La tattica di Di Maio: perdere tempo ed evitare il voto anticipato

«È inutile continuare a prendere in giro la gente, tanto se il tentativo è quello di realizzare una “non riforma”, non la sottoscriverò mai», sbotta il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, che rincara la dose: «Credo che nessuno degli altri governatori sia disposto a prendere uno schiaffone del genere senza muovere ciglio », proprio per questo motivo «chi non è d’accordo con l’Autonomia lo dica ai 5 milioni di persone che hanno chiesto di averla.Meglio essere onesti ». Luca Zaia, governatore del Veneto, è un fiume in piena: «Finiamola con queste manfrine del Paese di serie A e serie B.

Cinque regioni hanno già l’autonomia, 12 la chiedono, ne restano 3 che ancora non l’hanno chiesta. Trovo questo dibattito lunare». S’infuria pure Stefano Bonaccini, presidente dell’Emilia Romagna: «Il copione è sempre lo stesso, dichiarazioni roboanti alle quali non segue nulla. Ma sia chiaro che non ci lasciamo né ci lasceremo prendere in giro». I tre governatori che sono in attesa dell’autonomia, prevista dalla Costituzione e sancita da un referendum nel 2017 (nel lombardo-veneto), sembrano quasi rassegnati. Pare di capire che i veti grillini abbiano quasi affondato la riforma che trasferirebbe competenze e risorse a Milano, Venezia e Bologna. Eppure Luigi DiMaio, capofila degli anti-autonomisti, parla di «caos ingiustificato», poiché lui il regionalismo lo vuole, ma deve «essere equilibrato. Il Movimento lavora per tutto il Paese ». Il vicepremier non nasconde che «alcune posizioni più estreme mi preoccupano», soprattutto per le regioni del Sud: «Non si può pensare di impoverirle ancora di più». Gigino parla senza rendersi conto invece che proprio l’autonomia, regionalizzando la spesa pubblica, garantirebbe meno sprechi. Pochi mesi fa la sanità calabrese è stata commissariata per l’ennesima volta a causa di infiltrazioni ’ndranghetiste e conti fuori controllo.

Una situazione simile al San Giovanni Bosco di Napoli, dove da una recente inchiesta è emerso lo strapotere dei clan all’interno della struttura sanitaria. Ecco, proprio l’assenza di autonomia, e quindi di responsabilità economica e politica, permette menefreghismo amministrativo e scarsi servizi al cittadino. Però a Cinquestelle interessa ormai poco della volontà popolare, la quale ha voltato le spalle al Movimento. Così, pur di tenere la poltrona, fa perdere tempo alla Lega. L’obiettivo è scavallare il 20 luglio, indicata come data ultima in vista di elezioni anticipate. Ma anche se Di Maio approvasse l’autonomia, quest’ultima poi dovrebbe arrivare in Parlamento allo scopo di essere massacrata fino a trasformarla in una riforma vuota e inutile. Così come fu il cosiddetto federalismo approvato dalla sinistra nel 2000. Anzi, quello moltiplicò i centri di spesa, incrementando i debiti degli enti spreconi.

Il vicepremier pentastellato cerca infine di mettere zizzania all’interno della Lega, sperando di arrivare a una contrapposizione tra i governatori del Nord e Salvini. Sicuramente la pazienza padana è finita, tuttavia da qui a ipotizzare una rottura all’interno del Carroccio ce ne corre. Semmai è Di Maio colui che sarà additato come il traditore del contratto. L’autonomia è nel contratto. Non approvarla, significa sì rottura. Infatti Salvini, a Porta a porta, spiega: «Se i 5 stelle dovessero andare avanti a dire no, no, e no sarebbe un problema. Io non voglio tagliare niente a nessuno, voglio semplicemente far emergere chi governa bene e chi governa male

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