Non demandiamo ai social il compito madre: insegnare che la vita è bella

Diciamo che più o meno è vicino a Singapore, per capirci, nel sud-est asiatico. La Malesia è lontana, ma non è un Paese del cosiddetto terzo mondo: è una nazione piuttosto moderna e cosmopolita, che unisce diverse culture come quella cinese e quella indiana. La capitale è Kuala Lumpur e se guardate su Internet, o comprate una guida turistica come si faceva un tempo, riconoscerete subito la città dalle gigantesche Petronas Twin Towers, le torri gemelle asiatiche di 88 piani, una delle opere ingegneristiche e architettoniche più imponenti del mondo.

Perché vi ho fatto questa breve lezione di geografia? Perché la Malesia, appunto, è d’incanto divenuta vicinissima a noi con un caso di cronaca tristissimo e desolante che tanto fa e farà discutere. Aveva 16 anni Miranda (il nome è di fantasia) ed era una studentessa di Kuching, città di 500 mila abitanti. Aveva 16 anni e gli sconquassi nel cervello che spesso turbano quell’età così difficile di passaggio, che sono subdoli perché non danno sintomi evidenti: si nascondono dietro al primo ombretto ma dentro, nella testa e nel cuore, fanno un chiasso d’inferno. Andava a scuola, Miranda, aveva compagni, frequentava i social: una ragazza della sua età, potrebbe dire chi ancora non sa come finisce la storia. E invece. Una sera la giovane accede a Instagram e lancia un sondaggio, che metterlo in Rete è facilissimo: pare un gioco, forse qualcuno dei molti che hanno partecipato l’ha preso per tale. Forse non hanno capito a cosa fossero davvero chiamati.

O più probabilmente, e qui sta lo sgomento, in tanti hanno giocato per ridere, senza pensare. Aiutatemi a scegliere, scrive Miranda, e pone la domanda: D o L? Death (morte) o Life (vita). Sapete come funziona, chi ti segue deve sfiorare la casella prescelta e le percentuali iniziano a prendere sostanza: 5 per cento, poi 10, poi 50… Non so quanto tempo Miranda abbia concesso ai suoi amici virtuali per esprimersi, se 12 ore o 24, perché le cronache non dicono: il risultato invece è stato divulgato. 69 per cento D. Traduco per chi, come me, non è un frequentatore abituale: il 69 per cento di chi ha partecipato alla consultazione ha sentenziato: ma sì, ucciditi. Muori, ammazzati, togli il disturbo. Non ricordo con precisione cosa facessi e cosa pensassi io a 16 anni. Sono però sicura che mi divertivo: studiavo di corsa, per poter uscire al più presto, portavo la minigonna, sognavo i tacchi alti, mi fidanzavo ogni giorno, perché fidanzarsi significava dire “mi piaci” e poi ballare con lui i lenti in discoteca.

Non c’erano cellulari, né computer, gli amici avevano odore e calore umano. Non ricordo molto di più, però sono sicura di essere stata felice. Miranda invece non lo era e quella sera con lei non c’era alcun fidanzato per portarla a ballare: probabilmente era sola sempre, o almeno così si sentiva, sola anche fra cento altri. E allora ha aperto la sua pagina Facebook, ha scritto “Sono stanca” e si è buttata dalla finestra. Tre piani nel vuoto, ma ormai era tardi per accorgersi di non avere le ali, è stato un istante e la vita è finita così, un rumore sordo e niente più. Death, morte. Dicono che a trovarla, un fantoccio disarticolato sotto la finestra di casa, sia stato il fratello.

A Kuching è stata aperta un’inchiesta, si cerca chi ha votato D perché il reato che si configura è quello di istigazione al suicidio, che in Malesia è punibile con la morte quando riguarda un minore. È intervenuto anche il ministro per la Gioventù e per lo Sport, che ha sollevato una questione grave e impressionante: la morte di Miranda sottolineerebbe l’urgenza di un dibattito nazionale sulla salute mentale dei giovani. Non so dire, non conosco la situazione sociale e educativa e familiare dei ragazzi malesi: in questa giovanissima vittima vedo, però, e immagino e capisco un’alienazione tremenda dalla vita reale e dagli affetti più scontati. Vedo soprattutto il pericolo immenso dei social network utilizzati goffamente o con distorsione di intenti, perché puniscono amaramente i più deboli.

Due anni fa, la stessa fine toccò a una quattordicenne inglese, Molly Russell (e qui il nome è vero), che sempre su Instagram trovò immagini che la convinsero a uccidersi. Il padre fece una grande battaglia in sua memoria: da allora il social network di proprietà di Facebook, e quindi di Mark Zuckerberg, si è impegnato a rimuovere simili contenuti violenti e vigila ogni giorno, per quel che si può. Ma con un miliardo di utenti, anche giovanissimi, fermare le foto e le frasi e i cuoricini è impresa impossibile, non titanica, e pensare di dominare l’oceano di informazioni buone o cattive è pura utopia. Il pensiero vacilla, non solo per Miranda. La sua morte spalanca in tutti noi adulti una ferita, ci assale il terrore di non sapere più raccontare e insegnare ai ragazzi quanto valga la vita. E che no, la maggioranza non deve vincere sempre, anche se sono tantissimi e tu ti senti solo. E ci viene, e mi viene da chiedere infinitamente scusa.

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