Craig Richards: «Il digitale ha trasformato la musica in uno spezzatino di canzoni»

Più che un dj, Craig Richards sembra un professore carismatico. Con la sua camicia a fiori, gli occhiali da sole e l’aria quieta ed elegante, dà l’impressione di poter allungare ogni pensiero all’infinito. Non importa quanto sia banale o mal posta la domanda, Richards riuscirà sempre a trovare la traccia giusta per iniziare un ragionamento, accumulare pensieri, aneddoti e suggestioni imprevedibili. In un certo senso, lo stesso si potrebbe dire di I want to like you but I find it difficult, la rassegna che organizza per Fondazione Prada, di ritorno a Milano dopo il successo della prima edizione. Il progetto, che quest’anno coinvolgerà Maarja Nuut, Ruum, Stefan Betke e Helena Hauff, nasce da una serie di accostamenti insoliti, addirittura casuali, tenuti insieme solo dal potenziale spiazzamento che possono generare nello spettatore. «Suonare in museo rappresenta una grande opportunità per distruggere le aspettative di chi va nei club, per non suonare quello che il pubblico si aspetta», spiega. «In questo senso è importante il contesto: in una galleria d’arte ti aspetti di trovare l’ispirazione, di essere messo di fronte a opere visive immensamente complesse e sconvolgenti. Cercare una rappresentazione sonora di questo concetto è sembrato piuttosto logico». A un anno di distanza dall’esordio del format, abbiamo incontrato Richards per fare un bilancio sulla rassegna, e per capire come mai sia così importante dare una possibilità a quello che di primo impatto ci sembra difficile.

Craig Richards. Foto: Claudia Ferri

L’ultima volta che ci siamo incontrati avevi appena lanciato la tua etichetta Tuppence. Ho letto che pubblicherete solo singoli in vinile, come Jack White e Third Man Records. Perché quel formato in particolare?
Perché è un atto d’amore. Non so se sia la cosa giusta da fare o meno, ma mi sembrava l’unica scelta possibile per un progetto dove nessuno si aspetta di guadagnare denaro. Sono stato da Third Man Records, a Detroit, quando era ancora in costruzione. Jack White mi piace, è un tipo a posto. E anche se io non sono certo come lui, siamo entrambi coinvolti in questa “rinascita” del vinile. Adesso sono molte le band che usano il vinile, e in particolare i singoli, come parte della loro strategia promozionale. È affascinante, perché fino a ora il mercato del vinile è stato dominato dalle ristampe.

Non è una risposta alla definitiva digitalizzazione dell’industria discografica?
Guardare uno schermo tutto il giorno ci ha fatto rivalutare il libro, il gesto di sfogliare le pagine, e credo che stia succedendo la stessa cosa con gli album. Non si tratta del vinile o del CD, ma piuttosto del formato album: una serie di canzoni messe in un ordine specifico, da ascoltare dall’inizio alla fine. Ormai la musica non è più presentata così. Oggi il pubblico ascolta canzoni inserite in una playlist da qualcun altro, invece che nell’ordine stabilito dall’artista che ha scritto il disco.

C’è anche un “contatore”, così da capire subito quali siano i brani più popolari senza doverli nemmeno ascoltare.
Sì, ma spesso canzoni che non ci piacciono al primo ascolto possono convincerci nel corso del tempo. Siamo inondati da nuove informazioni, siamo passati da un’epoca in cui non c’era “abbastanza musica” ad averne troppa. E non parlo solo dei dj, ma di tutti. C’è troppa musica e non abbiamo modo per capirla, per costruire un rapporto e alla fine innamorarci. Per conoscere davvero un album è necessario ascoltarlo più volte, e le novità sono talmente tante che finiamo per mescolare tutto insieme, come uno spezzatino di note. Io credo che invece sia importante “imporre” un sistema d’ascolto, un modo per organizzare queste informazioni.

È questa necessità di orientarsi nell’enorme flusso di nuova musica ad averti portato, sia con il progetto per Prada che con la tua etichetta, a interpretare il ruolo di “curatore”?
In realtà ho iniziato solo perché qualcuno me l’ha chiesto. Sono sempre stato coinvolto nell’organizzazione di serate: nei primi 10 anni di attività del Fabric, per esempio. Il termine “curatore”, comunque, mi sembra troppo altisonante, non suona bene su di me: il mio lavoro consiste nel fare scelte artistiche basate esclusivamente sul mio gusto. I musicisti che suonano qui vengono tutti dalla mia collezione di dischi, io ho semplicemente deciso l’ordine in cui si esibiscono, un po’ come faccio durante i miei dj set. Insomma, scegliere degli artisti interessanti per un concerto in un museo non dovrebbe essere troppo complicato per un dj. Anzi, approfittiamo dell’intervista per demistificare il mio ruolo.

