Tra Totti e la società giallorossa, guidata dal finanziere americano James Pallotta, la rottura è definitiva

Totti ha dato l’addio alla Roma. Un evento che, per quanto puramente sportivo, nella Capitale (e non solo) ha avuto l’effetto di una bomba atomica, lacerando e dividendo la tifoseria e la stessa città. Da calciatore, il “Pupone” non aveva mai voluto andarsene, anche se era stato richiesto da più parti (ad esempio il Real Madrid), preferendo restare nella sua società, dove ha vinto molto meno di quanto avrebbe potuto altrove, ma dove era considerato un autentico “re”.

Sono bastate invece due sole stagioni da dirigente (dopo l’addio malinconico al calcio giocato di appena due anni fa) per cambiare le cose. Tra Totti e la società giallorossa, guidata dal finanziere americano James Pallotta, la rottura è definitiva. Ma quello che ha fatto scalpore, è che il divorzio è stata annunciato da Totti in modo clamoroso, con una conferenza stampa in cui il Pupone con un tono insolitamente duro e lontano dalla sua tradizionale bonomia e autoironia, ha lanciato pensati bordate alla “sua” Roma, o almeno a quella degli “americani”. «Non ho mai avuto la possibilità di esprimermi, non mi hanno mai coinvolto in un progetto tecnico», ha detto.

«Sapevano cosa io volevo fare per questa società. Ma loro mi tenevano fuori da tutto». Per poi lanciare un autentico siluro: «Gli americani hanno tentato in ogni modo di mettere fuori i romani dalla Roma: alla fine ci sono riusciti». Totti ha più volte rivendicato il suo essere “bandiera”: «Se io fossi presidente della Roma e avessi due bandiere come Totti e De Rossi gli darei in mano tutto. Pallotta si è circondato di persone sbagliate, che non conoscono la romanità». C’è stato anche il momento strappalacrime: «Per me potevo anche morire, sarebbe stato meglio che staccarmi dalla Roma». Infine il finale sibillino: «Se un’altra proprietà punterà su di me, sarò pronto».

Già, perché c’è chi giura che l’addio di Totti sia funzionale al tentativo di un’altra cordata di acquistare la Roma e realizzare il nuovo stadio, fidando nell’impopolarità di Pallotta, colpevole di aver allontanato l’idolo dei giallorossi. Al di là di queste illazioni, il mondo del calcio, ma tutta Italia, si è diviso sulle parole di Totti. Il tema non è squisitamente calcistico, ma umano: nello sport, ma nel lavoro in generale, le bandiere, i sentimenti, i rapporti personali contano qualcosa, o tutto è divorato dal business? Totti, probabilmente, in giacca e cravatta da dirigente non sarà un fuoriclasse come in campo, ma davvero il suo contributo, anche di carisma, anche di rapporti con i tifosi, era tanto disprezzabile? In un calcio così contaminato da politica e affari (vedi il caso Platini, che descriviamo in un box qui a fianco) il “cuore” non è la medicina ideale?

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