Roberta Ragusta, per Logli si avvicina il giorno del giudizio

E’ la notte tra il 13 e il 14 gennaio del 2012 quando una donna di 44 anni, madre di due figli, moglie apparentemente felice e innamorata di suo marito, scompare nel nulla dalla sua abitazione di Gello di San Giuliano Terme, un piccolo centro a metà strada tra Pisa e Lucca. Il suo nome è Roberta Ragusa e da quella fredda notte – la stessa della tragedia della Costa Concordia, naufragata alflsola del Giglio portando con sé 32 vittime – di lei non si sono più avute notizie.

Dopo 2735 giorni da quella notte, il prossimo 10 luglio i giudici della Suprema Corte di Cassazione stabiliranno se dietro quella scomparsa ci sia davvero un omicidio e se quel delitto sia davvero da attribuire al marito di Roberta, Antonio Logli, fin dai primi momenti finito nel mirino della Procura di Pisa. Non è vero, per gli inquirenti toscani, che sua moglie uscì in pigiama in piena notte senza motivo, come l’uomo ha sempre sostenuto, ma fu lui a toglierle la vita dopo che lei aveva scoperto il tradimento del padre dei suoi figli: un doppio tradimento, perché l’amante di Antonio era Sara Calzolaio, una ragazza di quasi venti anni più giovane di Roberta. Che lei conosceva bene e che considerava un’amica: assieme lavoravano nell’autoscuola di famiglia, al piano terra dello stesso edificio in cui vivevano due generazione dei Logli. E Sara era anche la babysitter a cui Roberta e Antonio affidavano i propri bambini.

Davvero ha ragione la Procura? Davvero è Antonio Logli l’assassino della moglie? Di sicuro fu proprio lui a denunciarne la scomparsa il mattino dopo, dando l’allarme e iniziando a coordinare le prime ricerche. Un dato che gioca certamente a suo favore. Ma dall’altra parte Antonio è lo stesso uomo che in quelle ore distrugge i cellulari con cui scambiava messaggi e telefonate amorose con l’amante. Quelle stesse telefonate che sarebbero state scoperte proprio la sera del 13 gennaio da Roberta, secondo la Procura.

Una prova di colpevolezza? Oppure la paura di un uomo che nulla aveva a che fare con l’omicidio ma che temeva che quella sua relazione clandestina facesse pensare a lui come al killer perfetto? Nel corso di questi sette anni i colpi di scena non sono mancati: più volte ci sono stati ritrovamenti di corpi senza vita, attribuiti erroneamente a Roberta, come pure suoi presunti avvistamenti, soprattutto nei primi giorni, quando una donna somigliante a lei venne più e più volte segnalata a pochi chilometri da casa Logli, per poi scoprire che si trattava di una “sosia”, un avvocato della stessa età e realmente molto somigliante a Roberta.

Ma i colpi di scena maggiori sono arrivati sul piano giudiziario, con i primi anni successivi alla scomparsa segnati dai tentativi – andati a vuoto – della Procura di Pisa di “incastrare” Antonio Logli, poggiando gran parte della ricostruzione sulle parole del “supertestimone” Loris Gozi, che aveva raccontato di aver visto litigare i due coniugi in strada, quella tragica sera, proprio a pochi passi dall’abitazione di Roberta.

Logli sembrava in questa fase essere uscito indenne dagli attacchi giudiziari degli inquirenti, fin quando, con una decisione che ha decisamente ribaltato il destino dell’inchiesta, la Cassazione ha messo nero su bianco che non di scomparsa si trattava, ma che quello di Roberta doveva invece essere trattato come un delitto. Un delitto il cui autore doveva essere individuato.

Ed ecco che, nella seconda fase dell’inchiesta, per Antonio Logli – che nel frattempo con Sara Calzolaio ha fatto coppia fissa, dopo che lei si è trasferita nella sua casa e ha cresciuto i figli di Roberta – le cose si sono messe male. Il primo agosto del 2018, infatti, Antonio è stato condannato a venti anni dalla Corte di Appello di Firenze per omicidio volontario: temeva “contraccolpi economici” dalla separazione con la moglie che voleva lasciarlo, secondo i giudici.

La Corte d’appello nella sua sentenza rileva infatti che “la coppia Logli- Ragusa versava da tempo in irreversibile stato di crisi matrimoniale a causa della protratta relazione del marito” con Sara Calzolaio e che “gli interessi economici dei coniugi erano strettamente intrecciati e non facilmente districabili vista la partecipazione in forma societaria all’attività di famiglia alla cui conduzione la Ragusa era principalmente dedita”.

Inoltre la donna, secondo anche le testimonianze raccolte, “aveva preso in considerazione l’ipotesi della separazione” che invece “era avversata dal Logli che ne temeva i contraccolpi economici nonostante fosse pressato anche dall’amante”.

Gli stessi togati si sono soffermati poi sull’elemento che ha sempre spinto Logli a parlare di una fuga volontaria della moglie, ovvero il mancato rinvenimento del corpo: “Impedisce di verificare con quale mezzo sia stato cagionato l’evento morte ma non esclude certo che l’omicidio si sia realizzato e a opera dell’imputato, anzi rafforza per quanto possibile il quadro indiziario”. “Certamente un processo di natura indiziaria”, scrivono i giudici, nel quale tuttavia “la globale tenuta logico-probatoria della ricostruzione adottata dalla sentenza di primo grado” ha resistito anche durante l’appello. Insomma, per la Corte d’Appello sarebbe “del tutto fantasioso e illogico pensare a un allontanamento volontario” “che sarebbe improvvisato, non programmato o preparato in alcun modo neppure per garantirsi nell’immediato i mezzi e le risorse più strettamente necessari per la sopravvivenza e tanto meno per porre le basi di una, per quanto improbabile, parallela esistenza lontana dall’ambiente di provenienza”.

Omicidio dunque, con pochi margini di manovra per il ricorso in Cassazione. Il prossimo 10 luglio arriverà la parola definitiva della Suprema Corte. Cioè la risposta, sette anni dopo la sua scomparsa, alla domanda più grande: che fine ha fatto Roberta Ragusa?

Add a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *