Il paese con Deborah: giusto uccidere un padre-orco

Deborah ha conosciuto la violenza prima ancora di nascere: navigava nelle acque materne quando suo padre scaricava calci e pugni sulla madre fregandosene di lei che cresceva e scalciava nel pancione. Ma lì dentro in fondo era al sicuro, protetta dall’utero che è la più sicura di tutte le culle. Poi la vita l’ha messa di fronte a quell’uomo che lei chiamava papà ma che non le ha risparmiato né le parole cattive né le mani grosse e forti da pugile che picchia duro. Se l’è sentite bruciare sulla faccia mille volte, quelle mani. E ha visto la madre cadere e spezzarsi sotto le botte del padre che dal ring non è mai veramente sceso.

Era un campione da mondiale e tirava ganci da far tremare chiunque. Sinistro, destro, destro, sinistro. Scariche di botte fino a sfinire l’avversario. Certe sere, quando tornava dal bar e l’alito gli puzzava d’alcol e chissà che droghe aveva preso, Deborah si chiudeva nella sua stanza e pregava che la mamma dormisse e che il suo respiro fosse sottile e non infastidisse troppo il padre. Ingoiava saliva e paura. E sperava che la notte fosse silenziosa e che arrivasse la luce prima della grida del papà e dei singhiozzi della mamma. Deborah ha 19 anni ed è diventata donna col terrore di quest’uomo che all’improvviso trasformava la sua casa al secondo piano di via Aldo Moro in un ring. Nel 2014 sua madre Antonietta aveva denunciato Lorenzo per maltrattamenti in famiglia. Aveva afferrato il coraggio che fino a quel momento non aveva trovato e si era presentata dai carabinieri.

Quattro mesi dopo i militari avevano arrestato Lorenzo Sciacquatori per resistenza a pubblico ufficiale: aveva aggredito un loro collega del Nucleo Radiomobile con un morso. Poi Lorenzo era tornato a casa. Ma non era cambiato nulla. La sua rabbia tracimava spesso e sempre senza motivo. Bastava una parola o solo un sospiro. L’altro giorno è rientrato alle cinque del mattino. C’era anche sua madre da poco dimessa dall’ospedale: è quasi cieca e Deborah era preoccupata anche per lei. Per tre ore Lorenzo si è scagliato contro moglie e figlia e ha inveito anche contro l’anziana madre.Alle 8 del mattino Antonietta e Deborah decidono di andarsene di casa, ma l’uomo le insegue. Deborah lo colpisce con un coltello d acucina e gli sferra un pugno.

Lui cade rovinosamente sulle scale ma è ancora vivo. La ragazza chiama i soccorsi. Suo padre morirà in ospedale.«Come sta? Voglio chiedergli scusa», ripete mentre è in caserma e ancora non sa della morte del papà. AI DOMICILIARI DALLA ZIA Ora Deborah è agli arresti domiciliari a casa di una zia. È accusata di omicidio volontario mala Procura valuta «l’eventuale esistenza della legittima difesa alla luce della condotta aggressiva dell’uomo e del conseguente tentativo di protezione della giovane di sé stessa, della mamma e della nonna». Deborah non si dà pace mentre dai tg rimbalza la storia di una ragazza modello che chiudeva tutto l’orrore dietro la porta di casa. A Monterotondo, venti chilometri da Roma, la gente parla di lei come di un angelo.

Molti sapevano, ma lei non raccontava mai la violenza subìta e nascondeva il dolore dietro la maschera di un bel sorriso. «Siamo tutti conte. Tieni duro », «Sei coraggiosa», «Pensa solo che hai salvato la tua vita e quella di tua madre». I social sono pieni di messaggi di solidarietà per Deborah e chiedono che invochi la legittima difesa. «Questa situazione si sapeva da anni, noi siamo sconvolti ma succedeva quasi tutti i giorni. Mia nipote aveva paura a vivere dentro quella casa» dice Vito, il nonno materno. «Questa storia andava avanti da più di 20anni, da quando erano fidanzati. Nostra figlia era incinta e la menava – aggiunge la moglie Giovanna – noi per coprire siamo arrivati al punto che l’esasperazione ha vinto». Sul corpo di Lorenzo sarà eseguita l’autopsia per chiarire se ad ucciderlo sia stato il pugno che sua figlia gli ha sferrato sull’orecchio. Anche Deborah è appassionata di boxe, proprio come suo padre. Ma non è violenta, solo stanca di soffrire. Ora c’è uno strano silenzio nella casa di via Aldo Moro al numero due, un silenzio gonfio di morte e disperazione.

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