La vera storia di Luca che era gay salvato da Maria

Lussuria, potere, soldi, sesso estremo e a caso: è stata questa per anni la vita di Luca Di Tolve, 48 anni, oggi sposato e padre di una bambina di 5 anni, dopo un lungo percorso di conversione. Luca era gay, cantava Povia sul palco di Sanremo nel 2009 suscitando non poche polemiche e sembra proprio la storia di Luca Di Tolve. Giovane e bellissimo, negli anni ‘90 Di Tolve era un’icona del mondo omosessuale: eletto Mister Gay, vive ogni trasgressione tra dark room e orge, fino a contrarre THIV. E il vuoto della sua vita lo travolge, fino a un pellegrinaggio a Medjugorie dove inizia la sua nuova vita che ha deciso di raccontare nel libro Ero gay. A Medjugorje ho ritrovato me stesso (Youcanprint), giunto alla quinta ristampa.

Luca, a che età si accorse di essere attratto sessualmente dal proprio sesso?

«A 13 anni, quando frequentavo le scuole medie, mi infatuai perdutamente del mio compagno di banco, Paolino. Era osannato dalle ragazze e mostrava un fascino virile che io non avevo. Per me era un modello irraggiungibile e motivo di forte attrazione.

Quando sua madre si accorse delle sue inclinazioni omosessuali, la portò dai medici, che dissero: “Suo figlio è omosessuale, si deve solo accettare”. Come reagì? x

«I miei genitori si erano sposati giovanissimi, mia madre era rimasta incinta a 18 anni e avrebbe voluto una femmina. Mio padre lavorava in una casa discografica e stava molto spesso fuori. Il matrimonio dei miei naufragò e mia madre, rimasta sola e inesperta, iniziò a vestirmi come una femmina: mi misi a frequentare le bambine e i miei compagni mi sfottevano dandomi della femminuccia».

Quando ha iniziato a frequentare il mondo gay?

«A 14 anni cominciai a frequentare a Milano vari locali gay finché a 19 anni, nel 1990, diventai Mister Gay e la notorietà di questo concorso mi favorì nel lavoro: fui il primo a sfruttare in Italia le potenzialità del turismo specializzato per i gay. D’inverno mi trasferivo a vivere tra New York e Miami. A 20 anni conobbi un ragazzo che solo per stare con lui mi dava tre milioni e mezzo di vecchie lire al mese, era il figlio di un miliardario. Grazie a lui mi avvicinai ancor di più ai contesti chic milanesi e fili introdotto nel mondo della moda. Accompagnavo clienti gay molto danarosi che venivano a Milano a fare shopping e grazie a questo lavoro ero arrivato a guadagnare parecchi milioni di lire al mese. La mia vita divenne una continua ricerca di esperienze, soprattutto notturne, all’insegna della trasgressione. Così ho conosciuto ricchi imprenditori e importanti manager».

Ha frequentato anche le dark room per anni.

«Il mondo dei locali gay è variegato e molto organizzato, ci sono cabine dove puoi fare sesso a luci soffuse fornite di scottex e preservativo, saune e piscine dove puoi rilassarti e avere rapporti o locali più grandi dove si fanno orge a luci spente. Si può sperimentare il Glory Hole, un buco praticato nel muro nel quale si inserisce il pene, consentendo allo sconosciuto che sta dall’altra parte di praticare una masturbazione o il sesso orale senza che i due partner entrino in contatto. È -anche possibile avere rapporti con un gaybearback, omosex che non usano il preservativo, per consumare sesso a pelle nuda».

Ma non ci sono controlli?

«Le istituzioni non intervengono per paura di essere considerate omofobe. Oggi mi chiedo: le leggi sui delitti contro la moralità pubblica e il buon costume non valgono per i locali gay? Un’associazione che lotta contro l’AIDS dovrebbe poter offrire ai suoi soci serate di dibattiti con esperti, non pornografia, sesso libero ed estremo o incontri sadomaso».

Quanti anni aveva quando ha contratto il virus dell’Hiv?

«Avevo 26 anni, ero tornato da un viaggio da Miami con febbre altissima, mi ricoverarono pensando che avessi preso la malaria o un virus tropicale. Scoprirono invece che si trattava di Hiv, sono sopravvissuto grazie ai nuovi farmaci. In quel periodo mi aiutò molto mia madre, con il suo nuovo marito e gli amici. Ora sono sempre sieropositivo, ma con carica virale azzerata, quindi non trasmetto la malattia. A causa dell’Hiv ho sviluppato l’epatite B, la curavo ma stavo molto male e un anno prima di sposarmi sono stato a Lourdes, ho chiesto alla Vergine Maria di farmi guarire non dall’Hiv ma dall’epatite, dovevo star bene se volevo evangelizzare e formarmi una famiglia. Poco prima di sposarmi sono guarito dall’epatite, una cosa inspiegabile dal punto di vista medico».

