La storia di Casey Anthony, la madre che tutta l’America odia

“Pronto? 911? Mandate qui qualcuno mia nipote è scomparsa da un mese, mia figlia dice di averla cercata ma qualcosa non va. L’auto puzza di cadavere”. Quando ha detto queste parole all’operatore del numero di emergenza, Cindy Anthony non aveva idea di quello a cui aveva appena dato il via. In quel momento era solo una madre esasperata dalle stranezze di una figlia sfuggente e inaffidabile e una nonna spaventata. E faceva bene. La piccola Caylee, due anni e mezzo, era partita con sua madre Casey, 31 giorni prima dalla loro casa di Orlando, Florida. Per tutto il tempo che erano state via, Casey si era sempre rifiutata di far parlare sua madre con la piccola. Qualcosa, come aveva detto Cindy al telefono, non andava. Una volta tornata a casa con l’auto dei suoi genitori, Casey aveva ammesso la scomparsa della bambina, incolpando Zenida Fernandez Gonzalez, la babysitter, di averla portata via. “Perché non l’hai detto subito che era scomparsa?”, chiesero subito gli agenti arrivati a casa Anthony. “Ho provato a cercarla da sola, il che è stupido, lo so”.

La scoperta

Cinque mesi dopo la denuncia, nel dicembre 2008, viene scoperto il corpo di quella che era stata una bimba, abbandonato in un sacchetto di plastica in una zona boschiva non distante dalla casa degli Anthony. L’autopsia ha certificato ciò che tutti avevano capito: Caylee era stata uccisa e l’assassino non andava cercava lontano. Sotto gli occhi di tutta l’America Casey Anthony viene condotta in carcere con l’accusa di omicidio volontario, occultamento di cadavere e false dichiarazioni a pubblico ufficiale. La sua faccia, spesso sorridente, viene mostrata da tutti i notiziari del paese mentre nei titoli scorre la parola: infanticidio. Casey diventa la “madre che tutta l’America odia” e non fa nulla per scrollarsi di dosso questa etichetta. Non gioca a suo favore, per esempio, la cronologia delle sue ricerche Google, dove appaiono ricorrenti le parole: “morte”, “spezzare il collo” e “cloroformio”.

Il processo del secolo

Nel 2011 si apre il processo, durato sei settimane, da maggio a luglio 2011. Casey, bella e algida con i suoi enormi occhi azzurri e il piglio contrito, fa la sua apparizione in tribunale, dove è chiamata a giustificare il cumulo di bugie dispensate fino al ritrovamento di sua figlia, su ogni argomento. È vero, ammette finalmente sua figlia Caylee non è stata rapita dalla babysitter, ma è annegata accidentalmente in piscina e se lei, sua madre, ne ha nascosto il cadavere è stato solo per lo choc e la paura che l’avrebbero accusata della morte della piccola. Questa versione, a cui la giuria mostra diverse riserve, non entusiasma, una madre non trascina il cadavere di sua figlia in auto, non lo occulta in una busta di plastica per abbandonarlo nel bosco alla mercé degli animali. Una madre non lo fa. Non una buona madre. La difesa, allora, punta su una rivelazione sconcertante: Casey Anthony ha un passato di abusi da parte del padre, George Anthony. Ombre enormi si addensano anche sulla paternità della piccola Caylee, la vittima per cui non si è fatto avanti nessun padre in lutto. Ce n’è abbastanza per riempire tutti i programmi di approfondimento e perché l’odiatissima Casey diventi il bersaglio di centinaia di haters. Su queste premesse, il 5 luglio 2011, la giuria giudica Casey ‘non colpevole’ per omicidio della figlia.

Il verdetto

Il verdetto viene accolto con rabbia e sdegno dall’opinione pubblica, dai media e da giuristi e addetti ai lavori, sentimenti molto simili a quelli scatenati dall’assoluzione di OJ Simpson, per l’omicidio della moglie. “Non mi importa cosa pensa la gente, la notte dormo tranquilla” ha commentato Casey Anthony, che recentemente ha dichiarato di voler avere altri bambini. Quanto al padre, che la donna ha accusato di pedofilia, Anthony non ha mai puntato il dito contro sua figlia salvo ammettere che ‘lei sa cosa è successo davvero’. La moglie Cindy, invece, ha continuato a sostenere l’innocenza della figlia, sebbene fosse stata proprio lei a chiamare il 911, denunciando ‘puzza di cadavere in auto’. Dopo l’omicidio di Caylee, in ben tre Stati è stata adottata una normativa che impone ai genitori di denunciare la scomparsa dei figli entro 24 ore.

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