovuto sfidare il padre galeotto”

Che senso ha una lettera?». Se lo chiede Serena Rutelli al GF dopo che la madre biologica le ha scritto: “Ti penso sempre, sei nel mio cuore”. Ha senz’altro senso invece per lei un libro che il 14 maggio la sua madre adottiva, Barbara Palombelli, pubblica con Rizzoli. Intitolato Mai fermarsi, è l’autobiografia della giornalista, sposata con l’ex sindaco di Roma Francesco Rutelli dal 1982. Una “lunga storia d’amore” con il percorso affrontato dalla coppia per adottare tre figli: Francisco, dall’Ecuador; Serena e la sorella Monica, incontrate in una casa famiglia di suore nel 2000, quando erano due bambine spaventate e inseparabili, abbandonate da un violento e pericoloso quando avevano sei anni la prima e tre la seconda.

Così le ricorda la Palombelli nel suo libro: “Già salire sulla mia macchina – a loro – sembra una festa. Le loro risposte sono agghiaccianti e commoventi allo stesso tempo: non hanno mai festeggiato un compleanno, mai un Natale in famiglia, mai visto il mare, un film, un ascensore…”. La giornalista, già madre naturale di Giorgio, oggi 36enne, a quel punto ha le idee chiare: “Non voglio pensare alla burocrazia”, scrive. “Voglio portarle al luna park, è un loro desiderio”. Segue un periodo molto difficile e rischioso, che la Palombelli rievoca scrivendo al presente: “La storiava tenuta segreta, segretissima. Il padre biologico, un uomo violento e pericoloso, allora girava ancora per la città. Potremmo incontrarlo, lui o uno dei suoi amici malavitosi, le ragazze ne hanno il terrore.

Non devono uscire foto sui giornali, nessuno deve sapere”. I Rutelli in questa fase hanno un nemico temibile: quel monolite che siamo soliti chiamare “burocrazia”. “Io non sono ancora nessuno, per le piccole”, prosegue nel suo racconto la Palombelli. “Francesco sfida alle elezioni politiche Berlusconi e io combatto per non essere come minimo arrestata per sottrazione di minori”. In tv è nota per il self control e la solidità, in questo libro c’è la vulnerabilità: “Sono stati mesi terribili, portare in giro due ragazzine che non hanno il tuo cognome e senza un pezzo di carta che ti autorizzi è un’impresa durissima. E rischiosa…”. Immaginiamo anche quanto sia stato complicato, per una giornalista di primo piano e un uomo delle istituzioni, evitare le foto sui giornali: quasi, paradossalmente, un’eccezione alle regole del mestiere, per lei. Ma la vera montagna da scalare è assai più scoscesa: “Il tribunale, che aveva più volte messo sotto processo il padre biologico per violenze fisiche e altri reati, condannandolo a sei anni in via definitiva, non faceva decadere la patria potestà nonostante gli ormai tre anni di distacco dalle piccole. Senza la dichiarazione dello stato d’abbandono, nessun minore può diventare adottabile”. L’ultima volta che le due bambine avevano sentito la voce del papà era stata quando lui aveva urlato alle suore della casa dove vivevano: “Un giorno tornerò e vi ucciderò tutte”. Quest’individuo non c’è più, morto di tubercolosi. La loro mamma sì, quella che s’è fatta viva con una lettera. Serena la respinge, non vuole vederla e trova senza senso le sue parole, ora che si è fatta donna. Ha diritto al rispetto il dolore di entrambe, in una tragedia come questa, grazie al cielq a lieto fine.

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