Come hai scelto gli artisti della seconda edizione?
Qui nella Fondazione ho la possibilità di fare qualcosa che non tiene in considerazione la pista da ballo, che non dipende dalle logiche di una serata in discoteca. Queste serate sono più casuali, si procede per scatti improvvisi, come se fossi da solo a casa, dove ascolto più o meno le stesse cose.

L’anno scorso mi hai detto che non avevi mai organizzato un evento simile in un museo. Guardando indietro, c’è qualcosa che ti ha sorpreso, che non ti aspettavi di scoprire?
Il luogo in cui ascolti la musica influenza sempre la tua esperienza. Io ho frequentato per anni l’accademia d’arte, quindi quello che sto per dirti potrebbe dipendere da questo, ma… il museo mi dà la sensazione di un luogo dove essere liberi, dove sperimentare. Dovevo approfittarne, questa è una situazione in cui si può suonare davvero tutto, in cui puoi espandere i tuoi orizzonti musicali. Se fai il dj, anche se ti sforzi di compiacere solo te stesso, hai sempre una qualche responsabilità verso la pista da ballo, ed esserne libero è stato di grande ispirazione. E questo è un posto molto interessante, combina il vecchio e il nuovo: un’antica distilleria incontra l’architettura contemporanea. Sono anche felice di poter suonare nel tardo pomeriggio, quando il sole sta tramontando e la luce si riflette sugli edifici. Sembra quasi che la luce si evolva insieme allo show.

Ti aspettavi di tornare per un secondo anno?
Speravo mi richiamassero! Dopo l’ultimo concerto, l’anno scorso, mi sembrava di aver finalmente capito questo nuovo format, e pensavo che sarebbe stato facile continuare. In un certo senso non c’è stata una vera e propria evoluzione, quelli di quest’anno solo solo tre eventi in più, pensati nello stesso modo.

Quindi non hai cambiato nulla?
No, solo la durata dei set. Adesso suonano tutti per un’ora. L’anno scorso le serate funzionavano meglio quando l’ultimo set era un concerto, non un dj set. È strano chiudere a mezzanotte con un djset, un concerto è il modo migliore per chiudere la “narrativa” di ogni singola serata. È un finale. Per il resto… direi che sono nuovi capitoli dello stesso libro. Non è necessario parlarne troppo in profondità, a volte le parole rendono solo tutto più complicato. E mi piace la natura casuale, randomica, di questo format. Non ho parlato con gli artisti del loro set, non ho dato nessun tipo di indicazione. Queste saranno serate disarticolate, spezzate, irregolari, confuse e tenute insieme da un piccolo filo conduttore.

Anche la casualità è una scelta artistica, non credi? Come le improvvisazioni nel free jazz…
Assolutamente. Proponiamo tanta musica da assorbire, la serata è concepita per far sì che uscendo non ricordi tutto quello che hai ascoltato… Come quei film che hanno bisogno di più visioni per essere assorbiti al meglio, perché la frequenza e l’intensità delle informazioni presentate è più veloce del previsto. Mi piace pensare che valga la stessa cosa per questa serata. E tornando al titolo, spero che il pubblico trovi questa musica difficile da apprezzare, difficile da capire, difficile da inserire in una cornice coerente. Mi sta bene così.

La reazione del pubblico non ti preoccupa minimamente? Durante il set di Midori Takada, l’anno scorso, ho notato diverse facce sconvolte.
Beh, è stato un concerto sconvolgente. Penso che molta gente fosse lì grazie alla ristampa del suo album, Through the Looking Glass, e non perché conoscesse la sua musica. Ma se quello che hai detto è vero, allora sono felice. L’idea di aver sconvolto il pubblico è grandiosa.

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I Want To Like You But I Find It Difficult torna a Fondazione Prada venerdì 14 giugno. Si esibiranno Biosphere, Andrea Belfi, object blue e Craig Richards.

Video: Claudia Ferri. Courtesy Fondazione Prada

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