Dalle dark room al più famoso santuario mariano: come è avvenuta la sua conversione?

«Ero stanco, vedevo la mia vita vuota. Un giorno mi recai nel convento dei francescani di Sant’Angelo à Milano e mi inginocchiai in un confessionale. Intravidi

11 confessore dietro la grata, un padre con la barba bianca, feci il segno di croce e la lingua mi si sciolse d’incanto. Lasciata da parte ogni remora, iniziai a raccontare come un fiume in piena. Il frate mi interruppe di colpo e, senza permettermi di replicare, mi disse: “Ti devi comportare da cristiano!”, la grata che ci separava sembrò come scomparire e per un unico, interminabile istante, mi ritrovai fuori dal tempo, faccia a faccia con Padre Pio. Questa confessione mi ha dato una grande forza e ha segnato con luce chiara la nuova direzione che dovevo prendere. La strada che mi attendeva però, era tutta in salita: decisi di andare a Medjugorje, dove mi toccarono profondamente le testimonianze dei tanti giovani che avevano ritrovavano la fede. Al ritorno dal pellegrinaggio iniziai un percorso di conversione, di fede e di psicoterapia durato anni. Mi resi conto che non volevo più essere un omosessuale, iniziai a non avere più desideri sessuali per lo stesso sesso e inizia finalmente a sentirmi felice. A quel punto mi resi conto che avrei potuto farmi una famiglia e cominciai a provare un’attrazione fisica per le donne».

Come ha conosciuto sua moglie Teresa?

«Al Festival dei giovani di Medjugorje 12 anni fa. Nel 2008 ci siamo sposati e ora ho una bimba di 5 anni. Ero omosessuale e profondamente infelice; ora, grazie a Dio e a Terry, sono padre e felice. Teresa è il dono più bello che la Madonna mi abbia concesso e condivide con me non solo la famiglia, ma anche la missione, attraverso il Gruppo Lot, l’associazione che ho fondato per aiutare altre persone che soffrono per le problematiche legate all’identità di genere. Il progetto è nato nel 2006 dall’esperienza di un gruppo di ragazzi che, aiutati da un percorso di fede unito a un percorso psicologico, sono usciti definitivamente dalla loro condizione omosessuale in cui per anni avevano vissuto. Il nostro scopo non è convertire o guarire gli omosessuali, ci rivolgiamo a quelle persone o coppie cristiane e omosessuali che hanno fatto di tutto per accettarsi come omosessuali, ma che non ci sono riusciti».

Ma non ha avuto paura di mettere al mondo una bimba pur sapendo della sua sieropositività?

«Ci sono studi scientifici che dimostrano che se un individuo rimane con la carica virale azzerata grazie alla cura farmacologica si possano avere dei figli in modo naturale. Esiste questa possibilità, ma rimane pur sempre una scelta personale della coppia».

Che tipo di persone frequentano l’Associazione?

«Abbiamo un centinaio di contatti, molti di loro sono sposati, hanno avuto figli o sono in cammino, quello che notiamo in loro dopo dodici anni di lavoro è una maggior serenità».

Il suo scopo adesso è quello di evangelizzare e per questo riceve minacce, insulti e tentativi di aggressione?

«Quando ho dichiarato di aver chiuso con l’omosessualità mi sono trovato tutti contro: per le lobby gay io sono un rinnegato, ho ricevuto minacce di morte, tanti mi considerano un reietto, un rifiuto umano. Ora il mio scopo è aiutare le persone che hanno deciso di percorrere la mia stessa strada. Vorrei dire a quelli che mi ostacolano e minacciano di leggere il mio irò, capirebbero che si tratta di una libecelta e la loro rabbia genera solo invi- e odio».

Lei ha detto che le lobby gay condizionano il nostro modo di vivere, la politica, promulgano un’ideologia gender ecc. in che modo?

«Il sesso è il motore che fa muovere l’industria gay. Credo che ci sia un interesse politico ed economico che specula sulle sofferenze degli omosessuali, trovo che sia una forma di violenza e di totalitarismo e questo genera sfiducia in chi prova a portare avanti un messaggio di libertà e felicità dell’ individuo».

Secondo lei è giusto che una coppia di genitori gay possa avere figli?

«L’amore da solo non basta, io credo fermamente che per uno sviluppo armonioso di un figlio siano necessarie sia la figura maschile sia quella femminile, diverse sessualmente, ma complementari tra di loro. È importante però fare una distinzione: ci sono coppie gay che vivono un’intera vita insieme, amandosi, senza frequentare dark room o lasciarsi andare al sesso casuale e trasgressivo, come tante coppie etera. Il mio miglior amico è omosessuale e ha una storia stabile e solida con il suo compagno. Chi sono io per giudicarlo? Penso che omosessuali non si nasca e neanche si diventi. Non si guarisce, non è una malattia, non c’è nessun gene né virus gay. Io norusono contro gli omosessuali, ma contro ^ideologia omosessuale e gender».

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