Una barca di pescatori viene avvicinata da un beluga: dal ponte uno degli occupanti lo osserva nuotare e nota la strana pettorina che gli stringe il corpo.

Spia in missione? Disertore in fuga? Esemplare al centro di un progetto di ricerca, militare o scientifico che sia? Difficile saperlo, almeno per ora. È circondata dal mistero la vicenda del beluga intercettato da un gruppo di pescatori norvegesi nel mare tra le isole Rolvsøya e Ingøya. L’unica certezza è che l’animale, mammifero marino con la pelle tutta bianca appartenente alla stessa famiglia di orche e delfini, aveva indosso una speciale imbracatura creata per ospitare una telecamera per riprese subacque.

L’apparecchio, però, non era più agganciato e ciò, insieme con la scritta rinvenuta proprio sulla speciale pettorina, “Attrezzatura di San Pietroburgo”, ha sollevato una serie di interrogativi che fanno ritenere di essere finiti dentro a una autentica spy stories. Se a questo aggiungiamo che il povero beluga è apparso subito a suo agio con l’uomo, tanto da arrivare a stretto contatto con l’imbarcazione dei pescatori, appare verosimile che il candido bestione sia stato al centro di un programma di addestramento specifico, probabilmente di tipo militare. Infatti vari Paesi, in particolare Stati Uniti, Russia, Israele, impiegano da tempo delfini e altri mammiferi acquatici, come foche e leoni marini, per compiti di sorveglianza, ricognizione e individuazione di mine.

Animali che all’occorrenza possono essere trasportati persino in aereo nei teatri operativi. In particolare i delfini furono utilizzati dalle due Superpotenze durante la Guerra fredda. Difficile, però, sapere se anche questo beluga fosse a tutti gli effetti un “soldato”. Il giallo è cominciato quando il beluga si è avvicinato ai pescatori Joar, Håvard ed Erlend Hesten e ha attirato la loro attenzione, prima appoggiandosi alla chiglia del peschereccio, poi lasciandosi accarezzare e mostrando l’imbracatura finita al centro del mistero, subito fotografata dai tre pescatori e inoltrata alle autorità norvegesi. Si è così deciso di fare intervenire la Fiskeridirektoratet, l’agenzia governativa del Paese scandinavo che si occupa della liberazione dei mammiferi marini impigliati nelle reti, che a sua volta ha affidato il caso al biologo Jørgen Ree Wiig. Slacciare l’imbracatura dal beluga, però, non è stato facile. «Stava chiaramente chiedendo il nostro aiuto», ha raccontato Wiig, «così ci siamo calati in acqua dopo aver indossato le mute».

Lui e il pescatore Joar sono finalmente riusciti a liberarlo. «L’esemplare è molto giovane», ha detto, «e, crescendo, quelle cinghie l’avrebbero stretto e fatto soffrire molto. Ora speriamo solo che venga lasciato in pace e possa godersi il mare e la libertà». Il rischio maggiore, però, è che il beluga, cresciuto in cattività, fatichi a procurarsi il cibo da solo. «Non sarà facile, ma abbiamo visto casi in cui altre balene vissute in cattività in Russia se la sono cavata bene. Speriamo succeda anche stavolta», ha commentato un altro biologo marino, docente dell’Università di Tromsø, Audun Rikardsen. In attesa di scoprirlo, si cercherà di monitorare a distanza il beluga, anche per risolvere il mistero che lo riguarda. L’episodio, infatti, ha riportato alla memoria vecchi ricordi, fantasmi da guerra fredda. Soprattutto dopo che gli scienziati norvegesi hanno chiarito che «non metteremmo mai un’imbracatura a un mammifero marino, al contrario dei militari ».

La Marina russa ha importanti strutture militari in zona, a Murmansk e nei dintorni nella penisola di Kola, nell’estremo nord-ovest della Paese, ma soprattutto a Sebastopoli, in Crimea, dal 2014 di nuovo sotto il controllo di Mosca. Proprio qui è attivo il programma di addestramento e utilizzo di animali marini a scopi militari. Dal Cremlino, però, sono arrivate solo smentite, com’era ovvio attendersi. Il colonnello Viktor Baranets, esperto nella preparazione di mammiferi marini, ha commentato così: «A Sebastopoli abbiamo un centro di addestramento per delfini militari, è vero, ma del beluga non sappiamo niente. Del resto se l’avessimo usato come spia pensate davvero che avremmo lasciato una traccia che porta a noi?». Ma forse l’animale è fuggito volontariamente, sfruttando le proprie abilità per seguire il suo istinto: nuotare libero nel mare.

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