L’eutanasia sta già diventando un’industria

Col termine eutanasia – dal greco eu, “bene”, e thanatos, morte – che significa per l’appunto“buona morte”, si indica comunemente l’azione di procurare intenzionalmente la fine dell’esistenza di un essere umano per non protrarre le gravi sofferenze cagionate da gravi patologie. È un tema che fa accapponare la pelle a molti, in special modo tra le fila dei credenti più ortodossi della religione cattolica. “Dio ti rende la vita,Dio decide quando togliertela” è la loro convinzione. Rispettiamo le idee di tutti, ma gradiremmo che si rispettassero anche le opinioni contrarie. Per quale motivo crepare, decidendo il perché e il quando, deve essere vietato dalla legge se un essere umano non se la sente di continuare a vivere in condizioni disumane? A chi è concesso il potere di decidere della propria fine? A un politico? A un vescovo? Non scherziamo.

Se passa questo concetto, si conferma che,dopo la nascita, la nostra vita appartiene allo Stato in compartecipazione con la Chiesa che ne deterrebbe il 50% delle quote. Il caso di Dj Fabo, reso tetraplegico e cieco dopo un incidente stradale,che scelse di terminare le proprie sofferenze e fu accompagnato a morire il 17 febbraio 2017 da Marco Cappato dell’associazione Luca Coscioni in una clinica svizzera, ha reso il tema sempre più attuale anche in Italia, come al solito fanalino di coda nell’evoluzione civile. Cappato sta ancora subendo un processo per aver avuto l’ardire di sostenere una richiesta umana: smettere di soffrire atrocemente.La Corte Costituzionale si esprimerà il 24 settembre. Al Parlamento è stato dato mandato di «intervenire con un’apposita disciplina » per decidere sulla costituzionalità dell’azione.

SUICIDI ASSISTITI L’Olanda invece, Paese in cui esiste una diversa percezione sul criterio di autodeterminazione, è stata la prima nazione al mondo a legalizzare la buona morte. Era il 2002, e anche il Belgio ne seguì le orme. La legalizzazione arrivò dopo che, per anni, erano stati praticati suicidi assistiti ed eutanasie illegali. Fu grazie al sostegno della classe medica che fu possibile. In una nazione non direttamente dominata dalla presenza della Chiesa sul territorio, il diritto di scegliere il momento della dipartita è considerato inalienabile. Nel 2014, poi, un’ulteriore modifica: nessun limite di età. Anche i minori possono essere terminati se affetti da gravi disabilità. Nel 2015 arriva anche la proposta, in via sperimentale, della commercializzazione della “Kill Pill”, la pillola della morte, dedicata a chi ha superato gli anta. Qualcuno starà inorridendo, ma è necessario verificare caso per caso e immedesimarsi nei singoli individui. VANTAGGI ECONOMICI Come spesso accade, però, le cose possono sfuggire di mano e forse sta già accadendo. Secondo un rapporto pubblicato di recente su The Guardian, in Olanda un decesso su quattro avviene nelle strutture che consentono il fine vita consensuale. Attenzione: non si tratta esclusivamente di casi di eutanasia o suicidio indotto.

È il medico, in certe situazioni, a decidere se “staccare la spina” a un paziente smettendo di somministrare le cure. A 17 anni dal varo della legge si è quindi giunti morte senza consenso. Legalizzata. E qui si può aprire un capitolo nuovo sul tema. Se non sono io a decidere ma è il medico curante, a questo punto mi state fregando. Non è tutto. Poiché l’assistenza sanitaria in Olanda è garantita attraverso polizze assicurative, le compagnie riconoscono alle cliniche un importo pari a 3.000 euro per ogni iniezione letale. Un grosso vantaggio economico, che ha procurato solo nel 2017 incassi per circa due milioni di euro. Di contro, le assicurazioni in tal modo risparmiano un mucchio di quattrini rispetto a quanti ne dovrebbero cacciare per mantenere in vita cittadini malati e “improduttivi”. Si è passati dal sacrosanto diritto all’autodeterminazione, al business? Sta di fatto che, dalla dal 2002 a oggi, c’è stato un aumento esponenziale dei casi pari al 250%. C’è di più: la recente proposta, avanzata da Corinne Ellemeet – parlamentare olandese eco-socialista – di legalizzare il fine cura per i pazienti oltre i 70 anni. A suo dire, per non rischiare l’accanimento medico, ma che – palesemente – mira a risparmiare denaro pubblico. Il fatto grave è rappresentato dall’appoggio che la Ellemeet sta ottenendo dalla dottoressa Hanna Willem, presidente dell’unione geriatri, che sostiene che fermare i trattamenti equivale a «aggiungere qualità alla vita del paziente». Questo è gravissimo. Se mai dovesse passare una corbelleria simile, si aprirebbe a queste pratiche in maniera dissennata, senza più badare allo stato del paziente quanto all’opportunità di levarselo dalle balle, anzi: dalle spese sanitarie. Tra il diritto all’autodeterminazione, e il genocidio legalizzato, deve passare più di un oceano. Prima che sia troppo tardi.

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