Le Baby gang uccidono, colpa dei genitori e del mancato rispetto altrui

Adolescenti e preadolescenti violenti, un fenomeno in espansione in Italia e non solo. Le cosiddette “baby gang”, che un tempo erano associate a fenomeni di criminalità tipici delle metropoli del Terzo mondo e, quindi, a situazioni socio-economiche fortemente degradate stanno diventando comuni anche in Europa, dove non mancano scuole, servizi sociali e altre strutto re protettive della difficile età del trapasso dall’infanzia alla vita adulta. Alcuni casi di cronaca di ragazzini assassini, spietati, incapaci di provare empatia, che con totale indifferenza minacciano, tormentano e persino uccidono adulti fragili sono balzati sulle prime pagine dei giornali, dando adito a una marea di commenti sulla crisi della società nel suo complesso. «Sarebbe bastata una chiamata…»

Anche il sesso femminile è coinvolto in episodi di efferata violenza, come nel caso di Nottingham in Inghilterra, dove almeno sei ragazze, di cui cinque minorenni, si sono rese responsabili di un pestaggio costato la vita a Mariam Moustafa, la diciottenne italo-egiziana nata a Ostia. Sconvolgente è stata la morte di Antonio Stano, pensionato 66enne di Manduria, in provincia di Taranto, deceduto in ospedale lo scorso 23 aprile dopo anni di sevizie da parte di una banda di ragazzini composta da sei minorenni e due maggiorenni. Al momento del ricovero non usciva di casa da giorni e non si alimentava per evitare di essere di nuovo picchiato, deriso e bullizzato dalla “baby gang”. È arrivato in ospedale in condizioni disperate, disidratato, indebolito e con forte insufficienza renale e respiratoria.

Pare avesse sporto denuncia un mese prima di morire, dopo anni in cui viveva barricato in casa per la paura degli schiaffi, dei calci e degli sputi dei ragazzini che lo avevano preso di mira con una costanza inaudita. Risulta una denuncia del parroco e dei vicini di casa, fatta all’inizio di aprile, negli stessi giorni di quella sporta dalla vittima, ma ormai per Stano, isolato e sofferente di depressione, non c’era più nulla da fare. Nessuno aveva fermato gli episodi di violenza durati anni: né i genitori dei giovani delinquenti, né i loro insegnanti o i vicini di casa. Le accuse ai giovani sono gravissime: danneggiamento, sequestro di persona, violazione di domicilio e tortura aggravata.

Per i due maggiorenni è stata confermata la misura di custodia cautelare in carcere; i minorenni sono stati subito sottratti alle famiglie, dichiarate incapaci di avere un ruolo di controllo ed educazione, e trasferiti nel carcere minorile Fornelli di Bari. Il responsabile dei servizi sociali del Comune di Manduria, Raffaele Salamino, si è detto sbigottito dall’omertà imperante nel paese riguardo alle angherie subite da “lu pacciu” (il pazzo) come veniva cinicamente chiamato Stano. «Mai ci è arrivata alcuna segnalazione sulla situazione di Antonio  Cosimo Stano né formalmente né informalmente. Sarebbe bastata una chiamata e un assistente avrebbe preso in carico la situazione. Il prete ha detto di essere intervenuto più volte, ma perché non ha segnalato subito ai servizi sociali?».

Del resto, le angherie e le percosse venivano registrate dai giovani criminali con i telefonini e messi in Rete e sui social ed erano in tanti a Manduria ad aver visto le registrazioni delle bastonate e delle grida di terrore di Stano. Abbiamo chiesto un parere a Stefano Pieri, psicologo che nella sua attività professionale ha sempre avuto un occhio di riguardo per i contesti socialmente fragili. «Ci sono genitori che non avendo compiuto un vero e proprio percorso di crescita individuale non sono assolutamente in grado di assumere su loro stessj il ruolo di educatore. Occorre essere adulti non solo anagra- ficamente per educare ed educare significa stabilire limiti e confini all’operato di bambini e adolescenti. Se il genitore è rimasto bambino tenderà a identificarsi con il proprio figlio accogliendone e sostenendone il senso di onnipotenza e impunità tipico dell’infanzia che, ovviamente, non conosce codici etici. Il bambino vive, in modo del tutto normale, una fase di onnipotenza in cui è assente il senso degli altri; esiste solo lui, esistono solo i suoi bisogni. Con il passare del tempo, l’ampliarsi delle facoltà percettive, sensoriali, delle esperienze e con l’aiuto degli adulti, questa fase dovrebbe riassorbirsi per fare posto alla presa in considerazione dell’altro. Purtroppo i genitori-bambini sostengono e fanno crescere a dismisura la parte onnipotente invece di accompagnarla nel percorso di regressione. Addirittura, assono episodi noti a tutti, ostacolano con veemenza il ruolo degli altri educatori, primi fra tutti gli insegnanti».

Genitori a parte, quale ruolo ha la società nel suo complesso nel verificarsi di queste tragedie? «Si potrebbe mettere al centro del discorso la parola empatia che è un concetto legato a doppio filo al senso dell’altro, all’identificazione con l’al- tro da sé, con il suo dolore e il suo piacere. Possedere empatia significa vedere l’altro non come un oggetto al mio servizio ma come un individuo che esiste al di là dalla mia sfera di interesse e di cui percepisco le sensazioni di dolore o di gioia quasi come se fossero mie. Nei legami affettivi degli adulti assistiamo ogni giorno di più a una totale e pervasiva reificazione dell’altro. Le relazioni sentimentali sono sempre più soggette all’interruzione improvvisa e alla velocissima sostituzione del partner quando questo non è più in grado di soddisfare i miei bisogni. Quando il giocattolo si rompe, essendo considerato appunto un oggetto, lo si butta e lo si cambia. Questo modus vivendi non può non influenzare profondamente persone in crescita, in particolar modo i pre-adolescenti che attraversano un delicato periodo di transizione. Se l’io dell’adolescente è particolarmente debole, scegliere compagnie che praticano aggressività e violenza è la via più breve per pensare di aver sostituito la propria debolezza con la forza».

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