Omicidio Lorys, per Veronica Panarello l’ultima possibilità

Veronica Panarello ci riprova, giocando l’ultima carta per tentare di tornare in libertà: il ricorso in Cassazione. E così, il prossimo 21 novembre, l’avvocato Franco Viliardita, il legale che le è stato a fianco fin dall’inizio, cercherà di convincere gli ermellini della Suprema Corte che le sentenze che hanno condannato a trent’anni la sua assistita sono sbagliate, incoerenti. «Ci auguriamo che i giudici di legittimità possano leggere gli atti in maniera diversa da come hanno fatto i giudici di merito – dice a Mio l’avvocato – soprattutto per i motivi che sono stati proposti, che sono assolutamente fondati».

Villardita è di quelli che non si abbattono: innegabile che abbia lottato come un leone cercando di tirare fuori la Panarello da quel mulinello di versioni e bugie che ha risucchiato verso gli abissi ogni coraggiosa linea difensiva e la vita di tante altre persone, su tutte quella del marito Davide Stivai, novello Atlante che ha dovuto sopportare sulle spalle il peso di un figlio perso per sempre, di una moglie (presunta) assassina e di un altro bambino da crescere.

Per questo ricorso in Cassazione Villardita non ha tirato fuori nuovi conigli dal cilindro (e d’altronde stretti erano i margini per l’ultimo grado di giudizio) ma ha coerentemente deciso di puntare sulla stessa linea che lo aveva portato al processo di secondo grado: è andato a ricercare ogni sfumatura di incoerenza nelle sentenze passate e soprattutto ha chiesto che venissero annullate le due ordinanze con cui la Corte d’Assise d’Appello rigettava la richiesta di una perizia psichiatrica e di un confronto all’amerìcana con il suocero di Veronica, Andrea Stivai. Per quanto riguarda la perizia, è chiaro che la mente di questa donna è stata il campo di scontro su cui si è giocata gran parte della battaglia processuale e anche di quella mediatica, con l’opinione pubblica divisa non solo tra innocentisti e colpevolisti, ma anche tra chi credeva che la donna avesse agito volontariamente e chi invece ha sempre sostenuto un “colpo di testa”, una dissociazione temporanea, un corto circuito mentale tale da giustificare il peggiore dei delitti.

Gli unici a non avere dubbi sono stati i periti del Tribunale di Ragusa, che hanno messo nero su bianco che no, non c’era incapacità di intendere e di volere e che questa giovane mamma era lucidissima la mattina del 29 aprile. Così come è stata anche successivamente, mentre depistava le indagini, mentre cambiava versione, mentre voleva passare per pazza, conducendo interrogatori strampalati in cui alternava frasi senza senso a canzoni intonate salendo in piedi sulle sedie e sussurrando quella: ‘Ti regalerò una rosa” di Simone Cristicchi il cui testo, non a caso, parla di un amore cresciuto in un manicomio. Differente è il discorso per il cosiddetto “confronto all’americana” chiesto dalla difesa, òhe – in estrema sintesi consiste nel far sedere uno di fronte all’altro accusatore e accusato, Veronica Pànarello e il suocero Andrea Stivai.

“Io e Andrea eravamo amanti, Lorys ci ha scoperti in atteggiamenti intimi e allora mio suocero l’ha ucciso, per evitare che il bambino dicesse tutto a mio marito”, ha raccontato Veronica agli inquirenti: un’accusa, è bene ricordarlo, che non ha trovato riscontro nelle lunghissime indagini della Procura di Ragusa, tanto che la stessa Panarello è stata condannata anche per calunnia, proprio nei confronti di Andrea Stivai. Che si è sempre detto disponibile a qualsiasi confronto, «perché io parlo con la verità e l’innocenza, tenendo sempre nel cuore il mio nipotino».

Sullo sfondo rimane la figura silenziosa e riservata di un altro Stivai, Davide, che ha scelto di parlare per bocca del suo legale, Daniele Scrofani, che lo ha assistito in questo lungo cammino personale e processuale, fino a diventarne consigliere, punto di riferimento.

«Siamo convinti che rimpianto della sentenza reggerà anche in Cassazione – commenta al settimanale Mio l’avvocato Scrofani – perché non ci sono angoli bui o vuoti o inesplorati nelle due sentenze di merito. Anche il percorso motivazionale della sentenza della corte di Assise di appello di Catania appare solido e privo di vizi. Ciò significa che si avvicina la data in cui sarà giuridicamente riconosciuto che a togliere la vita al piccolo Lorys è stata Veronica, la sua mamma. E questo non potrà che essere da un lato una terribile conferma al convincimento maturato da Davide in questi anni e dall’altro una rinnovata fonte di tristezza e di dolore».

Da Torino, dove si trova in carcere. Veronica Panarello tace. Non ci sono più stati colpi di scena, cambi di versione, accuse. Aspetta il suo “giorno del giudizio”. Aspetta il 21 novembre, portando nel cuore la verità – lei, unica a conoscerla – su quanto è accaduto davvero quella mattina del 29 novembre 2014, a Santa Croce Camerina.

«Presenta tratti disarmonici della personalità. All’epoca dei fatti aveva capacità di intendere e di volere», è il giudizio finale degli psichiatri che – durante il processo di primo grado – hanno scandagliato la mente di Veronica Panarello, preparando una perizia lunghissima, lunga ben centosessanta pagine.

‘Tratti disarmonici di personalità” dunque e non “personalità borderline” come avrebbe sperato la difesa. Una sfumatura sottile che ha pregiudicato l’ottenimento di una qualsivoglia “infermità mentale” e di conseguenza ogni possibilità di uno sconto di pena.

Non è stato sufficiente per i periti neppure il referto dell’ospedale psichiatrico di Ragusa in cui la quindicenne Veronica venne ricoverata nel 2004, dopo quello che per genitori e carabinieri era stato un tentativo di suicidio. In quell’occasione i medici avevano parlato di “personalità borderline”. E a nulla è valso il giudizio degli esperti dell’ex ospedale psichiatrico di Barcellona Pozzo di Gotto che hanno parlato di “disturbi della personalità” della carcerata Veronica Panarello.

Per giungere alla loro valutazione finale i periti hanno a lungo colloquiato con l’imputata e le hanno sottoposto anche dei test psicologici. Dai più conosciuti – come quello delle macchie di Rorschach – fino a quelli grafici, in cui è stato chiesto di disegnare alcune scene chiave della sua vita.

Come il suo matrimonio, ad esempio: Veronica si vede con un abito da cerimonia, sul foglio prima viene tratteggiata la testa – scrivono gli esperti – poi le orecchie – sintomo di “persona sensibile alla critica sociale”. Gli occhi grandi esprimerebbero la tendenza alla sospettosità.

Le mani nascoste “un senso di colpa per attività manipolatone”. La stola di pelliccia sulle spalle,

“un bisogno di protezione”.

Alla richiesta di disegnare la propria famiglia, l’atteggiamento di Veronica cambia: si agita, le mani sudano, tremano. Inizia dalla figura del bambino, di Lorys, ma il disegno non le piace, lo cancella. Per i periti è “un’azione significativa dei nodi conflittuali e traumatici”. Le viene proposto di cambiare foglio. Lei ricomincia, tentenna ma poi riesce.

«Avrei voluto una famiglia molto più bella… ma va bene così» dice Veronica sul finale, aggiungendo che quella scena si riferisce al dicembre 2011, il periodo di vita che ricorda come più bello e sereno.

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